Pronti, via! Si riparte! A distanza di 9 anni dalla bocciatura della precedente proposta, è iniziato il negoziato al Parlamento Europeo sul testo di regolamento sulla commercializzazione delle sementi proposto dalla Commissione il 5 luglio scorso. Anche questa volta, però, siamo arrivati alla fine della legislatura, con le elezioni del Parlamento nel giugno 2024. Sembra proprio che la storia provi una strana ironia nel ripetersi, e, quindi, oggi ci troviamo con un testo complesso e innovativo (nel bene e nel male), con poco tempo a disposizione del Parlamento per digerirlo e fare delle modifiche, esattamente come a fine 2013. Allora il Parlamento ha rispedito al mittente il regolamento. Speriamo che questa volta ci sia la forza e la volontà di portare a termine il negoziato. Infatti, il fallimento significherebbe mantenere il complesso sistema che definisce oggi la messa in commercio delle sementi, fatto di ben 12 direttive per le varie specie agrarie, 3 direttive sulle varietà da conservazione e il regolamento del biologico (per Materiale Eterogeneo Biologico e varietà biologiche). Un insieme di norme pensato negli anni ’60 del secolo scorso, in cui la produttività era il mantra dell’agricoltura e la parola biodiversità ancora non era stata coniata. Oggi le strategie Farm to Fork e Biodiversità 2030 prevedono un ruolo diverso per l’agricoltura, e il settore sementiero non può restare immune da questi cambiamenti. Inoltre, la legislazione non può non tener conto delle esperienze che si stanno realizzando. Negli ultimi dieci anni, infatti, in tutta Europa si stanno moltiplicando le Case delle sementi, i progetti di miglioramento genetico partecipativo e la gestione dinamica della diversità da parte degli agricoltori, con l’obiettivo di diversificare coltivazioni e sistemi alimentari. Queste pratiche, raggruppate sotto il nome di sistemi informali, devono trovare una loro definizione nel quadro legale. Si tratta di un lavoro non facile dove bisogna capire cosa non includere sotto l’ombrello della normativa (perché non rilevante ai fini della commercializzazione) e cosa, invece, ha senso includere con un sistema di regole leggero e semplice finalizzato a garantire la qualità delle sementi. Infatti, non dobbiamo mai dimenticare che tutto l’impianto normativo nasce per tutelare gli agricoltori e favorire il fatto che facciano scelte consapevoli quando acquistano le sementi. Se negli anni ‘60 era facile perché si aveva a che fare con un solo tipo di agricoltore, mero cliente delle ditte sementiere, oggi il panorama è profondamente cambiato. Ci sono gli agricoltori biologici, i biodinamici, quelli che coltivano e trasformano varietà locali, quelli che sviluppano nuove varietà, quelli che coltivano varietà da conservazione, solo per citare alcune tipologie. Ognuno ha bisogno di varietà particolari, che non si trovano sul mercato sementiero. Per questo motivo il nuovo regolamento, oltre a riorganizzare il sistema formale basato su registrazione e certificazione, ha previsto una serie di deroghe per varietà da conservazione, materiale eterogeneo, varietà amatoriali, materiali commercializzati da reti e organizzazioni che si occupano di conservazione della biodiversità, e sementi scambiate tra agricoltori. Si tratta di un nutrito numero di eccezioni alla norma, che va visto, però, non come un tentativo di minare l’impianto base della normativa, ma di traghettarla nel futuro.
Il comparto agroalimentare ha stretti legami con le società fossili. Il risultato sono cibi ultra-processati il cui impatto sulla salute ha un costo elevatissimo.
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 265 – Dicembre 2023
In realtà niente di nuovo sotto il sole, si tratta di analisi note da anni agli addetti ai lavori, ma vedere dati e grafici che mostrano l’impatto in termini energetici del cibo ultra-processato (ad esempio uno yogurt alla frutta industriale rispetto al formaggio o al latte fresco) colpisce di più di tanti discorsi.
