Ci stiamo “mangiando” la biodiversità

Ci stiamo “mangiando” la biodiversità

L’agricoltura intensiva è la principale causa della scomparsa degli habitat. Serve un nuovo paradigma agroecologico basato sulla complessità.

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 259 – Maggio 2023

Il mese di maggio vede la ricorrenza di due date importanti. Il 20 si celebra la Giornata nazionale della biodiversità di interesse agricolo e alimentare, istituita dalla legge 194/2015 intitolata “Disposizioni per la tutela e la valorizzazione della biodiversità di interesse agricolo e alimentare”. Il 22, invece, cade la Giornata mondiale della biodiversità, istituita dalla Convenzione sulla diversità biologica (Cbd). La vicinanza tra queste due date è casuale, ma fortemente simbolica e politica: agricoltura e biodiversità sono mondi connessi uno all’altro, anche se nel corso del Novecento lo abbiamo dimenticato.

“L’agricoltura rappresenta una minaccia senza precedenti per la biodiversità in tutto il mondo -si legge sul sito della Cbd-. L’intensificazione della produzione alimentare sta danneggiando il nostro ambiente attraverso la conversione degli habitat naturali in monocolture, il degrado del suolo, il consumo smodato di acqua e l’uso insostenibile di pesticidi e fertilizzanti”.

Insomma, ci stiamo letteralmente “mangiando” il mondo nel quale viviamo, in un circolo vizioso dal quale non riusciamo a uscire e che produce obesità nei Paesi ricchi, senza risolvere il problema della fame in quelli poveri.

Certo, l’agricoltura può anche essere parte della soluzione, come raccontiamo in questa rubrica, ma sarebbe necessario un cambio di prospettiva e di analisi che ancora non si vede all’orizzonte né attuato nelle politiche agricole. Troppo spesso queste ultime sono ostaggio di dinamiche settoriali, che mirano a mantenere lo status quo, senza avere quella visione di lungo periodo che dovrebbe legare i sistemi agricoli a quelli alimentari, e quindi alla salute, e allo spazio naturale non coltivato intorno a noi. Insomma, una visione in grado di rovesciare il paradigma riduzionista ed economicista dell’agricoltura industriale, frutto del pensiero novecentesco, in nome di un nuovo paradigma agroecologico, basato su complessità, olismo e diversità.

Le specie animali e vegetali a rischio estinzione sono 41mila, secondo l’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn).

Un articolo pubblicato su Nature Food nel gennaio 2023 (“Reframing the local-global food systems debate through a resilience lens”) mette proprio la diversità in cima ai sette principi sui cui costruire i sistemi alimentari del futuro. Il tema, sostengono gli autori, non è tanto cercare di capire se è meglio il modello locale o globale di agricoltura (ognuno dei due può esserlo in contesti determinati e diversi), ma incoraggiare la diversità a tutti i livelli, lungo tutta la filiera alimentare.

Ovviamente, non si tratta solo di lavorare sulle pratiche, ma, soprattutto, sulle politiche, sui sistemi di governance e sulle dinamiche commerciali, dominate da veri e propri oligopoli e monopoli. Non a caso, l’articolo discute di governance policentrica e di ampia partecipazione della società civile alle politiche, elementi centrali per bilanciare la concentrazione di potere che viviamo oggi. E qui emerge un nodo dolente, legato al sistema di conoscenze e di informazioni sul funzionamento dei sistemi alimentari. È necessaria, infatti, una vera e propria alfabetizzazione alimentare in grado di rendere consapevoli cittadini e politici, troppo spesso influenzati dalla pubblicità e dalle attività di lobbying dell’industria agroalimentare. Per riallocare il potere tra gli attori della società e al loro interno, ci vuole un doppio percorso: politico dall’alto e sociale dal basso, come rivendicazione di diritti.

Trent’anni fa nel saggio “Monoculture della mente” Vandana Shiva scriveva: “Conservare la biodiversità è impossibile, finché essa non sia assunta come la logica stessa della produzione”, lanciando una sfida che non possiamo più eludere alla nostra società occidentale. Praticare la diversità sarebbe il mondo migliore per dare un senso compiuto alle celebrazioni di maggio.

