Trasparenti filiere come innovazione delle relazioni nei territori
di Claudio Pozzi e Rachele Stentella – Rete Semi Rurali
“Filigrane – Trasparenti filiere” è un format fortunato che ha permesso negli anni di animare e stimolare il confronto fra gli attori di una filiera in divenire. Nei primi anni duemila, la corsa che ha coinvolto RSR, anche come testimone nelle occasioni di incontro, era finalizzata all’acquisizione dell’indipendenza nella produzione della semente.
“Filigrane – Trasparenti filiere” è un format fortunato che ha permesso negli anni di animare e stimolare il confronto fra gli attori di una filiera in divenire. Nei primi anni duemila, la corsa che ha coinvolto RSR, anche come testimone nelle occasioni di incontro, era finalizzata all’acquisizione dell’indipendenza nella produzione della semente. Il fascino evocato dalle varietà locali, ben presto accomunate dall’infausta denominazione di “grani antichi” era grande. Molte energie sono state dedicate all’esercizio della moltiplicazione delle poche quantità di semi che venivano reintrodotti in modo da favorire:
individuazione di varietà adatte al contesto in cui venivano coltivate;
acquisizione di nuove tecniche di preparazione del suolo, semina e raccolta;
corretto stoccaggio del raccolto nelle singole aziende;
collaborazione nei processi di pulizia e molitura, grazie a mugnai già organizzati o investendo in competenze e nuove strutture;
collaborazione nella successiva trasformazione in pane o pasta.
Così, alcuni anni più tardi, i tempi sono sembrati maturi perché i protagonisti dei vari passaggi della filiera si confrontassero per condividere problemi e soluzioni su tre diversi tavoli.
Il primo tavolo è dedicato alla fase che va dalla semina, alla raccolta e allo stoccaggio.
Il secondo tavolo si concentra dalla molitura alla trasformazione nel prodotto finito.
Il terzo, infine, vede il confronto fra i protagonisti sui temi che riguardano la valorizzazione del prodotto, dall’etichetta alla vendita, la quale garantisce equità nella costruzione del prezzo e nella redistribuzione del valore.
Per questo sono invitate tutte le figure coinvolte nelle filiere locali: agricoltori, ricercatori, agronomi, mugnai, pastai e fornai. Senza trascurare il ruolo fondamentale delle persone che, attraverso l’acquisto e il consumo, sostengono economicamente la filiera e confermano la validità delle scelte fatte dalla e per la comunità locale.
Nel febbraio 2023, grazie alle sinergie costruite nel progetto Mixwheat, sono maturati i tempi perché la comunità Siciliana convocasse un tavolo di Filigrane che RSR ha contribuito ad animare: sono momenti di grande crescita umana e culturale!
Per questo articolo si è scelto di focalizzarsi su ciò che è emerso fra i partecipanti al tavolo della valorizzazione. Il primo passo identificato come necessario per “la costruzione dei valori lungo la filiera” è la ricostruzione dell’identità e della consapevolezza per accrescere i saperi e i valori connessi al patrimonio di biodiversità. Questo anche sul piano materiale, organizzando la filiera in modo comunitario, dalla produzione, alla costruzione del prezzo, alla commercializzazione e fino alla logistica, consapevoli che sia i costi di molitura che di trasformazione delle popolazioni evolutive e delle varietà locali, così come i costi di distribuzione, sono superiori a quelli delle varietà commerciali.
Per favorire questo processo di transizione e ricostruzione identitaria, la filiera andrebbe ri-umanizzata costruendo legami di fiducia che vadano oltre l’etichetta. Quest’ultima potrebbe essere ideata in modo da descrivere tutta la filiera per far comprendere al meglio ciò che sta dietro la costruzione del prezzo di un prodotto e facilitare un prezzo sorgente, che tenga conto delle fluttuazioni di mercato o delle variazioni produttive legate al clima.
