La fattoria senza padroni La storica fattoria senza padroni condivide i lavori in corso concordati con le istituzioni ma non intende lasciare l’area occupata 10 anni dalla 3 giorni che diede vita alla custodia popolare, portando centinaia di persone a prendere parte alla riappropriazione di 170 ettari di terreno agricolo abbandonato alle porte di Firenze, Mondeggi Bene Comune, fattoria senza padroni, lancia oggi un appello al confronto pubblico.
IL TEMA SONO LE SORTI di un’esperienza basata su un lungo percorso di salvaguardia del territorio attraverso la gestione collaborativa della fattoria e della sua capacità di produrre cibo sano e di qualità per la comunità circostante che ora, dopo una decisione non poco sofferta, seguita anche ai tentativi di mettere in vendita i terreni e i casolari che vi sorgono sopra da parte della Città Metropolitana, ha accolto la proposta dell’ente di contribuire alla rigenerazione della tenuta con i fondi del Pnrr, intraprendendo un percorso di legittimazione.
GLI OCCUPANTI, CHE NEL FRATTEMPO hanno lasciato i casolari per permettere lo svolgimento dei lavori, già in corso in 5 cantieri, e che si erano per questo riuniti in una sola casa, hanno visto però avanzare la richiesta di sgomberare anche da quella.
«SAPPIAMO BENE CHE QUANDO SI LASCIA un posto che è stato occupato poi diventa difficile rientrare» mette in evidenza Eliana Caramelli, del Comitato Mondeggi Bene Comune: «Lasciare completamente il terreno per i due anni che ci separano dalla fine dei lavori, che dovrebbero terminare nel 2026, sarebbe un disastro sul piano delle relazioni costruite in questo lungo periodo e non avere più uno spazio fisico in cui trovarsi per fare le riunioni o una cena condivisa creerebbe un deserto sociale. Senza contare la difficoltà di poter stare curare le coltivazioni e gli animali non abitando sul luogo. Qui vivono persone che hanno investito molto del loro tempo di vita e ci preoccupa come potrà essere gestita questa transizione», ha spiegato mettendo in rilievo le motivazioni che destano preoccupazione nel presidio.
DURANTE L’INCONTRO DELLA SCORSA settimana con Francesco Pignotti, sindaco di Bagno a Ripoli, a cui la tenuta fa capo, e con i tecnici della Città Metropolitana di Firenze, la richiesta di liberare l’ultimo casale rimasto abitato, quello di Cuculia, è infatti stata esplicitata dall’amministrazione. Nonostante l’impegno espresso da quest’ultima nel terminare i lavori entro un tempo più breve (la fine di quest’anno), il comitato di Mondeggi ha invitato la cittadinanza a partecipare a un’assemblea pubblica che si è tenuta il 28 settembre presso la Casa del Popolo di Ponte a Ema, per dare voce ai dubbi che accompagnano il delicato processo.
NEL COMUNICATO IL GRUPPO di occupanti ha sottolineato la necessità che i lavori di ristrutturazione avvengano in maniera compatibile con le «esigenze di continuità abitativa e sociale dell’esperienza collettiva», basata su un insieme di pratiche comuni di cui il presidio garantisce l’esistenza».
LA FATTORIA INFATTI IN QUESTI ANNI non è stata solo un esempio unico nel suo genere di ripristino dei terreni, con 300 piante da frutto, 10 ettari di vigneto e circa 6000 ulivi sottratti ai rovi e gestiti attraverso la formula del MO.T.A., l’affidamento a singole persone o collettivi con l’obiettivo di auto-prodursi il proprio olio secondo un approccio agroecologico, ma anche una fucina di esperienze diversificate la cui lista è talmente lunga che sarebbe quasi impossibile elencarla.
BASTI PENSARE ALLA SCUOLA CONTADINA, un momento di condivisione libera e gratuita di saperi e autoproduzioni, che qui si svolge ogni anno vedendo la partecipazione di centinaia di persone e che ora vorrebbe alternarsi a un nuovo progetto in programma dal nome Coltivare Gaia, organizzato da Mondeggi Bene Comune, Rete Semi Rurali e Unione Buddista Italiana, e che si propone di arricchire il percorso sul sapere contadino con approfondimenti sul pensiero ecologico, le sociologie urbane e rurali e l’ecologia politica.
