da Manuele Bartolini | Feb 16, 2024 | Articoli
La sfida dell’autoproduzione delle razioni alimentari per piccoli allevamenti in biologico
di Piercarlo Tivano – Scuola Agraria Salesiana di Lombriasco
L’auto approvvigionamento proteico nella razione negli allevamenti biologici e di piccola scala non è sempre di facile attuazione. Questa sfida rappresenta uno degli elementi di sostenibilità per gli allevamenti nelle zone marginali e alpine. Con queste premesse è stato concepito il progetto COPASUDI (Cooperazione di Piccole Aziende Agricole per Soia ad Uso Diretto), finanziato dalla misura 16 “Cooperazione” del Programma di sviluppo rurale 2014-2020 della Regione Piemonte. Il cuore del progetto è la cooperazione tra un gruppo di aziende che ha messo a disposizione esperienze, attrezzature, terreni e allevamenti avicoli per coltivare soia a basso fattore anti-nutrizionale da poter destinare all’allevamento. Il progetto, che vede anche la partecipazione di Rete Semi Rurali e dell’Università di Udine, è partito da 9 varietà per arrivare negli anni ad una popolazione in linea con il nuovo concetto di Materiale Eterogeneo Biologico (MEB). La soia, ben apprezzata dagli animali di bassa corte, è tra le colture proteiche per eccellenza (con un tenore in proteine maggiore al 40%), usata come pannello, derivato dall’estrazione della fase oleosa e seguente trattamento termico. Si tratta di un procedimento costoso ed è difficile trovare un prodotto non contaminato da OGM. Va sottolineato, inoltre, che non tutti i prodotti proteici sono appetiti allo stesso modo dagli avicoli, che l’apporto di proteine che offrono non sempre è sufficiente e che le aziende spesso non dispongono di superfici per l’autoproduzione.
COPASUDI ha permesso di utilizzare mangimi a base di soia coltivata presso le aziende del Gruppo Operativo partendo da un miscuglio di varietà a bassa concentrazione di fattori antinutrizionali. n queste condizioni la granella può essere pulita, schiacciata e somministrata agli animali, miscelata con le altre granaglie, direttamente in azienda. Le prime prove di appetibilità effettuate hanno dimostrato la fattibilità del processo . L’obiettivo è di creare un circolo virtuoso tra chi può coltivarla e chi, non avendo terreno adatto o sufficiente, può procurarsela da altri agricoltori per il razionamento del proprio allevamento. Allo stesso tempo chi non ha tutta l’attrezzatura necessaria può utilizzare gli strumenti messi a disposizione dal partenariato. Il progetto è in fase di conclusione, tuttavia il consorzio non vuole fermarsi alle prime evidenze ottenute, ma intende continuare la stretta collaborazione tra i vari partecipanti.
Per ulteriori informazioni scrivi a copasudi@gmail.com
Soia Biologica in Friuli
Nell’ambito del progetto COPASUDI, tra il 22 e il 25 Agosto 2022, è stata realizzata una visita di una delegazione di agricoltori e allevatori piemontesi presso aziende emblematiche della coltivazione della soia biologica nella regione Friuli Venezia Giulia.
Il percorso di formazione è stato possibile grazie al supporto di AIAB FVG, del Dipartimento Scienze agrarie, alimentari, ambientali e animali dell’Università di Udine e degli agricoltori ospitanti che hanno accolto le attività con grande disponibilità. La delegazione ha potuto così affrontare i temi più controversi della coltivazione della soia in biologico: controllo della flora spontanea, gestione delle risorse idriche, gestione della semina in copertura verde, trattamenti post raccolta, infine modesta disponibilità varietale di materiale per la gestione in biologico.
La visita presso i campi sperimentali della Università di Udine ha dato la possibilità di verificare in campo le differenti attitudini delle accessioni di soia in prova presso i campi e sviluppate per il mondo convenzionale e quelle più promettenti per la produzione biologica.Sempre presso l’Università si è tenuto un seminario interno a cura di ERSA FGV sul tema dei metodi di selezione utilizzati nel tempo per ottenere soia a basso fattore antinutrizionale e/o soia adatta alla trasformazione per l’alimentazione umana. Si è affrontato così anche il tema dell’insufficiente ricerca varietale e tecnica per ciò che riguarda la soia in biologico.
da Manuele Bartolini | Feb 16, 2024 | Articoli, Comunità
di Francesca Pisseri – Ass. Italiana di Agroecologia e Rachele Stentella – Rete Semi Rurali
Nelle aree interne, agricoltura e allevamento sono sempre stati strettamente connessi poiché l’animale partecipava alla gestione del sistema di cui faceva parte, rendendo possibile il riciclo dei nutrienti.
