AGROECOLOGIA: ENERGIA VITALE PER IL GREEN DEAL DELL’AGRICOLTURA EUROPEA

AGROECOLOGIA: ENERGIA VITALE PER IL GREEN DEAL DELL’AGRICOLTURA EUROPEA

AEMED 2025: 1° CONGRESSO DI AGROECOLOGIA DEL MEDITERRANEO SCIENZA PRATICA MOVIMENTO

Comunicato stampa

Iniziato oggi ad Agrigento il primo Congresso di Agroecologia del Mediterraneo con oltre 400 partecipanti rappresentanti di 28 diversi Paesi di 4 continenti Europa, Africa, Asia, Americhe.

L’Associazione Italiana di Agroecologia e le Associazioni aderenti (Collettivo Rizosfera, Deafal, Lipu, Rete Semi Rurali, WWF) con la Carovana dell’Agroecologia hanno portato nei mesi scorsi i temi del Congresso nei territori di 10 regioni italiane.

Partita oggi la quattro giorni, dal 9 al 12 giugno, del 1° Congresso di Agroecologia del Mediterraneo (AEMED 2025) organizzato congiuntamente da AIDA (Associazione Italiana di Agroecologia), AIAF (Associazione Italiana di Agroforestazione) e dal Coordinamento Agroecologia Sicilia, nella splendida cornice della Valle dei Templi di Agrigento, capitale italiana della cultura 2025. L’evento ha il patrocinio di Agroecology Europe per evidenziare il legame e il dialogo tra i protagonisti dell’Agroecologia del Mediterraneo e l’Agroecology Europe Forum che si terrà a Malmo (Svezia) dal 2 al 4 ottobre di quest’anno.
Il Congresso AEMED 2025 offre l’opportunità di condividere tra i numerosi partecipanti i risultati della ricerca scientifica, le esperienze pratiche in campo, le attività dei movimenti e discutere strategie e metodi dell’agroecologia per il cambiamento dei sistemi agroalimentari del Mediterraneo e del Pianeta. Per AIDA e le Associazioni aderenti (Collettivo Rizosfera, Deafal, Lipu, Rete Semi Rurali e WWF) da questo primo Congresso di Agroecologia del Mediterraneo, quarto Convegno nazionale di Agroecologia, deve ripartire la transizione ecologica dei nostri sistemi agroalimentari, confermando l’attualità e l’urgenza degli obiettivi del Green Deal europeo. Il Congresso vuole essere anche l’occasione per promuovere un grande movimento per l’Agroecologia in Italia e nel Mediterraneo per la trasformazione dei modelli di produzione e consumo del cibo e delle materie prime di origine agricola, per renderli più rispettosi della natura e più rigenerativi, per costruire resilienza nelle catene di approvvigionamento, nei paesaggi e nei mezzi di sussistenza delle comunità umane, garantendo il diritto a un cibo sano e un lavoro dignitoso per tutti, attraverso uno sviluppo sociale ed economico inclusivo, giusto e culturalmente appropriato al contesto dei diversi territori. Nessun altro settore come l’agricoltura ha la stessa opportunità, attraverso l’agroecologia, di contribuire in modo significativo alla soluzione delle crisi ambientali globali e locali del cambiamento climatico e della perdita della biodiversità, migliorando al contempo la vita di intere popolazioni. Si tratta di un obiettivo particolarmente ambizioso perché l’area del Mediterraneo è oggi uno degli esempi più evidenti delle ferite dello sfruttamento, passato e presente: vi si intrecciano conflitti, migrazioni forzate oltre all’impatto crescente della crisi climatica. Come stiamo vedendo a Gaza, dove terra, acqua e cibo vengono usati come armi e i sistemi agricoli vengono sistematicamente distrutti, tutto ciò è insostenibile socialmente e ambientalmente. L’agroecologia affonda le sue radici nel rispetto dei diritti umani, perché non è solo un metodo di coltivazione ma un percorso che rappresenta per tutti i popoli uno strumento per affermare la libertà e la propria sovranità alimentare, per contribuire al ripristino dell’ambiente e affermare la dignità del lavoro. Il Congresso internazionale avvia oggi i suoi lavori con dei numeri straordinari, 416 iscritti provenienti da 28 Paesi di 4 continenti (Italia, Spagna, Estonia, Israele, Irlanda, Cechia, Regno Unito, Germania, Algeria, Stati Uniti, Grecia, Malta, Canada, Tunisia, Croazia, Brasile, Portogallo, Turchia, Francia, Paesi Bassi, Belgio, Svizzera, Slovenia, Palestina, Cisgiordania, Iran, Argentina, Cile) e oltre 250 pubblicazioni scientifiche ed esperienziali che evidenziano la ricchezza e il dinamismo della ricerca, dell’innovazione, delle buone pratiche dell’Agroecologia.
Il programma delle attività congressuali prevede tre giornate con sessioni tematiche e sessioni Poster (9, 10 e 12 giugno) di confronto tra scienziati, tecnici e agricoltori e una giornata speciale con visite in aziende agricole del territorio (11 giugno), durante la quale gli agricoltori illustreranno direttamente sul campo le loro pratiche agroecologiche e i risultati conseguiti.
L’Associazione Italiana di Agroecologia (AIDA) e le Associazioni aderenti negli ultimi sei mesi hanno promosso la “Carovana dell’Agroecologia”, con 17 eventi organizzati in 10 regioni italiane (scheda allegata), per portare nei territori i temi che saranno discussi nel Congresso di Agrigento e raccogliere dal basso istanze, aspettative, proposte, degli agricoltori italiani e altri attori sociali e della scienza, per una autentica transizione agroecologica dei sistemi agroalimentari. Le voci dei protagonisti degli eventi della “Carovana dell’Agroecologia” saranno portate nel Congresso di Agrigento da AIDA con uno specifico evento che si terrà nell’Open Space del Palacongresso il 10 Giugno dalle ore 17.00 alle 18.00.

