Comunità di pratiche e politiche transnazionali nello Spazio Alpino
di Rachele Stentella – Rete Semi Rurali
Il 16-17 Novembre 2023 si è tenuta presso la Casa del Parco di Cevo (BS) la due giorni di lavoro “Agro-biodiversità per la montagna”, evento realizzato all’interno del progetto “Diffondere Diversità, Rafforzare Comunità”. Tra i partecipanti a questo evento sono emerse alcune riflessioni tese a indirizzare il lavoro nelle aree interne. Non si può parlare di biodiversità coltivata in montagna senza tenere conto del contesto in cui è inserita, sia a livello di sistema agricolo, complesso e con elevato tasso di biodiversità, sia per il contesto sociale ed economico. Per fare sì che la vita in montagna non solo sia possibile ma anche desiderabile bisognerebbe trovare soluzioni che facilitino l’esperienza lavorativa nelle sue diverse sfaccettature. Questo percorso è possibile solo partendo dai bisogni endogeni e facilitando la raccolta e lo scambio di competenze tecniche che favoriscano la transizione agroecologica. Una prima soluzione è fornita dagli sportelli di agroecologia, che possono rispondere alla necessità di competenze adatte alle aree montane e allo stesso tempo creare una rete delle competenze già presenti. Il sistema multifunzionale che caratterizza l’azienda agricola di montagna, sia a livello inter-specifico (integrazione agricoltura-allevamento) sia a livello intra-specifico, vede un vuoto normativo che, seppur diverso in base alle Regioni, è accomunato dalla mancanza di riconoscimento dei sistemi poli-colturali e del loro valore. Inoltre, il ruolo nel mantenimento del territorio non è riconosciuto a livello economico (manutenzione del bosco, gestione delle acque) così come non lo sono le difficoltà logistiche e di gestione. Per renderlo efficiente, il sistema normativo andrebbe adeguato a tutti gli stadi delle filiere che originano da tali sistemi diversificati, dalla riproduzione delle sementi sino alle fasi di trasformazione e distribuzione dei prodotti, passando per la gestione in campo. Infatti, a causa dell’inadeguatezza legislativa nel riconoscere e supportare realtà consortili e comunitarie che condividono spazi e macchinari, attualmente le filiere sono spesso gestite da reti informali. Un primo passo potrebbe essere chiedere alla Regione di appartenenza l’adattamento di leggi già presenti in Regioni virtuose (PPL – Piccole Produzioni Locali in Veneto, ASS.FO – Associazioni Fondiarie in Piemonte). Il riconoscimento normativo del valore di agricoltura e allevamento in montagna risulta estremamente urgente e potrebbe essere agevolato facilitando la circolazione delle conoscenze e raccogliendo studi su casi pilota per supportare l’attività di advocacy, in modo da semplificare l’accesso a contributi legati alla biodiversità. Le piccole aziende di montagna svolgono una funzione determinante per la salvaguardia delle risorse genetiche in situ, sia perché custodi di specie “allogame” (l’isolamento spaziale favorisce infatti la capacità di moltiplicazione in purezza spesso difficile in contesti di agricoltura intensiva) sia perché all’interno delle comunità promuovono scambi che diminuiscono il tasso di consanguineità. Riconoscere loro questo ruolo è di fondamentale importanza. Infine, tutto il processo appena descritto deve essere supportato da un’adeguata comunicazione che deve tener conto del contesto culturale.