Nelle aree interne, agricoltura e allevamento sono sempre stati strettamente connessi poiché l’animale partecipava alla gestione del sistema di cui faceva parte, rendendo possibile il riciclo dei nutrienti. L’animale riesce infatti a metabolizzare biomassa non digeribile dall’uomo, spesso presente su terreni difficilmente meccanizzabili, e la restituisce sotto forma di cibo per le persone. In questo modo rende possibile: l’aumento della fertilità del suolo (accrescendo quindi la sanità e la produttività delle coltivazioni aziendali, secondo un approccio agroecologico), le lavorazioni del terreno e l’utilizzo di aree che diversamente non sarebbero produttive, beneficiando al contempo del benessere legato al movimento.
La zootecnia intensiva di pianura ha creato una forte scissione tra agricoltura e allevamento, portando prima il modello dei “grandi allevamenti” in pianura e successivamente traslando questo modello in montagna, creando numerosi danni all’ambiente, ad esempio il sovrapascolo, o la necessità di integrazione proteica con conseguente eccessivo carico di azoto e modificazione della flora.
L’abbandono graduale della piccola zootecnia di montagna (e collina) ha causato significative modifiche nel paesaggio agrario lasciando spazio all’avanzamento del bosco e di conseguenza a una riduzione dei prati-pascoli. Il prato polifita è un sistema evolutivo che ha bisogno del continuo asporto e apporto fornito dagli erbivori come bovini e pecore per poter mantenere sia la sua biodiversità (le “aree aperte” facilitano la coesistenza con altre specie), che la fertilità e il mantenimento del paesaggio, tutti aspetti fondamentali per l’equilibrio dell’agroecosistema. Il bosco, inoltre, può fornire un microclima adatto all’animale, un microbioma del suolo in salute e un elevato tasso di biodiversità, che aiutano gli animali ad avere un sistema immunitario efficiente, diminuendo l’utilizzo di farmaci. Il bosco, inoltre, può fornire agli animali foraggio verde (frasche), che in alcuni periodi dell’anno è ricco di fibra digeribile e proteine costituendo una valida alternativa alla granella di leguminose propria del sistema intensivo, riducendo quindi la competizione con le colture destinate all’uomo.
Uno degli aspetti più importanti su cui le aziende agroecologiche si distinguono da quelle di stampo intensivo è il ripristino della fertilità del suolo che viene ottenuto grazie alla loro capacità di creare interazioni fra le specie animali (che forniscono azoto tramite la pratica del compostaggio e del pascolamento) e vegetali (che forniscono integrazione alla razione animale e allo stesso tempo alimenti per l’uomo). La biodiversità genetica e di specie vegetali e animali garantisce la stabilità del sistema.
Tenuto conto delle motivazioni sopracitate, per reinserire l’animale nelle piccole aziende di montagna è fondamentale considerare le esigenze e le criticità del luogo, ripartendo prima di tutto dalla promozione della diversità genetica: razze a duplice attitudine e/o popolazioni locali derivanti da incroci, in passato le razze erano tutte a triplice attitudine: latte-carne-lavoro. È inoltre necessaria una adeguata formazione degli operatori, per evitare di trasferire in montagna i modelli produttivi di pianura. Nelle aree interne i piccoli allevamenti possono contribuire a creare economie locali, alla manutenzione dei territori, utilizzando aree difficilmente lavorabili in agricoltura.
da Manuele Bartolini | Feb 15, 2024 | Articoli, Ricerca azione
di Fausto Gusmeroli – Agroecologo
I pascoli della montagna alpina sono agroecosistemi subnaturali o seminaturali.
