Lunedì 26 maggio una Delegazione della Facoltà di Scienze Agrarie Biologiche dell’Università di Kassel ha visitato le Aziende “Cascina Teglio” e “Una Garlanda” appartenenti al Biodistretto del Riso piemontese, realtà unica e fondamentale della risicoltura biologica in Europa e storico partner di ricerca di Rete Semi Rurali.
La visita nelle 2 aziende ha incluso visite in campo dei sistemi colturali di risicoltura biologica unitamente alle strutture di trasformazione e vendita in riseria, così come momenti di studio e confronto teorico-pratici tra agricoltori, ricercatori e studenti. Si è trattata di un’occasione preziosa per coltivare e rafforzare le partnership di Rete Semi Rurali a livello internazionale, anche attraverso la valorizzazione dei casi studio positivi in termini di buone pratiche di campo e filiera.
Si terrà a Parma il primo corteo contro i nuovi OGM e contro il tentativo di deregolamentazione in atto in Europa.
Presto il programma dettagliato dell’evento…
Intanto, mentre il governo stringe accordi con l’agrobusiness a discapito della nostra salute e dell’ecosistema tutto, appropriandosi indebitatamente di termini quali “sostenibilità” e “biodiversità”, si moltiplicano su tutto il territorio italiano e in Europa gli incontri e i dibattiti con associazioni e mondo della ricerca per informare accuratamente della pericolosità dei nuovi OGM, chiamati TEA in Italia (Tecniche di Evoluzione Assistita).
L’innovazione è una delle chiavi di lettura delle guerre del cibo ma senza capacità di declinarla è pura retorica. Il Piano olivicolo nazionale lo dimostra.
a cura di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 282 – Giugno 2025
Nel 2004 è uscito il libro dal titolo “Food wars”, scritto da Tim Lang, docente di Politiche del cibo presso la City University di Londra. L’analisi, presentata quasi un quarto di secolo fa, è quanto mai attuale. Infatti Lang descriveva la crisi del modello agricolo industrialista, nato nel Secondo dopoguerra, e individuava due possibili risposte alla crisi. La prima, la più facile, tutta interna allo stesso paradigma risolve la questione promuovendo una maggiore intensificazione; la seconda, più difficile, individua le cause del problema nel modello stesso e quindi propone una transizione del sistema verso modelli agroecologici.
È interessante notare che per l’autore tutte e due le opzioni sono basate sulla scienza, solo che sono portatrici di paradigmi e approcci diversi. Non è una battaglia tra tradizione e progresso, tra esperienza e scienza, ma si tratta di riscrivere la modernità, inventando un’altra traiettoria di sviluppo. Quindi Lang scriveva che questa scelta sul futuro dei sistemi alimentari avrebbe dovuto essere discussa e negoziata in seno alla nostra società, in un complicato tentativo di democratizzazione della scienza.
In questa rubrica ho sempre cercato di raccontare i conflitti e le contraddizioni in agricoltura con questo approccio, in cui la forza innovativa della singola esperienza sta nell’essere capace di farsi narrazione collettiva e, poi, azione politica. L’innovazione è una delle chiavi di lettura delle guerre del cibo, ma bisogna avere la capacità e il coraggio di declinarla e definirla nei contesti, altrimenti resta solo retorica vuota utile per riempire fogli di cartacib. Ma nella pratica come ci aiuta questo approccio a capire la realtà?
Prendo ad esempio alcune notizie recenti sull’andamento dell’olivicoltura italiana. A marzo scorso all’interno della fiera Sol2Expo di Verona dedicata all’olio è stato presentato il Piano olivicolo nazionale. Il settore infatti è in profonda crisi: dal 2015 la produzione si è ridotta di 147mila tonnellate (complice la malattia causata dal batterio xylella in Puglia) e nelle aree collinari circa 200mila ettari di oliveti si trovano in stato di abbandono. Un recente studio sull’area collinare fiorentina, ad esempio, riporta la scomparsa del 40% della superficie a olivo rispetto a 40 anni fa. Che cosa fare di fronte a questa crisi?