L’agricoltura di montagna (delle aree interne / territori fragili più in generale) è un gene che sta nel DNA di Rete Semi Rurali fin dalla sua fondazione. Personalmente ho trovato spesso ristoro nelle concrete suggestioni di Massimo Angelini, quando parlava e scriveva di prezzi della patata o della farina di castagne coltivate su terrazzamenti o nei ripidi boschi dell’appennino ligure.Prezzi necessariamente avulsi dalle leggi di mercato, ma “parlanti” dell’urgenza di garantire vita dignitosa a chi per tutti noi presidia territori il cui abbandono comporterebbe il disastro anche per chi vive a valle. Il dissesto idrogeologico innanzitutto. I Soci che vivono e animano territori marginali sono numerosi e spesso siamo stati chiamati a interagire con le comunità rurali da loro rappresentate, quando per raccontarci, quando per animare confronti e laboratori sui temi a noi più congeniali nel percorso dal seme al piatto, quando per compartecipare alla gestione di progetti del PSR. L’incontro con la comunità della Valcamonica, inizialmente su invito del Parco dell’Adamello Lombardo e poi con le nascenti iniziative del Biodistretto, ci ha consentito di investire su attività più strutturate e su una relazione più stabile anche con altre comunità delle Aree Interne che stanno affrontando simili sfide lungo le filiere, ripartendo non solo dal seme ma anche dalla difficoltà di accesso alla terra. Siamo così tornati a riconoscerne la centralità strategica per Rete Semi Rurali, consapevoli delle grandi difficoltà di comunicazione e incontro fra comunità, complicate dalle condizioni geografiche e spesso deprivate dalle tecnologie che oggi ci rendono la vita più semplice. Proprio per questo riteniamo che la grande ricchezza di specificità culturali e territoriali sia unita da un denominatore comune: la rivendicazione di condizioni di vita non solo possibili ma anche desiderabili (vedi l’articolo “Agrobiodiversità per la Montagna”), che valorizzino la complessità relazionale e di prospettiva in perenne bilico fra restanza, abbandono e ripopolamento. Il Biodistretto della Valcamonica, parte ormai integrante di RSR, con le sue iniziative è testimonianza concreta che gli incentivi, quando ricadono sulla costruzione di comunità, oltre che sugli indispensabili strumenti produttivi, lasciano tracce di maggior resilienza e dinamicità. Certo è che la situazione intorno a noi non è delle migliori e tutto sembra remare contro: le difficoltà che si stanno incontrando nell’applicazione delle strategie del Green Deal, ostacolate dalla trasversalità politica e comunicativa che pratica l’accanimento terapeutico sul pozzo senza fondo dell’agroindustria così come è concepita, piuttosto che investire sulla cultura e sulle pratiche sempre più urgenti della transizione agroecologica, non fanno ben sperare. È proprio per questo che il ruolo di RSR dovrà essere sempre più quello di fornire strumenti di scambio e valorizzazione delle esperienze di comunità, attraversate da un clima di rinascimento diffuso che necessita di riconoscimento e di infusione di nuove energie umane e culturali. Non sarà facile vincere le difficoltà dovute a un’ apparente autoreferenzialità delle singole iniziative. Lo sforzo di visitarsi, conoscersi, scambiare, può sembrare a volte superfluo nell’imminenza della complicata quotidianità del vivere e del presidiare territori aspri e coinvolgenti: la sfida sta nel rendere proficue le occasioni di incontro. L’evento di novembre in Valcamonica ci restituisce ottimismo. Già se ne vedono alcuni benefici. Le recenti collaborazioni di RSR con Agroecology Europe, A.I.D.A. o con il movimento Paesi dell’Acqua possono essere una via per raggiungere con più slancio una maggiore capacità di penetrazione.
Il titolo è mendace: Massimo Angelini ed Esther Weber avrebbero ragioni da vendere nel rivendicare, almeno in questa fase, la titolarità delle prime scelte editoriali. Sono stati loro infatti a offrire a Rete Semi Rurali l’eredità di alcuni gioielli ex Pentàgora e avranno molto da brigare nell’instradarci verso un mestiere che non si improvvisa: il loro generoso supporto è ancora più prezioso considerando l’impegno che li assorbe nella nuova coraggiosa avventura con Temposospeso!
Abbiamo accettato la sfida con spirito adolescenziale scevro da preoccupazioni: d’altra parte l’opportunità di raccogliere cotanto testimone è cosa rara e l’urgenza di comunicare con parole nostre pubblicando testi coerenti con la missione associativa lo è altrettanto.
Abituatevi a riconoscere il logo di Edizioni SemiRurali sulle copertine di libri attinenti alla ruralità, alla biodiversità e alla sempre più necessaria transizione agroecologica. Ad oggi abbiamo scelto insieme a Esther e Massimo i titoli di maggior successo del catalogo rurale di Pentàgora che riteniamo abbiano ancora molto da dire al lettore biodiverso. Sembra un lavoro facile ma, seppur pazientemente guidati dalla competente supervisione, stiamo facendo qualche piccolo errore da principianti di cui chiediamo venia a lettori, autori e ai collaboratori che a vario titolo ne vengono coinvolti.
Il progetto grafico è compiuto e in questo caso dobbiamo ringraziare Yoshi Mari per la felice scelta e la competente realizzazione.
Siamo felici, a neanche un anno di distanza dalla sigla del “patto ereditario” di poter presentare 7 titoli che aprono la strada verso il salto di qualità cui siamo chiamati: fatto tesoro dell’esperienza dell’esordio, è necessario acquisire le competenze che ci consentano di rinnovare la proposta con nuovi titoli selezionati in coerenza con le aree che contraddistinguono l’operatività di Rete Semi Rurali. La scelta è infatti quella di rispecchiare nelle collane la struttura organizzativa che la Rete si è data: Comunità, Case delle sementi, ricercAZIONE, Seminare il Cambiamento.
