Contro l’oleografia del cibo

Contro l’oleografia del cibo

Abitare la complessità

Alex Giordano – Università Federico II di Napoli, Università Giustino Fortunato

Il recente riconoscimento della cucina italiana come patrimonio culturale immateriale dell’umanità offre un’occasione preziosa, ma anche ambigua


Può essere letto come un atto di responsabilità culturale oppure come l’ennesima operazione di rassicurazione identitaria, che congela il cibo in un’immagine oleografica e profondamente depoliticizzata. È un rischio che conosciamo bene: trasformare processi vivi in icone immobili, separando il cibo dai territori, dai suoli, dai semi e dalle relazioni che lo
rendono possibile.
Se prendiamo sul serio la parola patrimonio, dobbiamo però sottrarla alla logica del museo. La cucina italiana non è autentica perché pura, antica o immutabile. È autentica perché è stata, ed è ancora, un processo meticcio, innovazione permanente, dispositivo di continua ibridazione tra culture, climi, specie, tecniche e saperi. Pomodori, mais, patate, varietà agricole, fermentazioni e pratiche alimentari raccontano una storia fatta di migrazioni, adattamenti e negoziazioni, non di confini chiusi. Il gastronazionalismo banale tradisce proprio questa storia.
Viviamo in un tempo in cui il futuro viene immaginato quasi esclusivamente come un problema tecnologico: più dati, più controllo, più automazione. Anche l’agricoltura rischia di essere risucchiata in questa narrazione, trasformata in un settore da ottimizzare attraverso soluzioni estrattive, spesso disancorate dai contesti ecologici e sociali. In questo scenario, la domanda sbagliata è: quanto le tecnologie possono dare all’agricoltura?
La domanda giusta, forse, è un’altra: quanto l’agricoltura può insegnarci a ripensare l’idea stessa di f uturo?
Un’agricoltura evolutiva, partecipativa, radicata nei territori e aperta alla sperimentazione collettiva, non è un residuo del passato. È un laboratorio avanzato di pensiero sistemico. È uno spazio in cui la complessità non viene ridotta, ma abitata; in cui la conoscenza non è separata dall’esperienza; in cui il sapere nasce dall’interazione tra mente, mani e corpo, tra esseri umani e non-umani.
In questa prospettiva, anche le tecnologie possono trovare un posto, ma solo a una condizione: che vengano addomesticate dentro una nuova cosmologia. Non più tecnologie del dominio, della previsione totale, dell’estrazione di valore, ma strumenti capaci di ascoltare, di adattarsi, di accompagnare processi viventi. Tecnologie che non pretendano di sostituire le relazioni, ma che le rendano più intelligibili; che non cancellino la diversità, ma la rendano praticabile. Tecnologie che sanno ascoltare, più che imporre.
Un’agricoltura di questo tipo, capace di tenere insieme conoscenza scientifica e saperi situati, mostra che la complessità non va semplificata, ma abitata. Che la salute non è una variabile isolata, ma una relazione, come ci ricorda chiaramente l’approccio One Health richiamato in questo numero del Notiziario. La salute del suolo, delle piante, degli animali e delle persone non è separabile senza produrre nuove fragilità.
Allo stesso modo, la riflessione sul microbioma e sull’olobionte ci costringe a ridimensionare l’illusione di autonomia dell’essere umano e dei suoi sistemi produttivi. Siamo sistemi viventi dentro altri sistemi viventi. L’agricoltura lo sa da sempre, quando non viene forzata dentro modelli riduzionisti ed estrattivi.
Separare l’agricoltura del futuro dalla terra e dai territori sarebbe un errore profondo, così come separare il cibo dai corpi e dai saperi che lo producono. In un Paese ecologicamente e culturalmente variegato come l’Italia, il futuro non può essere pensato in termini di standardizzazione, ma di simpatia: sentire-con, vivere-con, trasformarsi-con.
Se il riconoscimento UNESCO saprà aprire questo spazio di riflessione — e non chiuderlo in una retorica identitaria— allora potrà diventare qualcosa di più di un titolo onorifico. Potrà aiutarci a comprendere che il f uturo non è un orizzonte da conquistare, ma un equilibrio da negoziare continuamente. E che l’agricoltura, quando resta viva e condivisa, non è il problema da modernizzare, ma una delle chiavi più fertili per dirottare di senso l’idea di futuro che abbiamo davanti. E, per come stanno evolvendo le cose, è probabilmente questa l’urgenza più grande.

