da Giuseppe de Santis | Set 7, 2023 | Articoli, Community, Comunità
Questa estate ci ha lasciato Melaku Worede tra i primi pioneri a sostenere che la biodiversità agricola andasse mantenuta anzitutto nei campi degli agricoltori
Riportiamo qui un breve testo pubblicato sul numero 621, 33 (2023) di Nature a cura del suo allievo etiope Regassa Feyissa e Toby Hobgkin
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Melaku Worede è stato al centro degli sforzi per garantire la conservazione del patrimonio di diversità delle specie coltivatr dell’Etiopia e per assicurare che gli agricoltori ne traessero beneficio. Dal 1979 al 1993 ha guidato una delle più importanti banche del germoplasma al mondo, il Plant Genetic Resources Center di Addis Abeba (ora Ethiopian Biodiversity Institute).
Era un periodo in cui le monocolture uniformi di colture come il mais (Zea mays), il grano (Triticum aestivum) e l’orzo (Hordeum vulgare) erano ampiamente diffuse anche nei paesi in via di sviluppo. Melaku era impegnato nel salvare la diversità delle colture tradizionali prima che andassero perse. Le pratiche sviluppate da Melaku, definite “conservazione attraverso l’uso”, sono oggi applicate in tutto il mondo.
In Etiopia, Melaku ha creato legami tra agricoltori, sementieri e laboratori per conservare le varietà autoctone di cereali e altre colture, dall’orzo, il sorgo (Sorghum spp.) e le lenticchie (Lens culinaris) al caffè (Coffea arabica) e alla graminacea teff (Eragrostis tef), i cui semi vengono macinati per preparare la focaccia tradizionale injera. Sotto la sua guida, le pratiche e le conoscenze tradizionali degli agricoltori sono diventate parte integrante dello sviluppo agricolo. Ha incoraggiato gli agricoltori a conservare i semi e a condurre prove sul campo per valutare quali colture crescono meglio. Il centro ha contribuito a reintrodurre varietà perdute e a sostenere gli agricoltori nella conservazione e nello sviluppo delle scorte: collegamenti che si sono rivelati cruciali per la ripresa della popolazione rurale etiope dopo la disastrosa siccità e carestia del 1984. Oggi, circa 50 banche dei semi comunitarie in Etiopia lavorano ancora con la banca genetica nazionale per sostenere la diversità delle colture.
Milioni di posti di lavoro nella produzione alimentare stanno scomparendo: un cambiamento di mentalità aiuterebbe a conservarli
Nato nella provincia di Shewa, nell’Etiopia centrale, nel 1936, Melaku, morto all’età di 87 anni, era uno dei 7 figli. Dopo aver terminato la scuola ad Addis Abeba, ha studiato agronomia all’Alemaya Agricultural College of Ethiopia di Harar (poi Università di Haramaya). Ha studiato brevemente in Svezia prima di tornare in Etiopia per assumere l’incarico di preside del Jimma Agricultural College. Nel 1972 ha vinto una borsa di studio per l’Università del Nebraska-Lincoln negli Stati Uniti, dove ha conseguito il dottorato di ricerca in agronomia, specializzandosi in genetica e allevamento.
Desideroso di applicare le sue competenze per sostenere la produzione alimentare nel suo Paese, Melaku tornò in Etiopia dopo il dottorato e fu invitato a ricoprire il ruolo di direttore del Centro per le risorse genetiche vegetali, istituito nel 1976 con la collaborazione del governo della Germania occidentale. Melaku lasciò rapidamente il segno. Nel 1986, la collezione del centro era cresciuta fino a 39.000 campioni, di cui 14.000 provenienti dall’Etiopia, coprendo la maggior parte delle principali colture di ogni area regionale ed ecogeografica.