Per scoprire le pubblicazioni della nostra casa editrice potete consultare il sito: https://edizioni.semirurali.net .
All’indirizzo biblioteca@semirurali.net. sono più che benvenuti suggerimenti su titoli che vi piacerebbe veder pubblicati da Edizioni Semi Rurali!
L’esperienza di Mondeggi ha avvicinato tantissime persone suscitando in loro la voglia di avvicinarsi alla terra e intraprendere percorsi agricoli.
La scuola, arrivata alla sua quinta edizione, si terrà nel periodo dicembre 2023 – maggio 2024 presso la tenuta di Mondeggi, in località Bagno a Ripoli (FI), in collaborazione con l’APS Mondeggi Bene Comune. La tenuta di Mondeggi si estende per quasi duecento ettari e comprende circa dieci ettari di vigneto, diecimila piante di olivo, sessanta ettari di seminativo, una villa medicea del XIV secolo e otto case coloniche.
Ogni due anni Mondeggi ospita la scuola contadina, un’iniziativa che si estende per alcuni mesi e mette a disposizione corsi e lezioni sui saperi contadini e le autoproduzioni. Saranno presenti agronomi, contadini, tecnici, professori e professionisti scegliendo noi stessi chi invitare e gli argomenti da trattare. L’offerta formativa è stata ampliata con nuovi docenti grazie alla collaborazione con UBI (Unione Buddhista Italiana) che ha sostenuto anche economicamente questo progetto.
L’obiettivo della scuola, libera e gratuita, è garantire un accesso popolare ai saperi legati alla terra e all’autodeterminazione alimentare. Mondeggi metterà a disposizione diversi spazi per ospitare gli studenti e i pasti durante i weekend saranno forniti con prodotti della fattoria o del mercato contadino locale a prezzi accessibili. Tutto il ricavato proveniente dalle offerte libere e dai pasti verrà investito all’interno della fattoria.
Contattare il responsabile del corso per info e per segnalare la vostra presenza.
Conosciamoci, impariamo insieme e facciamo rete per collaborare ad affermare la sovranità alimentare.
Se non diversamente indicato tutti gli incontri si terranno nella sala assemblee in via di Mondeggi n.4 Bagno a Ripoli (Fi)
Questa estate ci ha lasciato Melaku Worede tra i primi pioneri a sostenere che la biodiversità agricola andasse mantenuta anzitutto nei campi degli agricoltori
Riportiamo qui un breve testo pubblicato sul numero 621, 33 (2023) di Nature a cura del suo allievo etiope Regassa Feyissa e Toby Hobgkin
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Melaku Worede è stato al centro degli sforzi per garantire la conservazione del patrimonio di diversità delle specie coltivatr dell’Etiopia e per assicurare che gli agricoltori ne traessero beneficio. Dal 1979 al 1993 ha guidato una delle più importanti banche del germoplasma al mondo, il Plant Genetic Resources Center di Addis Abeba (ora Ethiopian Biodiversity Institute).
Era un periodo in cui le monocolture uniformi di colture come il mais (Zea mays), il grano (Triticum aestivum) e l’orzo (Hordeum vulgare) erano ampiamente diffuse anche nei paesi in via di sviluppo. Melaku era impegnato nel salvare la diversità delle colture tradizionali prima che andassero perse. Le pratiche sviluppate da Melaku, definite “conservazione attraverso l’uso”, sono oggi applicate in tutto il mondo.
In Etiopia, Melaku ha creato legami tra agricoltori, sementieri e laboratori per conservare le varietà autoctone di cereali e altre colture, dall’orzo, il sorgo (Sorghum spp.) e le lenticchie (Lens culinaris) al caffè (Coffea arabica) e alla graminacea teff (Eragrostis tef), i cui semi vengono macinati per preparare la focaccia tradizionale injera. Sotto la sua guida, le pratiche e le conoscenze tradizionali degli agricoltori sono diventate parte integrante dello sviluppo agricolo. Ha incoraggiato gli agricoltori a conservare i semi e a condurre prove sul campo per valutare quali colture crescono meglio. Il centro ha contribuito a reintrodurre varietà perdute e a sostenere gli agricoltori nella conservazione e nello sviluppo delle scorte: collegamenti che si sono rivelati cruciali per la ripresa della popolazione rurale etiope dopo la disastrosa siccità e carestia del 1984. Oggi, circa 50 banche dei semi comunitarie in Etiopia lavorano ancora con la banca genetica nazionale per sostenere la diversità delle colture.