Sarà inoltre possibile seguire la cronaca dei lavori del Congresso attraverso i canali social di AIDA e del Coordinamento Agroecologia Sicilia: AIDA

Linkedin: https://www.linkedin.com/company/associazione-italiana-di-agroecologia-aida/posts/?feedView=all

Coordinamento Agroecologia Sicilia – Istagram: https://www.instagram.com/coordinamentoagro/

Facebook: https://www.facebook.com/profile.php?id=100095220070708

Sito Ufficiale del Congresso – https://www.coordinamentoagroecologia.org/aemed2025/

Roma, 9 giugno 2025
Comunicato stampa inviato a cura dell’Ufficio stampa WWF Italia per conto di AIDA

L’Associazione Italiana di Agroecologia – AIDA: È un’Associazione che si fa portavoce in Italia della visione
agroecologica dei sistemi agricoli ed alimentari, in sinergia con altri enti e istituzioni che operano a livello nazionale e
internazionale in tale ambito. L’Associazione unisce operatori e ricercatori provenienti da ambiti diversi per promuovere un
approccio multidisciplinare e multiscalare. L’agroecologia è una scienza che studia il funzionamento degli agroecosistemi, un
insieme di pratiche per coltivare e produrre in modo più sostenibile, un movimento per la trasformazione dei sistemi
agroalimentari. Si basa su un approccio sistemico, olistico, interdisciplinare e transdisciplinare. Aderiscono ad AIDA le seguenti
Associazioni e reti nazionali: Collettivo Rizosfera, Deafal, Fondazione ACRA, LIPU – BirdLife Italia, Rete Semi Rurali, WWF
Italia. Maggiori informazioni sul sito Web: https://www.agroecologia.eu/


2°Eastern Africa Agroecology Conference

2°Eastern Africa Agroecology Conference

Dal 25 al 27 Marzo Rete Semi Rurali è presente a Nairobi alla 2° Eastern Africa Agroecology Conference 2025, nell’ambito del Progetto AfriFOODlinks in collaborazione con l’ong ACRA. L’evento è dedicato ai sistemi alimentari agro-ecologici dai campi alle tavole, con particolare attenzione ai quelli dell’Africa Sub-Sahariana Orientale. Si tratta di un evento di estrema rilevanza per le comunità di agricoltori, attivisti e ricercatori che si occupano di salvaguardia delle sementi e di comunità del cibo a livello nazionale e internazionale, in particolare per l’attenzione alle tematiche dell’advocacy, l’accesso ai fondi, l’adattamento delle politiche nazionali, la scalabilità delle buone pratiche, e della gestione orizzontale e inclusiva dell’agro-biodiversità.

