La storia contemporanea della castagna in Italia

La storia contemporanea della castagna in Italia

Manuel Vaquero Piñeiro, Francesca Giommi

produzione e commercio (nazionale e internazionale)

  1. Il lavoro storico è stato rivolto in prima analisi a individuare le principali filiere agroalimentari generate dalla coltivazione e la commercializzazione dei prodotti del bosco. Da subito è apparso evidente che in Italia il primato corrisponde alla castagna quale prodotto che nel corso del tempo ha occupato una posizione rilevante nei regimi alimentari di gran parte della popolazione tanto rurale quanto urbana. In continuità con la fase precedente quando in maniera regolare la castagna compare tra le derrate vendute nei mercati cittadini, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, la castagna ma anche la farina di castagna si inserirono nei circuiti commerciali non soltanto locali ma anche nazionali e internazionali. Da questo punto di vista vanno richiamate le esportazioni di castagne pregiate in Francia e soprattutto negli Stati Uniti. Dunque la castagna si dimostra un prodotto alla base dell’alimentazione locale ma anche in grado di generare un significativo flusso commerciale verso l’estero. La commercializzazione internazionale delle castagne solleva tutta una serie di domande sulle tipologie di castagne privilegiate, le reti di scambio e le tecniche di trasporto privilegiate. Se le castagne continuano a svolgere un ruolo importante nella dieta della popolazione italiana, anche il castagno (coltivato e silvestre) continua ad avere un notevole peso socio-culturale come attesta il fatto che la prima legge italiana sul bosco utilizza la “linea del castagno” per distinguere i boschi di montagna da quegli di pianura. Per regioni, la produzione di castagne si concentra nella Toscana, nella Calabria e nel Piemonte. Particolarmente apprezzata la castagna di Avellino. Altrettanto apprezzate erano le castagne di Cuneo esportate principalmente in Francia per la confezione dei marron-glacé. Il castagno da frutto era coltivato per: 1 la produzione di castagne sceltissime (d’amatore); 2. il consumo comune (commerciale); 3 la produzione di farina (da grande produzione), 4. l’alimentazione del bestiame (di qualità secondaria).
  1. Dall’analisi di un ricco materiale d’archivio e bibliografico emerge il ruolo assegnato dalle politiche agrarie imposte dal fascismo. Tra gli anni Venti e Trenta è il momento in cui i castagneti raggiungono una maggiore estensione nella penisola (oltre 450.000 ettari) e la farina di castagna entra nel regime alimentare in sostituzione della farina di frumento. Non a caso è quando in Italia si diffondono tutta una serie di piatti e cibi a base di castagne. Tuttavia si deve continuare ad analizzare la documentazione al fine di capire se si può parlare di un effettivo sostitutivo tra la farina di frumento e quella di castagna. La produzione di castagne nonostante le forti oscillazioni annuali, da indagare meglio, si attesta intorno ai 5-6 milioni di quintali. Si nota una forte varietà di castagne fresche (Marroni, Nostrane, Scelte, Carpanesi, Carraresi, Di Carsoli) e secche
  1. La situazione cambia drasticamente a partire dalla metà del secolo. Se in un primo momento, sotto gli effetti della ricostruzione del paese dopo il IICM, le castagne si dimostrano una valida alternativa alla scarsità di altri generi alimentari (la castagna come antidoto alla fame), con il boom economico l’attenzione sulla coltivazione e l’uso della castagna viene meno. La produzione scende velocemente da circa 3 milioni allo scadere degli anni Quaranta ad appena 700.000 quintali venti anni dopo. Tutte le regioni conoscono un marcata contrazione della produzione di castagne. Tendenza confermata anche dalla politica agricola imposta dalla CE particolarmente attenta allo sviluppo di altri alberi da frutto come il pero, le pesche e le mele. Di fatto le castagne non riscuotono tale attenzione come se fossero diventate un prodotto simbolo del passato, troppo legato alla cultura contadina non più compatibile con i nuovi modelli imposti dall’industrializzazione. Sicuramente l’esodo rurale contribuì a questo cambiamento di prospettiva rendendo le castagne simbolo di una società contadina in procinto di scomparire. 
  1. Tuttavia tale “oblio” della castagna precedette di poco il suo recupero da parte della società post-industriale di fine Novecento. La castagna a partire dagli ultimi decenni del XX secolo da prodotto dimenticato diventa simbolo di un’alimentazione più legata al territorio ma anche come risorsa al servizio di un ripensamento del rapporto tra uomo e ambiente e della ricostruzione degli ecosistemi storici della penisola caratterizzati da sempre dalla presenza di frondosi castagneti. Le prossime ricerche si possono muovere in una doppia direzione: da un lato valutare il recupero dell’uso delle castagne nell’alimentazione umana nonché animale, allo stesso tempo che si dovrà verificare in che modo i castagni possono essere inseriti nei piani europei per il ripristino degli ambienti naturali. Un doppio scenario (consumo di castagne e rivalutazione dei castagneti) de portare avanti in maniera congiunta.  