Melaku si è battuto a livello globale per il riconoscimento del contributo degli agricoltori alla conservazione delle risorse fitogenetiche. Si è battuto affinché i diritti degli agricoltori fossero riconosciuti da organismi internazionali come l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO). Dopo 20 anni di campagne, la protezione delle conoscenze tradizionali e il riconoscimento dei diritti degli agricoltori – di beneficiare delle risorse fitogenetiche e di essere inclusi nei processi decisionali sulla conservazione e sull’uso di tali risorse – sono stati sanciti nel Trattato internazionale sulle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura della FAO nel 2004. Il centro ha anche formato funzionari agricoli e responsabili politici, spostando l’atteggiamento della politica e della strategia di sviluppo verso una maggiore enfasi sull’uso della diversità vegetale delle colture locali per la produzione e il miglioramento delle specie coltivate
Melaku ha condiviso il suo punto di vista e le sue esperienze in tutto il mondo: come primo presidente del Comitato africano per le risorse fitogenetiche, presidente della Commissione FAO sulle risorse genetiche per l’alimentazione e l’agricoltura e membro del consiglio di amministrazione dell’Istituto internazionale per le risorse fitogenetiche. Nel 1989 ha ricevuto il premio Right Livelihood per aver “preservato la ricchezza genetica dell’Etiopia”. Nel 1993 ha co-fondato Seeds of Survival, un’iniziativa della società civile che ha formato più di 170 specialisti e tecnici per programmi di risorse genetiche in Africa, Asia sud-orientale e America Latina.
Scienziato con una profonda conoscenza e visione, Melaku è stato un mentore generoso che ha condiviso pienamente i suoi pensieri, le sue conoscenze e le sue esperienze. Pervaso da integrità e umiltà, è stato un modello per i suoi colleghi, studenti e seguaci, compresi i molti curatori di banche genetiche e giovani scienziati che ha consigliato, sostenuto e formato. Grazie ai suoi risultati pionieristici, l’Etiopia è un modello per la conservazione della biodiversità.
da Valeria Grazian | Mag 17, 2023 | Articoli, Comunità
Spazi agricoli in città e la nascita di nuove comunità
di Elenia Penna, Elia Renzi – Società Toscana di Orticultura
L’orticoltura urbana sta diventando sempre più popolare e praticata. Coltivare è da sempre una prerogativa delle aree rurali attorno alle città: la coltivazione degli orti è una delle poche attività, insieme al florovivaismo, alla cura di giardini e alla frutticoltura, che alimenta il legame tra urbano e rurale, anche quando le città erano ancora cinte da mura in tutta Europa.
Fin dall’antichità, gli orti sono stati parte integrante di città, castelli, monasteri, eremi e insediamenti. Se pensiamo, per esempio, all’Europa medioevale troviamo molto spesso una fascia di orti urbani collocata tra la fine degli insediamenti e le mura cittadine: in quell’area marginale, che oggi potremmo chiamare periferia, sorgevano orti, con presenza di alberi da frutto e pozzi, utili in caso d’assedio o di pandemie. Gli orti erano talvolta disciplinati da regolamenti o leggi che prevedevano la coltivazione di alberi da frutto. I residui di questo antico mondo scomparso sono ancor oggi evidenti nella toponomastica di alcune strade: per esempio a Firenze, Via dell’Orto o Via dell’Ortone sono realizzate dove un tempo sorgevano gli orti.
Nel periodo delle grandi dittature e successivamente della guerra, in Italia nacquero delle vere e proprie guide per la gestione dell’orto domestico.
Al termine del secondo conflitto mondiale, in Europa iniziò la ricostruzione e con essa una massiccia urbanizzazione che ha cambiato inesorabilmente la gestione e l’aspetto dei paesaggi rurali e urbani. Le aree urbane sono cresciute esponenzialmente e le reti stradali si sono intersecate alle tante aree coltivate. Inoltre, lo spostamento dalla campagna alla città ha dato luogo a territori sempre più degradati e incolti, e a città sempre più invivibili con pochi spazi verdi.
Molte persone che provenivano dalle campagne o avevano nella storia familiare un legame con la terra, nel corso degli anni si sono arrangiate conquistando lembi di terra in aree marginali e interstiziali, costruendo orti urbani spesso diventati vere e proprie discariche diffuse ai margini di strade principali, ferrovie o lungo i fiumi, accumulando sporcizia, plastica e utilizzando discutibili metodi di coltivazione.
A partire già dagli anni ’70, però, gli orti urbani hanno iniziato ad assumere un nuovo ruolo, riconnettendo le comunità alla natura e generando nuovi spazi organizzati per città sempre più affollate e affogate di cemento. I sempre più numerosi orti sociali “invadono” i centri urbani europei rivelando il bisogno delle comunità contemporanee di accedere a spazi verdi in città per migliorare la qualità della vita e confrontarsi con nuovi problemi e urgenze: la crisi climatica, la siccità, l’aumento di ondate di calore, il cambiamento dello stile di vita o l’innalzamento del tasso di urbanizzazione.