Affinché i meccanismi concorrenziali non soffochino i piccoli produttori è necessario costituire dei patti di filiera che consentano al meccanismo del prezzo di trasformarsi in valore e soprattutto di mantenere la qualità elevata. La concorrenza costringe ad aumentare le produzioni, causando una perdita di qualità e un maggiore impatto sull’ambiente. I patti di filiera o le organizzazioni in rete invertono questo paradigma e permettono la sopravvivenza delle realtà più piccole grazie a interazioni e sinergie degli attori coinvolti.
È fondamentale che il processo sia accompagnato da una comunicazione genuina e una formazione costante, che consentano di ri-innovare tutte le fasi. La comunicazione dovrebbe restituire valori e non ridursi a mera pubblicità, oltre ad accrescere il senso di appartenenza e di responsabilità in modo che il cittadino si senta parte dell’intero processo.
Andrebbe favorita una formazione dedicata, partendo dalle scuole per arrivare sino agli adulti, che spieghi e valorizzi le peculiarità delle popolazioni evolutive in tutti i suoi aspetti. Il prodotto non standardizzato, per esempio rispetto al contenuto proteico, può essere un valore aggiunto anche se richiede una messa in discussione delle competenze dei trasformatori e dei cittadini.
Quale è allora la vera sfida? Su cosa costruire questa identità?
Ripartire dalla trasformazione agroecosistema nella sua interezza, secondo un approccio agro-ecologico, permetterebbe di superare gli ostacoli strettamente legati al sistema produttivo sopra identificati, a cui si aggiungono ostacoli culturali, normativi e politici.
La collaborazione, il confronto, la comunicazione su un territorio ben identificato sono la soluzione per garantire la transizione verso un nuovo paradigma socio-ambientale.
di Francesco Panié – Centro Internazionale Crocevia
Sono precise. Sono innocue. Sono alla portata di tutti. Sono la risposta al cambiamento climatico e alla siccità. Generano prodotti uguali a quelli della natura o della selezione convenzionale. Questa è solo una breve carrellata delle principali argomentazioni utilizzate da una parte del mondo scientifico e dalle grandi imprese sementiere e agrochimiche per sostenere la deregolamentazione degli OGM ottenuti con le New Genomic Techniques (NGT).
Eppure hanno fatto breccia nella Commissione e nel Parlamento Europeo, promotori di un nuovo regolamento che potrebbe esentare queste piante dagli obblighi di tracciabilità, etichettatura e valutazione del rischio oggi in vigore per i prodotti dell’ingegneria genetica.
Così, mentre l’intera impalcatura del Green Deal europeo – dal regolamento sui pesticidi a quello sul ripristino della natura – è stata polverizzata nell’ultimo scampolo di legislatura, a rimanere in piedi è proprio la sua parte più controversa: quella fondata su assunti indimostrati e tuttavia fortemente promossa da grandi organizzazioni di categoria e multinazionali.
Il testo finale si avrà solo quando verrà raggiunta una sintesi tra la proposta della Commissione, il testo emendato dall’Eurocamera a febbraio e la posizione degli stati membri, riuniti nel Consiglio dei Ministri dell’UE. Nel frattempo, le elezioni permettono ai movimenti per l’agricoltura contadina, alle organizzazioni del biologico, agli ambientalisti e alle associazioni dei consumatori di lavorare per costruire un argine. Ma il momento è critico. Molto più critico di quando, venticinque anni fa, i primi OGM erano stati sottoposti a norme così rigide da dissuadere le imprese dalla commercializzazione. Manca, rispetto ad allora, la sponda dei grandi sindacati agricoli e della grande distribuzione organizzata.
Tuttavia, la posta in gioco non è cambiata. Se il regolamento verrà approvato, sarà la fine del principio di precauzione, che pure dovrebbe essere un pilastro della regolamentazione comunitaria. Di conseguenza, nuovi OGM non testati potranno circolare liberamente per l’Europa ed essere piantati nei campi. Potrebbe cadere anche la possibilità, per i paesi, di vietarne la coltivazione sul suolo nazionale per motivi socioeconomici. Proprio l’Italia, nel 2016, aveva guidato una frangia di stati europei per ottenere questa ulteriore salvaguardia rispetto alla norma già cautelativa varata nel 2001. Oggi, come sappiamo, il nostro governo è schierato su tutt’altre posizioni. Il Ministro Francesco Lollobrigida appare fermamente intenzionato a privare il paese di ogni mezzo per rintracciare i prodotti geneticamente modificati lungo la filiera.