Bibliografia

  • Agnoletto, Mauro, Storia del bosco. Il paesaggio forestale italiano, Roma-Bari, 2018.
  • Armiero, Marco, La ricchezza della montagna. Il bosco dalla sussistenza al superfluo, “Meridiana”, 44 (2002), pp. 65-96
  • Comba, Rinaldo, Naso, Irma, Uomini boschi e castagne, Cuneo, 2000
  • Finardi, Luigi, Il castagno, Roma, 1945
  • Melchiorre, Matteo, Per una storia degli alberi e del bosco, “Storica”, 76 (2020), pp. 91-128. 
  • Pettenella, Davide, Boschi e green economy: un progetto necessario, in Riabitare l’Italia. le aree interne tra abbandoni e riconquiste, a cura di Antonio de Rossi, Roma, 2020, pp. 471-485.
  • Piccioli, Lodovico, Monografia del castagno, Firenze, 1902
  • Relazione intorno alle condizioni dell’agricoltura nel quinquennio 1870-1874. Vol. I, Roma, 1876, pp. 461-468.
  • Vigiani, Dante, Per aumentare la produzione dei castagni, Catania, 1919.
  • Zattini, Giuseppe, Risultati della statistica agraria nel dodicennio 1909-1920, Roma, 1923

Manuel Vaquero Piñeiro

manuel.vaqueropineiro@unipg.it

Francesca Giommi

francesca giommi@unimib.it

Il castagneto come bene comune

Il castagneto come bene comune

Tommaso Somigli Russotto

Normativa e ruolo socio-economico della «Selva Forcana» di Montemurlo (1500-1800)

Keywords: Modern History; Economic History; Common Property & Fiscal State; Chestnut; Grand-Duchy of Tuscany.

L’intervento mira ad analizzare il caso della «Selva Forcana» di Montemurlo, un castagneto posseduto da una comunità rurale toscana. Il caso è stato studiato nel quadro di una ricerca finalizzata ad indagare il rapporto tra disuguaglianze economiche, tassazione diretta, inclusività politica e gestione delle risorse comuni. Rispetto alla comunità di area alpina indagate nella stessa sede, Montemurlo mostra caratteristiche peculiari. Per le prime, infatti, i beni collettivi – consistenti soprattutto in pascoli e boschi – venivano messi a reddito tramite affitto, contribuendo significativamente all’attivo municipale. Al contrario, nel caso di Montemurlo il castagneto rappresentava un costo netto, rappresentato dalle necessarie spese di guardia e manutenzione. La classe dirigente locale – un gruppo molto esclusivo rispetto al totale della popolazione – era tuttavia disposta a sopportare tali spese per garantire ai residenti l’accesso gratuito alle castagne e alla legna prodotte dal bosco. Tale accesso era particolarmente rilevante per le «famiglie povere», come vengono definite nelle Delibere del consiglio comunale, «acciò che con i frutti [della Selva] possono sostentar[si]». La tutela di questa forma di sfruttamento della risorsa era codificata a livello legale negli statuti, con norme miranti a proibire il pascolo di bestie all’interno della proprietà e la sua deforestazione. 

A fronte di ciò, dal XIV secolo fino al 1630 circa, il bosco contribuì positivamente al bilancio comunale solo attraverso l’occasionale vendita della legna comune – cioè, non di castagno. Tale modalità di gestione non venne messa in discussione fino alle epidemie del XVII secolo: quella di peste del 1629-30 e quella di tifo del 1649. Analogamente a quanto successo in gran parte della penisola questa congiuntura mise sotto pressione l’economia locale che, congiuntamente a un calo della base imponibile, dovette sopportare l’aumento delle imposizioni da parte del governo granducale. Nonostante ciò, le proposte di alienazione o affitto perpetuo – pure avanzate nel consiglio nel corso di dieci anni – non furono mai approvate. Invece, nel tentativo di «sollevare le borse di quei poveri huomini» riducendo le imposizioni locali, il consigliò optò per una forma di affitto a breve termine e soggetta a forti vincoli. Tale strategia di gestione si dimostrò scarsamente redditizia nel lungo periodo, ma permise di eliminare le spese di gestione, addossate all’affittuario, mantenendo al contempo il diritto di raccolta di castagne della popolazione. 

La funzione sociale ricoperta dalla «Selva Forcana», nonostante il valore attribuitogli dal consiglio e della popolazione – come dimostra la difesa armata del bosco contro un tentativo di privatizzazione forzata introdotto nel 1773 dal governo centrale – non pare tuttavia aver influito significativamente sull’andamento delle disuguaglianze economiche. Nel lungo periodo, l’analisi dell’indice di Gini mostra come Montemurlo abbia seguito un andamento analogo a quello delle altre comunità toscane che mostrano stabilità tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Settecento, per poi aumentare drasticamente dopo gli episodi epidemici. Il limite delle fonti utilizzate, che esclude i nullatenenti – cioè le fasce più propense ad avvalersi dei diritti di raccolta –, impedisce tuttavia di trarre conclusioni definitive in merito. In effetti, vista l’ampia diffusione della farina di castagne in Toscana, il caso invita a una ulteriore riflessione relativamente a questa classe di commons, la cui caratteristica principale era quella di fornire alla popolazione residente un accesso universale e diretto a beni di prima necessità. Sarà dunque necessario estendere la ricerca ad altri casi analoghi, individuando se possibile migliori parametri di analisi quantitativa e a raffinando l’analisi qualitativa.

