Principi guida per la salvaguardia degli ecosistemi alpini
di Giuseppe De Santis – Rete Semi Rurali
Le Alpi rappresentano un areale unico, caratterizzato da una moltitudine di ecosistemi e biodiversità. Questo contesto sta manifestando delle fragilità, accelerate dal riscaldamento globale e dal peggioramento delle condizioni socio-economiche delle popolazioni che lo vivono. L’aumento delle temperature, l’instabilità dei pendii e l’erosione del suolo sono fattori fisici fondamentali che coincidono con fenomeni presenti in numerose regioni montane, come l’invecchiamento della popolazione, la diminuzione dei terreni agricoli, il deterioramento e l’abbandono di molte aree alpine e l’erosione della loro preziosa diversità biologica. L’agricoltura alpina non industriale è caratterizzata dalla biodiversità vegetale e animale, risorsa fondamentale per l’adattamento ai repentini cambiamenti del clima e che costituisce la base per lo sviluppo di filiere preziose in ambito agro-silvo-pastorale. Conservare e ricostruire filiere significa sostenere economie collaterali al turismo che divengono cruciali per lo sviluppo locale e la permanenza dei giovani in questi territori. Qui, l’agricoltura biologica rappresenta un’opportunità per promuovere una produzione alimentare sostenibile, che a sua volta è tra gli ambiziosi obiettivi della Convenzione delle Alpi. Essa racchiude i principi guida per realizzare una transizione sostenibile dello spazio Alpino e funge da base legislativa per proteggere gli ecosistemi alpini vulnerabili, le identità culturali e le tradizioni regionali. Allo stesso tempo è uno strumento che consente ai Paesi partecipanti di affrontare in modo collaborativo sfide urgenti come lo spopolamento, l’iper sfruttamento dei suoli, l’invecchiamento ecc.
La Convenzione delle Alpi è quindi una convenzione internazionale tesa a realizzare la protezione e lo sviluppo sostenibile dell’arco alpino, rendendoloregione pioniera per uno stile di vita sostenibile nel cuore dell’Europa. Firmata a Salisburgo il 7 novembre 1991 da Austria, Francia, Germania, Italia, Svizzera, Liechtenstein e UE (la Slovenia ha firmato la Convenzione nel 1993), è entrata in vigore il 6 marzo 1995 ed è vincolante per i paesi firmatari. Rappresenta inoltre una solida base su cui si costruiscono e si rafforzano quotidianamente partenariati tra Comuni, Regioni e Stati aderenti. La Convenzione quadro, contenente i principi generali e ormai ratificata da tutte le Parti contraenti, si concretizza attraverso i cosiddetti Protocolli di attuazione, previsti per dodici settori tra cui Pianificazione territoriale e sviluppo sostenibile, Protezione della natura e tutela del paesaggio, Agricoltura di montagna, Foreste montane, Difesa del suolo.
Dal 2022 RSR è stata invitata ai lavori del sounding board da CIPRA International (Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi) che, fondata nel 1952, è un’organizzazione non governativa, autonoma e senza scopo di lucro che si impegna per la protezione e lo sviluppo sostenibile delle Alpi e monitora l’implementazione della Convenzione delle Alpi.
