Keywords: Food history, Chstnuts, Diet, Food Security, Duchy of Milan, Early Modern and Modern Age.
La castagna (Castanea sativa, Mill) è un frutto di notevole versatilità, capace di coprire spazi e funzioni alimentari molto distanti tra loro: nel farlo essa abbraccia utilizzi che vanno dal puro sostentamento in contesti di auto-approvigionamento al consumo di pregio come prodotto ad alto valore aggiunto all’interno di reti commerciali di raggio internazionale. Questo contributo si focalizza sulla diversificazione di queste funzioni alimentari all’interno del contesto dello Stato di Milano in epoca moderna ed indaga in particolare la funzione di staple food nella popolazione locale con un’attenzione agli stili alimentari e ai consumi dell’entroterra.
Per quanto il riferimento al frutto sia contenuto nell’ordinamento annonario – ed in particolare nelle disposizioni delle gride generali emanate nella seconda metà del Cinquecento che rimangono a fondamento del sistema annonario statale per circa due secoli – le castagne non compaiono nella contabilità di stato sino alla fine del Settecento. Come comprovato da alcune serie del fondo catasto, dove la disponibilità di castagne è attestata in maniera sorprendentemente capillare nella sezione dell’arco alpino che insiste su Milano, Como e Lecco, le ragioni di quest’assenza nella documentazione cittadina non sono ascrivibili ad una presenza insignificante sul territorio montano e pedemontano lombardo, ma piuttosto al ruolo residuale che le castagne ricoprivano tanto nella dieta che nel mercato cittadino ed in particolare nella produzione di farina panificabile nel contesto urbano.
Commercializzate nel peculiare circuito dei maronari, ovvero raccoglitori e venditori svizzeri per i quali le castagne costituivano la merce prevalente se non esclusiva, esse risultavano disponibili sui mercati milanesi, ed in particolare al Broletto, lungo tutti mesi invernali, da ottobre a febbraio. La frequenza di scontri tra i maronari e i fruttivendoli autorizzati, tuttavia, rivela attriti corporativi tutt’altro che trascurabili e una connotazione sociale spesso ai margini del corpo sociale.
I fruttivendoli autorizzati spesso accusano i maronari di non limitare il loro smercio alle sole castagne, ma di approfittare di una licenza esclusiva sul prodotto per estendere i loro traffici a molti altri frutti, con loro grave danno. Nelle pieghe della copiosa documentazione che accompagna questo genere di conflitti possiamo cogliere il disagio estremo di detti maronari, spesso muniti di fede di miserabilità, vale a dire di un riconoscimento istituzionale della loro condizione di bisognosi in termini assoluti. A fronte di queste note sullo smercio cittadino delle castagne e del ristretto margine di guadagno che il loro commercio sembra garantire in alcuni casi, resta la necessità di comprendere la considerazione e il tipo di controllo istituzionale ad esse riservato. Unico frutto a rientrare nelle disposizioni che riguardano le biade, ovvero essenzialmente cereali (a Milano prevalentemente frumento, segale e miglio a cui si accosta nel corso del Settecento il mais) e legumi (tra gli altri, fagioli, ceci, piselli e fave), le castagne affiorano nella contabilità di stato solo negli ultimi decenni del Settecento, in corrispondenza allo smantellamento del sistema annonario da parte del governo austriaco. Nel percorso normativo che conduce alla liberalizzazione del mercato, e nell’allerta pubblica di possibili carenze alimentari da questa generate, le castagne e la loro effettiva disponibilità tornano ad essere di interesse delle magistrature pubbliche. Non solo per la prima volta compaiono dunque, accanto a cereali e legumi, le quantità disponibili in città, ma esse vengono spesso menzionate nei dibattiti che accompagnano l’erogazione di nuove leggi come risorsa di compensazione in caso di penuria cerealicola. Il contributo analizzerà il ruolo delle castagne nell’ambito della food security e delle politiche di welfare milanesi, ovvero nelle distribuzioni e nelle mense degli istituti pii e caritatevoli locali.
Gestione ed economia del castagno in Valle Pesio (XVII-XIX sec.)