I primi costituiscono le forme più remote di antropizzazione delle Alpi, realizzate ad opera di pastori transumanti provenienti dalle pianure, che vi penetravano nella stagione estiva per sfruttare le praterie naturali presenti al di sopra delle comunità boschive e arbustive. I pascoli seminaturali sono invece dislocati nelle aree sottostanti, entro il dominio della vegetazione legnosa e rappresentano oggi la parte preponderante del sistema pastorale. Nonostante la semplificazione dell’ecosistema sia tutt’altro che banale (modifiche dovute al pascolamento nel primo caso e al disboscamento nel secondo), i pascoli conservano, più dei sistemi agrari veri e propri, molte delle funzioni ecologiche indispensabili per la vita. Sono funzioni di approvvigionamento (produzione di cibo, materie prime, acqua dolce e risorse medicinali), regolazione (clima, sequestro del carbonio, impollinazione, protezione dai dissesti idrogeologici, depurazione di acqua, suolo e aria, controllo di specie invasive e malattie) e supporto (fotosintesi, cicli dei nutrienti, formazione dei suoli), oltre a quelle culturali, fondamentali per il nostro benessere. L’efficienza con la quale i pascoli offrono questi servizi è strettamente connessa alle modalità di pascolamento. Se con la loro triplice azione di prelievo della biomassa, calpestio e fertilizzazione organica gli animali fissano gli equilibri floristici e i caratteri morfologici delle fitocenosi, sono però le scelte gestionali del pastore a essere determinanti. Tali scelte riguardano tre elementi: il tipo di animale, il carico e la tecnica di pascolamento. La combinazione di questi ultimi garantisce da un lato il benessere degli animali, dall’altro l’integrità dei cotici, tutto ciò nel rispetto dell’ambiente, del consumatore e delle identità dei luoghi. La disponibilità di animali adatti al contesto pastorale rappresenta la prima condizione per una gestione agroecologica del pascolo. Circoscrivendo l’attenzione al bestiame bovino da latte, gli animali devono possedere caratteri di rusticità, abilità a muoversi in territori impervi, capacità nel prelevare il foraggio e valorizzarlo al meglio. Sono prerogative proprie delle razze originatesi e coevolutesi negli ambienti pastorali montani, estranee invece alle razze cosmopolite e di altri contesti geografici selezionate per vivere e produrre in ambienti super controllati. Per quest’ultime alle difficoltà di movimento e pascolamento si aggiunge l’impossibilità di soddisfare gli elevati fabbisogni nutritivi se non ricorrendo a orti integrazioni con concentrati, dannose per i cotici, la qualità e la tipicità delle produzioni. Un carico di bestiame calibrato sulla risorsa foraggera è la condizione che segue dappresso la scelta del tipo di animale. Situazioni evidenti di sottocarico o di sovraccarico sono sempre deleterie per i cotici. Le prime lasciano agli animali maggiore libertà di selezionare i prelievi di foraggio, rivolgendosi alle specie migliori dal punto di vista foraggero e trascurando le altre che, pertanto, tenderanno nel tempo a propagarsi e diventare dominanti, a detrimento del valore nutritivo e dell’appetibilità del pascolo. L’eccesso di carico causa invece una regressione delle buone foraggere (consumate con troppa insistenza), un surplus di restituzioni organiche (che favorirà piante nitrofile) e un forte calpestio (che selezionerà elementi scadenti e potrà innescare processi di dirado dei cotici ed erosione del suolo). Ciò si rivela spesso sconveniente anche per il bestiame: in un caso per l’eccessivo movimento compiuto dagli animali nel pascolamento, nell’altro per l’insufficiente disponibilità di foraggio. Entrambe le situazioni vanno a squilibrare il bilancio alimentare, con riflessi negativi sulla produzione e la funzione riproduttiva. Il terzo elemento che contraddistingue la gestione agroecologica del pascolo è una buona tecnica di pascolamento. Il poco spazio a disposizione impedisce di entrare nei dettagli delle varie soluzioni applicabili. Ci si limiterà a distinguere, quindi, tra il sistema libero o brado, dove gli animali sono liberi di esplorare distretti molto ampi, e i sistemi controllati, in cui al contrario sono confinati in lotti di pascolo più o meno ridotti, utilizzati in successione temporale. Il pascolamento libero è tipico delle aree di pianure e di collina con allevamenti molto estensivi. Salvo rarissime eccezioni, non è praticabile nel contesto alpino, dove acclività e altre variabili geografiche, storiche e culturali impongono una disciplina di pascolo più rigorosa. Il sistema più rigoroso, che è anche il più efficiente e complesso, è il pascolamento razionato in cui i lotti di pascolo sono molto piccoli, tali da essere utilizzati dalla mandria in mezza giornata e permettere di alternare nello stesso giorno del pascolo “magro”, ossia di qualità foraggera non eccelsa, con del pascolo “grasso”, di qualità superiore. Il maggior impegno lavorativo risulta ripagato da una pressione animale ben distribuita su tutta l’area pascoliva, garanzia di mantenimento del buon assetto floristico delle fitocenosi e di un’alimentazione del bestiame regolare ed equilibrata lungo tutto l’arco della stagione alpestre.
