Coltivare Gaia

Coltivare Gaia

di Riccardo Franciolini – Rete Semi Rurali

La formazione in agroecologia Coltivare Gaia è un’ iniziativa di Mondeggi Bene Comune e Rete Semi Rurali e realizzata con il patrocinio di Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agrarie, Alimentari, Ambientali e Forestali dell’Università di Firenze. Vi hanno preso parte 42 persone selezionate in base a lettera di motivazioni e curriculum. Il percorso formativo si è sviluppato in otto fine settimana con un programma distribuito tra lezioni di scienze sociali e scienze applicate. Coltivare Gaia nasce con l’intento di essere complementare a Scuola Contadina di Mondeggi Bene Comune. Se quest’ultima offre occasioni di formazione pratica, con incontri che si svolgono quasi sempre in campo, Coltivare Gaia ha offerto lezioni teoriche e di ricerca applicata. Crediamo che la trasformazione agroecologica richieda un approccio intersezionale agli spazi e alle comunità di pratiche. Coltivare Gaia evolvendo insieme con partecipanti e docenti è divenuto uno spazio di sperimentazione sull’intreccio tra differenti discipline di studio: dall’ecologia politica alla microbiologia del suolo, dall’antropologia musicale alla facilitazione di gruppi. Nel corso dell’anno la classe ha adottato un filare di vigna presso Mondeggi Bene Comune e partecipato a visite pratiche non inserite nel programma del corso dedicate alla fertilità del suolo in orticoltura agroecologica. Le attività del progetto si concluderanno con un incontro pubblico sulle problematiche legate al riconoscimento dell’agroecologia come approccio alla produzione, non solo agroalimentare.

Un podcast di cinque puntate è in lavorazione e la sua uscita è prevista a gennaio 2026. Il 2026 riparte la Scuola contadina di Mondeggi. Con Coltivare Gaia l’appuntamento è per il 2027 con una nuova offerta formativa orientata a rafforzare gli strumenti per la trasformazione agroecologica.

Coltivare Gaia è finanziato da Agenda Ecologia di Unione Buddista Italiana

Verso un nuovo paradigma: il miglioramento genetico partecipativo nella transizione agroecologica

Verso un nuovo paradigma: il miglioramento genetico partecipativo nella transizione agroecologica

di Chiara Brusatin – Rete Semi Rurali

La ricerca agricola europea si trova oggi dinanzi a un bivio che non riguarda soltanto le tecniche disponibili, ma il quadro di riferimento epistemologico entro cui la conoscenza viene prodotta, valutata e legittimata.

Ogni tradizione scientifica si regge su un insieme di assunzioni condivise, i paradigmi, che definiscono non solo le domande di ricerca considerate legittime, ma anche i criteri con cui si giudicano i risultati. Nel corso del Novecento il paradigma dominante nel miglioramento genetico vegetale ha orientato metodi, obiettivi di ricerca, investimenti e istituzioni verso la standardizzazione varietale e l’uniformità dei processi. Questo modello, durante la Rivoluzione Verde, ha portato a incrementi produttivi rilevanti ma ha anche determinato una drastica riduzione dell’agrobiodiversità, compromettendo la resilienza e la stabilità dei sistemi agricoli dinanzi agli stress climatici. La ricerca che lo ha sostenuto era centralizzata: le varietà venivano sviluppate nelle stazioni sperimentali, in ambienti controllati e uniformi, con input elevati di fertilizzanti, acqua e pesticidi. Una volta completato il ciclo di selezione, il risultato veniva sottoposto agli agricoltori, considerati principalmente utilizzatori finali e non interlocutori all’interno del processo. Questa distanza tra gli ambienti di selezione e i diversi contesti reali di coltivazione ha prodotto varietà inadatte a sistemi colturali a bassa intensità di input esterno e a quelli situati in contesti pedoclimatici marginali dove le condizioni standardizzate delle stazioni sperimentali non sono riproducibili.