Il ruolo delle aree montane per la gestione dinamica dell’agobiodiversità
di Giuseppe De Santis – Rete Semi Rurali
Nel corso di 430 milioni di anni le piante hanno conquistato quasi tutto il globo. L’evoluzione dei vegetali ha avuto un grado di variabilità molto più elevata di quella che si riscontra negli animali. Il significato evolutivo è connesso al fatto che le piante, non potendo spostarsi nello spazio, devono avere tutte le “risposte” per gestire i cambiamenti dell’ambiente in cui si sono installate. Dopo il collo di bottiglia legato alla domesticazione delle piante coltivate, i viaggi delle colture dai centri di origine e la loro c coltivazione in areali diversi da quelli di partenza hanno prodotto l’enorme diversità di varietà che è stata la base della nostra agricoltura. Tanto più gli ambienti sono estremi, tanto maggiore è stata la diversificazione. La biodiversità delle regioni alpine è stata, quindi, il risultato di un processo di diversificazione che ha creato numerose e particolari nicchie ecologiche, legate, ad esempio, allo sviluppo di specie non competitive in suoli poveri di nutrienti. Nelle regioni alpine e montane accanto ai pascoli, con la loro diversità intrinseca di centinaia di specie vegetali, si coltivavano a “mosaico”: cereali a paglia, ortaggi (fagioli, piselli, cavoli, patate), semi oleosi (papavero) e piante da fibra (canapa, lino). Anche la raccolta e la selezione delle piante spontanee ha contribuito alla diversificazione degli habitat. Una grande quantità di PFNL (Prodotti Forestali Non Legnosi), inoltre, veniva utilizzata come alimento e rimedio medicinale per uomini e animali, nonché come mangime e ricovero. Con il progressivo abbandono di tali nicchie e l’avvento dell’agricoltura industriale si è accelerata la perdita di questi “contesti di diversità”. Anche la trasformazione socio-culturale ha favorito l’erosione di biodiversità che si manifesta nell’impoverimento del paesaggio, nella perdita di conoscenze sulle caratteristiche di piante e specie locali e nell’incapacità di leggere e reagire alle trasformazioni indotte dal riscaldamento globale. Un recente studio prodotto dall’Università della Montagna (UNIMONT) ha georeferenziato e classificato per famiglie botaniche le informazioni presenti nel registro nazionale dell’agrobiodiversità. Dallo studio emerge che Poaceae, Fabaceae e Solanaceae, che insieme comprendono il 70% di tutte le varietà erbacee, sono per lo più coltivate in aree submontane degli Appennini e delle Alpi, le quali diventano imprescindibili “hotspot” per la promozione dell’agrobiodiversità. Si conferma così la necessità di coniugare la conservazione nelle banche del germoplasma (ex situ) con politiche attive per favorire uso di piante selvatiche e varietà locali, nell’ottica di rafforzare positivamente l’interazione tra natura e attività umana nelle zone marginali d’Italia e d’Europa.
Comunità di pratiche e politiche transnazionali nello Spazio Alpino
di Rachele Stentella – Rete Semi Rurali
Il 16-17 Novembre 2023 si è tenuta presso la Casa del Parco di Cevo (BS) la due giorni di lavoro “Agro-biodiversità per la montagna”, evento realizzato all’interno del progetto “Diffondere Diversità, Rafforzare Comunità”. Tra i partecipanti a questo evento sono emerse alcune riflessioni tese a indirizzare il lavoro nelle aree interne. Non si può parlare di biodiversità coltivata in montagna senza tenere conto del contesto in cui è inserita, sia a livello di sistema agricolo, complesso e con elevato tasso di biodiversità, sia per il contesto sociale ed economico. Per fare sì che la vita in montagna non solo sia possibile ma anche desiderabile bisognerebbe trovare soluzioni che facilitino l’esperienza lavorativa nelle sue diverse sfaccettature. Questo percorso è possibile solo partendo dai bisogni endogeni e facilitando la raccolta e lo scambio di competenze tecniche che favoriscano la transizione agroecologica. Una prima soluzione è fornita dagli sportelli di agroecologia, che possono rispondere alla necessità di competenze adatte alle aree montane e allo stesso tempo creare una rete delle competenze già presenti. Il sistema multifunzionale che caratterizza l’azienda agricola di montagna, sia a livello inter-specifico (integrazione agricoltura-allevamento) sia a livello intra-specifico, vede un vuoto normativo che, seppur diverso in base alle Regioni, è accomunato dalla mancanza di riconoscimento dei sistemi poli-colturali e del loro valore. Inoltre, il ruolo nel mantenimento del territorio non è riconosciuto a livello economico (manutenzione del bosco, gestione delle acque) così come non lo sono le difficoltà logistiche e di gestione. Per renderlo efficiente, il sistema normativo andrebbe adeguato a tutti gli stadi delle filiere che originano da tali sistemi diversificati, dalla riproduzione delle sementi sino alle fasi di trasformazione e distribuzione dei prodotti, passando per la gestione in campo. Infatti, a causa dell’inadeguatezza legislativa nel riconoscere e supportare realtà consortili e comunitarie che condividono spazi e macchinari, attualmente le filiere sono spesso gestite da reti informali. Un primo passo potrebbe essere chiedere alla Regione di appartenenza l’adattamento di leggi già presenti in Regioni virtuose (PPL – Piccole Produzioni Locali in Veneto, ASS.FO – Associazioni Fondiarie in Piemonte). Il riconoscimento normativo del valore di agricoltura e allevamento in montagna risulta estremamente urgente e potrebbe essere agevolato facilitando la circolazione delle conoscenze e raccogliendo studi su casi pilota per supportare l’attività di advocacy, in modo da semplificare l’accesso a contributi legati alla biodiversità. Le piccole aziende di montagna svolgono una funzione determinante per la salvaguardia delle risorse genetiche in situ, sia perché custodi di specie “allogame” (l’isolamento spaziale favorisce infatti la capacità di moltiplicazione in purezza spesso difficile in contesti di agricoltura intensiva) sia perché all’interno delle comunità promuovono scambi che diminuiscono il tasso di consanguineità. Riconoscere loro questo ruolo è di fondamentale importanza. Infine, tutto il processo appena descritto deve essere supportato da un’adeguata comunicazione che deve tener conto del contesto culturale.