Milioni di posti di lavoro nella produzione alimentare stanno scomparendo: un cambiamento di mentalità aiuterebbe a conservarli
Nato nella provincia di Shewa, nell’Etiopia centrale, nel 1936, Melaku, morto all’età di 87 anni, era uno dei 7 figli. Dopo aver terminato la scuola ad Addis Abeba, ha studiato agronomia all’Alemaya Agricultural College of Ethiopia di Harar (poi Università di Haramaya). Ha studiato brevemente in Svezia prima di tornare in Etiopia per assumere l’incarico di preside del Jimma Agricultural College. Nel 1972 ha vinto una borsa di studio per l’Università del Nebraska-Lincoln negli Stati Uniti, dove ha conseguito il dottorato di ricerca in agronomia, specializzandosi in genetica e allevamento.
Desideroso di applicare le sue competenze per sostenere la produzione alimentare nel suo Paese, Melaku tornò in Etiopia dopo il dottorato e fu invitato a ricoprire il ruolo di direttore del Centro per le risorse genetiche vegetali, istituito nel 1976 con la collaborazione del governo della Germania occidentale. Melaku lasciò rapidamente il segno. Nel 1986, la collezione del centro era cresciuta fino a 39.000 campioni, di cui 14.000 provenienti dall’Etiopia, coprendo la maggior parte delle principali colture di ogni area regionale ed ecogeografica.
Melaku si è battuto a livello globale per il riconoscimento del contributo degli agricoltori alla conservazione delle risorse fitogenetiche. Si è battuto affinché i diritti degli agricoltori fossero riconosciuti da organismi internazionali come l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO). Dopo 20 anni di campagne, la protezione delle conoscenze tradizionali e il riconoscimento dei diritti degli agricoltori – di beneficiare delle risorse fitogenetiche e di essere inclusi nei processi decisionali sulla conservazione e sull’uso di tali risorse – sono stati sanciti nel Trattato internazionale sulle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura della FAO nel 2004. Il centro ha anche formato funzionari agricoli e responsabili politici, spostando l’atteggiamento della politica e della strategia di sviluppo verso una maggiore enfasi sull’uso della diversità vegetale delle colture locali per la produzione e il miglioramento delle specie coltivate
Melaku ha condiviso il suo punto di vista e le sue esperienze in tutto il mondo: come primo presidente del Comitato africano per le risorse fitogenetiche, presidente della Commissione FAO sulle risorse genetiche per l’alimentazione e l’agricoltura e membro del consiglio di amministrazione dell’Istituto internazionale per le risorse fitogenetiche. Nel 1989 ha ricevuto il premio Right Livelihood per aver “preservato la ricchezza genetica dell’Etiopia”. Nel 1993 ha co-fondato Seeds of Survival, un’iniziativa della società civile che ha formato più di 170 specialisti e tecnici per programmi di risorse genetiche in Africa, Asia sud-orientale e America Latina.
Scienziato con una profonda conoscenza e visione, Melaku è stato un mentore generoso che ha condiviso pienamente i suoi pensieri, le sue conoscenze e le sue esperienze. Pervaso da integrità e umiltà, è stato un modello per i suoi colleghi, studenti e seguaci, compresi i molti curatori di banche genetiche e giovani scienziati che ha consigliato, sostenuto e formato. Grazie ai suoi risultati pionieristici, l’Etiopia è un modello per la conservazione della biodiversità.
Spazi agricoli in città e la nascita di nuove comunità
di Elenia Penna, Elia Renzi – Società Toscana di Orticultura
L’orticoltura urbana sta diventando sempre più popolare e praticata. Coltivare è da sempre una prerogativa delle aree rurali attorno alle città: la coltivazione degli orti è una delle poche attività, insieme al florovivaismo, alla cura di giardini e alla frutticoltura, che alimenta il legame tra urbano e rurale, anche quando le città erano ancora cinte da mura in tutta Europa.
Fin dall’antichità, gli orti sono stati parte integrante di città, castelli, monasteri, eremi e insediamenti. Se pensiamo, per esempio, all’Europa medioevale troviamo molto spesso una fascia di orti urbani collocata tra la fine degli insediamenti e le mura cittadine: in quell’area marginale, che oggi potremmo chiamare periferia, sorgevano orti, con presenza di alberi da frutto e pozzi, utili in caso d’assedio o di pandemie. Gli orti erano talvolta disciplinati da regolamenti o leggi che prevedevano la coltivazione di alberi da frutto. I residui di questo antico mondo scomparso sono ancor oggi evidenti nella toponomastica di alcune strade: per esempio a Firenze, Via dell’Orto o Via dell’Ortone sono realizzate dove un tempo sorgevano gli orti.