Questo significa che, per gli agricoltori biologici o intenzionati a non utilizzare OGM, così come per i trasformatori e i distributori, sarà impossibile operare in sicurezza. Il territorio italiano, lungo e stretto, rende molto più complesse che altrove le misure di coesistenza da mettere in campo per preservare le agricolture libere da OGM. Il regolamento, nella sua forma attuale, lascia agli stati decidere se e quali adottare: non è affatto scontato che il nostro governo si assuma l’onere di una regolamentazione in tal senso, né tantomeno i costi. L’inquinamento derivante dalla migrazione di pollini geneticamente modificati sarebbe quindi quasi impossibile da evitare.
A tutto questo si aggiunge un altro potenziale cambiamento profondo dei sistemi normativi. I prodotti delle NGT sono brevettabili, perché contengono tratti geneticamente modificati che si possono registrare presso l’Ufficio europeo dei brevetti (EPO). Il sistema oggi basato prevalentemente sulla privativa vegetale – una forma di proprietà intellettuale invasiva, ma meno stringente del brevetto – verrebbe quindi rimpiazzato da un regime più limitativo dei diritti degli agricoltori. Enunciati nel Trattato internazionale sulle risorse fitogenetiche (ITPGRFA), questi diritti coprono lo scambio, la risemina, la conservazione e la vendita delle sementi da parte dei contadini. Già oggi l’architettura normativa scelta dall’Europa non facilita il pieno esercizio di questi diritti. La liberalizzazione dei nuovi OGM aprirebbe alla brevettazione industriale come nuovo standard per la commercializzazione di risorse genetiche, riducendo ulteriormente lo spazio per le pratiche contadine di conservazione dinamica della biodiversità. Un brevetto, infatti, conferisce all’inventore la proprietà esclusiva del tratto genetico registrato per vent’anni. Una proprietà che si estende a tutte le piante che lo contengono, sia quelle realizzate in laboratorio, sia quelle contaminate. E qui si apre una voragine dentro cui le grandi imprese, già oggi in prima fila nella brevettazione di sequenze genetiche ottenute con le New Genomic Techniques, possono tuffarsi. Oltre alla messa in commercio di piante brevettate senza valutazione del rischio, potranno anche cercare profitto denunciando agricoltori biologici o non-OGM accidentalmente inquinati dai loro pollini. La violazione dei diritti di proprietà intellettuale è punita, dalla legge italiana, con una multa pecuniaria e – in certi casi – la distruzione del raccolto. I contadini, a quel punto, potrebbero preferire una soluzione extragiudiziale, diventando però ancora più ricattabili. Una difficoltà maggiore l’avranno anche le aziende che moltiplicano le sementi in modo convenzionale. Vedranno infatti lievitare i costi per prendere in licenza le varietà brevettate, spesso rinunciando a farlo. Un rapporto del Dipartimento statunitense dell’agricoltura (USDA) pubblicato nel 2023 ci dà la dimensione del problema. Tra il 1990 e il 2020, spiega, i prezzi pagati dagli agricoltori per le sementi convenzionali sono aumentati del 120% circa. Quelli delle sementi di piante con tratti geneticamente modificati sono aumentati del 463%. In pratica, il costo dei brevetti e degli investimenti in ricerca e sviluppo in campo biotecnologico è stato scaricato sugli anelli più deboli della filiera.
Oltre alle preoccupazioni di ordine ambientale e sanitario, dunque, la liberalizzazione europea delle NGT aprirebbe una grossa partita economica. Una partita che, se non ci attrezziamo rapidamente, sarà molto difficile vincere.