A VOLER AMPLIARE IL GRANDE LAVORO di partecipazione che il comitato ha saputo costruire in questi anni, coinvolgendo la popolazione locale e non solo, e che ha dato impulso anche all’approvazione da parte della Regione Toscana della legge sul Governo collaborativo dei beni comuni e del territorio per la promozione della sussidiarietà sociale, è anche il progetto Mondeggi 2026, a cui hanno già aderito 17 fra associazioni e collettivi, con l’intento di popolare la tenuta con pratiche di innovazione culturale, solidarietà, inclusione sociale, ricerca scientifica, produzione agricola, educazione sportiva e artistica.
PROPRIO LA FUTURA GESTIONE di Mondeggi è ciò che più preoccupa le persone del comitato organizzativo, come anche la co-progettazione del sito insieme all’amministrazione che dovrebbe iniziare a fine lavori, che però non è stata ancora chiarita e su cui il comitato è in attesa di un confronto con la sindaca di Firenze e della Città Metropolitana, Sara Funaro.
PER IL MOMENTO PERO’ NON E’ STATA ancora superata la fase delle promesse né sventato ufficialmente il pericolo di sgombero immediato del casale di Cuculia, come riportano gli attivisti nel comunicato diramato prima dell’assemblea, puntualizzando che la questione non è di natura tecnica, ma politica.
«NOI PENSIAMO CHE SAREBBE MOLTO lungimirante costruire una partnership tra Mondeggi Bene Comune e l’ente pubblico in cui la gestione e l’uso civico della terra appartenga a quelle forme di autorganizzazione che contraddistinguono il paradigma dei beni comuni emergenti. Un approccio verticale metterebbe infatti a rischio la ricchezza e la fluidità della partecipazione, indebolendo questa esperienza invece di consolidarla», ha spiegato Andrea Ghelfi, ricercatore in Sociologia dell’Ambiente e del Territorio al Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Firenze e attivista di Mondeggi Bene Comune. Per il ricercatore, l’esperienza di Mondeggi sarà un grande banco di prova per vedere se c’è davvero la volontà di inventare forme istituzionali all’altezza delle iniziative che la cittadinanza ha saputo costruire sul territorio».
Incontri con le popolazioni evolutive e i loro protagonisti-e.
di Bettina Bussi – Rete Semi Rurali
In agricoltura biologica, gli agricoltori sono innovatori competenti che sperimentano varietà e pratiche agronomiche e i cittadini sono consumatori consapevoli pronti a essere coinvolti.
Negli ultimi anni ci sono molte possibilità per includere attivamente queste comunità nei processi di ricerca e divulgazione, potenziandone la capacità di innovare, per esempio grazie a particolari strumenti informatici in grado di favorire la partecipazione e la raccolta dei dati senza perdere il valore scientifico e statistico del dato stesso.
Questi nuovi ambienti digitali si basano sui principi della Citizen Science. Sono caratterizzati da un alto livello di accessibilità e permettono l’uso diretto dei dati da parte di tutti gli attori coinvolti. I dati così raccolti ed elaborati sono molto utili anche per altri scopi correlati come la tracciabilità di una filiera dal seme al cibo oppure per il Culinary Breeding che si propone di ridurre la distanza tra chi fa miglioramento genetico delle piante e il gusto e la qualità salutistica del cibo, dando vita a una rete di innovatori che coinvolge agricoltori, tecnici, ricercatori, cittadini e chefs.
In questo scenario, l’innovazione sviluppata da CEREALI RESILIENTI 2.0 – le popolazioni evolutive adattate in varie località della Toscana a partire dalla popolazione tenero Floriddia – diventa un caso studio importante per testare uno di questi sistemi digitali e coinvolgere molti attori diversi perché le aziende agricole hanno raggiunto i cittadini con i propri prodotti. Il progetto Cereali Resilienti 3.0 “Miglioramento della qualità e sostenibilità dei prodotti agricoli anche in funzione dei nuovi orientamenti di mercato” vuole quindi collegare il lavoro di campo sulle popolazioni alla trasformazione coinvolgendo tutti nel processo di ricerca grazie anche all’utilizzo del portale SeedLinked e relativa APP (www.seedlinked.com).