È di 147mila tonnellate la perdita di produzione di olio di oliva in Italia dal 2015 al 2024
Il Piano e le dichiarazioni dei vari portatori di interesse individuano la strada da percorrere e la relativa ricetta: aumento della produttività, aggregazione di prodotto per aumentare la competitività, passaggio a intensivo o super-intensivo, innovazione (agricoltura 4.0 e tecniche di evoluzione assistita) e marchi di qualità. Siamo perfettamente nel primo scenario individuato da Lang: nessuna analisi sulle motivazioni della crisi, nessun cambiamento di modello e una spruzzata di parole d’ordine vuote.
Leggendo tra le righe si capisce che la sfida si gioca con il modello industriale spagnolo, dove l’olivicoltura super-intensiva si è affermata ormai da anni. Qui l’olivo, pianta principe della macchia mediterranea, viene coltivato a spalliera, in modo completamente meccanizzato, e irrigato per produrre un olio competitivo venduto per pochi euro al litro. Nessuno collega l’abbandono degli oliveti con lo spopolamento delle aree interne o individua innovazioni sociali che potrebbero facilitare il lavoro in queste zone. Nessuno si chiede se in un’epoca di cambiamenti climatici, dove l’acqua nel Mediterraneo sta diventando una risorsa scarsa, abbia senso investire in oliveti irrigui super intensivi.
Tanto la tecnologia con il suo potere taumaturgico risolverà ogni problema. Questo è il nodo della questione. A parte piccole voci o esperienze, non stiamo investendo come società in un’altra risposta alla crisi. E senza supporto tecnico, scientifico, politico, sociale ed economico la transizione resta, purtroppo, lettera morta.
Giorgio Nebbia (Bologna 1926 – Roma 2019) è considerato uno dei padri nobili dell’ambientalismo italiano. Interessatosi alla tutela ambientale fin dalla metà degli anni ’60 del secolo scorso, si laureò in chimica nel 1949 e insegnò all’università una materia che stava rapidamente scomparendo, la merceologia. La conoscenza delle merci gli dette la possibilità di esplorare i processi di produzione fino ad arrivare ad affermare che “le cause della crisi ambientale, degli inquinamenti e dell’impoverimento delle riserve di risorse naturali vanno cercate nella produzione di merci sbagliate
con processi sbagliati”. Da buon chimico, contribuì all’origine dell’ambientalismo scientifico. Passato rapidamente alla divulgazione scientifica, Nebbia ebbe una fitta collaborazione con quotidiani locali e nazionali che lo portarono a realizzare un’analisi storica retrospettiva sulle politiche ambientali e i movimenti ambientalisti i cui frutti furono raccolti nell’articolo Breve storia della contestazione ecologica del 1994. Il saggio rappresenta, forse, la più ampia trattazione del pensiero di Nebbia senza dimenticare gli oltre 300 articoli su quotidiani e periodici, e l’archivio da lui lasciato alla Fondazione Micheletti di Brescia dove aveva fondato la rivista Altronovecento. Politicamente impegnato come parlamentare della Sinistra indipendente alla Camera (1983-1987) e al Senato (1987-1992) e come consigliere comunale a Massa al tempo del caso Farmoplant (1988), Nebbia fu associato e fondatore, in alcuni casi, di gran parte delle associazioni ambientaliste italiane, tra cui ricordiamo Italia Nostra e il WWF. Nebbia fu anche un attivo membro del comitato dell’edizione italiana della rivista Capitalismo Natura Socialismo, fondata da Giovanna Ricoveri nel 1991, e poi diventata Ecologia Politica. Tra i concetti introdotti da Nebbia ci fu il contributo alla definizione di sviluppo sostenibile, definito come quello che “sa soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni” e il contributo alla definizione dell’economia circolare, che è una delle basi, perlomeno sul piano semantico, dello sviluppo sostenibile. Si rammaricò, spesso, della scarsa cultura scientifica del Paese, oggi ancora più percepibile, e si spese in prima persona nella necessaria divulgazione delle problematiche tecnico-scientifiche che sottostavano alle sue battaglie. Dei chimici lamentò il silenzio, ricordando le parole di Linus Pauling (Nobel per la chimica nel 1954 e per la pace nel 1962) per il quale “bisogna (…) imparare a parlare a qualcuno che non siano le proprie provette”. Della chimica accademica criticò l’incapacità di superare la sua visione produttivistica, arrivando ad auspicare che al chimico, fin dagli studi universitari, si dia “un insegnamento sulle conseguenze socio-economiche della produzione”. In un periodo di grandi trasformazioni del prodotto-merce, Nebbia intravedeva un’espansione della sua materia, la merceologia, verso l’analisi sulla qualità dei processi e dei cicli correlati, sulla valutazione di un maggiore o minore “utilizzo di natura” nella determinazione di valore di prodotto. L’eredità che Nebbia ci ha lasciato è quel desiderio e quel bisogno di rigore scientifico nell’osservazioneGi del mondo che abbiamo intorno, l’indipendenza di giudizio, l’autonomia dai poteri costituiti, ai quali univa quella competenza necessaria per sostenere quei percorsi “di ribellione” che sono alla base del tentativo di costruire una società più giusta.