Viaggiando in Europa si scopre quanto ogni luogo verde che nasce in città sia identitario dei suoi cittadini. Chi partecipa al progetto solitamente porta qualcosa di sé, della sua vita e della sua cultura, caratterizzando la storia di quel luogo per sempre. Questa partecipazione genera co-creazione: ciascun individuo, all’interno di questa condivisione, lascia andare qualcosa di sé per il bene della collettività a cui si unisce.
Nell’orto si incontrano persone di ogni età e provenienza sociale. Il filo rosso che lega tutti questi orti urbani è il senso di comunità e collettività che alimentano.
Nella periferia di Berlino, ad esempio, è nata l’esperienza “Garten der Hoffnung / bustan-ul-amal”, un orto basato sull’inter-religione e il multiculturalismo dove l’aspetto della coltivazione si sposa con quello della spiritualità e dell’interazione pacifica tra religioni diverse. Mentre in un orto comune di prossimità situato in piccole aree verdi, gestito dall’associazione Kulturlabor Trial & Error, si dimostra che non c’è bisogno di grandi spazi per coltivare e prendersi cura di noi e della terra; qui vengono coltivate erbe aromatiche resistenti che possono essere facilmente fruibili dai vicini di quartiere in modo spontaneo e costante nell’anno. Altri orti, più vicini ai luoghi legati all’educazione (scuole, accademie e università) hanno una caratterizzazione e identità didattica per consentire a bambini e ragazzi di entrare in contatto con le piante durante e fuori dalle lezioni.
Nell’orto, inoltre, si incontrano persone di ogni età e provenienza sociale: in Spagna nella periferia di Barcellona l’organizzazione “Conreu Sereny” porta avanti un progetto di orticoltura sociale dove richiedenti asilo vengono accolti per un percorso di inclusione e inserimento lavorativo in cui si apprende la lingua locale e si impara a fare agricoltura. Il contesto caratterizza molto l’anima dell’orto urbano, come dimostra il “Petuelpark” a Monaco di Baviera, dove un parco urbano nato per rigenerare un’area degradata a causa della grande presenza di microcriminalità e mancanza di inclusione ha cambiato l’assetto paesaggistico dell’area e ridotto il tasso di criminalità.
Il filo rosso che lega tutti questi orti urbani è il senso di comunità e collettività che alimentano. Questi luoghi sono circoli virtuosi di relazione, confronto e soprattutto azione, abitati da tanto verde e movimenti sociali. Le comunità che vivono tali spazi si caratterizzano per una proattività e un entusiasmo in grado di coinvolgere nuove persone e generazioni, contaminando anche chi non fa parte dell’orto in modo diretto.
da Giuseppe de Santis | Gen 20, 2023 | Articoli, Comunità
Ci è giunta in queste ore la notizia della morte di Giovanni Casciaro , animatore della Associazione Marina Serra. Ha contribuito attivamente alla redazione e revisione dello statuto attuale della RSR. Ha partecipato ai lavori dell’assemblea europea di Agroecology Europe a Barcellona nel 2021- Dai quei giorni spesi insieme scaturisce l’idea di scrivere un articolo divulgativo per “Il Fatto Quotidiano” che mettesse in luce le contraddizioni del sistema agricolo europeo e le alternative offerte dalla agroecologia. In memoria di Nino e della sua capacità di scrivere “per tutti”, anche cose specialistiche e complicate, riproponiamo qui come ringraziamento per il lavoro fatto assieme le bozze di quell’articolo
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Martedì 23 Novembre, dopo una trattativa durata tre anni, l’Europarlamento ha approvato la nuova politica agricola comunitaria (Pac). È stato un atto politico di grande rilevanza: entrerà in vigore nel 2023 e durerà fino al 2027, prevede l’utilizzo di ben 386,6 miliardi di euro, che rappresentano circa un terzo del bilancio pluriennale dell’Unione Europea. Risorse ingenti, con le quali sarebbe possibile, urgente e doveroso far fronte ai tanti problemi presenti nel settore agricolo europeo, tra cui quelli impellenti legati alla crisi climatica.
E invece la nuova Pac conferma criteri iniqui di ripartizione dei sussidi, basati sulla dimensione delle aziende agricole, con l’assegnazione della stragrande maggioranza dei fondi ai potentati dell’agro-business, che costituiscono una minoranza degli agricoltori. Si continua così a finanziare un modello insostenibile: monocolture, allevamenti intensivi, utilizzo di pesticidi e di chimica nociva; metodi di produzione agricola e di allevamento che comportano perdita di biodiversità, emissioni di gas serra, rischio di pandemie con il salto di specie dei microorganismi. Si aggrava così la già problematica situazione esistente.