Bibliografia

B. Vecchio, P. Piussi, M. Armiero, «L’uso del bosco e degli incolti», in Storia dell’agricoltura italiana, vol. III, L’età contemporanea. Dalle «rivoluzioni agronomiche» alle trasformazioni del Novecento, R. Ciangeroni, Z. Ciuffoletti, L. Rombai (eds.), Firenze, Polistampa, 2002, pp. 129-216.

Beyond Lords and Peasants. Rural Elites and Economic Differentiation in Pre-Modern Europe, F. Aparisi Romero, V. Royo Pérez (eds.), Valencia, Universitat de València, 2014.

G. Alfani, «Economic Inequality in Preindustrial Times: Europe and Beyond», in Journal of Economic Literature, 59/1, 2021, pp. 3-44

G. Alfani, F. Ammannati, «Long‐term trends in economic inequality: the case of the Florentine state, c. 1300–1800», in The Economic history review, 70/4, 2017, pp. 1072-1102.

G. Alfani, M. Di Tullio, The Lion’s Share. Inequality and the Rise of the Fiscal State in Preindustrial Europe, Cambridge, Cambridge University Press, 2019.

G. Bonan, C. Lorenzini, «Common Forest, Private Timber: Managing the Commons in the Italian Alps», in Journal of Interdisciplinary History, 52/1, 2021, pp. 1-26.

G. Bonan, C. Lorenzini, «Montagne condivise, montagne contestate. Le risorse d’uso collettivo delle Alpi orientali (secoli XVI-XIX)», in Histoire des Alpes – Storia delle Alpi – Geschichte der Alpen, 24, 2019, pp. 87-103.

G. Borelli, «Il problema degli estimi», in Economia e Storia, 1, 1980, pp. 127-130.

G. Maifreda, «Estimi, fiscalità e istituzioni in Terraferma veneta tra Cinque e Seicento. Considerazioni a partire dal caso veronese», in Ricchezza, valore, proprietà in età preindustriale: (1400-1850), G. Alfani, M. Barbot (eds.), Venezia, Marsilio, 2009, pp. 77-100.

G. V. Parigino, Beni comuni e strutture della proprietà: dinamiche e conflitti in area toscana fra basso Medioevo ed età contemporanea, Firenze, Associazione di studi storici Elio Conti, 2017.

Giovanni Cherubini, La “civiltà” del castagno in Italia alla fine del medioevo, «Archeologia medievale», 8, 1981, pp. 247-80

L. Mocarelli, «Managing common land in unequal societies. The case of the Lombard Alps in the eighteenth century», in, Ländliche Gemeingüter. Kollektive Ressourcennutzung in der europäischen Agrarwirtschaft, N. Grüne, J. Hübner, G. Siegl (eds.), Innsbruck-Wien-Bozen, Studien Verlag, (2016), pp. 138-149.

L. Rombai, A. Guarducci, L. Rossi, Beni comuni e usi civici nella Toscana di Pietro Leopoldo di Lorena, Firenze, Consiglio regionale, 2021

La gestione delle risorse collettive. Italia settentrionale, secoli XII-XVIII, G. Alfani, R. Rao (eds.), Milano, Franco Angeli, 2011.

Les élites rurales dans l’Europe médiévale et moderne, Actes des XXVIIes Journées internationals d’histoire de l’abbaye de Flaran, 9, 10, 11 septembre 2005. F. Menant, J. Jessenne (eds.), Toulouse, Presses universitaires du Mirail, 2007.

M. Bicchierai, Beni comuni e usi civici nella Toscana tardomedievale: materiali per una ricerca, Firenze, Giunta regionale toscana, 1995.

M. Di Tullio, G. Ongaro, «Gaining power. Rural élites in northern Italy during the early modern period», in The Journal of European Economic History, 1, 2020, pp. 75-109

M. Montanari, Il tempo delle castagne, in Uomini, paesaggi, storie: studi di storia medievale per Giovanni Cherubini, I, a cura di D. Balestracci, Siena, Salvietti & Baruffi, 2012, pp. 425-34.

P. Piussi, S. Stiavelli, «Storia dei boschi delle Cerbaie», in Il Padule di Fucecchio. La lunga storia di un ambiente «naturale», A. Prosperi (ed.), Roma, Edizioni di Storia e letteratura, 1995, pp. 123-136.