Il 16 maggio si sono svolte le visite in campo presso le aziende Isola Maria ad Albairate (MI) e Cascina Bosco Fornasara a Nicorvo (PV) nell’ambito del progetto IntercropValues, vasto progetto europeo finalizzato allo studio e alla promozione delle tecniche di consociazione in 15 paesi europei ed extra europei, tra cui l’Italia. Le aziende coinvolte praticano consociazioni erbacee a pieno campo per uso umano e zootecnico, applicando concretamente i principi agroecologici a favore delle aziende stesse e dell’ambiente. All’interno di IntercropValues Rete Semi Rurali svolge una puntuale azione di coordinamento, raccolta ed elaborazione dei risultati conseguiti dalle aziende agricole coinvolte, con l’obiettivo di far conoscere e disseminare questa buona pratica agronomica ancora poca diffusa in Italia.
Il 22, 24 e 25 maggio 2025, Rete Semi Rurali organizza a Scandicci (Firenze) la 4° edizione del Festival “72 ore di Biodiversità” per portare l’attenzione sulla Giornata mondiale della biodiversità che ricorre il 22 maggio di ogni anno. Fin dalla sua prima edizione, l’intento del Festival è stato quello di sensibilizzare la cittadinanza sull’importanza della biodiversità nella vita quotidiana e avviare una riflessione tra cittadini, produttori, istituzioni ed esperti del settore, sulla necessità di modificare i nostri stili di vita, a partire dal cibo che mangiamo. Anno dopo anno è aumentato il numero dei partecipanti e il successo dell’iniziativa è stato quello di sottolineare come la diversità agricola e biologica sia vitale per la salute e il benessere degli esseri umani, e che la biodiversità deve essere conservata, valorizzata e sviluppata nelle campagne e sulle tavole di tutto il mondo. L’evento si articolerà in numerose iniziative che si svolgeranno lungo l’arco delle tre giornate: un grande mercato agricolo che prevede la partecipazione, a titolo gratuito, di aziende agricole biologiche e artigiani del territorio, con concerti e spettacoli teatrali, ma anche laboratori nelle scuole e la proiezione di un docufilm a tema, oltre a un pranzo sociale aperto alla cittadinanza. Oltre a trovare il programma della tre giorni del Festival, per connettere le varie realtà e i vari eventi dedicati alla biodiversità sparsi sul territorio italiano, sul sito rsr.bio/72ore ci sarà una mappa dove sarà possibile acquisire video e informazioni per ognuno degli eventi in scaletta, a dimostrazione di quanto il tema della biodiversità stia diventando importante nel nostro paese.
Fanno parte del comitato organizzatore dell’edizione 2025: Rete Semi Rurali, Deafal, Coordinamento Europeo Let’s Liberate Diversity!, WWOOF Italia, Cospe, ManiTese, Società Toscana Orticultura, KmVero, Ricciorto.