Tutto questo presenta una clamorosa incoerenza con le strategie “Biodiversità 2030” e “Farm to Fork“, stabilite dall’Unione Europea, che prevedono obiettivi ambientali quali: dimezzare l’uso e il rischio di pesticidi, le perdite di nutrienti, le vendite di antimicrobici utilizzati per gli animali d’allevamento e l’acquacoltura, aumentare la superficie dell’agricoltura biologica del 25%. Quindi ancora una volta, come denunciano le organizzazioni dell’agrobiologico, della protezione dell’ambiente e degli animali, seppur con qualche provvedimento migliorativo, sono scelte politiche in contraddizione le promesse del Green Deal europeo.
Inoltre, anche con la nuova Pac si continua a destinare risorse decisamente insufficienti ai piccoli agricoltori, spesso giovani con un elevato livello di istruzione e di formazione, impegnati a garantire cibo sano con la ricerca di metodi innovativi, applicati anche recuperando saperi tradizionali.
Tuttavia sarebbe ancora possibile rendere più sostenibile la Pac. Lo si potrebbe fare definendo un buon Piano Strategico Nazionale (PSN), che ogni Paese Europeodeve presentare alla UE entro il 31 dicembre per l’utilizzo dei fondi assegnati. Purtroppo però questo in Italia non sta avvenendo, come denuncia una coalizione composta da oltre 80 organizzazioni del mondo ambientalista e agrobiologico, denominata #CambiamoAgricoltura, che continua a proporre al governo cambiamenti migliorativi e puntuali sul PSN.
In Europa comunque sono presenti molteplici esperienze che dimostrano come sia possibile realizzare una nuova prospettiva in agricoltura. La rilevanza di tali esperienze è emersa anche recentemente negli incontri del Forum Agroecologico Europeo 2021, tenutosi a Barcellona, organizzato da Agroecology Europe insieme al partner locale “Red de Ciudades por la Agroecología”, e per parte italiana da Rete Semi Rurali.
Agricoltori di nazionalità spagnola, francese e italiana hanno avuto la possibilità di confrontarsi con agricoltori locali, ricercatori, membri di associazioni della società civile “su come l’agroecologia può rigenerare i nostri sistemi alimentari e le comunità, migliorando la biodiversità”. Il Forum ha offerto occasioni di scambio, visite sul campo, incontri, e sono emerse molteplici esperienze di innovazione al servizio della transizione ecologica.
I Piani Strategici Nazionali dovrebbero sostenere quindi questo tipo di esperienze, diffuse in tutta Europa, affermando il principio che i “soldi pubblici siano destinati ai beni pubblici”, cioè al “sostegno di pratiche che hanno impatto positivo sulle condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori, sulla salute delle consumatrici e dei consumatori, sul benessere degli animali, sull’ambiente e sul clima, senza trascurare la tutela del reddito delle aziende agricole”. Sta a noi tutti pretenderlo.
da Valeria Grazian | Nov 23, 2022 | Articoli, Comunità
Sviluppo di soia per alimentazione umana e animale in biologico
di Piercarlo Tivano – Scuola Agraria Salesiana di Lombriasco
Copasudi, progetto di cooperazione tra piccole aziende agricole sulla soia ad utilizzo diretto nasce, ancor prima di essere ammesso a finanziamento dalla misura 16.1.1 del PSR della Regione Piemonte, da una reale necessità delle piccole aziende a conduzione prevalentemente biologica di poter utilizzare la soia, per i propri allevamenti, direttamente prodotta in azienda senza doverla sottoporre a trattamenti fisici (deoleazione e tostatura) difficilmente realizzabili in piccole realtà.
Il progetto mette in rete aziende agricole con o senza allevamenti, ricadenti in provincia di Torino, al fine di costituire una popolazione eterogenea evolutiva di soia partendo da nove varietà non OGM, costituite prevalentemente in Italia dall’Ersa, a basso fattore antinutrizionale e quindi utilizzabili direttamente per l’alimentazione animale. Oltre alle aziende agricole partecipano al progetto Rete Semi Rurali, Università di Padova, Università di Udine e la Scuola Agraria Salesiana di Lombriasco (TO). La cooperazione riguarda anche l’utilizzo di attrezzature presenti o acquistate dai partecipanti al progetto e messe a disposizione delle aziende oltre alla condivisione dei saperi e delle esperienze.