Il limite di questo modello non è soltanto tecnico, ma epistemologico: l’idea che la validità della ricerca coincida con la capacità di standardizzare condizioni e risultati ha escluso come “non scientifiche” molte altre forme di conoscenza e di valutazione, in particolare quelle relative ai saperi indigeni e contadini. L’imposizione di un unico regime di validazione ha dato forma a quella che Santos chiama “monocultura della conoscenza”: un dispositivo che non solo marginalizza i saperi locali ma li espropria della loro capacità di definire criteri di verità e di valore, inscrivendoli in una posizione di subalternità epistemica. La crisi dell’attuale paradigma non dipende quindi soltanto dai suoi limiti produttivi, ma anche dalla sua incapacità di rendere conto della complessità ecologica e sociale in cui l’agricoltura è immersa.

Negli ultimi decenni, accanto al modello dominante del miglioramento genetico vegetale, centrato su varietà uniformi e sperimentazioni standardizzate, si sono sviluppate pratiche di ricerca che operano secondo logiche differenti. Tra queste, nel miglioramento genetico partecipativo (Participatory Plant Breeding, PPB), i criteri di validazione non sono ancorati all’omogeneità dei contesti di prova, ma alla capacità di riflettere e integrare la diversità ecologica, sociale e culturale dei sistemi colturali. La specificità epistemica del PPB risiede nella sua dimensione partecipativa e decentralizzata, che rappresenta una rottura rispetto al paradigma convenzionale del miglioramento genetico, storicamente basato sulla centralizzazione della ricerca nelle stazioni sperimentali e sulla standardizzazione degli ambienti di prova. Nel PPB, invece, la selezione e la valutazione delle varietà avvengono direttamente nei campi degli agricoltori, negli stessi ambienti in cui le varietà saranno coltivate. I criteri di selezione dell’agricoltore potranno quindi variare da quelli del ricercatore e sono spesso diversi da quelli degli agricoltori in altre aree con condizioni e obiettivi produttivi diversi.

La biodiversità agricola non è solo un insieme di tratti genetici o fenotipici, ma va concepita come una realtà bioculturale, generata dall’intreccio storico tra processi ecologici e sistemi di sapere.

In questo modo, il miglioramento genetico partecipativo ridefinisce le condizioni di validazione della conoscenza, riconoscendo i saperi locali come componenti fondamentali dei criteri di selezione, e aprendo la ricerca a forme pluraliste e localizzate, capaci di cogliere le interdipendenze socio-ambientali in gioco. In altre parole, queste conoscenze vengono riconosciute come prospettive capaci di individuare e definire le caratteristiche rilevanti in una varietà e di stabilire come vada inteso un risultato significativo all’interno del percorso di miglioramento vegetale. In questa prospettiva la biodiversità agricola non può essere concepita unicamente come insieme di tratti genetici o fenotipici, ma come una realtà bioculturale, generata dall’intreccio storico tra processi ecologici e sistemi di sapere.

Perché questi approcci partecipativi possano funzionare efficacemente, è necessario che si collochino entro strutture organizzative adeguate che facilitino l’incontro e la collaborazione tra attori diversi. Le comunità di pratica (communities of practice, CoP) rappresentano una forma organizzativa che può rendere possibile questo coordinamento. Le CoP sono luoghi di apprendimento collettivo e multi-attore, in cui agricoltori, ricercatori, tecnici e cittadini costruiscono insieme percorsi di conoscenza e validazione. Funzionano come luoghi di negoziazione istituzionale: mettono in discussione norme consolidate e aprono spazi per modelli di governance più inclusivi. La loro efficacia dipende dalla capacità di promuovere un coordinamento più stretto tra attori pubblici e privati, sviluppando strategie di finanziamento che sostengano approcci transdisciplinari a lungo termine.

Il successo della transizione agroecologica dipenderà quindi dalla capacità di costruire un ecosistema di ricerca che assuma la pluralità dei saperi come condizione di rigore. Ciò implica investire nella formazione di ricercatori capaci di lavorare nell’intersezione tra ecologia, agronomia, economia e scienze sociali, in grado di facilitare processi partecipativi e comprendere le dinamiche socio-ecologiche. Ma implica anche riconoscere che la produzione di conoscenza non è mai neutra: è un processo politico ed epistemico, in cui si decide non soltanto quali varietà coltiveremo, ma quali futuri agricoli e sociali riteniamo desiderabili.