L’agricoltura di montagna (delle aree interne / territori fragili più in generale) è un gene che sta nel DNA di Rete Semi Rurali fin dalla sua fondazione. Personalmente ho trovato spesso ristoro nelle concrete suggestioni di Massimo Angelini, quando parlava e scriveva di prezzi della patata o della farina di castagne coltivate su terrazzamenti o nei ripidi boschi dell’appennino ligure.Prezzi necessariamente avulsi dalle leggi di mercato, ma “parlanti” dell’urgenza di garantire vita dignitosa a chi per tutti noi presidia territori il cui abbandono comporterebbe il disastro anche per chi vive a valle. Il dissesto idrogeologico innanzitutto. I Soci che vivono e animano territori marginali sono numerosi e spesso siamo stati chiamati a interagire con le comunità rurali da loro rappresentate, quando per raccontarci, quando per animare confronti e laboratori sui temi a noi più congeniali nel percorso dal seme al piatto, quando per compartecipare alla gestione di progetti del PSR. L’incontro con la comunità della Valcamonica, inizialmente su invito del Parco dell’Adamello Lombardo e poi con le nascenti iniziative del Biodistretto, ci ha consentito di investire su attività più strutturate e su una relazione più stabile anche con altre comunità delle Aree Interne che stanno affrontando simili sfide lungo le filiere, ripartendo non solo dal seme ma anche dalla difficoltà di accesso alla terra. Siamo così tornati a riconoscerne la centralità strategica per Rete Semi Rurali, consapevoli delle grandi difficoltà di comunicazione e incontro fra comunità, complicate dalle condizioni geografiche e spesso deprivate dalle tecnologie che oggi ci rendono la vita più semplice. Proprio per questo riteniamo che la grande ricchezza di specificità culturali e territoriali sia unita da un denominatore comune: la rivendicazione di condizioni di vita non solo possibili ma anche desiderabili (vedi l’articolo “Agrobiodiversità per la Montagna”), che valorizzino la complessità relazionale e di prospettiva in perenne bilico fra restanza, abbandono e ripopolamento. Il Biodistretto della Valcamonica, parte ormai integrante di RSR, con le sue iniziative è testimonianza concreta che gli incentivi, quando ricadono sulla costruzione di comunità, oltre che sugli indispensabili strumenti produttivi, lasciano tracce di maggior resilienza e dinamicità. Certo è che la situazione intorno a noi non è delle migliori e tutto sembra remare contro: le difficoltà che si stanno incontrando nell’applicazione delle strategie del Green Deal, ostacolate dalla trasversalità politica e comunicativa che pratica l’accanimento terapeutico sul pozzo senza fondo dell’agroindustria così come è concepita, piuttosto che investire sulla cultura e sulle pratiche sempre più urgenti della transizione agroecologica, non fanno ben sperare. È proprio per questo che il ruolo di RSR dovrà essere sempre più quello di fornire strumenti di scambio e valorizzazione delle esperienze di comunità, attraversate da un clima di rinascimento diffuso che necessita di riconoscimento e di infusione di nuove energie umane e culturali. Non sarà facile vincere le difficoltà dovute a un’ apparente autoreferenzialità delle singole iniziative. Lo sforzo di visitarsi, conoscersi, scambiare, può sembrare a volte superfluo nell’imminenza della complicata quotidianità del vivere e del presidiare territori aspri e coinvolgenti: la sfida sta nel rendere proficue le occasioni di incontro. L’evento di novembre in Valcamonica ci restituisce ottimismo. Già se ne vedono alcuni benefici. Le recenti collaborazioni di RSR con Agroecology Europe, A.I.D.A. o con il movimento Paesi dell’Acqua possono essere una via per raggiungere con più slancio una maggiore capacità di penetrazione.
