I sistemi agroalimentari industriali si nutrono di combustibili fossili. Il 15% viene infatti usato per l’agricoltura. La trasformazione ecologica è lontana.
a cura di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 284 – Settembre 2025
A giugno 2025 il Panel di esperti internazionali sui sistemi del cibo sostenibili (Ipes-food) ha pubblicato un rapporto sulle relazioni tra combustibili fossili e sistemi agricoli (Fuel to fork. What will it take to get fossil fuels out of our food systems?), che delinea come senza petrolio il nostro sistema agroindustriale non starebbe in piedi.
I numeri sono abbastanza impietosi: il 15% dei combustibili fossili (carbone, petrolio e gas fossile) viene usato per l’agricoltura, con il 42% assorbito dalla trasformazione alimentare e dal packaging, il 38% dalla ristorazione pubblica e dalle cucine private, e solo il 20% dalla produzione agricola.
Se si considerano i prodotti petrolchimici, derivati dalla lavorazione dei combustibili fossili, il 40% viene usato in agricoltura, suddiviso tra produzione di fertilizzanti (34%) e plastica (6%). L’impatto dell’uso di quest’ultima in agricoltura, pesca e acquacoltura non è da sottovalutare, rappresentando il 3,5% di tutta quella globale.
Una parte la possiamo vedere nei campi, soprattutto nelle zone di orticoltura intensiva, sotto forma di pacciamatura, sistemi di irrigazione a goccia o vassoi e vasi per le piantine, ma una crescente porzione risulta invisibile alla nostra vista. Si tratta di microplastiche legate a sementi e fertilizzanti plastificati, responsabili di 22.500 tonnellate di inquinamento all’anno, pari al 62% di quelle rilasciate intenzionalmente in Europa.
Secondo il rapporto “Fuel to fork” l’accumulo di micro e nano-plastiche nel suolo, e la lisciviazione (dissoluzione, ndr) chimica degli additivi plastici, può modificare negativamente la salute del suolo, dei microbi, delle piante e degli animali, e quindi la fertilità. Complessivamente gli studi suggeriscono che ci sono più microplastiche contenute nei nostri terreni agricoli che negli oceani.
Se l’uso dei combustibili fossili per macchinari e impianti delle aziende agricole è l’aspetto più visibile dell’importanza del petrolio per far funzionare il sistema, meno evidente è realizzare che tutta la produzione di input chimici di sintesi, soprattutto fertilizzanti azotati, e di alimenti ultra-lavorati sia dipendente dai prodotti petrolchimici.
La quota dei gas serra prodotta dai fertilizzanti di origine fossile che viene emessa nelle aziende agricole è pari al 59%
Questi alimenti sono prodotti fabbricati industrialmente, costituiti da formulazioni di ingredienti che sono a loro volta il risultato di una serie di processi industriali, particolarmente intensivi dal punto di vista energetico, in quanto utilizzano da due a dieci volte più energia nella loro produzione rispetto agli alimenti interi. Questi beni -sovvenzionati, promossi, redditizi e progettati per indurre al consumo eccessivo- costituiscono già una porzione significativa (fino al 60%) delle calorie totali consumate in molti Paesi ricchi.
Insomma un panorama desolante dove emerge come la trasformazione dei sistemi agroalimentari sia centrale per attuare una politica energetica carbon free in grado di far fronte ai cambiamenti climatici.
Il rapporto analizza anche le alternative già disponibili, ma la domanda che dobbiamo farci è come mai siamo ancora così lontani dal promuovere la trasformazione necessaria. Infatti, già nel 2004, oltre vent’anni fa, il giornalista Richard Manning aveva scritto un articolo su Harper’s magazine dal titolo “Il Petrolio che mangiamo”, in cui scriveva: “Oggi sono tutti convinti che noi usiamo le armi per assicurarci il petrolio, non il cibo […] ma il nostro cibo è il petrolio. Dietro ogni singola caloria che ingeriamo c’è almeno una caloria di petrolio, più probabilmente dieci”.
I dati e le informazioni non mancano per indicarci la strada da percorrere ma ancora siamo in attesa di politiche pubbliche che favoriscano la transizione, e il tempo a nostra disposizione si sta riducendo.
Un gruppo di importanti organizzazioni ambientaliste – BirdLife Europa e Asia Centrale, l’Ufficio Europeo dell’Ambiente (EEB), Greenpeace e WWF – ha unito le forze per analizzare la proposta della Commissione europea per la futura Politica Agricola Comune (PAC), presentata a luglio 2025. La loro valutazione è chiara: la proposta attuale è gravemente carente e rischia di perpetuare un modello agricolo insostenibile, invece di guidare la necessaria transizione ecologica.