Nel corso del 2023, si sono tenuti 7 “Assaggi evolutivi” per le degustazioni di pane, pasta e birra ottenuti da frumenti teneri, duri e monococchi provenienti da popolazioni evolutive per coinvolgere i cittadini attraverso dedicate prove gustative e qualitative. Tutti gli incontri si sono svolti nelle aziende agricole, ad eccezione del primo, in occasione della 72 ore di Biodiversità, che è stato la prova generale per capire quale linguaggio potesse rispondere meglio ad una divulgazione che non può essere troppo tecnica.
Abbiamo realizzato 19 prove di degustazione, con oltre 200 partecipanti e 42 prodotti a confronto, in media 2 o 3 per singola degustazione. Per esempio, abbiamo valutato la popolazione di tenero come pane, pasta secca, pasta fresca, schiacciata e biscotti.
Le degustazioni si sono basate sul giudizio edonistico ovvero sulla gradevolezza di un aspetto per ciascun valutatore, prestando molta attenzione a chiarire che non si trattava di un panel test professionale. Ogni prodotto è stato messo a confronto “al buio” con uno simile, per esempio con il Verna o altra popolazione locale. Non abbiamo mai usato un prodotto industriale proprio per allenare i partecipanti al riconoscimento di sensazioni complesse e ricche di sfumature.
Nel corso del 2024 si svolgeranno 8 “Assaggi evolutivi” a cui siete invitati a partecipare!
Aperto il bando 2024 per partecipare a ReStartApp, il campus residenziale gratuito che Fondazione Edoardo Garrone – di cui Uncem è storico partner –, in collaborazione con Fondazione Snam ETS, dedica a 10 giovani aspiranti imprenditori under 40 provenienti da tutta Italia, in possesso di idee d’impresa e startup innovative nelle filiere produttive tipiche della montagna: agricoltura, allevamento, agroalimentare, gestione forestale, turismo, artigianato, cultura, manifattura e servizi.
Dal 1° luglio al 4 ottobre 2024 – con una pausa intermedia dal 5 agosto al 1° settembre – si svolgeranno a L’Aquila 10 settimane di formazione intensiva, negli spazi messi a disposizione dall’Università dell’Aquila, per acquisire e perfezionare conoscenze e competenze per l’avvio di imprese attive in ambito montano utili a concretizzare la propria idea imprenditoriale.
Il programma prevede attività di formazione in aula, laboratorio di creazione e sviluppo d’impresa, esperienze, testimonianze, casi di successo. La formula residenziale offre, inoltre, ai partecipanti un’esperienza di socialità e di confronto con il territorio e la comunità locale. Per agevolare la realizzazione dei tre migliori progetti, Fondazione Edoardo Garrone metterà a disposizione tre premi di startup per un valore complessivo di 60.000 euro e un servizio di consulenza gratuita post campus della durata di un anno per i più meritevoli.
L’edizione 2024 di ReStartApp coinvolge attivamente una consolidata rete di partner istituzionali, che affiancano Fondazione Edoardo Garrone fin dal 2014, quali Fondazione Symbola, Legambiente, UNCEM, Alleanza Mobilità Dolce, CAI – Club Alpino Italiano, Fondazione CIMA, Open Fiber, Tiscali e PEFC Italia; oltre al partenariato guidato da Fondazione Snam ETS, composto da Fondazione Cassa di Risparmio della Provincia dell’Aquila, Avanzi Spa SB, Appennini for All e Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa di Avezzano.
di Francesca Pisseri – Ass. Italiana di Agroecologia e Rachele Stentella – Rete Semi Rurali
Nelle aree interne, agricoltura e allevamento sono sempre stati strettamente connessi poiché l’animale partecipava alla gestione del sistema di cui faceva parte, rendendo possibile il riciclo dei nutrienti.