Keywords: Chestnut, Piedmont, Carthusian monastery, Socioeconomic History, Food History
Il castagno è stato per secoli una risorsa di estrema importanza nelle aree alpine e pedemontane, sostenendo una larga parte del fabbisogno alimentare delle popolazioni locali. Nel Piemonte sud-occidentale il castagno ha avuto storicamente un ruolo di primo piano e la provincia di Cuneo, in particolare, è divenuta nel tempo una delle aree di maggior produzione castanicola a livello nazionale. Pur essendosi fortemente ridotta la superficie delle foreste castanili rispetto a inizio Novecento, la produzione ha mantenuto livelli qualitativi molto alti grazie a frutti come il Re Marrone o la Castagna di Cuneo, a cui nel 2007 è stata riconosciuta l’indicazione geografica protetta. Tale riconoscimento è stato anche il risultato della rinata Fiera del Marrone di Cuneo a fine anni Novanta che ha ripreso una tradizione interrotta con lo scoppio del secondo conflitto mondiale.
La castanicoltura cuneese ha le sue origini nei secoli centrali del Medioevo, come dimostrano gli studi condotti da Rinaldo Comba e Riccardo Rao, e le sue radici nella Valle Pesio, valle delle Alpi Liguri ricca di foreste coltivate a castagno sin dal XII secolo. La loro gestione non fu solo garantita dalle comunità locali ma anche da grandi istituzioni religiose, fra cui la più importante fu sicuramente la Certosa di Pesio. Fondata nel 1173, la certosa gestì e sfruttò per secoli le grandi risorse castanicole e più in generale forestali della valle. La grande proprietà ecclesiastica della Certosa si dissolse solo nel 1803, a seguito delle soppressioni napoleoniche, che produssero una frammentazione e una privatizzazione anche delle proprietà forestali. Nel corso dei secoli dell’età moderna l’istituzione della Certosa fu centrale nel garantire livelli produttivi idonei al fabbisogno delle comunità valligiane ma anche ad alimentare il flusso verso il mercato di riferimento di Cuneo. Le foreste castanili non furono una risorsa solo sotto il profilo alimentare ma anche sotto quello energetico. La Certosa dovette dunque affrontare la concorrenza di altri attori territoriali, soprattutto manifatturieri, interessati a un diverso sfruttamento della risorsa, al fine di garantire la salvaguardia del suo patrimonio forestale.
Il nostro contributo vuole quindi focalizzarsi sulla gestione del patrimonio forestale e sulla produzione castanicola della Certosa di Pesio dal XVII al XIX secolo. La scelta di concentrarsi su questi secoli è motivata dal fatto che in questa fase la costruzione della grande proprietà ecclesiastica certosina, iniziata negli ultimi secoli del Medioevo, era stata già completata e consolidata. La fase moderna risulta dunque di maggiore interesse per lo studio della gestione del territorio e per analizzare il ruolo svolto dalla produzione castanicola nei rapporti tra l’area montana e il mercato di riferimento di Cuneo, anche in considerazione dell’evoluzione demografica della città che passò dai circa 6.000 abitanti di fine Cinquecento ai quasi 20.000 di inizio Ottocento. Il contributo mira inoltre a evidenziare le differenti strategie messe in atto al fine di garantire la sostenibilità della produzione castanicola e quale ruolo abbia svolto questa risorsa in particolari congiunture critiche.
Bibliografia
Bertolino A., Carrara S., Gentile P., La Certosa di Pesio: 850 anni di storia e spiritualità nelle Alpi Liguri, Atti della giornata di studi Certosa di Pesio, 7 ottobre 2023, Bollettino della Società per gli studi storici, archeologici ed artistici della Provincia di Cuneo, Cuneo, 2024.
Bruneton-Governatori A., Alimentation et idéologie : le cas de la châtaigne, in «Annales. Économies, Sociétés, Civilisations», 39-6, 1984, pp. 1161-1189.
Cherubini G., La “civiltà” del castagno in Italia alla fine del medioevo, «Archeologia medievale», 8, 1981, pp. 247-80.
Comba R., Naso I. (a cura di), Uomini, boschi, castagne. Incontri nella storia del Piemonte, Cuneo, Società per gli studi storici della Provincia di Cuneo, 2000, pp. 33-63.
Cortonesi A., Il Medioevo degli alberi. Piante e paesaggi d’Italia (secoli XI-XV), Carocci, Roma, 2022, pp. 197-232;
Pitte J. R., Terres de Castanide. Hommes et paysages du Châtaignier de l’Antiquité à nos jours, Fayard, Paris, 1986.