PER UN APPROFONDIMENTO
Alcuni dati sulle razze utilizzate nelle malghe alpine: nelle situazioni ordinarie, una bovina raramente è in grado di racimolare una quantità giornaliera di erba superiore a 12-13 kg di s.s. (spesso non si arriva a 10!), dose che, in animali del peso vivo di 6-7 quintali, può sostenere produzioni di latte assai modeste (pochi litri al giorno). La probabilità di compromettere la salute dell’animale e danneggiare il pascolo diviene, in tal caso, una certezza.
Per approfondire questi temi si rimanda alla seguente bibliografia
Per approfondire questi temi si rimanda alla seguente bibliografia:
- Quaderno n. 10 della SoZooAlp e libro “Prati, pascoli e paesaggio alpino” F. Gusmeroli – https://www.sozooalp.it/
- Bardgett, R.D. e Wardle, D.A. 2003. Herbivore mediated linkages between aboveground and belowground communities. Ecology, 84: 2258-2268.
- Caporali, F. 2019. Agricoltura e servizi ecologici.
- CittaStudi Edizioni, De Agostini, Novara
- Caporali, F. 2021. Ethics and Sustainable Agriculture. Bridging the ecological gaps. Springer Nature.
- Mearns, R. 1996. When livestock are good for the environment: benefit-sharing of environmental goods and services. World Bank/FAO workshop “Balancing Livestock and the Environment”, Washington.
da Manuele Bartolini | Feb 14, 2024 | Articoli, Pratiche agroecologiche, Ricerca azione
Vantaggi ambientali, limiti e potenziale nel biologico
di Giuseppe De Santis – Rete Semi Rurali
La Trazione Animale (TA) per l’agricoltura biologica rappresenta una soluzione complementare (a volte sostitutiva) alle attività agricole che necessitano di potenza poiché utilizza la forza del lavoro animale in sostituzione delle fonti fossili e si inserisce nel quadro di autonomizzazione della azienda in ambienti agrari e forestali. Le aziende agricole più adatte all’uso della trazione animale sono spesso quelle che coltivano prodotti ad alta intensità di lavoro manuale, come frutta e verdura, o che si concentrano su produzioni di nicchia. Malgrado vi sia la percezione dell’abbandono di questo strumento, oggi si manifesta una sua progressiva riscoperta. In Italia ad esempio l’interesse per questa pratica è tornato nelle regioni centrali e settentrionali, con una buona prevalenza delle aziende attive nel settore vinicolo e ortivo.
A differenza di una macchina, l’animale si riproduce da solo e potenzialmente si alimenta con prodotti vegetali prodotti aziendalmente, accontentandosi spesso di foraggio. La trazione animale presenta però alcuni limiti: richiede ad esempio una maggiore quantità di lavoro umano rispetto alle macchine agricole a motore combustibile, rendendo l’agricoltura più intensiva in termini di manodopera. Inoltre, la capacità di lavoro degli animali è limitata e variabile, e l’utilizzo dell’animale impone la destinazione di parte della SAU aziendale alla produzione di foraggio necessario all’animale stesso, rendendo la TA poco sostenibile per piccole-medie aziende. L’efficienza con cui l’animale converte in lavoro muscolare l’energia metabolica è stimata in circa il 30%. Limitandosi al cavallo, 1/3 dell’energia alimentare è restituita come concime. La forza di trazione del cavallo è pari a 1/6 del peso vivo. Ciò significa che un cavallo leggero di 300 kg è in grado di sviluppare una forza di trazione di 50 kg mentre uno di 600 kg può sviluppare una forza di trazione di 100 kg. In una macchina agricola a combustione interna, 2/3 dell’energia del carburanti è dissipata come calore e emissioni inquinanti e inoltre, un mezzo agricolo con motore a combustione interna alla fine del ciclo utile deve essere smaltito (e solo in parte riciclato), con un elevato costo energetico.