Nelle aree interne, agricoltura e allevamento sono sempre stati strettamente connessi poiché l’animale partecipava alla gestione del sistema di cui faceva parte, rendendo possibile il riciclo dei nutrienti. L’animale riesce infatti a metabolizzare biomassa non digeribile dall’uomo, spesso presente su terreni difficilmente meccanizzabili, e la restituisce sotto forma di cibo per le persone. In questo modo rende possibile: l’aumento della fertilità del suolo (accrescendo quindi la sanità e la produttività delle coltivazioni aziendali, secondo un approccio agroecologico), le lavorazioni del terreno e l’utilizzo di aree che diversamente non sarebbero produttive, beneficiando al contempo del benessere legato al movimento. La zootecnia intensiva di pianura ha creato una forte scissione tra agricoltura e allevamento, portando prima il modello dei “grandi allevamenti” in pianura e successivamente traslando questo modello in montagna, creando numerosi danni all’ambiente, ad esempio il sovrapascolo, o la necessità di integrazione proteica con conseguente eccessivo carico di azoto e modificazione della flora. L’abbandono graduale della piccola zootecnia di montagna (e collina) ha causato significative modifiche nel paesaggio agrario lasciando spazio all’avanzamento del bosco e di conseguenza a una riduzione dei prati-pascoli. Il prato polifita è un sistema evolutivo che ha bisogno del continuo asporto e apporto fornito dagli erbivori come bovini e pecore per poter mantenere sia la sua biodiversità (le “aree aperte” facilitano la coesistenza con altre specie), che la fertilità e il mantenimento del paesaggio, tutti aspetti fondamentali per l’equilibrio dell’agroecosistema. Il bosco, inoltre, può fornire un microclima adatto all’animale, un microbioma del suolo in salute e un elevato tasso di biodiversità, che aiutano gli animali ad avere un sistema immunitario efficiente, diminuendo l’utilizzo di farmaci. Il bosco, inoltre, può fornire agli animali foraggio verde (frasche), che in alcuni periodi dell’anno è ricco di fibra digeribile e proteine costituendo una valida alternativa alla granella di leguminose propria del sistema intensivo, riducendo quindi la competizione con le colture destinate all’uomo. Uno degli aspetti più importanti su cui le aziende agroecologiche si distinguono da quelle di stampo intensivo è il ripristino della fertilità del suolo che viene ottenuto grazie alla loro capacità di creare interazioni fra le specie animali (che forniscono azoto tramite la pratica del compostaggio e del pascolamento) e vegetali (che forniscono integrazione alla razione animale e allo stesso tempo alimenti per l’uomo). La biodiversità genetica e di specie vegetali e animali garantisce la stabilità del sistema. Tenuto conto delle motivazioni sopracitate, per reinserire l’animale nelle piccole aziende di montagna è fondamentale considerare le esigenze e le criticità del luogo, ripartendo prima di tutto dalla promozione della diversità genetica: razze a duplice attitudine e/o popolazioni locali derivanti da incroci, in passato le razze erano tutte a triplice attitudine: latte-carne-lavoro. È inoltre necessaria una adeguata formazione degli operatori, per evitare di trasferire in montagna i modelli produttivi di pianura. Nelle aree interne i piccoli allevamenti possono contribuire a creare economie locali, alla manutenzione dei territori, utilizzando aree difficilmente lavorabili in agricoltura.
Principi guida per la salvaguardia degli ecosistemi alpini
di Giuseppe De Santis – Rete Semi Rurali
Le Alpi rappresentano un areale unico, caratterizzato da una moltitudine di ecosistemi e biodiversità. Questo contesto sta manifestando delle fragilità, accelerate dal riscaldamento globale e dal peggioramento delle condizioni socio-economiche delle popolazioni che lo vivono. L’aumento delle temperature, l’instabilità dei pendii e l’erosione del suolo sono fattori fisici fondamentali che coincidono con fenomeni presenti in numerose regioni montane, come l’invecchiamento della popolazione, la diminuzione dei terreni agricoli, il deterioramento e l’abbandono di molte aree alpine e l’erosione della loro preziosa diversità biologica. L’agricoltura alpina non industriale è caratterizzata dalla biodiversità vegetale e animale, risorsa fondamentale per l’adattamento ai repentini cambiamenti del clima e che costituisce la base per lo sviluppo di filiere preziose in ambito agro-silvo-pastorale. Conservare e ricostruire filiere significa sostenere economie collaterali al turismo che divengono cruciali per lo sviluppo locale e la permanenza dei giovani in questi territori. Qui, l’agricoltura biologica rappresenta un’opportunità per promuovere una produzione alimentare sostenibile, che a sua volta è tra gli ambiziosi obiettivi della Convenzione delle Alpi. Essa racchiude i principi guida per realizzare una transizione sostenibile dello spazio Alpino e funge da base legislativa per proteggere gli ecosistemi alpini vulnerabili, le identità culturali e le tradizioni regionali. Allo stesso tempo è uno strumento che consente ai Paesi partecipanti di affrontare in modo collaborativo sfide urgenti come lo spopolamento, l’iper sfruttamento dei suoli, l’invecchiamento ecc.