S. Kuznets, «Economic Growth and Income Inequality», in American Economic Review, 45/1, 1955, pp. 1-28.

Tommaso Somigli Russotto

tommaso.somiglirussotto@unimib.it
Ph.D. – Scienze Archeologiche, Storiche e Storico Artistiche. Postdoctoral Researcher – Università degli Studi di Milano-Bicocca. Department of Economics, Management and Statistics

Il castagneto come bene comune

Il sistema agroecologico del Castagneto

Michele Salvan, Rachelle Stentella, Giuseppe De Santis

Keywords: Chestnuts, Agro-Biodiversity, Food Security, Rural Development, Inner Area

Il programma On Food nella componente PNRR NAFFPP coordinato dal Research Center Best4Food ha visto il contributo dell’associazione di Rete Semi Rurali ETS, impegnata dal 2008 in Italia e all’estero nella tutela e promozione della biodiversità coltivata, in collaborazione con enti del terzo settore quali associazioni di scopo in ambito agro-alimentare, distretti biologici e rurali. Il contributo di RSR all’interno del progetto ha riguardato soprattutto l’analisi del sistema castanicolo italiano, evidenziando gli elementi strutturali della transizione tra i sistemi tradizionali (pre-rivoluzione industriale) e quelli contemporanei. 

In particolare, Rete Semi Rurali si è occupata di fotografare le condizioni attuali a livello regionale e nazionale, cercando di far emergere i limiti e le potenzialità delle filiere castanicole. L’analisi ha riguardato principalmente gli areali collinari e montani Alpini ed Appenninici. Il documento ha incluso aspetti botanici, fitopatologici, entomologici e socioeconomici. Infine, sono state prese in considerazione le Politiche di Sviluppo Rurale, nelle principali Regioni con produzioni castanicole rilevanti, attraverso la valutazione comparata dei progetti dedicati allo sviluppo delle filiere castanicole finalizzate alla produzione di frutti, legname e altri prodotti. Negli ultimi 50 anni il settore castanicolo italiano ha subito un triplice processo di abbandono, perdita di interesse e centralità oltre che di concentrazione geografica della superficie coltivata, attestandosi attorno a tre epicentri principali (Piemontese Sud-Occidentale, Tosco-Emiliano e Calabro-Campano): questi sono stati sostenuti sia in termini di politiche territoriali, di strumenti economici e logistici, oltreché di ricerca. 

La castanicoltura del Secondo Dopoguerra è stata caratterizzata dal progressivo abbandono dei paesaggi castanicoli tradizionali, al tempo diffusi su ampia scala territoriale e caratterizzati da una centrale rilevanza sociale e culturale per le comunità soprattutto delle “terre alte”. Grazie al valore economico dei prodotti e alla multifunzionalità che contraddistingue i sistemi castanicoli, negli ultimi vent’anni si è osservata una ripresa di interesse, e una più puntuale valorizzazione delle filiere castanicole inserendole all’interno della più ampia strategia dello sviluppo rurale e montano. La multifunzionalità è l’elemento di valore delle filiere castanicole, sia sul piano di erogazione dei servizi ecosistemici (stoccaggio di carbonio e idrico, resistenza all’erosione, impollinazione, etc), sia grazie alle diverse produzioni economiche associate al castagno. 

Chiamato “fenice botanica” e “maiale dei boschi”, è un albero dalle molteplici filiere: legname da opera paleria, combustibile, materiale per la produzione di carbone vegetale, frutti, foglie, nettare e melata (convertiti in miele), combustibile, tannini e inchiostri, e produzioni accessorie come quella di funghi simbionti. Le tipologie di allevamento (ossia gli schemi utilizzati per regolare lo sviluppo vegetativo delle piante, e come corollario forma e dimensioni della pianta di castagno nel corso del suo sviluppo) e sesti d’impianto (cioè la disposizione delle piante coltivate in un sistema forestale) in base ai diversi contesti agro-pedo-climatici, e la sua relazione nei possibili sviluppi di filiera. Sono inoltre state valutate le avversità più rilevanti negli ultimi decenni, in termini di conseguenze sulle filiere e di strategie di contenimento (scelta delle cultivar, strategie di lotta biologica). E’ stata altresì svolta un’attività di descrizione delle “cultivar locali” in Italia. 

Da questo punto di vista il panorama varietale risulta da un lato estremamente ricco e al contempo disomogeneo e disperso, e con tentativi di valorizzazione con Indicazione Geografica Tipica su scala limitata. Tra i risultati finali di progetto sono state prodotte due schede tecniche e podcast utili a descrivere alcuni casi studio di buone pratiche nelle selve castanicole, includendo componenti legate ai paesaggi agrari forestali e alla sostenibilità ambientale, economica, e sociale di queste iniziative di sviluppo rurale e montano.