La conferenza è stata inoltre una preziosa occasione di conoscenza e scambio di buone pratiche agro-ecologiche, condivisione di prospettive, coordinamento di attività e divulgazione di risultati positivi nell’ambito della gestione partecipativa della biodiversità e l’attività delle Casa delle Sementi Comunitarie.
Rete Semi Rurali, che partecipa all’evento presentando 2 poster dedicati alle popolazioni dinamiche di riso e alle Case delle Sementi Comunitarie, conferma la sua natura pienamente “Glocale”, fortemente radicata e attiva nel suo contesto di nascita, e al contempo capace di proiettarsi in una dimensione internazionale, intessendo collaborazioni e stabilendo collaborazioni fattive con soggetti operanti nella gestione partecipativa dell’agro-biodiversità in Europa come in Africa Sub-Sahariana.

 


Biodiversità coltivata e politiche del cibo

Biodiversità coltivata e politiche del cibo

A che punto siamo?

di María Carrascosa García – Rete Spagnola dei Comuni per l’Agroecologia e Francesca Gori – Rete Semi Rurali

Nel mese dedicato alla biodiversità, è importante analizzare in che misura e con quali modalità essa viene integrata nelle Politiche Locali del Cibo (PLC) e nelle agende urbane. Le politiche del cibo rappresentano un tema sempre più centrale nei programmi di governance urbana e sono oggetto di sperimentazioni che coinvolgono processi e approcci differenziati. Elemento chiave di queste esperienze è la necessità di una transizione agroecologica.
Tuttavia, nell’ambito delle sperimentazioni e delle discussioni su cosa debbano essere le PLC e come dovrebbero strutturarsi, il tema della biodiversità coltivata, delle sementi, della diversificazione produttiva e alimentare rimane ancora troppo marginale. Come rimane marginale la rappresentanza del mondo agronomico rispetto alla presenza di urbanisti, economisti e sociologi negli spazi di discussione dedicati alle politiche del cibo.
Si è da poco concluso (29-30 aprile 2025) il Primo Simposio Europeo “Promuovere la biodiversità coltivata attraverso politiche locali del cibo”, ospitato dalla città di Granollers (Area Metropolitana di Barcellona) e organizzato dallo stesso Comune insieme alla Rete Spagnola dei Comuni per l’Agroecologia (RMAe), nell’ambito del progetto europeo Horizon 2020 LiveSeeding (liveseeding.eu). L’obiettivo del Simposio era proprio quello di avviare un dialogo su possibili azioni che integrano la biodiversità coltivata nelle politiche locali del cibo, poiché sistemi alimentari diversificati sono essenziali per garantire una gestione sostenibile del territorio e tutelare la nostra salute.
Abbiamo avuto il piacere di conversare con María Carrascosa, Project Manager di RMAe e organizzatrice del Simposio, sul ruolo attuale della biodiversità coltivata nelle agende urbane. Il contesto da lei delineato ha scaturito la nascita – all’interno del Simposio – di un Manifesto redatto e approvato come una chiamata condivisa all’azione.

Come mai la biodiversità coltivata non è ancora un tema centrale nelle agende urbane?
Attualmente le politiche locali del cibo sono ancora in una fase iniziale e sperimentale, e sono poche le municipalità che le sviluppano e implementano in modo strutturato ed efficace. A ciò si aggiunga il fatto che la biodiversità coltivata rimane un tema marginale non solo nelle politiche, ma anche all’interno del settore agricolo, della produzione agricola e delle alternative al sistema alimentare dominante. Questa scarsa attenzione si riflette inevitabilmente anche nelle politiche locali.

Non è possibile sviluppare politiche locali del cibo efficaci senza riconoscere l’importanza della biodiversità coltivata

In altre parole, se il tema delle sementi e della biodiversità coltivata è ancora considerato secondario nel settore agricolo, il suo ruolo sarà ancor più marginale nelle politiche del cibo delle città.