Il report “Power shift” non si limita a ricordarci che l’agricoltura industriale è un sistema energivoro e che il nostro cibo è “pieno” di petrolio. Gli autori entrano nella possibile (e necessaria) transizione di sistema individuando uno dei punti critici nei meccanismi di potere. “Vale la pena notare -scrivono- che le principali aziende petrolchimiche, plastiche e agrochimiche fanno spesso parte delle stesse strutture aziendali, ad esempio China petroleum & chemical corp, TotalEnergies, Exxon Mobil”.
Queste società hanno un interesse nel promuovere e perpetuare sistemi alimentari industriali estrattivi, dipendenti dai combustibili fossili e dalla chimica. Forniscono inoltre contributi significativi alla politica per garantirsi la loro influenza: “L’agroalimentare statunitense ha speso 750 milioni di dollari in donazioni ai candidati politici nazionali tra il 2000 e il 2020 e 2,5 miliardi di dollari in attività di lobby dal 2000 al 2019 -si legge nel report-. Mentre il settore energetico ha speso un miliardo di dollari per i candidati politici e 6,2 miliardi di dollari in attività di lobby”.
In questo scenario come si può attuare un cambiamento? Un possibile strumento a disposizione della politica per indirizzare la trasformazione dei sistemi agroalimentari lo offre la pubblicazione della Fao che cerca di rendere evidenti i costi nascosti (True cost accounting, Tca) del cibo che mangiamo. L’obiettivo dell’Agenzia delle Nazioni Unite, infatti, è fornire strumenti ai decisori politici per attuare scelte consapevoli nel disegnare i propri sistemi agroalimentari, una volta che sono a conoscenza dei costi sociali e ambientali che non vengono calcolati nei prezzi dei prodotti.
La stima dei costi nascosti del cibo che mangiamo ammonta a 12.700 miliardi di dollari, pari a circa un terzo del Pil globale. Per oltre il 70% sono dovuti all’impatto sulla salute.
Non si tratta di numeri di poco conto. Leggendo il report scopriamo che nel 2020 i Tca sono stimati a 12.700 miliardi di dollari (circa un terzo del Pil globale). Per oltre il 70% sono dovuti all’impatto sulla salute, legato a insicurezza alimentare, sovrapproduzione e consumo di cibi ultra-processati. Come dire che il modello agricolo dominante è un problema sia per quei Paesi che si pensano moderni e sviluppati, sia per quelli considerati in via di sviluppo che stanno ricalcando le orme dei primi lungo l’unica linea del progresso agricolo che vediamo all’orizzonte.
Alla fine, però, tutta la mole di dati accumulata e ben descritta dalle due pubblicazioni si scontra con una montagna che sembra insormontabile: interessi e poteri costituiti, ideologie vecchie non più capaci di rappresentare la realtà, conglomerati economici che conservano se stessi. Superare questi ostacoli in nome di una nuova governance in grado di promuovere la transizione sarebbe il ruolo della politica. Peccato che stia scomparendo dalla nostra quotidianità, svuotata di senso dopo l’ubriacatura delle ideologie novecentesche.
Quello che 10 anni fa era solo sulla carta oggi è in campo come dimostra il progetto Breed4Bio
Era il 2011 e stavo seguendo il progetto SOLIBAM (www.solibam.eu/) per conto di AIAB. Stavamo lavorando con ICARDA alla diffusione delle prime popolazioni di cereali in Italia, ma allo stesso tempo stavo seguendo il negoziato a Bruxelles sulla legislazione sementiera. Mi trovavo perciò alla riunione del gruppo sementi del Consiglio europeo per presentare il lavoro che stavamo facendo e l’importanza di avere maggiore diversità nelle varietà di cereali in biologico. La questione non era peregrina: il progetto SOLIBAM stava sviluppando con soldi europei delle varietà diversificate che ancora non era possibile commercializzare come sementi perché non uniformi. Un corto circuito tra ricerca e legislazione che era necessario risolvere. Non ero solo a portare avanti questa battaglia, ero in compagnia di Martin Wolfe, ricercatore inglese dell’Organic Research Center (ORC), e Monika Messmer, ricercatrice svizzera del FIBL. Ricordo l’interesse di alcuni stati membri, in particolare l’Inghilterra, ma anche la difficoltà di far capire di cosa stessimo parlando. La diversità varietale, infatti, era scomparsa ormai da anni dalle politiche agricole europee e anche dai campi degli agricoltori, era come di un oggetto quasi sconosciuto. Riproporla, allora, a un pubblico composto da funzionari dediti all’uniformità varietale era come vantare la bontà di una bistecca a un incontro di vegani: un orrore!