Aperto il bando 2024 per partecipare a ReStartApp, il campus residenziale gratuito che Fondazione Edoardo Garrone – di cui Uncem è storico partner –, in collaborazione con Fondazione Snam ETS, dedica a 10 giovani aspiranti imprenditori under 40 provenienti da tutta Italia, in possesso di idee d’impresa e startup innovative nelle filiere produttive tipiche della montagna: agricoltura, allevamento, agroalimentare, gestione forestale, turismo, artigianato, cultura, manifattura e servizi.
Dal 1° luglio al 4 ottobre 2024 – con una pausa intermedia dal 5 agosto al 1° settembre – si svolgeranno a L’Aquila 10 settimane di formazione intensiva, negli spazi messi a disposizione dall’Università dell’Aquila, per acquisire e perfezionare conoscenze e competenze per l’avvio di imprese attive in ambito montano utili a concretizzare la propria idea imprenditoriale.
Il programma prevede attività di formazione in aula, laboratorio di creazione e sviluppo d’impresa, esperienze, testimonianze, casi di successo. La formula residenziale offre, inoltre, ai partecipanti un’esperienza di socialità e di confronto con il territorio e la comunità locale. Per agevolare la realizzazione dei tre migliori progetti, Fondazione Edoardo Garrone metterà a disposizione tre premi di startup per un valore complessivo di 60.000 euro e un servizio di consulenza gratuita post campus della durata di un anno per i più meritevoli.
L’edizione 2024 di ReStartApp coinvolge attivamente una consolidata rete di partner istituzionali, che affiancano Fondazione Edoardo Garrone fin dal 2014, quali Fondazione Symbola, Legambiente, UNCEM, Alleanza Mobilità Dolce, CAI – Club Alpino Italiano, Fondazione CIMA, Open Fiber, Tiscali e PEFC Italia; oltre al partenariato guidato da Fondazione Snam ETS, composto da Fondazione Cassa di Risparmio della Provincia dell’Aquila, Avanzi Spa SB, Appennini for All e Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa di Avezzano.
I pascoli della montagna alpina sono agroecosistemi subnaturali o seminaturali.
I primi costituiscono le forme più remote di antropizzazione delle Alpi, realizzate ad opera di pastori transumanti provenienti dalle pianure, che vi penetravano nella stagione estiva per sfruttare le praterie naturali presenti al di sopra delle comunità boschive e arbustive. I pascoli seminaturali sono invece dislocati nelle aree sottostanti, entro il dominio della vegetazione legnosa e rappresentano oggi la parte preponderante del sistema pastorale. Nonostante la semplificazione dell’ecosistema sia tutt’altro che banale (modifiche dovute al pascolamento nel primo caso e al disboscamento nel secondo), i pascoli conservano, più dei sistemi agrari veri e propri, molte delle funzioni ecologiche indispensabili per la vita. Sono funzioni di approvvigionamento (produzione di cibo, materie prime, acqua dolce e risorse medicinali), regolazione (clima, sequestro del carbonio, impollinazione, protezione dai dissesti idrogeologici, depurazione di acqua, suolo e aria, controllo di specie invasive e malattie) e supporto (fotosintesi, cicli dei nutrienti, formazione dei suoli), oltre a quelle culturali, fondamentali per il nostro benessere. L’efficienza con la quale i pascoli offrono questi servizi è strettamente connessa alle modalità di pascolamento. Se con la loro triplice azione di prelievo della biomassa, calpestio e fertilizzazione organica gli animali fissano gli equilibri floristici e i caratteri morfologici delle fitocenosi, sono però le scelte gestionali del pastore a essere determinanti. Tali scelte riguardano tre elementi: il tipo di animale, il carico e la tecnica di pascolamento. La combinazione di questi ultimi garantisce da un lato il benessere degli animali, dall’altro l’integrità dei cotici, tutto ciò nel rispetto dell’ambiente, del consumatore e delle identità dei luoghi. La disponibilità di animali