Esistono esempi virtuosi di politiche locali che promuovono la biodiversità coltivata?
Un esempio significativo è quello della città spagnola di Granollers, in Catalogna, che ha ospitato il Simposio. Qui, grazie a un’iniziativa della società civile, è stata creata una casa delle sementi, e il comune è attivamente coinvolto nella cogestione di questa struttura, che distribuisce semi a cittadini e produttori locali desiderosi di utilizzare e moltiplicare varietà tradizionali. Inoltre, nel mercato contadino, che si tiene ogni sabato, il comune ha introdotto requisiti relativi all’uso delle sementi per l’assegnazione degli spazi: vengono infatti attribuiti più punti ai produttori che utilizzano i propri semi. La casa delle sementi offre anche semi e piantine di varietà locali per progetti scolastici di orti urbani.

Quali sono le azioni più urgenti che le municipalità dovrebbero adottare per promuovere la biodiversità coltivata?
La priorità è riconoscere che la biodiversità coltivata è parte integrante del sistema alimentare. Non è possibile sviluppare politiche locali del cibo efficaci senza includere questo aspetto.
Una volta compreso questo principio, è possibile mettere in atto diverse azioni mirate a rafforzare la presenza della biodiversità coltivata. Ad esempio, nell’ambito del Patto di Milano (MUFPP), sarebbe fondamentale coinvolgere le organizzazioni che si occupano di biodiversità coltivata nei Consigli del Cibo municipali.
Altrettanto importante potrebbe essere la creazione di case delle sementi per promuovere il recupero delle varietà
locali. Le municipalità potrebbero, inoltre, sostenere la produzione di semi attraverso strutture pubbliche o incubatori per imprese che operano nel settore delle sementi biologiche. Infine, è essenziale incentivare la presenza di prodotti da sementi locali e biologici nelle forniture pubbliche.
Il simposio recentemente concluso ha visto un ampio dibattito su questi temi, con la partecipazione di 110 persone, tra cui rappresentanti di municipalità, istituzioni, ricercatori e organizzazioni della società civile.
L’evento ha gettato le basi per portare la biodiversità coltivata al centro dell’agenda politica dei comuni, con l’auspicio che possa lasciare un’eredità duratura attraverso azioni concrete da parte delle municipalità e una rinnovata consapevolezza tra gli attori coinvolti nelle Politiche Locali del Cibo.


COP16 BIODIVERSITÀ

COP16 BIODIVERSITÀ

Timidi passi in avanti verso il 2030

di Franco Ferroni – WWF Italia

Si sono svolte a Roma dal 25 al 27 febbraio 2025, presso la sede della FAO, le sessioni supplementari della COP16 della Convenzione sulla Diversità Biologica, dopo la battuta di arresto registrata a Cali, in Colombia, a fine ottobre 2024. Un evento internazionale fondamentale per il destino della biodiversità del Pianeta che si è svolto nella preoccupante indifferenza dei media e della politica, nonostante oltre il 50% del PIL globale sia direttamente collegato ad attività dipendenti dalla biodiversità.
Le Parti della COP (i Governi) hanno trovato un accordo per fare in modo che il Quadro Globale per la Biodiversità deciso nella COP15 svoltasi a Kunming-Montreal nel 2022 non resti solo una bella dichiarazione d’intenti, ma venga supportato dalle risorse economiche adeguate a raggiungere i 23 target individuati come fondamentali per fermare e invertire la perdita di biodiversità. Non è nato un nuovo fondo per la biodiversità, come chiedevano i paesi del Sud globale per ottenere maggiore rappresentanza nei paludati meccanismi delle conferenze internazionali, ma le risorse finanziarie sono state comunque trovate.

Alla fine, si è deciso di inserire provvisoriamente il nuovo strumento finanziario nella cornice dell’esistente Gef (Global environment facility). È stato confermato l’obiettivo di mobilitare per la biodiversità almeno 200 miliardi di dollari all’anno entro il 2030. I paesi sviluppati dovranno stanziare almeno 20 miliardi all’anno a favore di quelli in via di sviluppo, per arrivare ad almeno 30 miliardi entro il 2030. A Roma è stato, inoltre, approvato un pacchetto di indicatori, fondamentale per misurare i progressi nel raggiungimento dei 23 obiettivi del Quadro Globale per la Biodiversità.
Nelle prossime COP17 (2027) e COP18 (2028) sono previste decisioni chiave sullo sviluppo dello strumento finanziario deciso a Roma (cioè i dettagli operativi) e la possibilità di crearne, eventualmente, uno nuovo e separato.
L’operatività è, però, prevista solo con la COP19 del 2030, data di scadenza di molti obiettivi del Quadro Globale per la Biodiversità. I tempi, quindi, si allungano, mentre prosegue la perdita del capitale naturale del nostro Pianeta.