La Convenzione delle Alpi è quindi una convenzione internazionale tesa a realizzare la protezione e lo sviluppo sostenibile dell’arco alpino, rendendoloregione pioniera per uno stile di vita sostenibile nel cuore dell’Europa. Firmata a Salisburgo il 7 novembre 1991 da Austria, Francia, Germania, Italia, Svizzera, Liechtenstein e UE (la Slovenia ha firmato la Convenzione nel 1993), è entrata in vigore il 6 marzo 1995 ed è vincolante per i paesi firmatari. Rappresenta inoltre una solida base su cui si costruiscono e si rafforzano quotidianamente partenariati tra Comuni, Regioni e Stati aderenti. La Convenzione quadro, contenente i principi generali e ormai ratificata da tutte le Parti contraenti, si concretizza attraverso i cosiddetti Protocolli di attuazione, previsti per dodici settori tra cui Pianificazione territoriale e sviluppo sostenibile, Protezione della natura e tutela del paesaggio, Agricoltura di montagna, Foreste montane, Difesa del suolo.
Dal 2022 RSR è stata invitata ai lavori del sounding board da CIPRA International (Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi) che, fondata nel 1952, è un’organizzazione non governativa, autonoma e senza scopo di lucro che si impegna per la protezione e lo sviluppo sostenibile delle Alpi e monitora l’implementazione della Convenzione delle Alpi.
Il ruolo delle aree montane per la gestione dinamica dell’agobiodiversità
di Giuseppe De Santis – Rete Semi Rurali
Nel corso di 430 milioni di anni le piante hanno conquistato quasi tutto il globo. L’evoluzione dei vegetali ha avuto un grado di variabilità molto più elevata di quella che si riscontra negli animali. Il significato evolutivo è connesso al fatto che le piante, non potendo spostarsi nello spazio, devono avere tutte le “risposte” per gestire i cambiamenti dell’ambiente in cui si sono installate. Dopo il collo di bottiglia legato alla domesticazione delle piante coltivate, i viaggi delle colture dai centri di origine e la loro c coltivazione in areali diversi da quelli di partenza hanno prodotto l’enorme diversità di varietà che è stata la base della nostra agricoltura. Tanto più gli ambienti sono estremi, tanto maggiore è stata la diversificazione. La biodiversità delle regioni alpine è stata, quindi, il risultato di un processo di diversificazione che ha creato numerose e particolari nicchie ecologiche, legate, ad esempio, allo sviluppo di specie non competitive in suoli poveri di nutrienti. Nelle regioni alpine e montane accanto ai pascoli, con la loro diversità intrinseca di centinaia di specie vegetali, si coltivavano a “mosaico”: cereali a paglia, ortaggi (fagioli, piselli, cavoli, patate), semi oleosi (papavero) e piante da fibra (canapa, lino). Anche la raccolta e la selezione delle piante spontanee ha contribuito alla diversificazione degli habitat. Una grande quantità di PFNL (Prodotti Forestali Non Legnosi), inoltre, veniva utilizzata come alimento e rimedio medicinale per uomini e animali, nonché come mangime e ricovero. Con il progressivo abbandono di tali nicchie e l’avvento dell’agricoltura industriale si è accelerata la perdita di questi “contesti di diversità”. Anche la trasformazione socio-culturale ha favorito l’erosione di biodiversità che si manifesta nell’impoverimento del paesaggio, nella perdita di conoscenze sulle caratteristiche di piante e specie locali e nell’incapacità di leggere e reagire alle trasformazioni indotte dal riscaldamento globale. Un recente studio prodotto dall’Università della Montagna (UNIMONT) ha georeferenziato e classificato per famiglie botaniche le informazioni presenti nel registro nazionale dell’agrobiodiversità. Dallo studio emerge che Poaceae, Fabaceae e Solanaceae, che insieme comprendono il 70% di tutte le varietà erbacee, sono per lo più coltivate in aree submontane degli Appennini e delle Alpi, le quali diventano imprescindibili “hotspot” per la promozione dell’agrobiodiversità. Si conferma così la necessità di coniugare la conservazione nelle banche del germoplasma (ex situ) con politiche attive per favorire uso di piante selvatiche e varietà locali, nell’ottica di rafforzare positivamente l’interazione tra natura e attività umana nelle zone marginali d’Italia e d’Europa.