Torna oggi 5 febbraio la giornata nazionale per la prevenzione allo spreco alimentare

Torna oggi 5 febbraio la giornata nazionale per la prevenzione allo spreco alimentare

Sfamare 9 miliardi di persone entro il 2050 è una delle sfide più grandi del nostro secolo.
Ma la risposta non può essere semplicemente produrre di più a ogni costo, se poi ogni anno, solo nell’Unione Europea, sprechiamo oltre 58 milioni di tonnellate di cibo, pari a circa 130 kg a persona.

In occasione della Giornata Nazionale per la prevenzione dello Spreco Alimentare, è necessario guardare in faccia la realtà: lo spreco non è un incidente di percorso, ma il risultato di un modello alimentare complesso che deve essere trasformato su più fronti, dalla produzione ai sistemi di distribuzione e consumo, per renderlo più sostenibile, più equo e più salutare.
Questo significa innanzitutto ripensare l’agricoltura, sostenendo la produzione biologica, tutelando la salute del suolo e la biodiversità, ma anche riducendo il peso dell’allevamento intensivo. Orientare una parte maggiore della produzione verso legumi e cereali destinati direttamente al consumo umano è una scelta fondamentale per ridurre l’impatto ambientale e migliorare la sicurezza alimentare.

Significa poi valorizzare le filiere corte: meno passaggi tra chi produce e chi consuma vuol dire meno sprechi lungo la catena, maggiore programmazione, prezzi più equi per agricoltori e produttori locali e un sostegno concreto alle economie e alle comunità del territorio.

Infine, è indispensabile adottare ed educare a consumi più consapevoli, legati alla stagionalità, al territorio e al reale fabbisogno. Ridurre gli sprechi significa anche imparare a pianificare meglio la spesa, dare valore al cibo e riconoscere
la responsabilità che ognuno di noi ha nelle proprie scelte quotidiane.

Contrastare lo spreco alimentare non è solo una questione di produzione: è una scelta sociale, economica e culturale, che riguarda il futuro di tutti.

Recupera l’articolo scritto per la rubrica “Semi in Viaggio” per altreconomia: https://rsr.bio/cambiare-i-sistemi-alimentari-per-sfamare-il-mondo/

Sementi, biodiversità e politiche pubbliche: dallo Zimbabwe una traiettoria Africa–Europa

Sementi, biodiversità e politiche pubbliche: dallo Zimbabwe una traiettoria Africa–Europa

di Fulvio Vicenzo – responsabile transizione ecologica di Cospe ETS e Riccardo Bocci – Rete semi rurali ETS

I sistemi sementieri gestiti dagli agricoltori (Farmers’ Managed Seed Systems – FMSS) e le case delle sementi comunitarie rappresentano una delle infrastrutture più importanti – e al tempo stesso meno riconosciute – per la sicurezza alimentare globale e per la costruzione della sovranità alimentare delle comunità e territori. In molte regioni rurali del mondo sono questi sistemi a garantire l’accesso a sementi adattate ai contesti locali, la conservazione della biodiversità coltivata e la capacità di risposta a shock climatici sempre più frequenti. Eppure, proprio tali sistemi continuano a operare in una zona grigia dal punto di vista normativo e politico, tanto in Europa come nel continente africano dove Cospe, Terre des Hommes Italia, Rete Semi Rurali (RSR), Sustainable Agriculture Technology (SAT), Community Technology Development Organisation (CTDT) e Women and Land Zimbabwe (WLZ), hanno realizzato e concluso, in Zimbabwe, nella provincia di Masvingo – distretti di Masvingo, Chiredzi, Mwenezi, durante il 2025, il progetto Semi per il futuro – agricoltura sostenibile per la resilienza delle comunità rurali, cofinanziato da AICS.