Bibliografia Essenziale

  • Agnoletto, M., Storia del bosco. Il paesaggio forestale italiano, 2018, Roma-Bari.
  • Bellini, E.,  Il Castagno e le sue risorse. Immagini e Considerazioni, 2002, Edizioni Polistampa.
  • Bertand, B., L’erbario boscoso, 2008, Plume de carotte.
  • Luciana e Lucia Bigliazzi. Il Castagno fra le Attenzioni Dedicate ai Boschi dai Georgofili nei loro primi 100 anni, 2002, Edizionipolistampa.
  • Bourdu, R., Le Châtaignier, 1996, Actes sud.
  • Bourgeois, C., Il castagno , 1992, IDF.
  • Breisch, H., Castagne e castagne , 1995, CTIFL.
  • Cherubini, G., La ‘civiltà del castagno alla fine del Medioevo, in ídem, L’Italia rurale, cit., pp. 147-171, 291-305. 
  • Conedera, M., Jermini, M., Sassella, A., Sierber, T.N., Caratteristiche del frutto e principali agenti infestanti
  • PRODOTTI NON LEGNOSI – Prima Parte, 2005, WSL, Sherwood, N.107 Gennaio
  • Cortonesi. A., I Paesaggi dell’Albero nell’Italia Medioevale (Secoli XII-XIV), 2013, Università della Tuscia. Norba. Revista de Historia, ISSN 0213-375X, Vol. 25-26, 2012-2013, 149-158.
  • Gariboldi, L., Atlante della Flora, 2009, Quaderni del Parco delle Groane.
  • Manetti, M.C., Castellotti, T., Conedera, M., Romano, R., Corona, P., Maltoni, A., Tani, A., Mariotti, B., “Linee Guida per la gestione selvicolturale dei castagneti da frutto”: uno strumento tecnico-informativo della Rete Rurale Nazionale, 2019, ACTA Italus Hortus 25. Castanea. 
  • Mariotti B., Castellotti T., Conedera M., Corona P., Manetti M.C., Romano R., Tani A., Maltoni A., Linee guida per la gestione selvicolturale dei castagneti da frutto. Rete Rurale Nazionale 2014-2020, Scheda n. 22.2 – Foreste, Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria, 2019, Roma, ISBN 978-88-3385-017-7.
  • Manetti M.C., Becagli C., Carbone F., Corona P, Giannini T., Romano R., Pelleri F., Linee guida per la selvicoltura dei cedui di castagno. Rete Rurale Nazionale, Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria, 2017, Roma, ISBN: 9788899595579. 
  • Protasi, M.R., Sonnino, E., Politiche di popolamento: colonizzazione interna e colonizzazione demografica nell’Italia liberale e fascista. SIDeS, «Popolazione e Storia», 2003, 1/2003, pp. 91-138. 
  • Rao, R.. Una civiltà del castagno: uomini e boschi nell’Appennino ligure-piemontese durante l’apogeo del medioevo (secoli XII – metà XIV), 2013, Memorie. 
  • Regione Piemonte, “Castagneti da Frutto in Piemonte” pubblicazione realizzata nel 2020 nell’ambito della collana “Le guide selvicolturali” della Regione Piemonte, 2020, ISBN 978-88-96046-07-4 
  • Rubettino, O., Storia del Pensiero Forestale, 2014, Rubettino. 
  • Sambo, A., Tesi di Laurea Magistrale. La diffusione del castagno nei territori veneti tra Medioevo e prima Età Moderna Una prospettiva storico-ambientale, A.A. 2021\2022. 
  • Sauvezon, R. e A., Castagne e castagneti, 2000, Edisud. 
  • Ubaldi, D., La Vegetazione Boschiva d’Italia, 2008, Manuale di Fitosociologia Forestale, Clueb. 
  • Tordjmann, N., Fichaux, C., Il castagno, 1999, Actes Sud. 

Sitografia Essenziale

Il castagneto come bene comune

La castagna: un passato, molte storie.

Laura Prosperi, Luca Mocarelli

Ducato di Milano, XVI-XIX secolo

Keywords: Food history, Chstnuts, Diet, Food Security, Duchy of Milan, Early Modern and Modern Age.

La castagna (Castanea sativa, Mill) è un frutto di notevole versatilità, capace di coprire spazi e funzioni alimentari molto distanti tra loro: nel farlo essa abbraccia utilizzi che vanno dal puro sostentamento in contesti di auto-approvigionamento al consumo di pregio come prodotto ad alto valore aggiunto all’interno di reti commerciali di raggio internazionale. Questo contributo si focalizza sulla diversificazione di queste funzioni alimentari all’interno del contesto dello Stato di Milano in epoca moderna ed indaga in particolare la funzione di staple food nella popolazione locale con un’attenzione agli stili alimentari e ai consumi dell’entroterra.

