Il pianeta Terra si trova ad affrontare una profonda crisi della biodiversità. Attualmente, infatti, perdiamo biodiversità a un ritmo senza precedenti, e questo anche a causa dell’agricoltura, un’attività al servizio della nostra società che si concentra principalmente su alcune specie vegetali, come grano, mais, riso, canna da zucchero o cotone. Le attività agricole intensive occupano sempre più terreno e vanno a prendere il posto di ecosistemi altrimenti più diver- sificati, contribuendo così alla perdita di biodiversità a livello globale perché soppiantano i diversi ecosistemi naturali con monocolture e si affidano a un insieme ristretto di specie e genotipi. I nostri sistemi agricoli uniformi, monocolturali e basati su poche colture contribuiscono alla nostra incapacità di ridurre la crescente perdita di biodiversità. La società umana è generalmente inconsapevole del valore della biodiversità e quindi non è incentivata a conservarla: è improbabile che cambiamo le nostre abitudini, solo perché questo può salvare una specifica pianta o una sua proprietà per la quale, ancora, non vediamo alcun uso. Tuttavia, molte piante selvatiche, siano esse arbustive, erbacee, o alberi, sono imparentate con le nostre colture, tanto che possono dirsi “cugine” di quelle specie che la società umana coltiva e che vorremmo conservare. E molti di questi parentali selvatici delle colture (definiti in inglese Crop Wild Relatives – CWR) hanno proprietà che vorremmo trovare nelle nostre piante coltivate, proprietà che ci interessa mantenere e utilizzare. Pertanto, se riusciamo a di mostrare il valore che i parentali selvatici delle colture hanno per noi, abbiamo uno strumento prezioso per sensibilizzare l’opinione pubblica sul valore della biodiversità nella nostra società.
Il progetto COUSIN, finanziato nell’ambito del programma quadro della Commissione Europea Horizon Europe, studia e usa le CWR per sviluppare nuove colture e cultivar con proprietà migliorate e pone all’attenzione della nostra società la proposta di valorizzare la diversità delle piante selvatiche sia in un’ottica di conservazione e sia per ribadire l’importanza di questa diversità per produrre nuove varietà per un’agricoltura sostenibile e un miglioramento della salute umana. Il progetto prevede attività di identificazione e mappatura dei parentali selvatici delle colture in Europa, la loro caratterizzazione per alcune proprietà rilevanti – come la tolleranza agli stress abiotici e biotici e quelle nutrizionali o salutari – la loro conservazione in situ ed ex situ, rispettiva mente nei loro habitat naturali e nelle banche genetiche, e il loro utilizzo nella riproduzione di nuove colture e cultivar con proprietà migliorate. COUSIN lavorerà su cinque colture: frumento, orzo, piselli, lattuga e brassicacee (includendo cavoli, broccoli, cavolfiori e colza), attraverso l’introgressione di proprietà presenti nei parentali selvatici nelle moderne cultivar, la domesticazione de-novo di nuove colture dai loro antenati selvatici o l’uso dei parentali selvatici delle colture in sé.
Uno degli impatti più importanti previsti da questo progetto, tuttavia, è quello di sensibilizzare la società sul legame diretto tra la conservazione dell’ampia diversità genetica delle piante selvatiche e la salute e il benessere dell’uomo, per garantire una produzione sostenibile di cibo ora e in futuro.
Dopo una lunga attesa è stata finalmente approvato il decreto che va a disciplinare le notifiche per l’iscrizione di Materiali Eterogenei Biologici (MEB), così come previsto dal nuovo regolamento del biologico. Si tratta di un passaggio importante e atteso dagli operatori del settore, che consente di rendere pienamente operativo il regolamento. Ricordiamo, infatti, che sono state già mandate alcune notifiche di MEB al Ministero e che questo passaggio permetterà al settore di operare con chiarezza e certezza delle procedure. Come Rete Semi Rurali abbiamo seguito da vicino il processo di approvazione del decreto, contribuendo alla sua definizione.