Condizioni climatiche imprevedibili, kit tecnologici basati su input chimici e sementi migliorate, accesso limitato a risorse finanziarie e a servizi di assistenza tecnica formati in pratiche sostenibili ed agroecologiche, ma soprattutto quadri legislativi pensati quasi esclusivamente per il sistema sementiero formale rendono difficile la sopravvivenza e la valorizzazione delle varietà locali. Le normative nazionali, in Africa come in Europa, continuano infatti a basarsi su criteri di registrazione delle varietà – il sistema basato su Distinzione, Uniformità e Stabilità (DUS) – che mal si adattano a materiali eterogenei e a processi di selezione partecipativa e decentralizzata, pratica che il progetto Semi per il futuro ha voluto sostenere ed ampliare, grazie soprattutto ai partner Rete Semi Rurali e CTDO. In Africa, il paradosso è evidente:

il sistema formale copre mediamente solo il 20% della domanda di sementi, mentre l’80% è soddisfatto dai sistemi gestiti dagli agricoltori, che garantiscono una maggiore diversità genetica e un più forte adattamento locale. È a partire da questa contraddizione che, dal 25 al 27 novembre 2024, ad Harare, si è svolto il workshop regionale promosso dal progetto Seeds for the Future, finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) e coordinato da COSPE, Rete Semi Rurali e CTDT insieme ad altri partner europei ed africani.
Il seminario, dal titolo “Dalla selezione per la diversità alle normative sulle sementi: come promuovere un ambiente favorevole ai sistemi sementieri gestiti dagli agricoltori

, ha riunito agricoltori e agricoltrici, ricercatori, funzionari pubblici e rappresentanti di reti della società civile provenienti da diversi Paesi africani ed europei. L’obiettivo non era solo tecnico, ma apertamente politico: creare uno spazio di dialogo tra livelli locali, nazionali e internazionali per ripensare le regole del gioco che governano l’accesso alle sementi.

Come ha sottolineato Riccardo Bocci, direttore tecnico di Rete Semi Rurali, in apertura dei lavori, “la diversità coltivata non è un residuo del passato, ma una risorsa strategica per il futuro. Se le regole riconoscono solo l’uniformità, finiscono per escludere proprio ciò che rende resilienti i sistemi agricoli di fronte al cambiamento climatico”.

Il workshop si è svolto nel quadro del Trattato Internazionale sulle Risorse Fitogenetiche per l’Alimentazione e l’Agricoltura (ITPGRFA), con il supporto della FAO e del Segretariato del Trattato. Un elemento tutt’altro che formale: infatti, anche se non molti operatori della cooperazione internazionale non ne sono consapevoli, il Trattato riconosce esplicitamente, da un lato, i Farmers’ Rights (Art. 9) e l’uso sostenibile dell’agrobiodiversità (art. 6), e dall’altro il ruolo della cooperazione internazionale e del capacity building (Art. 7) come leve per sostenere sistemi sementieri equi e sostenibili.
Durante l’incontro sono emerse convergenze significative tra Africa ed Europa. I modelli legislativi sono sorprendentemente simili, perchè molti

molti Paesi africani hanno storicamente adottato il paradigma europeo tradizionale, centrato su uniformità e certificazione. Tuttavia, mentre diversi Stati africani continuano a rafforzare questo approccio, l’Unione Europea sta attraversando una fase di profonda revisione della propria legislazione sementiera, aprendo – almeno potenzialmente – maggiori spazi per la diversità, le varietà da conservazione e i sistemi gestiti dagli agricoltori, in modo particolare nell’ambito delle normative relative all’agricoltura biologica.

È in questo scarto temporale e politico che si inserisce il valore strategico del lavoro avviato in Zimbabwe. Il workshop di Harare non si è limitato a un confronto di esperienze, ma ha prodotto raccomandazioni condivise su temi chiave: il riconoscimento giuridico dei sistemi sementieri contadini, il rafforzamento delle case delle sementi comunitarie, il passaggio da sistemi rigidi di registrazione a meccanismi più flessibili e l’adozione di sistemi di qualità e certificazione partecipata.

Secondo Andrew Mushita, direttore di CTDT in Zimbabwe, “in molti Paesi africani il seme contadino è la norma, non l’eccezione. Senza un riconoscimento legale e investimenti mirati, il sistema che oggi garantisce la maggior parte delle sementi rischia di diventare fragile proprio nel momento in cui il cambiamento climatico ne rende il ruolo ancora più cruciale”.