Per quanto il riferimento al frutto sia contenuto nell’ordinamento annonario – ed in particolare nelle disposizioni delle gride generali emanate nella seconda metà del Cinquecento che rimangono a fondamento del sistema annonario statale per circa due secoli – le castagne non compaiono nella contabilità di stato sino alla fine del Settecento.  Come comprovato da alcune serie del fondo catasto, dove la disponibilità di castagne è attestata in maniera sorprendentemente capillare nella sezione dell’arco alpino che insiste su Milano, Como e Lecco, le ragioni di quest’assenza nella documentazione cittadina non sono ascrivibili ad una presenza insignificante sul territorio montano e pedemontano lombardo, ma piuttosto al ruolo residuale che le castagne ricoprivano tanto nella dieta che nel mercato cittadino ed in particolare nella produzione di farina panificabile nel contesto urbano.

Commercializzate nel peculiare circuito dei maronari, ovvero raccoglitori e venditori svizzeri per i quali le castagne costituivano la merce prevalente se non esclusiva, esse risultavano disponibili sui mercati milanesi, ed in particolare al Broletto, lungo tutti mesi invernali, da ottobre a febbraio. La frequenza di scontri tra i maronari e i fruttivendoli autorizzati, tuttavia, rivela attriti corporativi tutt’altro che trascurabili e una connotazione sociale spesso ai margini del corpo sociale.  

I fruttivendoli autorizzati spesso accusano i maronari di non limitare il loro smercio alle sole castagne, ma di approfittare di una licenza esclusiva sul prodotto per estendere i loro traffici a molti altri frutti, con loro grave danno. Nelle pieghe della copiosa documentazione che accompagna questo genere di conflitti possiamo cogliere il disagio estremo di detti maronari, spesso muniti di fede di miserabilità, vale a dire di un riconoscimento istituzionale della loro condizione di bisognosi in termini assoluti. A fronte di queste note sullo smercio cittadino delle castagne e del ristretto margine di guadagno che il loro commercio sembra garantire in alcuni casi, resta la necessità di comprendere la considerazione e il tipo di controllo istituzionale ad esse riservato. Unico frutto a rientrare nelle disposizioni che riguardano le biade, ovvero essenzialmente cereali (a Milano prevalentemente frumento, segale e miglio a cui si accosta nel corso del Settecento il mais) e legumi (tra gli altri, fagioli, ceci, piselli e fave), le castagne affiorano nella contabilità di stato solo negli ultimi decenni del Settecento, in corrispondenza allo smantellamento del sistema annonario da parte del governo austriaco. Nel percorso normativo che conduce alla liberalizzazione del mercato, e nell’allerta pubblica di possibili carenze alimentari da questa generate, le castagne e la loro effettiva disponibilità tornano ad essere di interesse delle magistrature pubbliche. Non solo per la prima volta compaiono dunque, accanto a cereali e legumi, le quantità disponibili in città, ma esse vengono spesso menzionate nei dibattiti che accompagnano l’erogazione di nuove leggi come risorsa di compensazione in caso di penuria cerealicola. Il contributo analizzerà il ruolo delle castagne nell’ambito della food security e delle politiche di welfare milanesi, ovvero nelle distribuzioni e nelle mense degli istituti pii e caritatevoli locali.

Laura Prosperi

laura.prosperi@unimib.it

Luca Mocarelli

luca.mocarelli@unimib.it

Il castagneto come bene comune

Il tesoro di San Martino

Bruno Farinelli, Matteo Stroppiana

Gestione ed economia del castagno in Valle Pesio (XVII-XIX sec.)

Keywords: Chestnut, Piedmont, Carthusian monastery, Socioeconomic History, Food History

Il castagno è stato per secoli una risorsa di estrema importanza nelle aree alpine e pedemontane, sostenendo una larga parte del fabbisogno alimentare delle popolazioni locali. Nel Piemonte sud-occidentale il castagno ha avuto storicamente un ruolo di primo piano e la provincia di Cuneo, in particolare, è divenuta nel tempo una delle aree di maggior produzione castanicola a livello nazionale. Pur essendosi fortemente ridotta la superficie delle foreste castanili rispetto a inizio Novecento, la produzione ha mantenuto livelli qualitativi molto alti grazie a frutti come il Re Marrone o la Castagna di Cuneo, a cui nel 2007 è stata riconosciuta l’indicazione geografica protetta. Tale riconoscimento è stato anche il risultato della rinata Fiera del Marrone di Cuneo a fine anni Novanta che ha ripreso una tradizione interrotta con lo scoppio del secondo conflitto mondiale.