“Dobbiamo sfamare il mondo”. Anche basta

“Dobbiamo sfamare il mondo”. Anche basta

Non è vero che il modello agricolo intensivo permette di coltivare meno terra e produrre più cibo. Continuare a ripeterlo chiude a confronti più profondi e orientati.

a cura di Riccardo Bocci –  Tratto da Altreconomia 285 – Ottobre2025

A luglio 2025 la rivista marxista americana Spectre ha pubblicato un interessante articolo dal titolo “La persistente fantasia di ‘sfamare il mondo’”. Si tratta di una risposta a un editoriale del New York Times di dicembre 2024 che in maniera provocatoria afferma: “Che piaccia o no, questo è il futuro del cibo”. L’autore Michael Grunwald propone la classica narrazione: definire “l’agricoltura industriale” come “cattiva” non riconosce che questo modello è quello che ci sfama e che impedisce all’umanità di mangiarsi il Pianeta. Quindi secondo lui gli allarmisti devono capire che “l’agricoltura industriale ha un vero vantaggio: produce enormi quantità di cibo su porzioni relativamente modeste di terra. E questo sarà il compito più vitale dell’agricoltura nei prossimi decenni. Entro il 2050 il mondo avrà bisogno di disponibilità ancora più enormi di cibo, circa il 50% in più di calorie per nutrire adeguatamente quasi dieci miliardi di persone”. Inoltre aggiunge che “gli allevamenti intensivi sono la migliore speranza per produrre il cibo di cui avremo bisogno senza distruggere ciò che resta dei nostri tesori naturali e senza rilasciare nell’atmosfera il loro carbonio”.
Il solito ritornello che difende lo status quo e bolla qualsiasi trasformazione come naif o non basata sulla scienza, con in più un tocco ambientale: il modello industriale ci permetterà di coltivare meno terra che quindi resterà “naturale”. Un sillogismo che ritroviamo ripreso e raccontato dal mondo dell’agrobusiness, come dimostra il Rapporto ambientale, sociale e di governance di Syngenta del 2022 in cui si legge che “ridurre la quantità di terra arabile necessaria per unità di coltura è la chiave per nutrire una popolazione in crescita. I guadagni di produttività permettono di lasciare la terra incontaminata esistente nel suo stato naturale”. Come rispondere a questo paradigma produttivista che riconduce il problema agricolo a maggiore produzione con colture e cibo più economici? Alcune indicazioni le propone l’articolo di Spectre che sottolinea come non esista un “ventre globale” -un anonimo magazzino di cereali- dove immettere calorie e non ci sia una semplice correlazione tra resa e sicurezza alimentare. L’accesso al cibo è regolato da diverse politiche di distribuzione legate a fattori sociali, economici, politici e istituzionali

118 Gli studi su cui si fonda una recente meta-analisi che mette a confronto 51 Paesi e dimostra come, contrariamente alla credenza comune, le rese sono più elevate nelle piccole aziende agricole rispetto alle grandi.

Inoltre il problema della resa andrebbe disaggregato per gli ambienti in cui il cibo si produce, andando a vedere dove oggi è possibile aumentarla e con quali tecnologie. Mi spiego: in Pianura padana il mais industriale ha raggiunto un picco di produttività difficilmente migliorabile, per quanti sforzi si possano immaginare, con un costo ambientale ormai insostenibile. Al contrario la produttività della coltura di mais in collina avrebbe margini di miglioramento, ma non c’è nessuna ricerca -pubblica o privata- che lavori per questi ambienti. Né le nuove tecnologie all’orizzonte sono progettate per funzionare in questi contesti. Andrebbe ripensata la ricerca agricola, andando a lavorare in quelle aree marginali, finora dimenticate, in cui ci sono effettive possibilità di miglioramento. Purtroppo un sistema simile non è conveniente per il mercato né per il sistema di distribuzione incentrato sulla grande distribuzione organizzata. Inoltre l’unico soggetto che potrebbe avere un ruolo, la ricerca pubblica, è sempre meno finanziato e culturalmente succube del modello privato, come dimostra la fede cieca nella tecnologia di cui i nuovi Ogm sono solo l’ultima moda. Abbandonare la narrazione “dobbiamo sfamare il mondo” potrebbe aprire lo spazio a confronti più profondi orientati a pensare sistemi agricoli diversificati, in grado di coniugare valori ambientali, culturali e politici. Purtroppo la strada da fare è ancora lunga.