Le raccomandazioni elaborate ad Harare sono state quindi utilizzate come input nel processo in corso dell’Unione Africana sui sistemi sementieri gestiti dagli agricoltori e sono state presentate come buona pratica regionale all’undicesima sessione dell’Organo Direttivo del Trattato FAO, svoltasi a Lima nel novembre 2025. In questo senso, il progetto Seeds for the Future ha contribuito alla nascita di una vera e propria “comunità di pratica” Africa–Europa, capace di dialogare con i processi politici continentali.

È in questa traiettoria che si colloca la prospettiva del nuovo incontro regionale previsto ad Harare tra nel 2026. L’obiettivo non sarà solo fare il punto sui progressi normativi, ma consolidare un’agenda condivisa tra reti contadine, istituzioni pubbliche, organismi regionali e cooperazione internazionale. L’evento punta a rafforzare il legame tra politiche sementiere, adattamento climatico e sicurezza alimentare, creando uno spazio strutturato di confronto tra Africa ed Europa in un momento di profondo cambiamento dei quadri regolatori globali.

Per la Cooperazione italiana, questa prospettiva apre opportunità rilevanti. Come sottolinea Fulvio Vicenzo, responsabile della transizione ecologica di COSPE, “il Trattato FAO non è un tema per addetti ai lavori: parla di cooperazione internazionale, di diritti dei contadini e di responsabilità condivise, e inoltre l’Italia è uno dei principali finanziatori. Oggi, mentre l’Europa riscrive le regole sulle sementi, è fondamentale che il sistema della cooperazione italiana investa su questi processi, costruendo coerenza tra politiche agricole, commercio e sicurezza alimentare nelle relazioni tra continenti”.

In un contesto segnato da crisi climatiche, instabilità dei mercati e tensioni geopolitiche, sostenere sistemi sementieri diversificati e gestiti dagli agricoltori e soprattutto dalle donne protagoniste in tale percorso, non è solo una scelta tecnica, ma una scelta strategica. L’esperienza dello Zimbabwe dimostra che progetti di cooperazione ben radicati possono incidere su politiche regionali e continentali, contribuendo a ridisegnare le regole che governano il futuro del cibo.

L’esperienza avviata in Zimbabwe suggerisce alcune piste operative concrete che la cooperazione italiana potrebbe consolidare nei prossimi anni, in coerenza con le priorità strategiche di AICS su clima, sistemi alimentari sostenibili, parità di genere

e sviluppo territoriale. Una prima direttrice riguarda l’integrazione strutturale dei Farmers’ managed seed systems nei programmi su adattamento climatico e agroecologia, riconoscendoli come infrastrutture chiave per la resilienza dei sistemi agricoli. In termini operativi, ciò dovrebbe tradursi in azioni specifiche all’interno dei bandi su sicurezza alimentare e cambiamento climatico, capaci di sostenere case delle sementi comunitarie, programmi di selezione partecipativa e reti di scambio sementiero a livello territoriale, in sinergia e complementarietà con il Benefit-sharing Fund (Fondo per la condivisione dei benefici) gestito dal Trattato stesso.

Un secondo ambito riguarda il rafforzamento del dialogo tra ricerca, politiche pubbliche e pratiche di campo. Attraverso partenariati strutturati FAO–AICS e collaborazioni con università, centri di ricerca, come il CIHEAM per esempio, specializzato nell’agricoltura biologica, e reti contadine, la Cooperazione italiana potrebbe sostenere linee guida operative su FMSS e agroecologia, utili sia ai progetti che ai decisori pubblici nei Paesi partner. Questo approccio consentirebbe di collegare in modo più sistematico gli interventi locali ai processi normativi nazionali e regionali, contribuendo a riforme legislative più inclusive e coerenti con i farmers’ rights.

Un terzo asse strategico riguarda il nesso tra biodiversità, genere e inclusione socio-economica. In molti contesti, le donne svolgono un ruolo centrale nella selezione, conservazione e circolazione delle sementi locali. Rendere questo contributo visibile e sostenuto – ad esempio attraverso criteri di genere espliciti nei bandi, supporto a organizzazioni di donne e giovani e investimenti mirati nelle economie locali – permetterebbe di rafforzare l’impatto sociale degli interventi su FMSS e agroecologia.