Eppure, quella riunione ha partorito un germe che si è insinuato nei meandri della burocrazia europea, tanto che le popolazioni avevano trovato un loro spazio legale nella proposta di regolamento sementiero fatta dal Parlamento europeo nel 2013. Si parlava allora di Composite Cross Population, perché la maggior parte delle nostre esperienze erano basate su materiale proveniente dall’incrocio di più varietà, con la coltivazione successiva in bulk di tutte le progenie. Il miglioramento genetico evolutivo stava cominciando ad attecchire in Europa. Quella proposta è stata poi bocciata dal Parlamento europeo, ma grazie all’Inghilterra che finanziava parte delle ricerche sulle popolazioni dell’ORC, la Commissione ha emesso nel 2014 una Decisione che autorizzava in maniera sperimentale la commercializzazione delle sementi delle popolazioni di cereali (Decisione 2014/150). L’obiettivo era evidente: il tema sembra interessante, ma ne sappiamo troppo poco, quindi via libera agli operatori per capire i problemi nel realizzare un sistema di produzione sementiero basato sulla diversità. Nel frattempo, con Rete Semi Rurali in Italia avevamo cominciato a fare un lavoro più organizzato sulle popolazioni ricevute dall’ICARDA, grazie al supporto del nuovo progetto di ricerca europea, DIVERSIFOOD (http://www.diversifood.eu/), che aveva preso il posto di SOLIBAM. Un altro momento cruciale di questo percorso è stato nel 2017, quando la Commissione ha cominciato a valutare i risultati della sperimentazione sulle popolazioni per capire come andare avanti. Anche in questo caso, ricordo una riunione a Bruxelles dove insieme ad Ambrogio Costanzo, ricercatore italiano allora in forze all’ORC, abbiamo presentato i nostri risultati difendendo l’importanza di coltivare diversità in biologico, in controtendenza rispetto ai dati ufficiali che provenivano dai campi sperimentali dei vari ministeri.
Le popolazioni entrano in Europa con il progetto SOLIBAM per poi passare a DIVERSIFOOD
Quella riunione ha portato la Commissione a rinnovare la sperimentazione (Decisione 2018/1519/UE), garantendo in Italia la possibilità di cominciare a commercializzare la semente che avevamo selezionato nelle aziende Li Rosi (Sicilia) e Floriddia (Toscana). Da allora le popolazioni di cereali hanno cominciato a diffondersi e altri attori hanno notificato questo materiale per la commercializzazione, come si vede dalla tabella 1, che presenta anche i soggetti accreditati per la vendita. Nel 2018 il nuovo regolamento sull’agricoltura biologica ha raccolto il testimone, coniando il termine Materiale Eterogeneo Biologico (MEB), che va a sostituire le popolazioni.
I risultati di Breed4Bio
In questi anni come Rete Semi Rurali abbiamo cercato di diffondere l’innovazione legata alle popolazioni nelle varie regioni, grazie a progetti dei Piani di Sviluppo Rurali legati alle misure 16.1 o 16.2 dedicate ai partenariati europei sull’innovazione. In Emilia-Romagna il progetto Breed4Bio (www.gobreedforbio.it) ha lavorato per due anni per migliorare la qualità delle filiere sementiere di tre popolazioni di frumento tenero (Furat Floriddia, Mix Toscana 1 e Mix Toscana PA1) coltivate presso tre aziende agricole dell’appennino emiliano-romagnolo. Le produzioni sono state di 2,4 t/ha, in linea con le produzioni medie della zona per due aziende agricole su tre, con proteine medie pari a 12,7 g/100 g sostanza secca e peso ettolitrico medio buono, pari a 79,2 kg/hl. Dai risultati si osserva un’efficacia della lavorazione del seme in termini di purezza specifica, con valori pari al 100% per tutti i campioni. La determinazione del numero di semi estranei, appartenenti a specie diverse spontanee e coltivate, ha mostrato che la lavorazione del seme è efficace per ridurre il loro numero, anche se alcune specie come orzo, frumento duro, segale e veccia tendono a persistere anche dopo la lavorazione.