Il problema di fondo Il settore agricolo si trova in una posizione cruciale: è sia vittima dei cambiamenti climatici e della perdita di biodiversità, sia uno dei responsabili. L’attuale crisi geopolitica ha inoltre messo in luce la fragilità del nostro sistema alimentare. La PAC, che rappresenta una fetta enorme del bilancio UE, ha il potenziale per trasformare l’agricoltura europea in una forza positiva, a beneficio degli agricoltori, della natura e della sicurezza alimentare a lungo termine. Purtroppo, la proposta della Commissione, nonostante alcuni timidi passi avanti, non coglie questa opportunità.
Le associazioni identificano quattro grandi aree critiche
1. Finanziamenti inefficaci per l’ambiente: La proposta non garantisce che una quota sufficiente del budget sia dedicata concretamente alla protezione del clima e della natura. Il sistema per tracciare questa spesa è definito “profondamente imperfetto” e rischia di trasformarsi in un mero esercizio di “greenwashing”. Ad esempio, considera automaticamente come “spesa per il clima” alcune misure di sostegno al reddito senza che queste abbiano reali benefici ambientali. Inoltre, scompare il monitoraggio specifico per la biodiversità.
2. Sostegno al reddito ingiusto: Il sistema dei pagamenti diretti, basato principalmente sulla superficie coltivata, rimane largamente inalterato. Questo significa che la maggior parte dei fondi continua a fluire verso le aziende agricole più grandi e ricche (l’1% più ricco), invece di essere indirizzata verso chi ne ha realmente bisogno o pratica un’agricoltura più sostenibile. I criteri per rendere il sostegno più equo sono troppo deboli e non tengono conto delle diverse realtà agricole tra gli stati membri.
3. Sussidi dannosi persistono: La proposta non introduce misure abbastanza forti per eliminare i sussidi che danneggiano l’ambiente. Le norme per impedire che i fondi pubblici finanzino pratiche intensive dannose (come l’allevamento intensivo o l’uso eccessivo di pesticidi) sono vaghe e lasciano troppa discrezionalità agli stati membri, rischiando una “corsa al ribasso” negli standard ambientali.
4. Scarsa responsabilità e trasparenza: Manca un solido sistema per misurare i veri risultati della PAC. Senza indicatori chiari che misurino l’impatto concreto sulle emissioni di gas serra, sulla biodiversità o sulla riduzione dei pesticidi, è impossibile sapere se la politica sta funzionando. Anche il meccanismo per garantire che gli stati membri rispettino gli obiettivi UE è considerato troppo debole.
Per trasformare la PAC in uno strumento di vera transizione, le organizzazioni propongono una serie di cambiamenti radicali:
° Finanziare la transizione ecologica: Destinare in modo vincolante almeno il 50% del budget della PAC ad azioni concrete per il clima e l’ambiente, con fondi dedicati per aiutare ogni azienda agricola nella transizione verso pratiche sostenibili. ° Rendere il sostegno più equo: Eliminare gradualmente i pagamenti basati solo sulla superficie e privilegiare il sostegno alle aziende che forniscono benefici ambientali e sociali (come l’agricoltura biologica o quelle situate in aree protette). ° Porre fine ai sussidi dannosi: Introdurre un “elenco negativo” che escluda chiaramente il finanziamento di pratiche dannose, come gli investimenti in allevamenti intensivi in gabbia o in sistemi di irrigazione in zone a scarsità idrica. ° Garantire risultati e responsabilità: Stabilire indicatori di performance rigorosi per misurare i progressi reali (ad esempio, l’indice di abbondanza degli uccelli nei campi agricoli) e dare alla Commissione Europea il potere di bloccare i piani nazionali che non rispettano le regole.
Il messaggio è forte e chiaro: l’attuale proposta di PAC non è all’altezza delle sfide del nostro tempo. Per avere una possibilità di raggiungere gli obiettivi climatici e di biodiversità dell’UE, e per garantire un futuro prospero agli agricoltori europei, è essenziale che i legislatori modifichino profondamente il testo durante i negoziati.
Per supportare i negoziati e sviluppare la loro visione comune , questo briefing presenta i cambiamenti chiave che BirdLife Europe, EEB, Greenpeace e WWF raccomandano alle istituzioni dell’UE per migliorare il quadro giuridico proposto e fornire gli incentivi necessari al settore per effettuare una transizione significativa verso la sostenibilità e la resilienza.