Politiche del Cibo: la necessità di fare rete

Politiche del Cibo: la necessità di fare rete

di Giampiero Mazzocchi – CREA-PB; Rete Italiana Politiche Locali del Cibo

Dal 30 gennaio al 1° febbraio si è tenuto a Torino, presso il Campus Luigi Einaudi, l’8° Incontro Nazionale della Rete Italiana Politiche Locali del Cibo (Rete PLC).

Si tratta di un evento che riunisce annualmente un’ampia collettività che si occupa di ricerca, amministrazione, formazione e terzo settore, interessata a incontrarsi, dibattere, scambiare pratiche e conoscenze, creare alleanze intorno alla transizione dei sistemi alimentari locali verso modelli più equi e resilienti.
Il tema dell’Incontro di quest’anno ruotava intorno alla diffusione del sapere e alle sinergie tra ricerca, istituzioni e società civile verso rinnovate forme di governance territoriale. Si tratta di un argomento alquanto dibattuto non solamente all’interno della Rete PLC, ma in tutti gli ambiti nei quali la trasformazione dei modelli dominanti passa attraverso la ridefinizione di concetti e politiche, e attraverso la sistematizzazione e diffusione di pratiche innovative. In questo contesto, le Politiche Locali del Cibo (PLC) sono state, negli ultimi dieci anni, oggetto di ricerca, formazione, istituzionalizzazione e ri-concettualizzazione, con numerosi soggetti, enti, eventi, iniziative, che ne hanno rimodellato i confini, la portata e il significato.
Durante l’evento di Torino, sia nelle sessioni scientifiche che nell’ambito dei seminari tematici organizzati dai Tavoli di Lavoro, è emerso un panorama di pratiche, messe in atto dalle amministrazioni locali, dagli enti del terzo settore, o da partenariati misti, dove è evidente il ruolo catalizzatore della ricerca.
In particolare, in alcuni contesti, come Toscana e Piemonte, si sono creati nel tempo centri di competenza, riflessione e ricerca che hanno creato un virtuoso effetto “domino” proprio a partire dalle Università, e coinvolgendo i Comuni, le Regioni e le organizzazioni della società civile, anche grazie a importanti ed efficaci momenti di formazione.

D’altronde, negli ultimi anni in Italia il tema della governabilità dei sistemi locali del cibo è stato portato a un livello di analisi e proposta politica proprio nell’ambito delle scienze dell’economia politica, della pianificazione territoriale e della geografia umana, rafforzato ulteriormente dai filoni di ricerca sulle politiche del cibo urbane nell’ambito del cluster 6 “Cibo, Bioeconomia, Risorse Naturali, Agricoltura e Ambiente” del programma Horizon Europe. Emerge, dunque, un’inevitabile ibridazione fra ricerca e politica, nella quale diversi soggetti sono impegnati in entrambi i ruoli, affiancando all’analisi tecnico-scientifica attivismo e advocacy. Questo appare, da un lato, come un elemento di forza, dal momento in cui la spinta alla trasformazione viene dai soggetti che riescono ad attingere idee, metodi e risorse da una comunità scientifica allargata; dall’altro, in molti casi emergono i limiti di un’estrema prossimità, se non addirittura sovrapposizione, fra ruoli, con rischi legati a conflitti di interesse e approcci ideologici.
Le sfide che si presentano oggi, dunque, nel rapporto fra scienza e politica, sono particolarmente evidenti nelle PLC, che nel loro essere un ambito di ricerca e azione non ancora definito da norme specifiche, lascia spazio a interpretazioni e forme innovative di governance. Tali dinamiche hanno generato un notevole fermento, non solamente scientifico ma anche e soprattutto amministrativo.