La castanicoltura cuneese ha le sue origini nei secoli centrali del Medioevo, come dimostrano gli studi condotti da Rinaldo Comba e Riccardo Rao, e le sue radici nella Valle Pesio, valle delle Alpi Liguri ricca di foreste coltivate a castagno sin dal XII secolo. La loro gestione non fu solo garantita dalle comunità locali ma anche da grandi istituzioni religiose, fra cui la più importante fu sicuramente la Certosa di Pesio. Fondata nel 1173, la certosa gestì e sfruttò per secoli le grandi risorse castanicole e più in generale forestali della valle. La grande proprietà ecclesiastica della Certosa si dissolse solo nel 1803, a seguito delle soppressioni napoleoniche, che produssero una frammentazione e una privatizzazione anche delle proprietà forestali. Nel corso dei secoli dell’età moderna l’istituzione della Certosa fu centrale nel garantire livelli produttivi idonei al fabbisogno delle comunità valligiane ma anche ad alimentare il flusso verso il mercato di riferimento di Cuneo. Le foreste castanili non furono una risorsa solo sotto il profilo alimentare ma anche sotto quello energetico. La Certosa dovette dunque affrontare la concorrenza di altri attori territoriali, soprattutto manifatturieri, interessati a un diverso sfruttamento della risorsa, al fine di garantire la salvaguardia del suo patrimonio forestale.

Il nostro contributo vuole quindi focalizzarsi sulla gestione del patrimonio forestale e sulla produzione castanicola della Certosa di Pesio dal XVII al XIX secolo. La scelta di concentrarsi su questi secoli è motivata dal fatto che in questa fase la costruzione della grande proprietà ecclesiastica certosina, iniziata negli ultimi secoli del Medioevo, era stata già completata e consolidata. La fase moderna risulta dunque di maggiore interesse per lo studio della gestione del territorio e per analizzare il ruolo svolto dalla produzione castanicola nei rapporti tra l’area montana e il mercato di riferimento di Cuneo, anche in considerazione dell’evoluzione demografica della città che passò dai circa 6.000 abitanti di fine Cinquecento ai quasi 20.000 di inizio Ottocento. Il contributo mira inoltre a evidenziare le differenti strategie messe in atto al fine di garantire la sostenibilità della produzione castanicola e quale ruolo abbia svolto questa risorsa in particolari congiunture critiche.

Bibliografia

Bertolino A., Carrara S., Gentile P., La Certosa di Pesio: 850 anni di storia e spiritualità nelle Alpi Liguri, Atti della giornata di studi Certosa di Pesio, 7 ottobre 2023, Bollettino della Società per gli studi storici, archeologici ed artistici della Provincia di Cuneo, Cuneo, 2024. 

Bruneton-Governatori A., Alimentation et idéologie : le cas de la châtaigne, in «Annales. Économies, Sociétés, Civilisations», 39-6, 1984, pp. 1161-1189.

Cherubini G., La “civiltà” del castagno in Italia alla fine del medioevo, «Archeologia medievale», 8, 1981, pp. 247-80.

Comba R., Naso I. (a cura di), Uomini, boschi, castagne. Incontri nella storia del Piemonte, Cuneo, Società per gli studi storici della Provincia di Cuneo, 2000, pp. 33-63.

Cortonesi A., Il Medioevo degli alberi. Piante e paesaggi d’Italia (secoli XI-XV), Carocci, Roma, 2022, pp. 197-232; 

Pitte J. R., Terres de Castanide. Hommes et paysages du Châtaignier de l’Antiquité à nos jours, Fayard, Paris, 1986. 

Rao R., Una civiltà del castagno: uomini e boschi nell’Appennino ligure-piemontese durante l’apogeo del medioevo (secoli XII – metà XIV), in «Archivio Storico Italiano», 171-2, 2013, pp. 207-228.

Bruno Farinelli

PhD – Università degli Studi di Milano-Bicocca, Dipartimento di Economia, Metodi quantitativi e Strategie d’impresa;

Matteo Stroppiana

PhD student – Università di Pavia, Dipartimento di Studi Umanistici

Il castagneto come bene comune

Por marà che ia nan arbor 

Barbara Aiolfi

Un’indagine etnografica sul foraging e le filiere agro-silvo-pastorali

abbandonate o rivalorizzate nelle Alpi Centrali -Val Saviore

Parole chiave: etnografia, Alpi Centrali, Val Savione, foraging, aree interne, biodistretto, filiera

Por marà che ia nan arbor è una espressione locale utilizzata per schernire gli abitanti del paese di Saviore dell’Adamello (marà) che situato ad oltre 1000 metri di altitudine è caratterizzato da boschi di alta quota, quindi senza piante di castagno (arbor). Un detto andato in disuso e abbandonato come molti castagneti di queste montagne, considerati in passato un vero e proprio patrimonio familiare e territoriale. Negli ultimi cinquanta anni, il bosco, i suoi  frutti e le filiere agro-pastorali ad esso connesse hanno modificato la loro forma e mostrano oggi uno stato di abbandono e di spopolamento che in realtà è ricco di significati culturali, ecologici ed economici: si assiste a  perdite di forma di residenza che lasciano dietro di sé dei vuoti pieni di tracce e di possibilità di futuro (Viazzo in AA.VV 2023). Questo studio etnografico si colloca in una prospettiva interdisciplinare che ha permesso di descrivere le terre montane come un ampio e vivace sistema di relazioni aperto verso l’esterno e disponibile al cambiamento e all’innovazione (Mocarelli 2024). È proprio da un punto di vista decisamente non marginale, anche storicamente, che è possibile indagare il foraging, le attività agro-silvo-pastorali e il ruolo delle aziende del Biodistretto Val Camonica, come potenziali ambiti strategici delle politiche agro-alimentari non solo delle aree interne.