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Le politiche locali del cibo

Le politiche locali del cibo

Il ruolo delle città nei sistemi locali del cibo

di Virginia Altavilla |Rete Semi Rurali

Il Tavolo Nazionale Sistemi Alimentari

Negli ultimi decenni il Ministero degli Affari Esteri italiano ha dato vita a quella che viene definita “diplomazia alimentare”. Questo settore della diplomazia si è andato concretizzando dopo il Vertice sui Sistemi Alimentari delle Nazioni Unite, che si è tenuto a Roma nel luglio del 2021 e ha promosso la creazione del Tavolo Nazionale Sistemi Alimentari permanente coordinato dall’inviato speciale per la sicurezza alimentare, Stefano Gatti.

Il ruolo del Tavolo è quello di riunire i maggiori esperti della filiera agroalimentare italiana con l’obiettivo di delineare la posizione dell’Italia su cibo, sostenibilità e sicurezza alimentare nei fori internazionali (G7, G20, ONU, UE). Il Tavolo si riunisce periodicamente e mantiene un dialogo aperto con tutti gli attori della filiera alimentare, come il settore privato – le aziende del settore agroalimentare –, le associazioni di categoria – dalla Coldiretti alla CIA–, i rappresentanti dei movimenti e della società civile – come Slow Food e Banco Alimentare –, e gli enti di ricerca agricola. Questa esigenza nasce perché cibo e agricoltura hanno assunto un ruolo cruciale nelle relazioni internazionali e la stessa Unione Europea ha posto particolare attenzione sui sistemi alimentari per il loro ruolo strategico per realizzare la transizione ecologica. Per rispondere a queste sollecitazioni, che prevedono un cambiamento delle politiche verso una maggiore sostenibilità, il Tavolo si è organizzato in quattro gruppi di lavoro:
1. Sistemi e politiche locali del cibo: si avvale del lavoro della Rete Italiana Politiche Locali del Cibo, che da anni studia possibili strategie per la ri-territorializzazione delle politiche legate ai sistemi alimentari per una maggiore sostenibilità.
2. Sostenibilità delle imprese agroalimentari: lavora con il mondo delle aziende agroalimentari e delle associazioni di categoria su due argomenti principali: misurazione delle performance di sostenibilità delle imprese e istituzione di un’etichettatura fronte pacco che superi i limiti delle attuali proposte.
3. Spreco alimentare e diete sostenibili: si occupa di studiare lo spreco alimentare (grazie anche all’Osservatorio sullo spreco alimentare) per elaborare politiche ad hoc in grado di contrastare questo fenomeno globale. Insieme allo spreco alimentare, il gruppo si occupa di studiare le diete sostenibili, con un focus particolare sulla dieta mediterranea.
4. Zootecnia sostenibile: lavora per costruire solide basi scientifiche per il possibile ruolo della zootecnia nella costruzione di sistemi alimentari sostenibili.

Il Rapporto “I sistemi e le politiche locali del cibo come strumento per la trasformazione verso sistemi alimentari sostenibili”. Il ruolo delle città.

Il primo gruppo di lavoro ha elaborato un Rapporto in seguito alla serie di incontri che si sono tenuti nel corso del 2021 con la partecipazione di diversi attori – movimenti, associazioni, istituzioni locali, mondo della ricerca – e l’obiettivo di elaborare un documento in cui definire problematiche e possibili soluzioni per la transizione ecologica dei sistemi alimentari. Riportiamo di seguito alcuni spunti di riflessione in merito al ruolo delle città nei sistemi locali del cibo.

Il concetto chiave che pervade tutto il Rapporto sta nella ri-territorializzazione dei sistemi alimentari, non solo dal punto di vista produttivo e di consumo, ma anche dal punto di vista politico. E quindi i canali commerciali alternativi che si basano sulla filiera corta (GAS, CSA, mercati contadini, vendita diretta in azienda) rappresentano una buona pratica sia per gli effetti positivi che hanno sull’ambiente – con una diminuzione delle food miles, del food footprint, dello spreco alimentare – sia perché portano a una democratizzazione del sistema alimentare attraverso un controllo dal basso della filiera. In questo senso le città possono diventare attori strategici della ri-territorializzazione, con la costruzione di una nuova relazione città-campagna, in cui la campagna non è più vista (e vissuta) come un territorio marginale e fragile, ma assume un ruolo centrale in quanto produttrice di cibo salutare e “a km 0” ma anche fornitrice di servizi ecosistemici che vanno a influenzare direttamente la qualità della vita delle città. Le politiche urbane del cibo sono un buon esempio di riappropriazione politica del cibo, e sempre più città in Italia le stanno adottando. Le esperienze, ad esempio, di Milano, Roma, Livorno, Lucca, Roma, Trento, Bari, Bergamo ci dimostrano che è possibile realizzare una politica di integrazione sul tema cibo, in cui le singole politiche settoriali (salute, energia, agricoltura ecc.) sono armonizzate all’interno di un quadro strategico coerente. Ri-territorializzare i sistemi alimentari vuol dire dunque anche ri-politicizzare il cibo, con processi di co-creazione e co-produzione delle politiche.