I dati di Breed4Bio confermano che è possibile produrre semente di qualità con le popolazioni
In campo si dovrà dunque porre particolare attenzione alla loro presenza. La semente di popolazioni è eterogenea per dimensioni e forma; i processi di pulizia sono stati dunque adattati mediante una corretta taratura delle macchine. Per verificare che la lavorazione del seme non avesse influito sulla composizione della popolazione, i due campioni prelevati per ogni popolazione e azienda (seme in natura e dopo lavorazione) sono stati seminati nell’annata agraria 2021/22 nell’azienda sperimentale del CREA DC presso Budrio (BO). In base ai rilievi effettuati, la lavorazione non ha comportato perdite importanti di diversità. Infine, tutte le popolazioni hanno avuto una percentuale di germinabilità entro i limiti di legge (85%) e, dopo la lavorazione del seme, tale dato è migliorato.
Una campagna internazionale chiede alle istituzioni Europee di riconsiderare la proposta di riforma della legislazione sementiera
17 Novembre 2023 – Comunicato stampa
Bruxelles, Firenze, Schiltern – Oggi, diverse reti e organizzazioni che si occupano di sementi e agrobiodiversità lanciano la campagna europea “La tua voce per la diversità!”. La petizione richiede che siano apportate modifiche importanti alla proposta legislativa sulla commercializzazione delle sementi presentata dalla Commissione europea nel luglio 2023. Ai membri del Parlamento europeo e ai ministri dell’Agricoltura dell’UE chiediamo di garantire che la legge sementiera promuova la coltivazione e la circolazione dell’agrobiodiversità e ponga le basi per la costruzione di sistemi sementieri, agricoli e alimentari resilienti e diversificati. “La riforma della legge europea sulle sementi sarà cruciale per definire il futuro della nostra agricoltura e del cibo che arriva sulle nostre tavole. Dobbiamo mobilitarci in modo che tale legislazione favorisca la circolazione di sementi e varietà diverse e si opponga agli interessi dell’agroindustria”, chiedono le organizzazioni: “I tempi del negoziato europeo sulla proposta sono stretti: ogni contributo, ogni singola firma a sostegno della diversità, conta!” La richiesta fondamentale della campagna è che la diversità sia la priorità principale della legge sementiera Europea! Invece, la proposta attualmente in fase di discussione e livello Europeo, minaccia la conservazione e la circolazione dell’agrobiodiversità e non rispetta i diritti degli agricoltori rispetto alle sementi. Le norme attualmente in vigore per regolamentare il mercato sementiero Europeo risalgono, nella loro struttura fondamentale, agli anni Sessanta e sono state pensate per il modello sementiero e agricolo agro-industriale. I sistemi sementieri locali, diversificati (con le varietà localmente adattate che vi circolano), sono state da quel momento marginalizzati e sottoposti ad un eccessivo carico burocratico. Il mondo dell’agroindustria sta cercando di chiudere più strettamente le maglie della legislazione sementiera, per favorire ulteriormente il sistema sementiero agro-industriale e ridurre ancor più gli spazi per la circolazione di sementi e varietà diversificate. “Con questa proposta, corriamo il rischio che le corporazioni agroindustriali acquisiscano il controllo pressoché totale del nostro sistema alimentare. Le nuove regole sottopongono ad un eccessivo carico burocratico il lavoro di chi conserva, scambia e riproduce sementi e varietà locali e non tengono in considerazione il diritto che hanno gli agricoltori di scambiare e vendere le sementi. Molti di questi attori, impegnati nella conservazione e l’uso sostenibile della diversità, sarebbero costretti a smettere, con conseguenze disastrose sul mantenimento della diversità genetica delle specie coltivate. Le nuove regole sono inoltre del tutto inadeguate considerando la crisi climatica ed ambientale. La proposta è inaccettabile” sono le parole di Magdalena Prieler, esperta di politiche sementiere per l’organizzazione austriaca ARCHE NOAH. “I Ministri dell’Agricoltura ed il Parlamento Europeo devono agire adesso, per promuovere la diversificazione dei sistemi sementieri introducendo specifiche deroghe all’interno del nuovo regolamento. La proposta deve favorire la conservazione on-farm (nei campi degli agricoltori) e l’uso sostenibile dell’agrobiodiversità, comprese le varietà tradizionali, e quelle sviluppate tramite processi decentralizzati e partecipativi con gli agricoltori, per adattarsi alle loro specifiche condizioni locali” spiega Riccardo Bocci, direttore tecnico di Rete Semi Rurali, associazione che unisce più di 40 organizzazioni dedicate alla conservazione e la gestione dinamica dell’agrobiodiversità in Italia. “La diversità è la chiave per costruire sistemi alimentari sani e sostenibili. Grazie a questa campagna, ognuno di noi può far sentire la sua voce per sostenere l’agrobiodiversità ed il diritto degli agricoltori ad utilizzarla”.