From Breeding for diversity to seed

From Breeding for diversity to seed

Come promuovere un ambiente favorevole per i sistemi di semina degli agricoltori?

Dal 25 al 27 novembre 2024 si è tenuto ad Harare, in Zimbabwe, il workshop “From Breeding for Diversity to Seed Regulations: How to Promote an Enabling Environment for Farmers’ Seed Systems?”, organizzato nell’ambito del progetto “Semi per il Futuro”, finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) e realizzato dal consorzio che include COSPE Ets, Rete Semi Rurali ETS, CTDO, Terre des Hommes Italy, SAT e Women in Land Zimbabwe.
I tre giorni sono stati uno spazio e un punto di incontro per esperti, rappresentanti istituzionali e attori della società civile impegnati nel promuovere sistemi sementieri diversificati e inclusivi in Africa ed in Europa. In vista del prossimo “Body Governing” del Trattato, previsto il 24 – 29 November 2025, il workshop ha contribuito con un documento informativo che raccoglie punti di forza e debolezza nell’implementazione ad alcuni punti fondamentali del Trattato stesso nei paesi che hanno partecipato alla tre giorni.

Il 25 giugno è stato presentato il rapporto ” From breeding for diversity to seed regulations/laws‘i ” durante un webinar organizzato da SKI, CTDT, Rete Semi Rurali, Oxfam Novib e altri partner che riassume i principali risultati del workshop tenutosi ad Harare.  

Il webinar ha riunito diversi membri della “Harare Community of Practice”, lanciata informalmente durante il workshop del novembre 2024.

I membri della CoP sono stati aggiornati sul processo regionale dell’Unione Africana (UA) per lo sviluppo di una bozza di quadro politico per i sistemi di sementi gestiti dagli agricoltori (FMSS); e sui piani della CoP di presentare il lavoro congiunto sulle politiche sulle sementi in occasione dei prossimi eventi internazionali, come il Simposio sui diritti degli agricoltori che si terrà a Manila, nelle Filippine, e l’undicesima riunione dell’Organo direttivo (GB11) del Trattato sulle piante della FAO (ITPGRFA), che si terrà a Lima, in Perù, a novembre.

Il rapporto finale dell’evento CoP di Harare è stato pubblicato sul  sito web del CTDT,  ma può essere scaricato anche qui.


Per un agricoltura capace di futuro, no alla falsa semplificazione della PAC

Per un agricoltura capace di futuro, no alla falsa semplificazione della PAC

Votazione in plenaria del Parlamento europeo domani 8 ottobre: 13 Associazioni dicono no all’ulteriore “semplificazione” della PAC che danneggia la natura, il suolo e la salute Le Associazioni hanno inviato una lettera agli europarlamentari per chiedere un voto responsabile e lungimirante.

13 organizzazioni della società civile, impegnate a promuovere una transizione agroecologica, hanno inviato una lettera agli europarlamentari italiani in vista del voto di domani nella plenaria del Parlamento europeo sulla proposta della Commissione che modifica ulteriormente i regolamenti della PAC 2023-2027: la Commissione continua l’opera di demolizione di tutte le misure a protezione della natura e della salute in agricoltura.
Gli ultimi emendamenti adottati dalla Commissione Agricoltura del Parlamento (COMAGRI) aprono la strada alla distruzione delle aree Natura 2000, le aree più preziose d’Europa per la protezione della natura, e indeboliscono le azioni della Politica Agricola Comune (PAC) per la tutela della fertilità dei suoli, ipotecando così anche il futuro degli agricoltori.
Quella che viene presentata come una “semplificazione” dalla Commissione europea è in realtà un grave indebolimento della protezione ambientale nelle produzioni agricole: una proposta avanzata senza alcuna valutazione degli impatti climatici o ambientali e senza un’adeguata consultazione con tutte le parti sociali ed economiche interessate. In definitiva, l’ennesima picconata alla sostenibilità ambientale e sociale dell’agricoltura europea. La relazione adottata dalla COMAGRI consente agli agricoltori che operano nei siti Natura 2000 di essere automaticamente considerati conformi alle norme ambientali di base della PAC, eliminando in particolare la norma che garantisce la protezione dei prati più preziosi di Natura 2000 (GAEC 9).