Nel periodo delle grandi dittature e successivamente della guerra, in Italia nacquero delle vere e proprie guide per la gestione dell’orto domestico. Al termine del secondo conflitto mondiale, in Europa iniziò la ricostruzione e con essa una massiccia urbanizzazione che ha cambiato inesorabilmente la gestione e l’aspetto dei paesaggi rurali e urbani. Le aree urbane sono cresciute esponenzialmente e le reti stradali si sono intersecate alle tante aree coltivate. Inoltre, lo spostamento dalla campagna alla città ha dato luogo a territori sempre più degradati e incolti, e a città sempre più invivibili con pochi spazi verdi.
Molte persone che provenivano dalle campagne o avevano nella storia familiare un legame con la terra, nel corso degli anni si sono arrangiate conquistando lembi di terra in aree marginali e interstiziali, costruendo orti urbani spesso diventati vere e proprie discariche diffuse ai margini di strade principali, ferrovie o lungo i fiumi, accumulando sporcizia, plastica e utilizzando discutibili metodi di coltivazione.
A partire già dagli anni ’70, però, gli orti urbani hanno iniziato ad assumere un nuovo ruolo, riconnettendo le comunità alla natura e generando nuovi spazi organizzati per città sempre più affollate e affogate di cemento. I sempre più numerosi orti sociali “invadono” i centri urbani europei rivelando il bisogno delle comunità contemporanee di accedere a spazi verdi in città per migliorare la qualità della vita e confrontarsi con nuovi problemi e urgenze: la crisi climatica, la siccità, l’aumento di ondate di calore, il cambiamento dello stile di vita o l’innalzamento del tasso di urbanizzazione.
Viaggiando in Europa si scopre quanto ogni luogo verde che nasce in città sia identitario dei suoi cittadini. Chi partecipa al progetto solitamente porta qualcosa di sé, della sua vita e della sua cultura, caratterizzando la storia di quel luogo per sempre. Questa partecipazione genera co-creazione: ciascun individuo, all’interno di questa condivisione, lascia andare qualcosa di sé per il bene della collettività a cui si unisce.
Nell’orto si incontrano persone di ogni età e provenienza sociale. Il filo rosso che lega tutti questi orti urbani è il senso di comunità e collettività che alimentano.
Nella periferia di Berlino, ad esempio, è nata l’esperienza “Garten der Hoffnung / bustan-ul-amal”, un orto basato sull’inter-religione e il multiculturalismo dove l’aspetto della coltivazione si sposa con quello della spiritualità e dell’interazione pacifica tra religioni diverse. Mentre in un orto comune di prossimità situato in piccole aree verdi, gestito dall’associazione Kulturlabor Trial & Error, si dimostra che non c’è bisogno di grandi spazi per coltivare e prendersi cura di noi e della terra; qui vengono coltivate erbe aromatiche resistenti che possono essere facilmente fruibili dai vicini di quartiere in modo spontaneo e costante nell’anno. Altri orti, più vicini ai luoghi legati all’educazione (scuole, accademie e università) hanno una caratterizzazione e identità didattica per consentire a bambini e ragazzi di entrare in contatto con le piante durante e fuori dalle lezioni.
Nell’orto, inoltre, si incontrano persone di ogni età e provenienza sociale: in Spagna nella periferia di Barcellona l’organizzazione “Conreu Sereny” porta avanti un progetto di orticoltura sociale dove richiedenti asilo vengono accolti per un percorso di inclusione e inserimento lavorativo in cui si apprende la lingua locale e si impara a fare agricoltura. Il contesto caratterizza molto l’anima dell’orto urbano, come dimostra il “Petuelpark” a Monaco di Baviera, dove un parco urbano nato per rigenerare un’area degradata a causa della grande presenza di microcriminalità e mancanza di inclusione ha cambiato l’assetto paesaggistico dell’area e ridotto il tasso di criminalità.
Il filo rosso che lega tutti questi orti urbani è il senso di comunità e collettività che alimentano. Questi luoghi sono circoli virtuosi di relazione, confronto e soprattutto azione, abitati da tanto verde e movimenti sociali. Le comunità che vivono tali spazi si caratterizzano per una proattività e un entusiasmo in grado di coinvolgere nuove persone e generazioni, contaminando anche chi non fa parte dell’orto in modo diretto.