La campagna chiede che:
La conservazione e l’uso sostenibile della diversità locale siano una priorità delle leggi sementiere europee
Il diritto degli agricoltori alla riproduzione, l’uso, lo scambio e la vendita delle sementi sia pienamente rispettato
La commercializzazione di varietà diverse e localmente adattate sia facilitata
Le varietà immesse sul mercato non dipendano da pesticidi e fertilizzanti
La campagna è attualmente disponibile in inglese, olandese, tedesco e italiano. Sarà tradotta in altre lingue nel prossimo futuro. La versione italiana è disponibile qui:LA TUA VOCE PER LA DIVERSITÀ
La sessione dell’organo di governo del Trattato Fao sulle risorse fitogenetiche è un’occasione da non perdere per dare riconoscimento e dignità di esistenza alle comunità che producono e detengono la biodiversità
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 264 – Novembre 2023
Dal 20 al 24 novembre 2023 Roma ospita la decima sessione dell’organo di governo del Trattato Fao sulle risorse genetiche vegetali per l’agricoltura e l’alimentazione. Si tratta della riunione di tutti i 150 Paesi aderenti che ogni due anni negoziano e definiscono attività e politiche, monitorando lo stato di avanzamento dell’implementazione nei singoli Stati membri. È importante ricordarsi che siamo all’interno del mondo delle Nazioni unite: un sistema di negoziato multilaterale dove le decisioni sono prese per consenso, con il principio “un Paese un voto”. Un esercizio di democrazia non irrilevante in un mondo sempre più dominato da gruppi di influenza come il G7, il G20 o da contesti dove a contare è soprattutto il peso economico dei membri, come il Brics formato per il momento da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica.
Ma di che cosa si occupa il Trattato Fao? Per capirlo dobbiamo tornare al 1983 quando durante la Conferenza della Fao, alcuni Stati del Sud del mondo chiesero un accordo internazionale sulle sementi. La domanda non era peregrina: com’era possibile che l’agrobiodiversità presente nei campi e sviluppata dagli agricoltori fosse considerata patrimonio comune dell’umanità a libero accesso e, invece, le varietà migliorate dalla ricerca erano protette da proprietà intellettuale? Da allora è passata tanta acqua sotto i ponti.
La Convenzione sulla diversità biologica (Cbd), approvata nel 1992 a Rio de Janeiro ed entrata in vigore nel 1994, si è illusa di trovare una soluzione a questa domanda, ancora più rilevante per il settore della biodiversità naturale: le risorse diventano di proprietà degli Stati e l’accesso viene negoziato con loro bilateralmente.
Facciamo un esempio: prima del 1994 una multinazionale poteva andare in Amazzonia, prelevare campioni o dati liberamente, tornare a “casa”, sviluppare un prodotto nuovo, brevettarlo e metterlo sul mercato. Il tutto senza nessun riconoscimento al Paese o alla comunità di origine della risorsa. Che invece, dal 1994, hanno un ruolo decisivo: la multinazionale, infatti, prima di andare a fare bioprospezione deve negoziare un accordo che stabilirà i benefici economici riconosciuti ai “proprietari” di quel bene. Questo modello si definisce Abs (acronimo di Access and benefit sharing) ed è stato formalizzato dal Protocollo di Nagoya entrato in vigore nel 2014, accordo interno alla Convenzione sulla diversità biologica frutto di ben vent’anni di discussioni.