Infine, collegare i sistemi sementieri gestiti dagli agricoltori allo sviluppo territoriale e alle filiere locali rappresenta una leva fondamentale per rendere la biodiversità un motore di sviluppo e la trasformazione agroecologica dei sistemi agroalimentari a livello locale, e non solo un tema di conservazione. Il sostegno a catene del valore territoriali, mercati locali e sistemi alimentari sostenibili può trasformare i semi in un punto di ingresso per politiche integrate su clima, occupazione rurale e coesione sociale. In questo quadro, AICS con l’intero sistema Italia, avrebbe l’opportunità di posizionarsi come attore di riferimento nel promuovere un approccio ai sistemi alimentari che tenga insieme biodiversità, agroecologia e giustizia sociale, rafforzando il ruolo della cooperazione italiana nei processi regionali e multilaterali in corso.

Sulla sovranità alimentare la sinistra ha perso

Sulla sovranità alimentare la sinistra ha perso

Inebriati dalla sbornia neoliberista i progressisti hanno “regalato” il tema alla destra. Oggi è diventata una sterile difesa di un fantasioso “Made in Italy”

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 288 — Gennaio 2026

A novembre 2026 saranno passati trent’anni dalla Conferenza mondiale sull’alimentazione tenutasi a novembre 1996 presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) a Roma, voluta dall’allora neo direttore generale, il senegalese Jacques Diouf, primo africano a presiedere l’Agenzia. Dopo più di due decenni dall’ultima Conferenza del 1974, Diouf riteneva inaccettabile “la tragedia umana di 800 milioni di persone senza un adeguato accesso al cibo” e per questo chiedeva un cambio di passo alla sua organizzazione. Purtroppo, come abbiamo visto anche nell’ultima rubrica del 2025 dedicata alla Fao, da allora la situazione non ha registrato molti progressi.

Di quel momento vorrei però ricordare non tanto l’evento ufficiale ma quello parallelo organizzato dalla società civile, con il coordinamento della Via Campesina, presso la stazione Ostiense. Infatti è in questa occasione che viene coniato il concetto di “sovranità alimentare” che dal 1996 ha animato un fecondo dibattito tra organizzazioni del Nord e del Sud globale e marcato la sua presenza nei vari consessi in cui le istituzioni internazionali si incontravano: dai vari G8 o G20 passando dall’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) fino alle famose Conferenze delle parti (Cop) delle Convenzioni su ambiente e cambiamenti climatici.

Il percorso nazionale, europeo e globale dei movimenti sociali espresso nei social forum di inizio anni Duemila non può essere raccontato senza considerare l’importanza che la sovranità alimentare e i movimenti a essa associati hanno giocato nel muovere le coscienze e mobilitare le persone.

La questione agricola era tornata prepotentemente nell’agenda politica dei movimenti sociali e, con più fatica, si faceva strada anche nella politica. Allora era ancora attivo un canale di comunicazione e reciproco ascolto con una parte della sinistra parlamentare che sosteneva anche economicamente i processi in corso. L’edizione del social forum a Firenze nel 2002 può essere vista come il momento di massimo splendore di questo percorso.

Le persone senza adeguato accesso al cibo nel 1996 erano 800 milioni. Una tragedia umana che dopo trent’anni non si è ancora conclusa

Che cosa resta di quegli anni? Via Campesina ha dedicato tre Forum mondiali alla sovranità alimentare (in Mali, a Nyéléni, nel 2007 e nel 2015 e in Sri Lanka nel 2025) ma questi eventi sono diventati quasi per “addetti ai lavori”, un bel castello arroccato a cui mancano le connessioni vitali con il territorio circostante. I movimenti sociali che la alimentavano e di cui si nutriva sono invecchiati, appassiti nel frattempo.

La sovranità alimentare invece di essere capita, tradotta e praticata dalla sinistra politica, inebriata dalla sbornia neoliberista, è stata sdoganata a destra dando il nome al nuovo ministero dell’Agricoltura coniugata come difesa ideologica, sterile e commerciale di un fantasioso “Made in Italy”.