Il ruolo delle amministrazioni locali diventa, quindi, fondamentale nello sviluppo di governance orizzontali che vadano a coordinare e stimolare le diverse iniziative a livello locale. Il passo successivo è la creazione di sistemi di governance multilivello, attraverso cui sviluppare e allineare le Politiche del Cibo a livello locale, regionale e nazionale per arrivare, magari, a una politica del cibo a livello europeo. Anche in questo caso le amministrazioni locali possono assumere un ruolo cruciale.

La lunga avventura dei distretti biologici tra leggi e pratiche

La lunga avventura dei distretti biologici tra leggi e pratiche

di Riccardo Bocci | Rete Semi Rurali

Uno dei prodotti concreti della nuova legge nazionale sull’agricoltura biologica (n. 23/2022) è la definizione dei distretti biologici.

L’idea dell’applicazione del concetto di distretto territoriale al mondo agricolo e rurale non è nuova, già la legge 228/2001 su “Orientamento e modernizzazione del settore agricolo” aveva definito, modificando la legge 317/1991 che istituiva i distretti industriali, come distretti rurali “i sistemi produttivi locali caratterizzati da un’identità storica e territoriale omogenea derivante dall’integrazione fra attività agricole e altre attività locali, nonché dalla produzione di beni o servizi di particolare specificità, coerenti con le tradizioni e le vocazioni naturali e territoriali”.

La stessa legge prevedeva la possibilità di creare distretti alimentari di qualità, legati a produzioni alimentari certificate. Nel 2017, la legge 205 sul Bilancio di previsione dello Stato fa un passo ulteriore nell’applicazione del concetto di distretto al mondo agricolo, istituendo all’articolo 13 i distretti del cibo, che incorporano i distretti rurali, ma anche i biodistretti o distretti biologici definiti come “territori per i quali agricoltori biologici, trasformatori, associazioni di consumatori o enti locali abbiano stipulato e sottoscritto protocolli per la diffusione del metodo biologico di coltivazione, per la sua divulgazione nonché per il sostegno e la valorizzazione della gestione sostenibile anche di attività diverse dall’agricoltura.

Nelle Regioni che abbiano adottato una normativa specifica in materia di biodistretti o distretti biologici si applicano le definizioni stabilite dalla medesima normativa”.

Sul sito del Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste (MASAF) si può scaricare l’elenco completo di tutti i distretti del cibo registrati in ogni Regione, da cui si evince la presenza di una pletora di denominazioni: distretti rurali, distretti agroalimentari di qualità, distretti del cibo, biodistretti, strade, comunità del cibo. Infatti, dobbiamo segnalare che nel 2014 viene approvata la legge 194, Disposizioni per la tutela e la valorizzazione della biodiversità di interesse agricolo e alimentare, che aggiunge ai distretti le Comunità del cibo, ulteriore possibilità di associare agricoltori e altre realtà a livello locale.

Al primo posto della competizione tra Regioni troviamo la Toscana con 39 registrazioni, seguita da Calabria (29) e Campania (23). Si passa da distretti legati a filiere produttive ben riconoscibili, a realtà come il Distretto Biologico delle Marche, dove il confine è tutta l’area regionale.

Alla fine, in questo turbinio di nomi, in cui ogni Regione applica una propria strategia di aggregazione sociale e territoriale, non si capisce se la diversità è sintomo di una reale necessità locale di nuove forme di programmazione e gestione dei territori, o se è semplicemente una riaggregazione delle solite forze in cerca di possibili contributi. In altre parole: siamo in presenza di un nuovo rinascimento rurale o si tratta di una nuova retorica e narrazione dell’ennesimo marketing territoriale, svuotata di ogni potere realmente innovativo e trasformativo dei sistemi agroalimentari? Difficile oggi dare una risposta a un mondo così variegato e poco conosciuto.