adatti al contesto pastorale rappresenta la prima condizione per una gestione agroecologica del pascolo. Circoscrivendo l’attenzione al bestiame bovino da latte, gli animali devono possedere caratteri di rusticità, abilità a muoversi in territori impervi, capacità nel prelevare il foraggio e valorizzarlo al meglio. Sono prerogative proprie delle razze originatesi e coevolutesi negli ambienti pastorali montani, estranee invece alle razze cosmopolite e di altri contesti geografici selezionate per vivere e produrre in ambienti super controllati. Per quest’ultime alle difficoltà di movimento e pascolamento si aggiunge l’impossibilità di soddisfare gli elevati fabbisogni nutritivi se non ricorrendo a orti integrazioni con concentrati, dannose per i cotici, la qualità e la tipicità delle produzioni. Un carico di bestiame calibratosulla risorsa foraggera è la condizione che segue dappresso la scelta del tipo di animale. Situazioni evidenti di sottocarico o di sovraccarico sono sempre deleterie per i cotici. Le prime lasciano agli animali maggiore libertà di selezionare i prelievi di foraggio, rivolgendosi alle specie migliori dal punto di vista foraggero e trascurando le altre che, pertanto, tenderanno nel tempo a propagarsi e diventare dominanti, a detrimento del valore nutritivo e dell’appetibilità del pascolo. L’eccesso di carico causa invece una regressione delle buone foraggere (consumate con troppa insistenza), un surplus di restituzioni organiche (che favorirà piante nitrofile) e un forte calpestio (che selezionerà elementi scadenti e potrà innescare processi di dirado dei cotici ed erosione del suolo). Ciò si rivela spesso sconveniente anche per il bestiame: in un caso per l’eccessivo movimento compiuto dagli animali nel pascolamento, nell’altro per l’insufficiente disponibilità di foraggio. Entrambe le situazioni vanno a squilibrare il bilancio alimentare, con riflessi negativi sulla produzione e la funzione riproduttiva. Il terzo elemento che contraddistingue la gestione agroecologica del pascolo è una buona tecnica di pascolamento. Il poco spazio a disposizione impedisce di entrare nei dettagli delle varie soluzioni applicabili. Ci si limiterà a distinguere, quindi, tra il sistema libero o brado, dove gli animali sono liberi di esplorare distretti molto ampi, e i sistemi controllati, in cui al contrario sono confinati in lotti di pascolo più o meno ridotti, utilizzati in successione temporale. Il pascolamento libero è tipico delle aree di pianure e di collina con allevamenti molto estensivi. Salvo rarissime eccezioni, non è praticabile nel contesto alpino, dove acclività e altre variabili geografiche, storiche e culturali impongono una disciplina di pascolo più rigorosa. Il sistema più rigoroso, che è anche il più efficiente e complesso, è il pascolamento razionato in cui i lotti di pascolo sono molto piccoli, tali da essere utilizzati dalla mandria in mezza giornata e permettere di alternare nello stesso giorno del pascolo “magro”, ossia di qualità foraggera non eccelsa, con del pascolo “grasso”, di qualità superiore. Il maggior impegno lavorativo risulta ripagato da una pressione animale ben distribuita su tutta l’area pascoliva, garanzia di mantenimento del buon assetto floristico delle fitocenosi e di un’alimentazione del bestiame regolare ed equilibrata lungo tutto l’arco della stagione alpestre.
PER UN APPROFONDIMENTO
Alcuni dati sulle razze utilizzate nelle malghe alpine: nelle situazioni ordinarie, una bovina raramente è in grado di racimolare una quantità giornaliera di erba superiore a 12-13 kg di s.s. (spesso non si arriva a 10!), dose che, in animali del peso vivo di 6-7 quintali, può sostenere produzioni di latte assai modeste (pochi litri al giorno). La probabilità di compromettere la salute dell’animale e danneggiare il pascolo diviene, in tal caso, una certezza.
