di Francesca Pisseri – Ass. Italiana di Agroecologia e Rachele Stentella – Rete Semi Rurali
Nelle aree interne, agricoltura e allevamento sono sempre stati strettamente connessi poiché l’animale partecipava alla gestione del sistema di cui faceva parte, rendendo possibile il riciclo dei nutrienti.
Nelle aree interne, agricoltura e allevamento sono sempre stati strettamente connessi poiché l’animale partecipava alla gestione del sistema di cui faceva parte, rendendo possibile il riciclo dei nutrienti. L’animale riesce infatti a metabolizzare biomassa non digeribile dall’uomo, spesso presente su terreni difficilmente meccanizzabili, e la restituisce sotto forma di cibo per le persone. In questo modo rende possibile: l’aumento della fertilità del suolo (accrescendo quindi la sanità e la produttività delle coltivazioni aziendali, secondo un approccio agroecologico), le lavorazioni del terreno e l’utilizzo di aree che diversamente non sarebbero produttive, beneficiando al contempo del benessere legato al movimento.
La zootecnia intensiva di pianura ha creato una forte scissione tra agricoltura e allevamento, portando prima il modello dei “grandi allevamenti” in pianura e successivamente traslando questo modello in montagna, creando numerosi danni all’ambiente, ad esempio il sovrapascolo, o la necessità di integrazione proteica con conseguente eccessivo carico di azoto e modificazione della flora.
L’abbandono graduale della piccola zootecnia di montagna (e collina) ha causato significative modifiche nel paesaggio agrario lasciando spazio all’avanzamento del bosco e di conseguenza a una riduzione dei prati-pascoli. Il prato polifita è un sistema evolutivo che ha bisogno del continuo asporto e apporto fornito dagli erbivori come bovini e pecore per poter mantenere sia la sua biodiversità (le “aree aperte” facilitano la coesistenza con altre specie), che la fertilità e il mantenimento del paesaggio, tutti aspetti fondamentali per l’equilibrio dell’agroecosistema. Il bosco, inoltre, può fornire un microclima adatto all’animale, un microbioma del suolo in salute e un elevato tasso di biodiversità, che aiutano gli animali ad avere un sistema immunitario efficiente, diminuendo l’utilizzo di farmaci. Il bosco, inoltre, può fornire agli animali foraggio verde (frasche), che in alcuni periodi dell’anno è ricco di fibra digeribile e proteine costituendo una valida alternativa alla granella di leguminose propria del sistema intensivo, riducendo quindi la competizione con le colture destinate all’uomo.
Uno degli aspetti più importanti su cui le aziende agroecologiche si distinguono da quelle di stampo intensivo è il ripristino della fertilità del suolo che viene ottenuto grazie alla loro capacità di creare interazioni fra le specie animali (che forniscono azoto tramite la pratica del compostaggio e del pascolamento) e vegetali (che forniscono integrazione alla razione animale e allo stesso tempo alimenti per l’uomo). La biodiversità genetica e di specie vegetali e animali garantisce la stabilità del sistema.
Tenuto conto delle motivazioni sopracitate, per reinserire l’animale nelle piccole aziende di montagna è fondamentale considerare le esigenze e le criticità del luogo, ripartendo prima di tutto dalla promozione della diversità genetica: razze a duplice attitudine e/o popolazioni locali derivanti da incroci, in passato le razze erano tutte a triplice attitudine: latte-carne-lavoro. È inoltre necessaria una adeguata formazione degli operatori, per evitare di trasferire in montagna i modelli produttivi di pianura. Nelle aree interne i piccoli allevamenti possono contribuire a creare economie locali, alla manutenzione dei territori, utilizzando aree difficilmente lavorabili in agricoltura.