Nel frattempo, in attesa della legge sul bio, alcune regioni hanno iniziato a produrre normative per specificare criteri e requisiti per costituire un distretto biologico, prevedendo, in questo caso, la necessità del riconoscimento da parte dell’ente regionale stesso.

Molti sono oggi i biodistretti organizzati dalla società civile, non formalmente costituiti ma di fatto attivi, anche se non riconosciuti dalle Regioni

Ad oggi Lazio, Toscana, Marche e Liguria hanno specifiche normative regionali, che resteranno in vigore anche con l’entrata in vigore del decreto ministeriale 28 dicembre 2022, Determinazione dei requisiti e delle condizioni per la costituzione dei distretti biologici, pubblicato in Gazzetta ufficiale il 24 febbraio 2023. Vediamo cosa prevede. Intanto, per fare un distretto biologico servirà un comitato promotore che deve dotarsi di un protocollo dove descrivere i soggetti coinvolti, l’ambito geografico, le attività partecipative previste e il soggetto gestore. Il comitato sarà responsabile dell’inoltro della domanda ufficiale alla regione. Nel consiglio direttivo del distretto dovrà esserci almeno il 51% di agricoltori biologici, ma la partecipazione è aperta a soggetti sia pubblici che privati. A differenza di quanto previsto in alcune Regioni, la partecipazione degli enti locali è facoltativa. Interessante sottolineare che i distretti biologici possono promuovere la costituzione di gruppi di operatori con l’obiettivo di realizzare forme di certificazione di gruppo.

Se il lato delle produzioni biologiche è uno degli obiettivi principali di questi distretti, non va dimenticato che la legge 23 prevede di promuovere e realizzare progetti di ricerca partecipata con le aziende e la diffusione delle pratiche innovative.

 In questo contesto istituzionale e legislativo, va segnalato che, già dal 2015, la società civile ha cominciato a praticare i biodistretti, creando associazioni locali mappate nel sito biodistretto.net che al 2022 riporta la presenza di 50 biodistretti formalmente costituiti. Di sicuro, però, molti di questi non sono riconosciuti dalle Regioni, ma dovranno diventarlo per poter accedere ai bandi che si prevede usciranno entro l’anno.

La distribuzione del biologico sta perdendo la sua diversità

La distribuzione del biologico sta perdendo la sua diversità

La concentrazione delle filiere in poche mani ne riduce la capacità innovativa: agricoltori e consumatori sono sempre più tenuti lontano

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 258 – Aprile 2023

È uscito lo scorso febbraio il nuovo rapporto Focus Biobank “Supermercati e specializzati” sul biologico, che conferma l’andamento degli ultimi anni. Il 2022 ha visto un aumento del mercato che ha superato la soglia degli otto milioni di euro, di cui il 40% è legato alle esportazioni. Se si allarga l’orizzonte agli ultimi dieci anni, si vede che i negozi specializzati hanno perso terreno nei confronti della grande distribuzione organizzata (Gdo), come abbiamo già avuto modo di raccontare in questa rubrica. Infatti, oggi la Gdo raggiunge quasi il 50% del totale delle vendite, mentre i negozi specializzati scendono a meno del 20%. Stiamo arrivando ai numeri di Paesi come Francia e Germania dove la soglia del 50% è già stata superata da anni.

Nel periodo del Covid-19 abbiamo assistito a una risalita delle vendite nei negozi, ma il 2022 registra una flessione sia rispetto al 2021 sia al 2020. Insomma, la pandemia non ha modificato le tendenze in corso e la marcia trionfale della Gdo continua con i prodotti a marca del distributore (Mdd) che arrivano a toccare il 20% del totale del fatturato. Stiamo assistendo, cioè, a un’integrazione sempre maggiore delle filiere all’interno della Gdo, in un mercato dove i nomi dei marchi dell’industria agroalimentare o dei produttori scompaiono per lasciare il campo a quelli delle catene della distribuzione.