Il foraging si identifica, in certi casi, come alimurgia o fitoalimurgia, ma per chi quotidianamente frequenta il mondo vegetale questa pratica non implica necessariamente uno stato di necessità o di carestia ma piuttosto un atteggiamento vigile, inter-connesso e condiviso, attento a mettere a frutto ogni risorsa disponibile e commestibile (Favole 2024). In queste montagne, in cui hanno quasi tremila nomi, si tratta di erbe ad uso alimentare come lo spinacio selvatico, l’ortica, l’aglio orsino, il luppolo, il tarassaco ma anche lichene islandico, uva orsina, ginepro, arnica montana usati prevalentemente a fini fitoterapici. I saperi dell’incolto, che si stanno perdendo, non sono solo saperi legati al mondo delle raccoglitrici e della pastorizia, ma forme di consapevolezza dell’interdipendenza delle forme di vita la cui esistenza si intreccia e rende possibile quella degli umani stessi; sono saperi di una economia agro-pastorale storicamente intrecciata anche all’economia del castagno, delle erbe selvatiche e della cura dei boschi.  

In questo territorio, il foraging, le conoscenze e le pratiche ad esso connesse, rischiano di essere relegate a forme di turismo lento e di consumo individuale di rimedi fitoterapici ben diverse quindi da quelle attività che hanno dato vita ad un alfabeto e un sapere collettivo e socializzato oltre che a forme strutturate di economia locale. Questa ricerca avrebbe quindi anche l’ambizione di indagare il ruolo storico perduto del commercio della raccolta delle erbe selvatiche,  registrato sia da testimonianze orali che da contabilità locali (Arietti, 1935): rilevanti commerci che attraverso la ferrovia, arrivavano alle aziende farmaceutiche estere oppure attraverso i pastori, all’epoca della transumanza, sino in pianura. 

Alcune aziende agricole del Bio-distretto Val Camonica oltre a coltivare cereali “resilienti” (segale e frumento) stanno sperimentando forme di impresa, solidale e collettiva, nella trasformazione e commercializzazione delle erbe officinali. Spesso sono realtà imprenditoriali di persone e famiglie che vengono a vivere per scelta in montagna, abitanti “non originari” che hanno l’aspettativa di essere supportati dalla Comunità Montana mentre, come emerge dalle interviste, spesso non sono percepiti come parte della comunità né dagli abitanti della valle né dalle istituzioni politiche locali e quindi divengono insostenibili economicamente  e socialmente. 

Osservare il ruolo oggi “negletto” e marginale delle erbe cosiddette di “uso tradizionale” permette di svelare e rende visibili le relazioni tra i pochi residenti, i ri-abitanti, le narrazioni delle politiche, il ruolo contemporaneo delle filiere agro-pastorali e del consumo alimentare ma soprattutto le spesso trascurate interdipendenze con le nature: il ghiacciaio Adamello e i monti circostanti, l’acqua e la sua energia, i boschi, i castagneti, i pascoli, gli animali selvatici e allevati.

Aglio orsino (Allium  urisinum)

Le prime foglie fotografate il 12 febbraio 2025 da Ornella (esperta raccoglitrice Val Camonica). 

Sono ricche di vitamina C, si trovano sulle rive dei torrenti e dei fiumi. È un erba saporitissima basta qualche foglia mescolata all’insalata oppure si può fare il pesto

Bibliografia 

AA.VV., Sguardi in quota, Special Focus, Antropologia Rivista, Vol.10 No.2, 2023, Ledizioni, Milano.

Arietti, N., Flora medica ed erboristica del territorio bresciano. Indagine sulla consistenza e possibilità di sfruttamento del naturale patrimonio della provincia di Brescia nel campo della erboristeria, 1965, Fratelli Geroldi Editore, Brescia.

Bona, E., (2023), I nomi dialettali dei vegetali spontanei di interesse alimentare, Passirano, Tipolitografia Pagani.

Favole, A., La via selvatica. Storie di umani e non umani, 2024, Laterza, Bari.

Mocarelli, L., Reti di distribuzione, integrazione commerciale e consumi nelle Alpi preindustriali. In L. Lorenzetti, R. Leggero (a cura di), I servizi di prossimità come beni comuni: una nuova prospettiva per la montagna (pp. 19-37), 2024, Donzelli, Roma.

Mosse, D., (2004), Is good policy unimplementable? Reflections on the ethnography of aid policy and practice, Development and Change, 35(4), pp. 639-671.

Van Der Ploeg, J.D., (1993), Potatoes and knowledge, in  Hobart M., a cura di, An anthropological critique of development. The growth of ignorance, London, Routledge, pp. 209-227.

Barbara Aiolfi

barbara.aiolfi@unimib.it