Il titolo è mendace: Massimo Angelini ed Esther Weber avrebbero ragioni da vendere nel rivendicare, almeno in questa fase, la titolarità delle prime scelte editoriali. Sono stati loro infatti a offrire a Rete Semi Rurali l’eredità di alcuni gioielli ex Pentàgora e avranno molto da brigare nell’instradarci verso un mestiere che non si improvvisa: il loro generoso supporto è ancora più prezioso considerando l’impegno che li assorbe nella nuova coraggiosa avventura con Temposospeso!
Abbiamo accettato la sfida con spirito adolescenziale scevro da preoccupazioni: d’altra parte l’opportunità di raccogliere cotanto testimone è cosa rara e l’urgenza di comunicare con parole nostre pubblicando testi coerenti con la missione associativa lo è altrettanto.
Abituatevi a riconoscere il logo di Edizioni SemiRurali sulle copertine di libri attinenti alla ruralità, alla biodiversità e alla sempre più necessaria transizione agroecologica. Ad oggi abbiamo scelto insieme a Esther e Massimo i titoli di maggior successo del catalogo rurale di Pentàgora che riteniamo abbiano ancora molto da dire al lettore biodiverso. Sembra un lavoro facile ma, seppur pazientemente guidati dalla competente supervisione, stiamo facendo qualche piccolo errore da principianti di cui chiediamo venia a lettori, autori e ai collaboratori che a vario titolo ne vengono coinvolti.
Il progetto grafico è compiuto e in questo caso dobbiamo ringraziare Yoshi Mari per la felice scelta e la competente realizzazione.
Siamo felici, a neanche un anno di distanza dalla sigla del “patto ereditario” di poter presentare 7 titoli che aprono la strada verso il salto di qualità cui siamo chiamati: fatto tesoro dell’esperienza dell’esordio, è necessario acquisire le competenze che ci consentano di rinnovare la proposta con nuovi titoli selezionati in coerenza con le aree che contraddistinguono l’operatività di Rete Semi Rurali. La scelta è infatti quella di rispecchiare nelle collane la struttura organizzativa che la Rete si è data: Comunità, Case delle sementi, ricercAZIONE, Seminare il Cambiamento.
L’esperienza di Mondeggi ha avvicinato tantissime persone suscitando in loro la voglia di avvicinarsi alla terra e intraprendere percorsi agricoli.
La scuola, arrivata alla sua quinta edizione, si terrà nel periodo dicembre 2023 – maggio 2024 presso la tenuta di Mondeggi, in località Bagno a Ripoli (FI), in collaborazione con l’APS Mondeggi Bene Comune. La tenuta di Mondeggi si estende per quasi duecento ettari e comprende circa dieci ettari di vigneto, diecimila piante di olivo, sessanta ettari di seminativo, una villa medicea del XIV secolo e otto case coloniche.
Ogni due anni Mondeggi ospita la scuola contadina, un’iniziativa che si estende per alcuni mesi e mette a disposizione corsi e lezioni sui saperi contadini e le autoproduzioni. Saranno presenti agronomi, contadini, tecnici, professori e professionisti scegliendo noi stessi chi invitare e gli argomenti da trattare. L’offerta formativa è stata ampliata con nuovi docenti grazie alla collaborazione con UBI (Unione Buddhista Italiana) che ha sostenuto anche economicamente questo progetto.
L’obiettivo della scuola, libera e gratuita, è garantire un accesso popolare ai saperi legati alla terra e all’autodeterminazione alimentare. Mondeggi metterà a disposizione diversi spazi per ospitare gli studenti e i pasti durante i weekend saranno forniti con prodotti della fattoria o del mercato contadino locale a prezzi accessibili. Tutto il ricavato proveniente dalle offerte libere e dai pasti verrà investito all’interno della fattoria.
Contattare il responsabile del corso per info e per segnalare la vostra presenza.
Conosciamoci, impariamo insieme e facciamo rete per collaborare ad affermare la sovranità alimentare.
Se non diversamente indicato tutti gli incontri si terranno nella sala assemblee in via di Mondeggi n.4 Bagno a Ripoli (Fi)