Un’indagine etnografica sul foraging e le filiere agro-silvo-pastorali
abbandonate o rivalorizzate nelle Alpi Centrali -Val Saviore
Parole chiave: etnografia, Alpi Centrali, Val Savione, foraging, aree interne, biodistretto, filiera
Por marà che ia nan arbor è una espressione locale utilizzata per schernire gli abitanti del paese di Saviore dell’Adamello (marà) che situato ad oltre 1000 metri di altitudine è caratterizzato da boschi di alta quota, quindi senza piante di castagno (arbor). Un detto andato in disuso e abbandonato come molti castagneti di queste montagne, considerati in passato un vero e proprio patrimonio familiare e territoriale. Negli ultimi cinquanta anni, il bosco, i suoi frutti e le filiere agro-pastorali ad esso connesse hanno modificato la loro forma e mostrano oggi uno stato di abbandono e di spopolamento che in realtà è ricco di significati culturali, ecologici ed economici: si assiste a perdite di forma di residenza che lasciano dietro di sé dei vuoti pieni di tracce e di possibilità di futuro (Viazzo in AA.VV 2023). Questo studio etnografico si colloca in una prospettiva interdisciplinare che ha permesso di descrivere le terre montane come un ampio e vivace sistema di relazioni aperto verso l’esterno e disponibile al cambiamento e all’innovazione (Mocarelli 2024). È proprio da un punto di vista decisamente non marginale, anche storicamente, che è possibile indagare il foraging, le attività agro-silvo-pastorali e il ruolo delle aziende del Biodistretto Val Camonica, come potenziali ambiti strategici delle politiche agro-alimentari non solo delle aree interne.
Il foraging si identifica, in certi casi, come alimurgia o fitoalimurgia, ma per chi quotidianamente frequenta il mondo vegetale questa pratica non implica necessariamente uno stato di necessità o di carestia ma piuttosto un atteggiamento vigile, inter-connesso e condiviso, attento a mettere a frutto ogni risorsa disponibile e commestibile (Favole 2024). In queste montagne, in cui hanno quasi tremila nomi, si tratta di erbe ad uso alimentare come lo spinacio selvatico, l’ortica, l’aglio orsino, il luppolo, il tarassaco ma anche lichene islandico, uva orsina, ginepro, arnica montana usati prevalentemente a fini fitoterapici. I saperi dell’incolto, che si stanno perdendo, non sono solo saperi legati al mondo delle raccoglitrici e della pastorizia, ma forme di consapevolezza dell’interdipendenza delle forme di vita la cui esistenza si intreccia e rende possibile quella degli umani stessi; sono saperi di una economia agro-pastorale storicamente intrecciata anche all’economia del castagno, delle erbe selvatiche e della cura dei boschi.
In questo territorio, il foraging, le conoscenze e le pratiche ad esso connesse, rischiano di essere relegate a forme di turismo lento e di consumo individuale di rimedi fitoterapici ben diverse quindi da quelle attività che hanno dato vita ad un alfabeto e un sapere collettivo e socializzato oltre che a forme strutturate di economia locale. Questa ricerca avrebbe quindi anche l’ambizione di indagare il ruolo storico perduto del commercio della raccolta delle erbe selvatiche, registrato sia da testimonianze orali che da contabilità locali (Arietti, 1935): rilevanti commerci che attraverso la ferrovia, arrivavano alle aziende farmaceutiche estere oppure attraverso i pastori, all’epoca della transumanza, sino in pianura.
Alcune aziende agricole del Bio-distretto Val Camonica oltre a coltivare cereali “resilienti” (segale e frumento) stanno sperimentando forme di impresa, solidale e collettiva, nella trasformazione e commercializzazione delle erbe officinali. Spesso sono realtà imprenditoriali di persone e famiglie che vengono a vivere per scelta in montagna, abitanti “non originari” che hanno l’aspettativa di essere supportati dalla Comunità Montana mentre, come emerge dalle interviste, spesso non sono percepiti come parte della comunità né dagli abitanti della valle né dalle istituzioni politiche locali e quindi divengono insostenibili economicamente e socialmente.
Osservare il ruolo oggi “negletto” e marginale delle erbe cosiddette di “uso tradizionale” permette di svelare e rende visibili le relazioni tra i pochi residenti, i ri-abitanti, le narrazioni delle politiche, il ruolo contemporaneo delle filiere agro-pastorali e del consumo alimentare ma soprattutto le spesso trascurate interdipendenze con le nature: il ghiacciaio Adamello e i monti circostanti, l’acqua e la sua energia, i boschi, i castagneti, i pascoli, gli animali selvatici e allevati.

Aglio orsino (Allium urisinum)
Le prime foglie fotografate il 12 febbraio 2025 da Ornella (esperta raccoglitrice Val Camonica).
Sono ricche di vitamina C, si trovano sulle rive dei torrenti e dei fiumi. È un erba saporitissima basta qualche foglia mescolata all’insalata oppure si può fare il pesto
Bibliografia
AA.VV., Sguardi in quota, Special Focus, Antropologia Rivista, Vol.10 No.2, 2023, Ledizioni, Milano.
Arietti, N., Flora medica ed erboristica del territorio bresciano. Indagine sulla consistenza e possibilità di sfruttamento del naturale patrimonio della provincia di Brescia nel campo della erboristeria, 1965, Fratelli Geroldi Editore, Brescia.
Bona, E., (2023), I nomi dialettali dei vegetali spontanei di interesse alimentare, Passirano, Tipolitografia Pagani.
Favole, A., La via selvatica. Storie di umani e non umani, 2024, Laterza, Bari.
Mocarelli, L., Reti di distribuzione, integrazione commerciale e consumi nelle Alpi preindustriali. In L. Lorenzetti, R. Leggero (a cura di), I servizi di prossimità come beni comuni: una nuova prospettiva per la montagna (pp. 19-37), 2024, Donzelli, Roma.
Mosse, D., (2004), Is good policy unimplementable? Reflections on the ethnography of aid policy and practice, Development and Change, 35(4), pp. 639-671.
Van Der Ploeg, J.D., (1993), Potatoes and knowledge, in Hobart M., a cura di, An anthropological critique of development. The growth of ignorance, London, Routledge, pp. 209-227.