Tuttavia, come attivisti della Rete PLC abbiamo assistito, in alcuni casi alla sussunzione di pratiche già esistenti – spesso lodevoli ma dalla portata sistemica molto limitata – all’interno del concetto più ampio di PLC, limitandone dunque le potenzialità nel senso di una vera trasformazione dei sistemi alimentari, a partire dai modelli teorici, culturali e politici.

È per questo motivo che, in concomitanza all’Incontro Nazionale di Torino, si è avviato un percorso che ha portato alla pubblicazione di un documento di posizionamento e di indirizzo concettuale rispetto alle PLC dal titolo “Cosa sono le politiche locali del cibo: definizioni, principi e approcci per la trasformazione dei sistemi alimentari locali”.

Il documento sintetizza in tre sezioni (definizioni, principi, approcci e ruolo della Rete) gli elementi essenziali che, come Rete, crediamo debbano ispirare e orientare le PLC. È stato costruito in maniera tale da essere una “bussola” per chiunque lavori, faccia ricerca, o sia impegnato a vario modo sulle PLC, enunciando alcuni riferimenti concettuali che restituiscono l’ambizione sistemica delle stesse.

La Rete Italiana Politiche Locali del Cibo è un gruppo composto da quasi 600 tra accademici, ricercatori, amministratori e attivisti coinvolti, per finalità di ricerca o professionali, nella pianificazione di sistemi del cibo territoriali sostenibili.

La Rete nasce dalla convinzione, sempre più confermata dalle crescenti spinte dei movimenti dal basso e dall’interesse di vari livelli delle amministrazioni locali che

lavorare per un sistema alimentare sostenibile è oggi una priorità per garantire il benessere della popolazione urbana, periurbana e rurale.


Rete Italiana Politiche Locali Del Cibo

La Rete Italiana Politiche Locali del Cibo (Rete PLC) nasce nel 2018 a Roma, ereditando la precedente Rete dei Ricercatori Agri-
coltura Urbana e Periurbana e della Pianificazione Alimentare.
La sua costituzione risponde alla necessità di mettere in rete persone esperte e interessate ai sistemi alimentari che lavorano su tutto il territorio italiano, in un contesto internazionale in cui le città diventano laboratori che sperimentano differenti processi partecipativi per sviluppare politiche del cibo.

Ad oggi, riunisce un gruppo di seicento persone con differenti background e competenze, favorendo l’interazione tra politica, ricerca e società civile, e rappresentando un veicolo di scambio di conoscenze, buone pratiche ed esperienze in atto nelle città italiane. L’obiettivo è promuovere la coerenza tra politiche, programmi e strategie implementate a livello municipale e fornire linee guida in termini di policy-making, al fine di favorire la pianificazione di sistemi alimentari sostenibili e lo sviluppo di politiche del cibo che tengano conto della connessione urbana-rurale.

In questi otto anni la Rete ha avuto un ruolo propulsivo, e ha animato numerosi incontri, iniziative, tavoli di discussione al fine di creare terreno fertile per una profonda riconsiderazione culturale dei sistemi del cibo. La Rete PLC opera attraverso undici Tavoli di Lavoro, gruppi multidisciplinari che provano a restituire la complessità dei sistemi alimentari locali, attraverso attività parallele su temi quali la povertà alimentare, le mense e la ristorazione collettiva, la lotta alle perdite e allo spreco alimentare, il rapporto con i paesaggi agricoli e urbani, i consumi, le comunità e i distretti, le relazioni internazionali, la valutazione delle politiche, e altro. In fase di avviamento è un Tavolo di coordinamento fra le amministrazioni impegnate sulle Politiche del Cibo in Italia. È attiva, inoltre, la rivista Re|Cibo che nasce all’interno della Rete PLC. La rivista ospita articoli scientifici (primi piatti), articoli divulgativi (secondi piatti), una serie di rubriche che anticipano temi di ricerca e progetti (antipasti) e recensioni di buone pratiche (caffè e ammazzacaffè).
A marzo 2025, grazie alla firma di 31 tra accademie, enti di ricerca e associazioni legate alla Rete PLC, è stato ratificato l’Osservatorio sulle Politiche Locali del Cibo.