La TA chiaramente richiede competenze specifiche e formazione adeguata: per essere utilizzata in modo efficiente ha bisogno di una filiera competente che va dalla genetica animale, alla produzione di finimenti dedicati, passando per l’addestramento e la gestione della salute dell’animale e la produzione dedicata di macchine e attrezzi (come aratri, zappe, erpici, carri e slitte, tutti progettati sulla forza e la dimensione degli animali).
La tecnologia attuale permette di gestire con la TA l’aratura superficiale, la concimazione, lo sfalcio e la raccolta e la gestione delle erbe infestanti, per le quali gli animali (e soprattutto il cavallo), vengono spesso preferiti.
In conclusione l’uso della TA in agricoltura biologica, nonostante alcuni limiti, offre diversi vantaggi ambientali: riduce l’uso di carburante fossile e le emissioni di gas serra, contribuendo così alla lotta contro il cambiamento climatico, riduce l’erosione del suolo causata da macchine pesanti e favorisce anche la conservazione della biodiversità, in quanto riduce l’impatto distruttivo sulle comunità di piccoli organismi del suolo.
Ultimo, ma non per importanza, la trazione animale può contribuire alla conservazione delle razze animali locali, poiché favorisce la domanda di animali da lavoro tradizionali, contribuendo così alla diversità genetica e culturale e alla integrazione di agricoltura e allevamento.
da Manuele Bartolini | Feb 13, 2024 | Articoli, Ricerca azione
Domesticazione e trasformazione di specie spontanee per impiego fitoterapico
di Giulia Iannelli – Cooperativa di Comunità Germinale
L’epiteto fitoalimurgia si deve a due studiosi che si posero il problema di come nutrire le popolazioni nei momenti di grave carestia.
Nel 1767 il medico botanico fiorentino Targioni-Tozzetti indicò con alimurgia, unendo i termini alimenta e urgentia, “la disciplina che si occupa di ricercare quanto può essere utile nel caso di necessità alimentare”; nel 1918, Oreste Mattirolo si focalizzò sulle specie vegetali spontanee, aggiungendo ad alimurgia il prefisso fito, da cui, appunto, fitoalimurgia.
Grazie al progetto “Specie fitoalimurgiche: domesticazione, coltivazione, produzione e prove di trasformazione dei prodotti sul territorio della Valle Stura” conclusosi nel 2022, con la Coop di Comunità Germinale abbiamo addomesticato, seminato e elaborato prodotti a base di tredici piante spontanee individuate insieme ai tecnici dell’Ente di gestione delle Aree Protette delle Alpi Marittime. Ad oggi abbiamo inserito come coltivazioni “fisse” tre delle spontanee oggetto della ricerca (Sanguisorba officinalis, Echinops Sphaerocephalus e Mhyrris Odorata), scelte sulla base degli ottimi risultati ottenuti in termini di germinabilità, crescita e resa in cucina. Inoltre, abbiamo piantato sei esemplari di Prunus Brigantina, una Crop Wild Relatives (CWRs) che si trova ancora spontanea dalle nostre parti. Un recente studio (Landucci et al., 2015) indica 7032 specie di CWRs nel nostro Paese. Di queste, circa 600 sono già a rischio di estinzione e si stima che tra cinquant’anni il numero raggiungerà il 50%. La perdita di biodiversità dei progenitori selvatici potrebbe avere delle gravi conseguenze sulla sicurezza alimentare poiché questi hanno un ruolo fondamentale nei programmi di miglioramento genetico per favorire l’adattamento delle colture ai mutamenti climatici. È importante quindi la presenza di strategie locali che, unite a quelle nazionali, considerino il ruolo fondamentale dei progenitori selvatici.
Ricetta aceto di Pimpinella
Condividiamo la ricetta del nostro aceto di Sanguisorba officinalis, conosciuta anche come Pimpinella appartenente all’ordine delle Rosales (Famiglia Rosaceae). Raccogliere foglie di pimpinella giovani, tritarle e ricoprirle di aceto di vino bianco: 1 litro di aceto, 100g di foglie. Dopo due settimane, filtrare e trasferire in bottiglie. Ha proprietà antinfiammatorie, digestive, astringenti, emostatiche e toniche; è fonte di sanguisorbine, tannini, ellagitannini, saponine, rutina, quercetina, acido tannico, acido gallico e beta- sitosterolo.