Le 13 Associazioni sono convinte che gran parte degli agricoltori sono consapevoli della necessità di mantenere misure rigorose di protezione dell’ambiente e della natura, per garantirsi i servizi ecosistemici indispensabili per mantenere le produzioni agricole. Ma purtroppo questi loro interessi non sono oggi rappresentati dai dirigenti delle maggiori Associazioni agricole che sollecitano la cancellazione delle norme europee per la tutela dell’ambiente e della salute, come risulta evidente dai documenti prodotti da Coldiretti e Confagricoltura in occasione della recente consultazione pubblica sulla revisione della
normativa ambientale dell’Unione Europea.

Le aree agricole all’interno dei siti della Rete Natura 2000 saranno così ancora più a rischio di speculazione e accaparramento da parte dei grandi proprietari, danneggiando i piccoli agricoltori virtuosi.
Essere all’interno di un sito Natura 2000 non significa che un’azienda agricola soddisfi automaticamente le norme per la tutela dell’ambiente. Alcuni di questi siti sono degradati, privi di piani di gestione adeguati e senza la definizione e l’applicazione di misure di conservazione efficaci. L’Italia per questi motivi è sotto procedura d’infrazione comunitaria dal 2015, con il rischio di pesanti sanzioni che pagherebbero tutti i cittadini. Considerando le aziende agricole nelle aree Natura 2000 come automaticamente conformi agli standard di base di protezione ambientale (GAEC) e rimuovendo la protezione esplicita per i prati di valore (GAEC 9), si rischia di dare carta bianca a pratiche dannose, in particolare la distruzione di prati di pregio. Inoltre, il rischio è anche quello di accaparramento a fini speculativi di terre fino ad oggi custodite dai piccoli agricoltori.
Inoltre, la relazione COMAGRI arriva a chiedere l’eliminazione dell’obbligo di adottare misure contro l’erosione del suolo (GAEC 5). Ciò è in forte contrasto con l’urgente necessità di proteggere la fertilità dei suoli, una risorsa vitale per l’agricoltura. In tutta
l’Unione europea, il 60-70% dei suoli è degradato e il suolo fertile perduto è stimato in 1 miliardo di tonnellate all’anno.
Gli europarlamentari domani saranno di fronte a un bivio: proteggere i suoli europei e salvaguardare le preziose aree naturali, tutelando agricoltori, natura e salute dei consumatori, oppure permettere la distruzione del nostro capitale naturale attraverso una falsa “semplificazione”.
Le 13 Associazioni auspicano un voto responsabile e lungimirante del Parlamento europeo che tuteli le risorse naturali indispensabili per garantire, nel medio e lungo periodo, un reddito adeguato degli agricoltori, tutelando così anche la credibilità delle Istituzioni europee.

Roma, 7 ottobre 2025

Le 13 Associazioni ambientaliste,e dei consumatori che inviano questo comunicato rappresentano un’ampia alleanza che sostiene le Strategie UE del Green Deal, Farm to Fork e Biodiversità 2030. Le 13 Associazioni (ACU, AIAB, AIDA, AIAPP Associazione Italiana Architetti Pianificatori e Paesaggisti, Associazione Italiana Agricoltura Biodinamica, CIWF Italia Onlus, Greenpeace, Lipu BirdLife, Pro Natura, Rete Semi Rurali, UPBio, Terra! e WWF Italia) condividono la visione di una transizione agroecologica dell’agricoltura italiana ed europea, che tuteli tutti gli agricoltori, i cittadini e l’ambiente.