AIDA con 22 associazioni, fra cui Rete Semi Rurali, scrive ai Ministeri competenti una lettera aperta a tutela di produttori e consumatori e per smorzare gli allarmismi
L’Associazione Italiana di Agroecologia (AIDA), insieme a molte altre realtà come il WWF, RSR e altre di rilievo nazionale, ha scritto una lettera aperta ai Ministri competenti per esprimere forte preoccupazione riguardo alle nuove linee guida sul latte crudo e per rispondere all’apprensione mediatica sui rischi della consumazione di formaggio a latte crudo, divampata tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, che rischia di danneggiare irreparabilmente un intero settore. Per AIDA, le misure proposte per gestire il rischio del batterio Escherichia coli STEC, insieme a una comunicazione spesso allarmistica, minacciano di distruggere un patrimonio fatto di tradizione, biodiversità e piccole imprese, senza che i dati giustifichino un allarme così elevato. Viene sottolineato che, nonostante in Italia si rilevi una maggiore presenza del batterio STEC nel latte crudo, il numero di casi della malattia più grave correlata (Sindrome Emolitico-Uremica) rimane stabile e molto basso. Il cuore della protesta è la difesa di un patrimonio unico: il latte crudo, con i suoi batteri “buoni” specifici di ogni territorio, è un tesoro di biodiversità che dà ai formaggi aromi unici e che, secondo numerosi studi, può avere effetti benefici sul sistema immunitario, specialmente nei bambini. La pastorizzazione obbligatoria distruggerebbe per sempre questo ecosistema microbico. L’impatto socio-economico sarebbe devastante per i piccoli produttori, spesso situati in zone montane, che non hanno le risorse per adeguarsi a costose nuove attrezzature e rischiano di essere messi fuori mercato anche solo dall’etichettatura allarmistica. Per questo, l’AIDA chiede un approccio più equilibrato: valorizzare il termine “latte crudo” come segno di qualità, investire sulla formazione degli allevatori e sperimentare protocolli igienici alternativi, invece di cadere nella trappola di un allarmismo che potrebbe portare alla scomparsa di un pezzo fondamentale della nostra cultura alimentare e dei nostri territori.
Pubblicato l’articolo in collaborazione con G.O.S.S.I
di Raquel Ajates · Riccardo Bocci · Shalini Bhutani · Almendra Cremaschi · Jack Kloppenburg · Johannes Kotschi · Georie Pitong · Patrick Van Zwanenberg · Daniel Wanjama
Contesto:
L’attuale complesso quadro normativo in materia di governance delle sementi e l’industria delle sementi sempre più oligopolistica che lo ha sostenuto hanno creato una serie di recinti che impediscono agli agricoltori e a molti coltivatori di accedere liberamente alle sementi, condividerle e migliorarle, limitando la loro libertà di operare e cooperare. In opposizione alla conseguente perdita continua sia della diversità coltivata che dei diritti degli agricoltori sulle sementi, sono emerse iniziative sperimentali che applicano modelli open source e principi copyleft al settore delle sementi. Questo articolo presenta sei iniziative provenienti da cinque continenti diversi che applicano modelli di semi open source (OSS) in contesti culturali, politici e agronomici molto diversi: Bioleft in Argentina, Seed Savers Network in Kenya, MASIPAG nelle Filippine, OpenSourceSeeds in Germania, Open Source Seed Initiative negli Stati Uniti e Rete Semi Rurali in Italia. Analizziamo i meccanismi con cui i modelli OSS cercano di superare i vincoli legali, di conoscenza e finanziari creando spazi operativi sicuri negli attuali quadri di governance, promuovendo la diversità e ricostruendo ponti tra agricoltori e selezionatori, mentre esplorano modelli finanziari innovativi per finanziare la selezione per la diversità colturale. I risultati mostrano che l’OSS emerge come una strategia sinergica per amplificare i diritti sulle sementi attraverso tre dimensioni: in primo luogo, geograficamente, collegando gli sforzi locali e internazionali per migliorare la diversità colturale e i diritti sulle sementi. In secondo luogo, una dimensione temporale, agendo ora, nell’attuale contesto giuridico.
Lo scorso 19/9/2026 lo staff di Rete Semi Rurali ha organizzato presso la Biblioteca di Baggio un workshop specifico sul tema dell’autoproduzione dei semi alla Milano Green Week. L’evento incentrato sulla tutela dell’agro-biodiversità e la crescita delle competenze tecniche nell’ambito della produzione di semi, è stata anche una preziosa occasione di scambio e confronto sul ruolo sociale dell’agricoltura, oltre che rafforzare la rete di alleanze formali e informali per future collaborazioni a tutela dell’agrobiodiversità.
Lo scorso 14 Settembre lo staff di Rete Semi Rurali è stato presente agli eventi organizzati a Rovasenda, presso le aziende Cascina Teglio e Una Garlanda, partecipanti al Bioidstretto del Riso Piemontese. I due eventi, incentrati sulla biodiversità e la multiculturalità con il riso a fare da filo conduttore, testimoniano la vitalità e l’originalità del Biodistretto. Rete Semi Rurali ha collaborato all’organizzazione e ha illustrato i progetti in corso presso le due aziende, tra cui la sperimentazione di miscugli eterogenei biologici di riso e la collezione varietale di riso in campo nel 2025. La collaborazione tra Rete Semi Rurali e il Biodistretto continuano a cooperare e rafforzare la rete di alleanze e competenze per futuri progetti a tutela dell’agrobiodiversità.