Un simile sistema, basato su negoziati bilaterali tra “proprietari” della risorsa e utilizzatori, è una follia per l’innovazione varietale in agricoltura, frutto dello scambio continuo di varietà e del lavoro incrementale tra generazioni e attori. Far fronte a questa specificità è uno degli obiettivi del Trattato, che ha creato una specie di bene comune globale in cui i singoli Stati, abdicando alla loro sovranità, hanno deciso di mettere un set di colture in quello che si chiama Sistema multilaterale. Insomma, non più il libero accesso di quando erano patrimonio comune dell’umanità, ma un sistema facilitato, multilaterale, dove le risorse circolano sulla base di un accordo uguale per tutti e che non prevede scambi in denaro.
In un momento storico in cui abbiamo maggiore bisogno di biodiversità, questa è sempre più chiusa da recinti che ne rendono difficile, se non impossibile, l’uso
Nel frattempo la proprietà intellettuale ha esteso il suo dominio sulla ricerca agricola, con strumenti sempre più stringenti come il brevetto industriale che, grazie a pratiche scorrette dell’Ufficio brevetti europeo (Epo), finisce per andare a proteggere anche le varietà vegetali e i geni in esse contenute, disattendendo le indicazioni del Parlamento europeo. “Il sospetto è che la forzatura delle metafore meccanicistiche, inadeguate a descrivere la biologia di oggi, sia un alibi per giustificare la privatizzazione del vivente. I brevetti -scriveva nel 2003 la giurista Maria Chiara Tallacchini- sono strumenti che nascono in un altro ambito e con altri scopi: forse è ora di inventarci strumenti giuridici nuovi”. Purtroppo, invece di cercare vie innovative, siamo finiti a mettere bandierine, dare patenti di proprietà a una pletora di soggetti, con il risultato di rendere ancora più difficile lo scambio delle risorse, tanto che alcuni autori descrivono questa epoca come quella della tragedia degli anticommons. La tesi è semplice: quando troppe persone possiedono pezzi di una cosa, nessuno può usarla.
Un’eccessiva proprietà privata riduce l’innovazione e porta al sottoutilizzo della risorsa, in un meccanismo per cui si riduce la cooperazione e tutti perdono. Risolvere la tragedia degli anticommons sarà la sfida fondamentale per continuare a promuovere l’innovazione nelle nostre società. Dovendo fare un bilancio emerge un vincitore: gli avvocati esperti di negoziati Access and benefit sharing. Al contrario sono molto pochi gli esempi che dimostrano che il modello della Convenzione sulla diversità biologica -accesso in cambio di soldi- abbia davvero funzionato.
Nel settore agricolo le multinazionali sementiere si sono sviluppate le loro collezioni private di sementi, riducendo la necessità di accedere a quelle in pubblico dominio conservate dalle banche pubbliche del germoplasma e, di conseguenza, anche la disponibilità delle varietà. E, ovviamente, l’idea di avere un ritorno economico verso quelle comunità, rurali o indigene, che avevano sviluppato o conservato le risorse è rimasto solo un miraggio. In un momento storico in cui per rispondere alle sfide dei cambiamenti climatici avremmo maggiore bisogno di biodiversità, questa è sempre più chiusa da recinti e steccati che ne rendono difficile se non impossibile l’uso. Un controsenso legato alla polarizzazione tra Nord e Sud del mondo, di cui non si vede all’orizzonte una facile soluzione.
Ecco perché il Trattato è importante. È l’unico luogo multilaterale in cui trovare un compromesso tra mondi distanti e discutere non solo di accesso alle sementi, ma anche di quelle politiche che dovrebbero rendere pienamente operativo questo strumento di diritto internazionale. Politiche legate ai diritti degli agricoltori e all’uso sostenibile dell’agrobiodiversità, con l’obiettivo di dare riconoscimento e dignità di esistenza alle comunità che hanno prodotto, producono e detengono la diversità. Non soldi in cambio di risorse, ma costruzione di un ambiente scientifico, giuridico, sociale ed economico pluralistico: humus fondamentale dove far crescere nuovi sistemi agroalimentari diversificati e agroecologici.