Ad oggi, la commercializzazione delle sementi nell’Unione Europea è disciplinata da una numerosa serie di Direttive comunitarie, che devono a loro volta essere recepite in ogni Stato Membro . Le prime, risalenti agli anni ’60, si proponevano di garantire l’identità, la qualità e la produttività delle sementi, rispondendo alle esigenze di aumento della produzione e agli interessi delle nascenti industrie sementiere e alimentari. Per essere commercializzate sul territorio Europeo, è obbligatorio rispettare alcune regole contenute nelle già citate Direttive: le varietà devono essere iscritte ai registri ufficiali e le sementi da esse derivate devono essere certificate ed etichettate.
L’iscrizione delle varietà: registrare una varietà, escluse poche eccezioni, è un prerequisito fondamentale per poter immettere le sue sementi sul mercato. Per poter essere registrata nei cataloghi nazionali (www.sian.it/portale/?) ed in quello comunitario (european-union.europa.eu/select-language?destination=/node/1), una varietà deve sottostare agli stessi criteri che ne permettono la protezione nel sistema UPOV (The International Union for the Protection of New Varieties of Plants)(www.upov.int/portal/index.html.en): in entrambi casi la varietà deve essere Distinta, Uniforme e Stabile, deve perciò rispettare i cosiddetti criteri “DUS”. Le prove in campo per verificare questa corrispondenza sono eseguite da autorità pubbliche e richiedono diversi cicli di moltiplicazione (anni) oltre che essere molto costose. Nel caso specifico dei cereali e delle altre colture di pieno campo si applica anche un altro criterio, il VCU (valore agronomico e di coltivazione), che valuta le qualità di una nuova varietà per stabilire se costituisce un miglioramento apprezzabile rispetto alle varietà esistenti. La VCU viene verificata in condizioni di coltivazione convenzionali, pertanto è di solito un ostacolo importante all’approvazione di varietà selezionate per sistemi agricoli biologici o a basso impatto ambientale.
La certificazione delle sementi: una volta superato il processo di registrazione di una determinata varietà, per essere commercializzata sul mercato dell’Unione Europea deve rispondere a ulteriori criteri qualitativi legati a: purezza, umidità, assenza di malattie/parassiti e germinabilità. Per garantire il rispetto degli standard, le Direttive sementiere prevedono la certificazione pre-commercializzazione dei lotti delle sementi, assicurandosi così che esse siano state riprodotte in modo adeguato (ad esempio rispettando le distanze necessarie ad impedirne la contaminazione). La certificazione è rilasciata da Autorità Pubbliche (in Italia il CREA-DC) che richiedono campioni dai produttori e conducono ispezioni in campo. Per alcune specie (ortive o fruttifere) esiste una maggior flessibilità nelle procedure di certificazione, per cui si eseguono controlli su sementi già immesse sul mercato.
Etichettatura e confezionamento: Infine, le legislazione sementiera prevede l’obbligo di confezionare le sementi in pacchetti sigillati, e di riportare in etichetta informazioni che ne permettano la tracciabilità (lotto della semente, ente certificatore, ecc.). Questo modello di legislazione sementiera, insieme alle politiche di sviluppo agricolo e le normative sulla proprietà intellettuale ha favorito l’affermazione dei sistemi sementieri formali, relegando quelli informali ai margini della legge (link a pagina sito su sistemi sementieri). Ciò ha determinato un danno non solo per il mantenimento e la creazione della diversità agricola ma anche per lo sviluppo del settore biologico, che non trova sul mercato un sufficiente numero di varietà che rispondano alle esigenze di adattamento locale, stabilità e qualità. Negli anni, sono state avanzate diverse proposte per far coesistere la conservazione della diversità agricola con la legislazione sementiera (https://rsr.bio/aperture-nella-legislazione-sementiera/) ma è anche tutt’ora in corso un processo più profondo di riforma della legislazione sementiera stessa (rsr.bio/verso-una-riforma-integrale-della-legislazione-sementiera/).