Rao R., Una civiltà del castagno: uomini e boschi nell’Appennino ligure-piemontese durante l’apogeo del medioevo (secoli XII – metà XIV), in «Archivio Storico Italiano», 171-2, 2013, pp. 207-228.
Bruno Farinelli
PhD – Università degli Studi di Milano-Bicocca, Dipartimento di Economia, Metodi quantitativi e Strategie d’impresa;
Matteo Stroppiana
PhD student – Università di Pavia, Dipartimento di Studi Umanistici
Un’indagine etnografica sul foraging e le filiere agro-silvo-pastorali
abbandonate o rivalorizzate nelle Alpi Centrali -Val Saviore
Parole chiave: etnografia, Alpi Centrali, Val Savione, foraging, aree interne, biodistretto, filiera
Por marà che ia nan arborè una espressione locale utilizzata per schernire gli abitanti del paese di Saviore dell’Adamello (marà) che situato ad oltre 1000 metri di altitudine è caratterizzato da boschi di alta quota, quindi senza piante di castagno (arbor). Un detto andato in disuso e abbandonato come molti castagneti di queste montagne, considerati in passato un vero e proprio patrimonio familiare e territoriale. Negli ultimi cinquanta anni, il bosco, i suoi frutti e le filiere agro-pastorali ad esso connesse hanno modificato la loro forma e mostrano oggi uno stato di abbandono e di spopolamento che in realtà è ricco di significati culturali, ecologici ed economici: si assiste a perdite di forma di residenza che lasciano dietro di sé dei vuoti pieni di tracce e di possibilità di futuro (Viazzo in AA.VV 2023). Questo studio etnografico si colloca in una prospettiva interdisciplinare che ha permesso di descrivere le terre montane come un ampio e vivace sistema di relazioni aperto verso l’esterno e disponibile al cambiamento e all’innovazione (Mocarelli 2024). È proprio da un punto di vista decisamente non marginale, anche storicamente, che è possibile indagare il foraging, le attività agro-silvo-pastorali e il ruolo delle aziende del Biodistretto Val Camonica, come potenziali ambiti strategici delle politiche agro-alimentari non solo delle aree interne.
Il foraging si identifica, in certi casi, come alimurgia o fitoalimurgia, ma per chi quotidianamente frequenta il mondo vegetale questa pratica non implica necessariamente uno stato di necessità o di carestia ma piuttosto un atteggiamento vigile, inter-connesso e condiviso, attento a mettere a frutto ogni risorsa disponibile e commestibile (Favole 2024). In queste montagne, in cui hanno quasi tremila nomi, si tratta di erbe ad uso alimentare come lo spinacio selvatico, l’ortica, l’aglio orsino, il luppolo, il tarassaco ma anche lichene islandico, uva orsina, ginepro, arnica montana usati prevalentemente a fini fitoterapici. I saperi dell’incolto, che si stanno perdendo, non sono solo saperi legati al mondo delle raccoglitrici e della pastorizia, ma forme di consapevolezza dell’interdipendenza delle forme di vita la cui esistenza si intreccia e rende possibile quella degli umani stessi; sono saperi di una economia agro-pastorale storicamente intrecciata anche all’economia del castagno, delle erbe selvatiche e della cura dei boschi.
In questo territorio, il foraging, le conoscenze e le pratiche ad esso connesse, rischiano di essere relegate a forme di turismo lento e di consumo individuale di rimedi fitoterapici ben diverse quindi da quelle attività che hanno dato vita ad un alfabeto e un sapere collettivo e socializzato oltre che a forme strutturate di economia locale. Questa ricerca avrebbe quindi anche l’ambizione di indagare il ruolo storico perduto del commercio della raccolta delle erbe selvatiche, registrato sia da testimonianze orali che da contabilità locali (Arietti, 1935): rilevanti commerci che attraverso la ferrovia, arrivavano alle aziende farmaceutiche estere oppure attraverso i pastori, all’epoca della transumanza, sino in pianura.