L’agricoltura è così scomparsa dal dibattito pubblico come tema sociale, animato, vissuto e praticato da chi la crisi agricola, frutto della tensione irrisolta tra tradizione e modernità, la vive tutti i giorni. Non sono scomparsi i conflitti, sono semplicemente diventati invisibili. Le nuove tecnologie, dai droni ai nuovi Ogm, sono diventate l’orizzonte salvifico e mediatico dentro cui è stato incanalato il futuro dell’agricoltura con una saldatura tra mondo sindacale, politico e scientifico. E, ironia della sorte, quasi come una vendetta del capitalismo che tutto mangia e digerisce, la stazione Ostiense che ha dato i natali alla sovranità alimentare oggi è diventata la sede di Eataly, il negozio emblema del “Made in Italy buonista”.

MERCOSUR & UE Un accordo di libera circolazione dei veleni

MERCOSUR & UE Un accordo di libera circolazione dei veleni

Le 12 Associazioni italiane evidenziano il serio rischio che, si possa verificare una pericolosa riduzione delle garanzie a tutela della salute dei cittadini e dell’ambiente nelle norme europee che regolamentano le autorizzazioni e l’uso dei pesticidi

Mercoledì scorso gli agricoltori europei sono tornati a protestare con i loro trattori davanti alla sede del Parlamento europeo, riunito per l’approvazione dell’accordo di libero scambio commerciale tra Unione europea e Mercosur. Preoccupati per gli effetti negativi che l’accordo potrebbe avere sulle filiere agroalimentari europee gli agricoltori hanno chiesto l’applicazione del principio di reciprocità rispetto alle normative ambientali e sociali adottate dall’UE, a tutela della salute dei consumatori e dei diritti dei lavoratori.

In particolare, gli agricoltori sottolineano che nei prodotti agroalimentari provenienti dai Paesi del Mercosur, è autorizzato l’utilizzo di molti pesticidi pericolosi giustamente vietati nei 27 Stati dell’UE, con il rischio che possano arrivare sulle nostre tavole attraverso le importazioni, che rappresentano una parte rilevante degli scambi commerciali con il Sud America.

La richiesta di reciprocità delle normative ambientali e sociali è legittima e condivisibile, soprattutto nel settore agroalimentare, dove riguarda in particolare l’utilizzo delle sostanze chimiche impiegate nella produzione, trasformazione e commercializzazione dei prodotti che arrivano sulle nostre tavole.

Gli agricoltori europei chiedono, pertanto, l’applicazione del principio di reciprocità ma nel caso dei pesticidi, la richiesta è a senso unico: infatti, nessuno ha evidenziato che, tra i prodotti che l’UE potrà commercializzare con maggiori agevolazioni, ci sono anche i pesticidi con principi attivi oggi vietati per le aziende agricole dei 27 Paesi membri. Ne deriva un autentico paradosso: da un lato si vieta l’uso di sostanze pericolose in Europa per proteggere salute e ambiente, dall’altro si permette la loro vendita ai Paesi extra UE, senza considerare che questi pesticidi potrebbero ritornare indirettamente sul mercato europeo attraverso i prodotti agroalimentari importati. Tutto a esclusivo vantaggio dell’industria agrochimica, che continua a trarre profitto dalla commercializzazione di sostanze nocive.

12 Associazioni italiane evidenziano il serio rischio che, in assenza del recepimento delle richieste degli agricoltori europei da parte del Parlamento, si possa verificare una pericolosa riduzione delle garanzie a tutela della salute dei cittadini e dell’ambiente nelle norme europee che regolamentano le autorizzazioni e l’uso dei pesticidi. 

In aggiunta a questo, le 12 Associazioni ribadiscono anche la necessità e l’urgenza di estendere il divieto di utilizzo dei pesticidi pericolosi per la salute e l’ambiente anche alla loro produzione e commercializzazione, in attuazione del principio di prevenzione del rischio che oggi viene evidenziato per l’accordo UE-Mercosur.

Con la scusa di compensare la delusione e la frustrazione degli agricoltori, le Istituzioni europee sembrano disposte a sacrificare, ancora una volta, le normative più avanzate a tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini. Non potendo garantire una reale applicazione del principio di reciprocità e il rafforzamento delle garanzie di salubrità delle produzioni agroalimentari, cresce il rischio di riduzione delle norme oggi in vigore nell’Unione europea, in nome di una maggiore competitività e sostenibilità economica delle produzioni comunitarie.