Questo passaggio, che riguarda sia il biologico sia il convenzionale, è stato fotografato anche nel rapporto dello studio Ambrosetti “L’Italia di oggi e di domani: il ruolo sociale ed economico della distribuzione moderna” uscito a gennaio 2023. Il rapporto mette in evidenza come questo fenomeno abbia permesso agli italiani di contenere l’inflazione in salita di questi mesi grazie ai prezzi contenuti dei prodotti Mdd, con una stima che parla di un risparmio medio per famiglia di 77 euro. Come si capisce, diventa difficile in un momento di crisi come questa, avanzare qualche critica a un modello di distribuzione presentato non solo come efficiente e simbolo di modernità, ma anche in grado di far risparmiare le famiglie.

Tornando al biologico, il numero di negozi specializzati è sceso a 1.240 in tutta Italia, perdendone più di 200 in rapporto al 2017. Di questi, 434 fanno parte di catene specializzate, dove ormai NaturaSì è il leader indiscusso del settore con 368 negozi, seguito a lunga distanza dal mondo del macrobiotico che mantiene i suoi 28 punti vendita (erano 30 nel 2011) chiamati dal 2022 Stile Macrobiotico. Nel caso di NaturaSì assistiamo alla stessa strategia di puntare sui prodotti a marchio, proprio vista nella Gdo.

Il risparmio medio per famiglia nella spesa alimentare tramite l’acquisto di prodotti a marchio della catene della Grande distribuzione organizzata è stato di 77 euro

È triste constatare come il settore distributivo del biologico stia perdendo di diversità, in nome di una concentrazione che non riguarda solo il numero di soggetti della distribuzione, ma risale lungo la filiera per arrivare a controllare tutto il sistema agroalimentare dal seme al piatto. Meno diversità vuol dire meno concorrenza, ma non solo. Vuol dire anche che il suo valore aggiunto viene assorbito in gran parte dalle catene della distribuzione, senza avere un ritorno verso quegli attori sociali che promuovono il biologico e la trasformazione dei sistemi agroalimentari presso i cittadini, e creano innovazione con gli agricoltori nei territori.

Questa estrazione di valore riduce la capacità innovativa del biologico, che dovrebbe fondarsi, è opportuno ricordarlo, su processi di ricerca partecipativi e decentralizzati, ancora poco sostenuti dalla ricerca pubblica. Insomma, agricoltori e cittadini sono sempre più lontani fisicamente e socialmente, anche se sono anni che parliamo dell’importanza della filiera corta, del chilometro zero o del concetto di co-produttori.

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Agricoltura avvelenata: la Coalizione Cambiamo Agricoltura presenta l’Atlante dei Pesticidi

Agricoltura avvelenata: la Coalizione Cambiamo Agricoltura presenta l’Atlante dei Pesticidi

L’edizione italiana è stata presentata a Milano nell’ambito della Festa del Bio, in concomitanza con la Giornata mondiale contro il cancro, World Cancer Day

Il report evidenzia l’impatto dell’uso delle sostanze chimiche in agricoltura sull’ambiente e la salute delle persone

Il 4 febbraio, nell’ambito della Festa del Bio, che si è tenuta a Milano a Palazzo Giureconsulti, la Coalizione Cambiamo Agricoltura con la Fondazione Heinrich-Böll hanno presentato l’edizione Italia dell’Atlante dei Pesticidi. Il volume, scaricabile gratuitamente dal sito della Coalizione Cambiamo Agricoltura, contiene oltre 60 pagine di grafici, cartine, numeri che mostrano la pervasività di queste sostanze in ogni angolo del Pianeta e gli effetti negativi sulla salute delle persone, sulle diverse matrici ambientali (suolo, acqua e aria) e sugli ecosistemi.

Oggi nel mondo si utilizzano 4 milioni di tonnellate di pesticidi, il cui mercato globale ha raggiunto un valore di 84,5 miliardi di dollari nel 2019, con un tasso di crescita annuo di oltre il 4% dal 2015. In Unione Europea i consumi hanno registrato negli ultimi anni una lieve flessione, così come nel nostro Paese che resta comunque al secondo posto dopo la Spagna per consumo di pesticidi. Sono ancora troppe le sostanze chimiche di sintesi che vengono utilizzate dalle aziende agricole europee convenzionali, soprattutto quelle ritenute altamente pericolose. Per questo la Commissione Europea ha presentato il 22 giugno 2022 la sua proposta di un nuovo Regolamento per l’Utilizzo sostenibile dei prodotti fitosanitari (il cosiddetto SUR), ora al vaglio del Parlamento e del Consiglio Europeo.