Alcune aziende agricole del Bio-distretto Val Camonica oltre a coltivare cereali “resilienti” (segale e frumento) stanno sperimentando forme di impresa, solidale e collettiva, nella trasformazione e commercializzazione delle erbe officinali. Spesso sono realtà imprenditoriali di persone e famiglie che vengono a vivere per scelta in montagna, abitanti “non originari” che hanno l’aspettativa di essere supportati dalla Comunità Montana mentre, come emerge dalle interviste, spesso non sono percepiti come parte della comunità né dagli abitanti della valle né dalle istituzioni politiche locali e quindi divengono insostenibili economicamente e socialmente.
Osservare il ruolo oggi “negletto” e marginale delle erbe cosiddette di “uso tradizionale” permette di svelare e rende visibili le relazioni tra i pochi residenti, i ri-abitanti, le narrazioni delle politiche, il ruolo contemporaneo delle filiere agro-pastorali e del consumo alimentare ma soprattutto le spesso trascurate interdipendenze con le nature: il ghiacciaio Adamello e i monti circostanti, l’acqua e la sua energia, i boschi, i castagneti, i pascoli, gli animali selvatici e allevati.
Aglio orsino (Allium urisinum)
Le prime foglie fotografate il 12 febbraio 2025 da Ornella (esperta raccoglitrice Val Camonica).
Sono ricche di vitamina C, si trovano sulle rive dei torrenti e dei fiumi. È un erba saporitissima basta qualche foglia mescolata all’insalata oppure si può fare il pesto
Bibliografia
AA.VV., Sguardi in quota, Special Focus, Antropologia Rivista, Vol.10 No.2, 2023, Ledizioni, Milano.
Arietti, N., Flora medica ed erboristica del territorio bresciano. Indagine sulla consistenza e possibilità di sfruttamento del naturale patrimonio della provincia di Brescia nel campo della erboristeria, 1965, Fratelli Geroldi Editore, Brescia.
Bona, E., (2023), I nomi dialettali dei vegetali spontanei di interesse alimentare, Passirano, Tipolitografia Pagani.
Favole, A., La via selvatica. Storie di umani e non umani, 2024, Laterza, Bari.
Mocarelli, L., Reti di distribuzione, integrazione commerciale e consumi nelle Alpi preindustriali. In L. Lorenzetti, R. Leggero (a cura di), I servizi di prossimità come beni comuni: una nuova prospettiva per la montagna (pp. 19-37), 2024, Donzelli, Roma.
Mosse, D., (2004), Is good policy unimplementable? Reflections on the ethnography of aid policy and practice, Development and Change, 35(4), pp. 639-671.
Van Der Ploeg, J.D., (1993), Potatoes and knowledge, in Hobart M., a cura di, An anthropological critique of development. The growth of ignorance, London, Routledge, pp. 209-227.
In attesa della proposta sulla riforma sementiera, prevista per fine giugno e che dovrebbe essere seguita a stretto giro dalla proposta di (de?) regolamentazione dei nuovi OGM, 38 organizzazioni della società civile provenienti da 20 paesi Europei hanno firmato una lettera alla Commissione nella quale sottolineano alcuni punti fondamentali da tenere presenti. In particolare, la lettera richiama l’attenzione sull’importanza che la riforma:
promuova la creazione di sistemi alimentari sostenibili e resilienti,
permetta ad agricoltori e hobbisti impegnati nella conservazione e la gestione dinamica dell’ agrobiodiversità di non dover sottostare alle regole sulla commercializzazione delle sementi pensate per il settore commerciale,
preveda procedure ad hoc per facilitare la registrazione di varietà con un alto grado di diversità genetica ed adatte a sistemi biologici,
assicuri al consumatore informazioni trasparenti sulle sementi disponibili sul mercato.
É recente la scomparsa di Concetta Vazzana: docente e mentore di molti di noi, innovatrice seria e combattiva ha aperto la strada a ricercatori, tecnici ed agricoltori verso pratiche che prima di lei erano quasi del tutto ignorate dal mondo accademico. Arguta ed ironica, ha continuato ad osservarci con piacere ed attenzione; le nostre strade non si sono incrociate in progetti comuni ma i nostri passi sono in buona parte espressione della sua scuola di pensiero.
E’ sorta quindi spontanea, nel dialogo con i suoi più stretti amici e collaboratori, l’idea di dedicarle il cuore della nostra attività: la Casa delle Sementi Concetta Vazzana distribuirà negli anni il patrimonio genetico che riproduce e custodisce arricchito dall’imprinting di umanità che Concetta ha saputo donare a noi tutti.