La questione agricola sarà tra i dossier più delicati per la prossima legislatura europea. Riuscirà il mondo dell’agroecologia a far sentire la sua voce?
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 275 – Novembre 2024
Si è aperta la stagione che dovrà definire la prossima politica agraria europea (Pac). A settembre 2024 si è insediata la nuova Commissione, che vede come responsabile dell’agricoltura Christophe Hansen, lussemburghese del gruppo dei Cristiano democratici.
La questione agricola sarà uno dei dossier più difficili da affrontare, da negoziare sotto il controllo della presidenza con la delega all’agricoltura al vicepresidente Raffaele Fitto. Infatti, prima delle elezioni avevamo lasciato Bruxelles sotto il tiro dei trattori, con la Commissione che aveva rivisto al ribasso le sue ambizioni ambientaliste.
Inoltre, mentre si consumava il parziale tradimento del Green deal agricolo, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen nel discorso sullo stato dell’Unione del 13 settembre 2023 aveva lanciato il dialogo strategico sul futuro dell’agricoltura dell’Ue, percorso iniziato nel gennaio 2024 con la partecipazione di 29 importanti stakeholder del settore agroalimentare europeo, della società civile, delle comunità rurali e del mondo accademico.
Questo gruppo il 4 settembre 2024 ha prodotto il report “Dialogo Strategico per il futuro dell’agricoltura europea”, frutto di sette incontri nei mesi precedenti. Uno dei punti interessanti del documento è la presa d’atto che “la modernità si riflette anche nel fatto che c’è sempre un pluralismo di opinioni su tali questioni fondamentali e sui concetti concreti, opinioni che possono essere contraddittorie e persino in parte inconciliabili. Pertanto, le controversie su questioni esistenziali come agricoltura, cibo e natura non sono solo inevitabili nelle società moderne, ma anche espressione della loro libertà.
In questo contesto, l’agricoltura, il finanziamento pubblico e le relative politiche devono essere ri-giustificati in base alle mutate condizioni sociali. Il reddito agricolo e la sicurezza alimentare sono argomenti importanti, ma devono essere integrati da argomenti che si concentrino in modo credibile sulla responsabilità ambientale e sociale e sui servizi ecosistemici che l’agricoltura dovrebbe fornire”.
A questo documento si rifà anche la presidente che, nella sua lettera pubblica al nuovo commissario Hansen del 17 settembre, individua la sua missione per i prossimi cento giorni. Hansen avrà l’arduo compito di coniugare le parole d’ordine europee -competitività, resilienza e sostenibilità- facendo lo sforzo di ascoltare tutte le voci per riprendere le raccomandazioni del Dialogo strategico e condensarle nella Visione per l’agricoltura e l’alimentazione.
Questa dovrà basarsi anche su tecnologie innovative e scienza, termini apparentemente neutrali ma che nascondono l’idea di basare il cambiamento in particolare sulle nuove tecniche genomiche. Interessante notare che la lettera presenta un nuovo campo d’azione strategico per il commissario: affrontare la diffusione mirata della disinformazione nelle aree rurali. Come dire, vogliamo evitare un’altra protesta dei trattori e il problema non è la visione europea e la crisi strutturale del mondo agricolo, ma la disinformazione degli agricoltori.
Le persone che lavorano nel settore agricolo nell’Ue sono 17 milioni, la loro età media è di 57 anni (Commissione europea)
Anche i sindacati si stanno organizzando per farsi trovare pronti, avendo appena eletto all’unanimità il nuovo presidente del Comitato delle organizzazioni professionali agricole della Comunità europea (Copa). Sarà l’italiano Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura, a gestire i futuri negoziati comunitari. Sembra, quindi, che i conflitti nazionali tra Coldiretti e Confagricoltura si siano dissolti a livello comunitario, dove marciano insieme.