“Nonostante le evidenze scientifiche, le buone intenzioni della Commissione Europea vengono minate dall’azione delle lobby dell’agrochimica e dell’agricoltura intensiva, che vorrebbero fermare l’iter di approvazione del Regolamento e affossarne gli obiettivi di riduzione” affermano le Associazioni della Coalizione Cambiamo Agricoltura.

Ridurre l’uso dei pesticidi

Il Regolamento UE indica per l’Italia l’obiettivo di riduzione del 62% dei pesticidi entro il 2030 (la media Europea è del 50%), che non verrà certamente raggiunto se il nostro Paese non investirà più energie nella transizione ecologica dell’agricoltura. Infatti, benché il nostro Paese abbia mostrato lungimiranza nel fissare nel Piano Strategico Nazionale della Politica Agricola Comune 2023-2027 il raggiungimento dell’obiettivo del 25% di superficie agricola coltivata in biologico entro il 2027, anticipando di tre anni l’obbiettivo fissato a livello europeo, è in forte ritardo con l’aggiornamento del principale strumento per la gestione dei pesticidi: il “Piano d’Azione Nazionale per l’Uso Sostenibile dei Prodotti Fitosanitari”, abbreviato PAN.

“Nel nostro Paese il PAN è scaduto dal febbraio 2019 e l’iter per il suo rinnovo è in stallo da allora. È urgente che il Piano venga rinnovato accogliendo al suo interno gli obiettivi del Green Deal europeo, altrimenti nascerà già obsoleto” continuano le Associazioni di Cambiamo Agricoltura.

Il 4 febbraio è il World Cancer Day

La presentazione dell’edizione italiana dell’Atlante dei Pesticidi il 4 febbraio ha anche un forte significato simbolico perché coincide con la Giornata mondiale contro il cancro. Numerose sono le evidenze scientifiche che collegano l’esposizione ai pesticidi con l’insorgenza di tumori, soprattutto nelle categorie più esposte, come gli agricoltori, ma anche in quelle più sensibili come i bambini. Le schede dell’Atlante dei Pesticidi presentano dati, grafici ed informazioni utili per comprendere meglio la relazione tra uso dei pesticidi e salute umana, oltre agli impatti sul suolo, nelle acque superficiali e sotterranee e sulla biodiversità naturale.

“Siamo fiduciosi che questo documento, concepito per diffondere consapevolezza rendendo accessibili dati e conoscenze, contribuirà a un cambio di paradigma che non è più solo desiderabile, ma necessario” afferma Marc Berthold, direttore della Heinrich-Böll Stiftung Parigi, fondazione tedesca che dal 2022 segue anche numerosi progetti sui temi della transizione socio-ecologica nel nostro Paese.

Il biologico in Italia

“La crescita dell’agricoltura biologica in Italia, che nel 2022 ha coinvolto il 17,4% della superficie agricola utilizzata, è la prova che oggi esistono già tutte le buone pratiche e molti mezzi tecnici per eliminare del tutto o ridurre in modo significativo l’uso dei pesticidi. Ora i decisori politici hanno il potere e la responsabilità di dare la spinta decisiva alla transizione agroecologica della nostra agricoltura, sostenendo con convinzione l’approvazione del Regolamento UE per la riduzione dell’uso dei pesticidi entro il 2023. Devono solo averne il coraggio e la necessaria determinazione”, concludono le Associazioni della Coalizione Cambiamo Agricoltura.

dal Comunicato Stampa della Coalizione Cambiamo Agricoltura, Parma, 3 febbraio 2023

CambiamoAgricoltura è una coalizione nata nel 2017 per chiedere una riforma della PAC che tuteli tutti gli agricoltori, I cittadini e l’ambiente. Aderiscono alla Coalizione oltre 90 sigle della società civile ed è coordinata da un gruppo di lavoro che comprende le maggiori associazioni del mondo ambientalista, consumerista e del biologico italiane che aderiscono ad organizzazioni europee (Associazione Consumatori ACU, AIDA, AIAB, AIAPP, Associazione Italiana Biodinamica, CIWF Italia Onlus, FederBio, ISDE Medici per l’Ambiente, Legambiente, Lipu, Pro Natura, Rete Semi Rurali, Slow Food Italia e WWF Italia). E’ inoltre supportata dal prezioso contributo di Fondazione Cariplo.