Il petrolio che continuiamo a mangiare

Il petrolio che continuiamo a mangiare

I sistemi agroalimentari industriali si nutrono di combustibili fossili. Il 15% viene infatti usato per l’agricoltura. La trasformazione ecologica è lontana.

a cura di Riccardo Bocci –  Tratto da Altreconomia 284 – Settembre 2025

A giugno 2025 il Panel di esperti internazionali sui sistemi del cibo sostenibili (Ipes-food) ha pubblicato un rapporto sulle relazioni tra combustibili fossili e sistemi agricoli (Fuel to fork. What will it take to get fossil fuels out of our food systems?), che delinea come senza petrolio il nostro sistema agroindustriale non starebbe in piedi.

I numeri sono abbastanza impietosi: il 15% dei combustibili fossili (carbone, petrolio e gas fossile) viene usato per l’agricoltura, con il 42% assorbito dalla trasformazione alimentare e dal packaging, il 38% dalla ristorazione pubblica e dalle cucine private, e solo il 20% dalla produzione agricola.

Se si considerano i prodotti petrolchimici, derivati dalla lavorazione dei combustibili fossili, il 40% viene usato in agricoltura, suddiviso tra produzione di fertilizzanti (34%) e plastica (6%). L’impatto dell’uso di quest’ultima in agricoltura, pesca e acquacoltura non è da sottovalutare, rappresentando il 3,5% di tutta quella globale.

Una parte la possiamo vedere nei campi, soprattutto nelle zone di orticoltura intensiva, sotto forma di pacciamatura, sistemi di irrigazione a goccia o vassoi e vasi per le piantine, ma una crescente porzione risulta invisibile alla nostra vista. Si tratta di microplastiche legate a sementi e fertilizzanti plastificati, responsabili di 22.500 tonnellate di inquinamento all’anno, pari al 62% di quelle rilasciate intenzionalmente in Europa.

Secondo il rapporto “Fuel to fork” l’accumulo di micro e nano-plastiche nel suolo, e la lisciviazione (dissoluzione, ndr) chimica degli additivi plastici, può modificare negativamente la salute del suolo, dei microbi, delle piante e degli animali, e quindi la fertilità. Complessivamente gli studi suggeriscono che ci sono più microplastiche contenute nei nostri terreni agricoli che negli oceani.

Se l’uso dei combustibili fossili per macchinari e impianti delle aziende agricole è l’aspetto più visibile dell’importanza del petrolio per far funzionare il sistema, meno evidente è realizzare che tutta la produzione di input chimici di sintesi, soprattutto fertilizzanti azotati, e di alimenti ultra-lavorati sia dipendente dai prodotti petrolchimici.

La quota dei gas serra prodotta dai fertilizzanti di origine fossile che viene emessa nelle aziende agricole è pari al 59%

Questi alimenti sono prodotti fabbricati industrialmente, costituiti da formulazioni di ingredienti che sono a loro volta il risultato di una serie di processi industriali, particolarmente intensivi dal punto di vista energetico, in quanto utilizzano da due a dieci volte più energia nella loro produzione rispetto agli alimenti interi. Questi beni -sovvenzionati, promossi, redditizi e progettati per indurre al consumo eccessivo- costituiscono già una porzione significativa (fino al 60%) delle calorie totali consumate in molti Paesi ricchi.

Insomma un panorama desolante dove emerge come la trasformazione dei sistemi agroalimentari sia centrale per attuare una politica energetica carbon free in grado di far fronte ai cambiamenti climatici.

Il rapporto analizza anche le alternative già disponibili, ma la domanda che dobbiamo farci è come mai siamo ancora così lontani dal promuovere la trasformazione necessaria. Infatti, già nel 2004, oltre vent’anni fa, il giornalista Richard Manning aveva scritto un articolo su Harper’s magazine dal titolo “Il Petrolio che mangiamo”, in cui scriveva: “Oggi sono tutti convinti che noi usiamo le armi per assicurarci il petrolio, non il cibo […] ma il nostro cibo è il petrolio. Dietro ogni singola caloria che ingeriamo c’è almeno una caloria di petrolio, più probabilmente dieci”.

I dati e le informazioni non mancano per indicarci la strada da percorrere ma ancora siamo in attesa di politiche pubbliche che favoriscano la transizione, e il tempo a nostra disposizione si sta riducendo.