Un rischio che si è già concretizzato con la proposta di provvedimento Omnibus per l’agricoltura, che prevedeautorizzazioni a tempo indeterminato per l’uso di pesticidi, ignorando i risultati della ricerca scientifica che ne attestano la pericolosità per la salute delle persone e per l’ambiente.

Si tratta di una vera deregolamentazione, che va nella direzione opposta all’aumento delle tutele che era previsto con il Regolamento SUR sulla riduzione dell’uso dei pesticidi, poi ritirato dalla Commissione UE in risposta alle manifestazioni dei trattori nel 2024. Un precedente pericoloso, che oggi rischia di essere replicato con il provvedimento Omnibus in risposta alle proteste degli agricoltori di questa settimana, mettendo nuovamente a rischio le garanzie di sicurezza ambientale e sanitaria, senza risolvere i reali problemi delle aziende agricole.

Roma, 23 gennaio 2026

Le 12 Associazioni: ACU – Associazione Consumatori e Utenti; AIAB – Associazione Italiana Agricoltura Biologica; AIDA – Associazione Italiana di Agroecologia; Associazione Italiana Agricoltura Biodinamica; Federazione Nazionale Pro Natura; Greenpeace Italia; Lipu; Osservatorio Fairwatch; UPBIO – Unione Produttori Biologici; Rete Semi Rurali ETS; Terra!; WWF Italia

Un articolo per Braccia Rubate

Un articolo per Braccia Rubate

La Legislazione Sementiera

nel dialogare con Barbara Bernardini sulle iniziative del Semenzaio, abbiamo ritrovato le tracce di un articolo scritto nel 2024 da Riccardo Bocci per Braccia Rubate, la Newsletter che Barbara invia ad ogni cambio di luna. E’ un articolo ancora attuale e abbiamo deciso di riproporlo qui.

Coltiviamo la diversità

di Riccardo Bocci

Nel 2019 la Commissione Europea ha ripreso in mano un dossier abbandonato da qualche anno, causa cocente bocciatura nel 2014 da parte del Parlamento: la legislazione sementiera. Si tratta di un tema cruciale per il settore agricolo: le sementi disegnano i sistemi agricoli in cui saranno coltivate e la loro qualità è essenziale per garantire una buona produzione agli agricoltori.

Allo stesso tempo, però, le sementi hanno un immaginario sociale che le fa uscire dall’essere solo un mezzo di produzione in agricoltura. Infatti, i nomi delle varietà, le loro caratteristiche sono legate alla nostra storia, un tempo definivano i nostri orizzonti simbolici, gusti e sapori sono legati alla nostra tradizione e alla cucina. Ma c’è di più. Chi controlla i semi, controlla il sistema alimentare e quello che mettiamo nei nostri piatti. Ecco perché parlare di sementi non è facile e tocca delle corde emotive che non sono considerate dai tecnicismi con cui di solito si tratta la materia agricola. Senza capire tutti questi fili che legano le sementi alla società non si possono realizzare delle serie politiche sementiere, in grado di rispondere a tutte le aspettative dei molti e variegati attori coinvolti. Oppure si corre il rischio di non capire quanto ancora sia importante il legame con la tradizione e il mondo dei nomi delle varietà locali e la loro capacità evocativa. Importanza anche economica per l’agricoltura industriale. Non è un caso che qualche mese sia stata iscritta una nuova varietà di mais ibrido al catalogo varietale usando il nome Pignoletto Peila, cioè usando il nome di una varietà tradizionale, Pignoletto, perché ha ancora un richiamo sui clienti sia della semente che della farina. Ovviamente, creando confusione nei consumatori e facendo concorrenza sleale a quegli agricoltori che in questi anni, con fatica e passione, hanno continuato a coltivare il vero Pignoletto.

A luglio scorso la Commissione europea ha presentato la proposta di nuovo regolamento sulle sementi, che in queste settimane è in discussione al Parlamento europeo per essere votata in plenaria a fine aprile, come ultimo atto prima delle elezioni parlamentari europee di giugno.