L’importanza dell’uso sostenibile dell’agrobiodiversità

L’importanza dell’uso sostenibile dell’agrobiodiversità

Una strada alternativa per realizzare i Diritti degli Agricoltori

di Riccardo Bocci – Rete Semi Rurali

Il tema dell’uso sostenibile dell’agrobiodiversità è uno degli assi portanti del Trattato, contenuto nell’articolo 6 che ne definisce alcune delle possibili attività. 

La sua implementazione da parte degli Stati che hanno aderito al Trattato è obbligatoria e non limitata alle colture incluse nell’Annesso I, come nel caso del Sistema Multilaterale di scambio delle risorse e di ripartizione dei benefici derivati dal loro uso. Da quando il Trattato è entrato in vigore questo tema non ha, però, riscosso molto interesse sia da parte dei paesi firmatari, sia della società civile organizzata che ha seguito in questi anni i vari negoziati e le riunione degli Organi Direttivi. Infatti, per i paesi industrializzati l’oggetto del contendere è sempre stato l’accesso facilitato alle sementi nelle banche, mentre i paesi del Sud chiedevano soldi in cambio dell’accesso, e, in ultimo, la società civile rivendicava la messa in atto dei Diritti degli Agricoltori. Su questi diritti, definiti all’articolo 9, abbiamo assistito a veri e propri scontri tra mondi opposti, come dimostra il titolo del documento rilasciato dal gruppo di esperti dopo anni di lavoro. Si tratta, infatti, di “Opzioni”, quindi di uno strumento puramente volontario, e non di linee guida che dovrebbero impegnare i singoli stati. Più di così non si è riuscito ad ottenere nei lunghi negoziati dove le decisioni vengono prese sulla base del consenso.

Se, però, andiamo a declinare l’aggettivo sostenibile scopriamo che molte delle misure indicate al comma 2 dell’articolo 6 (vedi Box) riguardano azioni centrali per sostenere modelli agricoli diversificati, promuovere la ricerca partecipativa e decentralizzata e includono, anche, la modifica della legislazione sementiera. Insomma, passare da una piena realizzazione dell’art.6 permetterebbe anche di rendere concreti ed operativi i diritti degli agricoltori! Anche la riforma in corso a Bruxelles della legislazione sementiera dovrebbe considerare questi obblighi del Trattato.

Per questo motivo è importante continuare a mantenere alta l’attenzione sull’implementazione dell’art. 6, e seguire i negoziati in corso. Il rischio, infatti, è che l’uso sostenibile diventi solamente il classico miglioramento genetico, dove la diversità viene usata dalla ricerca per produrre varietà distinte, uniformi e stabili. Perdendo così per la strada il suo potenziale innovativo. In Europa, soprattutto, è importante attuare questa vigilanza, visto che nella maggior parte dei paesi della Regione Europea diversificazione dei sistemi agricoli, miglioramento genetico partecipativo, e uso di varietà locali non sono temi ancora nell’agenda delle loro politiche agricole.

Un inventario di pratiche, ricerche e articoli sul tema dell’uso sostenibile è consultabile dal sito del Trattato: https://www.fao.org/plant-treaty/tools/ toolbox-for-sustainable-use/overview/ en/ 

L’articolo 6.2
L’uso sostenibile delle RGVAA può comprendere misure quali:
a. perseguire politiche agricole eque che promuovano, se del caso, lo sviluppo e il mantenimento di sistemi agricoli diversificati che favoriscano l’uso sostenibile dell’agrobiodiversità;
b. rafforzare la ricerca che valorizzi e conservi la diversità massimizzando la variazione intraspecifica e interspecifica
a beneficio degli agricoltori, in particolare di quelli che generano e utilizzano le proprie varietà e applicano i principi ecologici per mantenere la fertilità del suolo e per combattere malattie, erbe infestanti e parassiti;
c. promuovere il miglioramento genetico partecipativo per sviluppare varietà adatte alle condizioni sociali, economiche
ed ecologiche, anche nelle aree marginali;
d. ampliare la base genetica delle colture e aumentare la gamma di diversità a disposizione degli agricoltori;
e. promuovere l’uso di colture, varietà e specie sottoutilizzate locali e adattate;
f. sostenere un uso più ampio della diversità varietale e delle specie nella gestione aziendale, nella conservazione e nell’uso
sostenibile delle colture;
g. rivedere e adeguare le strategie di selezione e i regolamenti relativi al rilascio delle varietà e alla distribuzione delle sementi.