E uno dei dossier sul tavolo di Copa è l’apertura auspicata alle Tecniche di evoluzione assistita (Tea), viste come la panacea per far fronte ai cambiamenti climatici. In questa griglia di partenza, che ruolo saranno in grado giocare cittadini, associazioni di agricoltori alternativi e ambientaliste per mettere all’ordine del giorno i valori di un’agricoltura finalmente agroecologica?
In recent decades, the use of fertilizers and pesticides has doubled global food production but has also led to significant environmental problems, including eutrophication, reduced biodiversity, and a substantial contribution to global warming. These rapid changes are pushing agriculture towards a fundamental transformation, necessitating sustainable alternatives to reduce the carbon footprint of agricultural practices and enhance plant adaptation to environmental stresses. Exploiting soil microbial communities offers great potential to improve the efficiency of agricultural production, increase resilience to environmental stresses, and promote the agroecological transition of food systems. Soil microbiota influence plant growth, health, and stress resistance by facilitating the uptake of essential nutrients such as nitrogen and phosphorus, and by helping plants resist drought, high salinity, and pathogen attacks.
The impact of microorganisms on plant growth
Research is focusing on optimizing soil microbial communities for beneficial interactions with plants by selecting plant varieties that respond well to these microbes. New tools now allow us to explore plant-microbiome interactions in unprecedented detail, revealing insights into resistance mechanisms against simultaneous pathogen attacks and interactions with beneficial microbes. A new conceptual framework for improving microbial inoculation success is emerging.
The impact of microorganisms on plant growth and health has led to the integration of the microbiome into the basic model that determines a plant’s phenotype (Y) through the relationship between genotype (G) , epigenetic (eG) and environment (E), resulting in the model Y ∼ G x eG x E x M. Microbial inoculation only enhances the ability to cope with stress when all factors are aligned: the plant genotype must respond to the inoculated microorganism, the inoculant must adapt to the soil’s physical-chemical environment, and it must establish itself in the local microbiome.
While the role of plant-associated microbes in plant health is clear, a comprehensive understanding of how plants influence their microbiome, both in harmful and beneficial ways, is still under development. There is growing evidence of genetic variation in the regulation of plant-microbe interactions, which plant breeders can exploit. This new breeding strategy proposes incorporating the entire plant holobiome into resistance selection strategies to discover complex defense mechanisms.
Reducing the use of agrochemicals
Microbiome-assisted plant production aims to maintain yields while reducing the use of agrochemicals. Instead of relying on fertilizers and pesticides, beneficial microbes are added to the soil or plants, with specific plant species enriching these microorganisms and soil management practices creating favorable conditions. Many microorganisms improve plant nutrition or increase resistance to stresses, offering promising opportunities to ensure crop productivity and stability.
However, large-scale adoption of these technologies faces challenges, such as “context dependency,” where the benefits of microbes can vary significantly depending on environmental factors such as soil type, climate, and crop species. This variability complicates the prediction of outcomes in different agricultural contexts. Inoculation of selected microorganisms is promising but faces obstacles related to regulation, registration, consumer acceptance, and market dynamics.
A sustainable and reliable agricultural practice
Progress has been made with microbial consortia for biocontrol and biofertilization, where the synergy between fungal and bacterial strains promotes plant growth and suppresses pathogens. However, improving application technologies and formulations to achieve high cell counts and shelf life remains essential.
To advance microbiome-assisted plant breeding, a thorough understanding of genotype-microbiome interactions and the ecology of the inoculating strains or consortia is crucial. Efficient screening tools are needed to select suitable plant genotypes and consider the variability of the soil microbiome in different environments. With an integrated, science-based strategy, microbiome-assisted crop production could become a sustainable and reliable agricultural practice, ensuring food security in a changing world.
In this context, agroecology provides a fundamental framework. This approach combines scientific knowledge and local experience to promote sustainable, resilient, and diverse agricultural systems. Agroecological transformation enhances plant-microbe interactions, reduces dependence on chemical inputs, and improves soil health. The adoption of agroecological breeding strategies promotes agriculture that mitigates climate change, conserves biodiversity, and ensures food security