Tra le realtà che si occupano della coltivazione, l’azienda Savarino Gianfranco di Fiano (TO) si avvale della trazione animale con il cavallo per l’espletamento di alcune operazioni, tra cui la semina e la sarchiatura della coltura. La trazione animale ha condizionato la distanza di semina tra le file che è stata portata a 70-75 cm per permettere il passaggio del cavallo per le successive operazioni di pulizia dalle infestanti dell’interfila. L’azienda si è dotata, tramite il finanziamento del progetto, di un portattrezzi a cui si possono applicare le seminatrici e gli organi sarchianti. Questo attrezzo può essere trainato anche con piccole trattrici.
Il progetto COPASUDI si concluderà a fine autunno 2023: produrrà una miscela da cui si svilupperà una popolazione di soia e si avrà un riscontro con dei dati su produzioni zootecniche di piccola scala.
Le quattro aziende che si occupano della coltivazione, al momento al secondo anno di produzione, si sono trovate ad affrontare la gestione delle erbe infestanti che nella coltura della soia hanno dato non poche difficoltà. Altra problematica che si è riscontrata nel primo anno di coltivazione è stata la sindrome dello stelo verde che ha creato difficoltà nella trebbiatura che si effettua con una piccola trebbiatrice. Alcune risposte sulla gestione della coltura e delle infestanti si sono avute dalla recente visita in Friuli nel mese di agosto, presso aziende biologiche che si confrontano da decenni con la coltivazione della soia attivando tecniche di rotazioni e con l’ausilio di attrezzature studiate e realizzate sulle reali necessità colturali. Confronto e condivisione con altre realtà, punto fondamentale del progetto, hanno innescato delle riflessioni tra i partecipanti evidenziando la necessità di apprendere maggiori informazioni tecnico pratiche che sono frutto di anni di esperienza in campo. Inoltre in questo secondo anno sono state eseguite le prime prove di appetibilità della soia prodotta che è stata schiacciata con una schiacciatrice acquistata dal progetto dall’azienda l’Altromercato di Luca Ferrero. La soia così schiacciata in tre granulometrie differenti e miscelata con altre granaglie è stata sottoposta al “gradimento” di un gruppo di galline e il consumo comparato con l’alimentazione tradizionale. Si è così avuta la risposta alla granulometria migliore per le prove di somministrazione che si attiveranno, dopo l’analisi della granella prodotta e la formulazione di una razione idonea, nell’autunno-inverno prossimo con gruppi di galline ovaiole e polli da ingrasso, oltre a un gruppo di ovini da ingrasso, al fine di verificarne anche una risposta produttiva.
La conclusione del progetto che sarà a fine autunno 2023 produrrà una miscela da cui si svilupperà una popolazione di soia e si avrà un riscontro con dei dati su produzioni zootecniche di piccola scala.
Le aziende che partecipano al progetto sono: l’Altromercato di Luca Ferrero, l’azienda Savarino Gianfranco, La Gallinella, l’azienda Mellano Emanuele, l’azienda Paolo Cabiati, l’azienda della Scuola Agraria Salesiana.
da Valeria Grazian | Nov 23, 2022 | Articoli, Comunità
COPASUDI rilancia la consolidata esperienza maturata da Asci Piemonte nell’utilizzo della trazione animale in agricoltura. Ma qual è l’attuale situazione del movimento per la Trazione Animale in Italia?
Marco Spinello praticante e formatore nell’ambito specifico dell’agricoltura di montagna e nell’utilizzo degli asini, formatosi alla storica scuola francese di Prommata grazie ad un contributo di WWOOF Italia, ha negli anni restituito la competenza acquisita in numerose giornate organizzate sull’arco alpino e nell’Appennino Ligure. “Questi anni di pandemia hanno visto retrocedere molti dei protagonisti del movimento: alcuni come Mario Gala sono venuti a mancare, altri sono semplicemente invecchiati e in qualche caso hanno abbandonato l’agricoltura” ci dice Marco che prosegue “la trazione animale non è una tecnica condivisibile da remoto: se viene a mancare la sana relazione fra le persone che nasce nelle occasioni di formazione sul campo, se ne perdono buona parte dei benefici che sono fatti di passione, entusiasmo e scambio”.