Superare il dogma dell’uniformità in campo richiede un cambiamento sociale, economico, tecnico e culturale che avrà vincitori e vinti. Non c’è tempo da perdere.
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 263 – Ottobre 2023
Mi è capitato sottomano un articolo di Le Scienze del 1987 dal titolo “La monocoltura”, in cui si legge che uniformità colturale e monocolture (la successione della stessa specie, anno dopo anno, nello stesso campo) sono uno degli effetti della modernizzazione agricola che ha permesso la crescita di produttività, grazie al supporto della chimica di sintesi. La specializzazione colturale ha permesso l’aumento delle superfici aziendali e scollegato definitivamente allevamento e agricoltura. Questo legame, fondamentale per assicurare la fertilità del suolo, infatti non è più necessario proprio grazie ai fertilizzanti. Tra le cause individuate nella diffusione delle monocolture gli autori ricordano la meccanizzazione e le economie di scala.
L’articolo, però, già allora avanzava alcune critiche al modello, indicando effetti collaterali come l’erosione del suolo e la perdita di sostanza organica. E proponeva una serie di tecniche alternative come le rotazioni, appropriati avvicendamenti colturali e una copertura del suolo continua.
Insomma, anche 35 anni fa era evidente la strada che aveva intrapreso l’agricoltura e come fosse necessaria una drastica correzione di rotta. Da allora, altri fattori sono diventati rilevanti nel favorire la specializzazione colturale e le monocolture in una corsa senza senso verso l’uniformità. La grande distribuzione organizzata, con il suo sistema di logistica, e la concentrazione del mercato dei fattori produttivi (sementi, fertilizzanti e pesticidi) lasciano sempre meno scelte agli agricoltori. Nel 1987 gli autori dell’articolo non potevano ancora annoverare tra gli effetti perversi dell’uniformità colturale una minore capacità di far fronte ai cambiamenti climatici.
A questa conclusione, invece, sono giunti i ricercatori che hanno scritto “Crop diversity buffers the impact of droughts and high temperatures on food production”, pubblicato a giugno 2023 sulla rivista Environmental research letter. Attraverso l’analisi di 58 anni di dati su clima, produzioni e redditi di 109 colture in 127 Paesi, gli autori affermano che “una maggiore diversità delle colture riduce gli impatti negativi della siccità e delle alte temperature sulle produzioni agricole”, evidenziando “il potenziale non ancora sfruttato della diversità delle colture per una maggiore resilienza alle condizioni meteorologiche”.
Sono state 109 le colture prese in esame per un periodo di 58 anni in uno studio scientifico dedicato agli impatti dell’agrodiversità su siccità e aumento delle temperature
Insomma, in pieno antropocene e in balia dei cambiamenti climatici il settore agricolo non può più nascondersi. Deve accettare la responsabilità di essere uno dei maggiori responsabili della crisi odierna, e allo stesso tempo prendere su di sé la sfida di svolgere un nuovo ruolo per favorire la sua transizione agroecologica. Si tratta di un passaggio non facile. Anni di ubriacatura tecnologica, basati sull’illusione del progresso unidimensionale dei modelli agricoli hanno creato un baratro culturale che è difficile recuperare in così poco tempo.
Passare dal dogma dell’uniformità e della monocoltura alla diversità richiede un processo sociale, economico, tecnico, scientifico, culturale e politico di cambiamento che avrà vincitori e vinti. Un processo che dovrà ridistribuire il potere all’interno delle filiere alimentari e anche nella ricerca agricola. Non si tratta solo di democratizzare o spezzare monopoli e oligopoli economici, ma di decolonizzare le nostre menti.
Realizzare che il progresso agricolo non è una linea retta che va dal passato al futuro, dai contadini agli imprenditori agricoli, dall’agricoltura familiare a quella capitalistica, è innanzitutto un processo culturale. Tante sarebbero le strade e i modelli possibili se avessimo la capacità di ascoltare le innovazioni che nascono nei diversi territori, cercando soluzioni fuori dai percorsi già battuti, e aprendo le nostre realtà sociali alla reciproca contaminazione.