Manuel Vaquero Piñeiro, Francesca Giommi
produzione e commercio (nazionale e internazionale)
- Il lavoro storico è stato rivolto in prima analisi a individuare le principali filiere agroalimentari generate dalla coltivazione e la commercializzazione dei prodotti del bosco. Da subito è apparso evidente che in Italia il primato corrisponde alla castagna quale prodotto che nel corso del tempo ha occupato una posizione rilevante nei regimi alimentari di gran parte della popolazione tanto rurale quanto urbana. In continuità con la fase precedente quando in maniera regolare la castagna compare tra le derrate vendute nei mercati cittadini, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, la castagna ma anche la farina di castagna si inserirono nei circuiti commerciali non soltanto locali ma anche nazionali e internazionali. Da questo punto di vista vanno richiamate le esportazioni di castagne pregiate in Francia e soprattutto negli Stati Uniti. Dunque la castagna si dimostra un prodotto alla base dell’alimentazione locale ma anche in grado di generare un significativo flusso commerciale verso l’estero. La commercializzazione internazionale delle castagne solleva tutta una serie di domande sulle tipologie di castagne privilegiate, le reti di scambio e le tecniche di trasporto privilegiate. Se le castagne continuano a svolgere un ruolo importante nella dieta della popolazione italiana, anche il castagno (coltivato e silvestre) continua ad avere un notevole peso socio-culturale come attesta il fatto che la prima legge italiana sul bosco utilizza la “linea del castagno” per distinguere i boschi di montagna da quegli di pianura. Per regioni, la produzione di castagne si concentra nella Toscana, nella Calabria e nel Piemonte. Particolarmente apprezzata la castagna di Avellino. Altrettanto apprezzate erano le castagne di Cuneo esportate principalmente in Francia per la confezione dei marron-glacé. Il castagno da frutto era coltivato per: 1 la produzione di castagne sceltissime (d’amatore); 2. il consumo comune (commerciale); 3 la produzione di farina (da grande produzione), 4. l’alimentazione del bestiame (di qualità secondaria).
- Dall’analisi di un ricco materiale d’archivio e bibliografico emerge il ruolo assegnato dalle politiche agrarie imposte dal fascismo. Tra gli anni Venti e Trenta è il momento in cui i castagneti raggiungono una maggiore estensione nella penisola (oltre 450.000 ettari) e la farina di castagna entra nel regime alimentare in sostituzione della farina di frumento. Non a caso è quando in Italia si diffondono tutta una serie di piatti e cibi a base di castagne. Tuttavia si deve continuare ad analizzare la documentazione al fine di capire se si può parlare di un effettivo sostitutivo tra la farina di frumento e quella di castagna. La produzione di castagne nonostante le forti oscillazioni annuali, da indagare meglio, si attesta intorno ai 5-6 milioni di quintali. Si nota una forte varietà di castagne fresche (Marroni, Nostrane, Scelte, Carpanesi, Carraresi, Di Carsoli) e secche
- La situazione cambia drasticamente a partire dalla metà del secolo. Se in un primo momento, sotto gli effetti della ricostruzione del paese dopo il IICM, le castagne si dimostrano una valida alternativa alla scarsità di altri generi alimentari (la castagna come antidoto alla fame), con il boom economico l’attenzione sulla coltivazione e l’uso della castagna viene meno. La produzione scende velocemente da circa 3 milioni allo scadere degli anni Quaranta ad appena 700.000 quintali venti anni dopo. Tutte le regioni conoscono un marcata contrazione della produzione di castagne. Tendenza confermata anche dalla politica agricola imposta dalla CE particolarmente attenta allo sviluppo di altri alberi da frutto come il pero, le pesche e le mele. Di fatto le castagne non riscuotono tale attenzione come se fossero diventate un prodotto simbolo del passato, troppo legato alla cultura contadina non più compatibile con i nuovi modelli imposti dall’industrializzazione. Sicuramente l’esodo rurale contribuì a questo cambiamento di prospettiva rendendo le castagne simbolo di una società contadina in procinto di scomparire.
- Tuttavia tale “oblio” della castagna precedette di poco il suo recupero da parte della società post-industriale di fine Novecento. La castagna a partire dagli ultimi decenni del XX secolo da prodotto dimenticato diventa simbolo di un’alimentazione più legata al territorio ma anche come risorsa al servizio di un ripensamento del rapporto tra uomo e ambiente e della ricostruzione degli ecosistemi storici della penisola caratterizzati da sempre dalla presenza di frondosi castagneti. Le prossime ricerche si possono muovere in una doppia direzione: da un lato valutare il recupero dell’uso delle castagne nell’alimentazione umana nonché animale, allo stesso tempo che si dovrà verificare in che modo i castagni possono essere inseriti nei piani europei per il ripristino degli ambienti naturali. Un doppio scenario (consumo di castagne e rivalutazione dei castagneti) de portare avanti in maniera congiunta.
Bibliografia
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- Armiero, Marco, La ricchezza della montagna. Il bosco dalla sussistenza al superfluo, “Meridiana”, 44 (2002), pp. 65-96
- Comba, Rinaldo, Naso, Irma, Uomini boschi e castagne, Cuneo, 2000
- Finardi, Luigi, Il castagno, Roma, 1945
- Melchiorre, Matteo, Per una storia degli alberi e del bosco, “Storica”, 76 (2020), pp. 91-128.
- Pettenella, Davide, Boschi e green economy: un progetto necessario, in Riabitare l’Italia. le aree interne tra abbandoni e riconquiste, a cura di Antonio de Rossi, Roma, 2020, pp. 471-485.
- Piccioli, Lodovico, Monografia del castagno, Firenze, 1902
- Relazione intorno alle condizioni dell’agricoltura nel quinquennio 1870-1874. Vol. I, Roma, 1876, pp. 461-468.
- Vigiani, Dante, Per aumentare la produzione dei castagni, Catania, 1919.
- Zattini, Giuseppe, Risultati della statistica agraria nel dodicennio 1909-1920, Roma, 1923