Altro storico protagonista del movimento è Albano Moscardo, autore del sito Noi e il Cavallo attraverso cui condivide tecniche, attrezzature da lui stesso progettate e i numeri della rivista collegata. Albano è protagonista della cosiddetta “trazione animale assistita” che oggi trova ulteriori evoluzioni nella versione 4.0 innovazione recentemente premiata in Toscana. In questa regione è attivo un altro storico praticante e formatore della Trazione Animale: Roberto Libralato, fra le altre cose generoso organizzatore delle giornate dimostrative promosse qualche anno fa a Mondeggi in collaborazione con WWOOF Italia.
La Trazione Animale, per un “ritorno al futuro” nonostante qualche difficoltà, gode di ottima salute e si sta propagando sul nostro territorio grazie ad un crescente numero di aziende agricole che la hanno scelta per coerenza, efficienza e sostenibilità.
da Valeria Grazian | Nov 23, 2022 | Articoli, Comunità
Intervista all’azienda agricola Stocchi
I sistemi colturali italiani stanno cambiando profondamente spinti dai cambiamenti dei consumi, le nuove disposizioni della PAC, incertezza economiche, e non ultimi i cambiamenti climatici. Il crescente interesse per le leguminose si muove in questo senso.
Il fagiolo dall’occhio (Vigna unguiculata) è una leguminosa di origine africana, diffusa in Europa dall’epoca classica, e deve il nome al caratteristico “occhio” bianco o nero chiaramente visibile sul legume presente in molte varietà.
A livello agronomico presenta numerosi vantaggi: in quanto leguminosa apporta una fertilizzazione azotata del terreno, ha fabbisogni colturali modesti, cresce rapidamente contrastando efficacemente le infestanti, riducendone la banca semi, è una coltura flessibile e plastica che resiste bene agli shock metereologici quali siccità e grandinate, si inserisce efficacemente nelle rotazioni colturali specie coi cereali, presenta una notevole varietà genetica (oltre 200 varietà disponibili), produce inoltre, specie in alcune varietà, una notevole biomassa verde, configurandosi quindi come una coltura interessante anche per il sovescio, così come per la produzione di foraggio, anche insilato con l’aggiunta di opportuni fermenti. Il fagiolo dall’occhio si presenta quindi come un’interessante pianta multifunzionale in grado di venire incontro a differenti utilizzi dalla produzione di granella, foraggio o biomassa, all’impiego come cover crop o al suo ruolo nell’apporto di fertilità.
Sentiamo ora una testimonianza diretta di agricoltori che coltivano fagiolo dall’occhio in rotazione.
1) Da quando e quali leguminose coltivate?
Da più di trent’anni, abbiamo cominciato con la soia che già allora utilizzavamo come apportatore di sostanza ai nostri terreni. La coltivazione di soia ha ricoperto una parte dell’azienda fino agli anni 2000; saltuariamente, dopo aver cominciato la produzione senza sostanze di sintesi, biologica, si sono fatti piccoli campi di borlotti e fagioli azuki con scarsi risultati a causa delle caratteristiche del terreno e del clima più freddo delle nostre latitudini. I fagioli dall’occhio sono entrati in azienda nel 2008 assieme agli azuki, diventando a oggi l’unico legume che dopo diverse prove risulta il più adatto per noi.
2) Quali sono i pro e i contro nel coltivare leguminose in un’azienda in gran parte risicola?
I contro sono: la mancanza di attrezzature specifiche per i legumi, la mancanza di conoscenze specifiche sul nostro territorio riferite alla coltivazione di leguminose (l’esperienza non tramandata va sperimentata anno dopo anno, rallenta l’ assimilazione del metodo più adatto alla coltivazione). Altro fattore “contro” in alcuni casi è la composizione del terreno, nel nostro caso molto argilloso. I pro sono: l’apporto nutritivo che i legumi danno alla terra, permettendo così alla coltivazione successiva, riso, di assimilare e trasformare il nutrimento in massa vegetativa.
3) I riscontri agronomici ed economici sono stati positivi?
Agronomicamente si riscontrano più fattori positivi: miglioramento della fertilità, riduzione delle infestanti e dilazionamento dei lavori (distribuiti nell’arco della stagione e non concentrati esclusivamente nei 4 mesi come per il riso). A livello economico, la rotazione con coltura leguminosa, considerando i prezzi di vendita attuali, è paragonabile o di poco inferiore alla produzione di riso. La difficoltà resta una produzione costante e abbondante che non sempre riesce.
4) Cosa consiglieresti ad un agricoltore che vorrebbe introdurre leguminose nel suo piano colturale?
Di fare delle ricerche, contattando colleghi che già hanno sperimentato e raccolto esperienze a riguardo. La forma di scambio di buone pratiche risulta sempre vincente!