Per maggiori informazioni: www.politichelocalicibo.it

Per non “commemorare” la biodiversità

Per non “commemorare” la biodiversità

Politiche dedicate alla diversità agricola sono assenti in molti Paesi o non coinvolgono in maniera adeguata tutti gli attori. L’Italia è purtroppo un caso di scuola.

a cura di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 281 – Maggio 2025

Maggio è il mese della biodiversità. Il 20 è la Giornata italiana della biodiversità coltivata e il 22 è quella mondiale della biodiversità. Due appuntamenti che finora, purtroppo, sono rimasti appannaggio degli addetti ai lavori, senza veramente arrivare alle orecchie e ai cuori dei cittadini. La vicinanza tra queste due giornate dovrebbe anche ricordarci della prossimità tra biodiversità agricola e naturale, confinate, invece, dalla burocrazia amministrativa in due diversi ministeri che non comunicano tra loro.

Questa mancanza di coordinamento tra il ministero dell’Ambiente e quello dell’Agricoltura è una delle debolezze sottolineate nel terzo “Rapporto sullo stato delle risorse genetiche vegetali mondiali per l’alimentazione e l’agricoltura”, pubblicato a marzo 2025 dalla Fao (fao.org) a distanza di 15 anni dal secondo, con l’obiettivo di monitorare e mappare lo stato di salute della biodiversità agricola. Anche se i numeri del materiale conservato ex situ (nei frigoriferi delle banche) sembra rassicurante, in realtà emerge che circa il 20% delle accessioni (le sementi collezionate, ndr) andrebbe rigenerato per garantirne la germinabilità e che, troppo spesso, le informazioni su quelle conservate sono mancanti. Inoltre le conoscenze tradizionali legate alle sementi non sono quasi mai documentate.

Questa situazione è dovuta a uno scarso interesse degli Stati per la conservazione e, infatti, il Rapporto evidenzia come il supporto pubblico a queste strutture sia insufficiente, con finanziamenti limitati o sporadici, e una mancanza di infrastrutture e di personale sufficientemente qualificato. Molta enfasi è messa sulla necessità di rafforzare la collaborazione tra ex situ, in situ (nell’ambiente naturale, ndr) e on farm (nell’azienda agricola, ndr), e tra i molti e nuovi attori che stanno giocando un ruolo importante nella conservazione e nell’uso sostenibile della diversità agricola, come le Case delle sementi. Queste realtà -organizzazioni della società civile, movimenti sociali o reti sulle sementi- hanno forti legami con gli agricoltori e le comunità rurali e sempre più spesso svolgono un ruolo centrale nel coinvolgere i cittadini.

Il Rapporto, purtroppo, registra una scarsa interazione tra attori e istituzioni nazionali, perché le “organizzazioni della società civile sono di solito non sufficientemente sostenute e non ben integrate nei programmi nazionali”. Politiche dedicate alla diversità agricola sono assenti in molti Paesi o non coinvolgono in maniera adeguata tutti gli attori. Per capire quanto tutto ciò sia vero basta guardare all’Italia dove si sta scrivendo il Piano nazionale della diversità di interesse agrario, che resta, però, un mero esercizio di stile di ministero, Regioni e università senza nessun confronto con il mondo della società civile.

Sono 5,9 milioni le “accessioni” conservate in più di 850 banche del germoplasma nel mondo

Rispetto ai sistemi sementieri, è importante registrare come in tutti i 128 Paesi che hanno contribuito all’indagine emerga la presenza di quelli formali e informali. Non si tratta di un passaggio di poco conto, ma della presa d’atto che le politiche attuate negli ultimi quarant’anni per eliminare i sistemi informali in nome del progresso non hanno funzionato ed erano profondamente sbagliate. In tutti i Paesi, anche quelli industrializzati, questi due sistemi coesistono, in funzione delle colture e dei sistemi agricoli.

Se il Rapporto registra un maggior interesse rispetto a quindici anni fa per le varietà locali e l’aumento di programmi di miglioramento genetico partecipativo con gli agricoltori, dall’altro lato sottolinea come sia ancora assente un quadro legale in grado di sostenere e far crescere queste iniziative. Insomma, la strada da fare è ancora tanta per riuscire a riportare la diversità in agricoltura. Speriamo che le giornate di maggio non diventino la commemorazione della biodiversità che non è più tra noi.