Per approfondire questi temi si rimanda alla seguente bibliografia
Per approfondire questi temi si rimanda alla seguente bibliografia:
Quaderno n. 10 della SoZooAlp e libro “Prati, pascoli e paesaggio alpino” F. Gusmeroli – https://www.sozooalp.it/
Bardgett, R.D. e Wardle, D.A. 2003. Herbivore mediated linkages between aboveground and belowground communities. Ecology, 84: 2258-2268.
Caporali, F. 2019. Agricoltura e servizi ecologici.
CittaStudi Edizioni, De Agostini, Novara
Caporali, F. 2021. Ethics and Sustainable Agriculture. Bridging the ecological gaps. Springer Nature.
Mearns, R. 1996. When livestock are good for the environment: benefit-sharing of environmental goods and services. World Bank/FAO workshop “Balancing Livestock and the Environment”, Washington.
Vantaggi ambientali, limiti e potenziale nel biologico
di Giuseppe De Santis – Rete Semi Rurali
La Trazione Animale (TA) per l’agricoltura biologica rappresenta una soluzione complementare (a volte sostitutiva) alle attività agricole che necessitano di potenza poiché utilizza la forza del lavoro animale in sostituzione delle fonti fossili e si inserisce nel quadro di autonomizzazione della azienda in ambienti agrari e forestali. Le aziende agricole più adatte all’uso della trazione animale sono spesso quelle che coltivano prodotti ad alta intensità di lavoro manuale, come frutta e verdura, o che si concentrano su produzioni di nicchia. Malgrado vi sia la percezione dell’abbandono di questo strumento, oggi si manifesta una sua progressiva riscoperta. In Italia ad esempio l’interesse per questa pratica è tornato nelle regioni centrali e settentrionali, con una buona prevalenza delle aziende attive nel settore vinicolo e ortivo. A differenza di una macchina, l’animale si riproduce da solo e potenzialmente si alimenta con prodotti vegetali prodotti aziendalmente, accontentandosi spesso di foraggio. La trazione animale presenta però alcuni limiti: richiede ad esempio una maggiore quantità di lavoro umano rispetto alle macchine agricole a motore combustibile, rendendo l’agricoltura più intensiva in termini di manodopera. Inoltre, la capacità di lavoro degli animali è limitata e variabile, e l’utilizzo dell’animale impone la destinazione di parte della SAU aziendale alla produzione di foraggio necessario all’animale stesso, rendendo la TA poco sostenibile per piccole-medie aziende. L’efficienza con cui l’animale converte in lavoro muscolare l’energia metabolica è stimata in circa il 30%. Limitandosi al cavallo, 1/3 dell’energia alimentare è restituita come concime. La forza di trazione del cavallo è pari a 1/6 del peso vivo. Ciò significa che un cavallo leggero di 300 kg è in grado di sviluppare una forza di trazione di 50 kg mentre uno di 600 kg può sviluppare una forza di trazione di 100 kg. In una macchina agricola a combustione interna, 2/3 dell’energia del carburanti è dissipata come calore e emissioni inquinanti e inoltre, un mezzo agricolo con motore a combustione interna alla fine del ciclo utile deve essere smaltito (e solo in parte riciclato), con un elevato costo energetico. La TA chiaramente richiede competenze specifiche e formazione adeguata: per essere utilizzata in modo efficiente ha bisogno di una filiera competente che va dalla genetica animale, alla produzione di finimenti dedicati, passando per l’addestramento e la gestione della salute dell’animale e la produzione dedicata di macchine e attrezzi (come aratri, zappe, erpici, carri e slitte, tutti progettati sulla forza e la dimensione degli animali). La tecnologia attuale permette di gestire con la TA l’aratura superficiale, la concimazione, lo sfalcio e la raccolta e la gestione delle erbe infestanti, per le quali gli animali (e soprattutto il cavallo), vengono spesso preferiti.
In conclusione l’uso della TA in agricoltura biologica, nonostante alcuni limiti, offre diversi vantaggi ambientali: riduce l’uso di carburante fossile e le emissioni di gas serra, contribuendo così alla lotta contro il cambiamento climatico, riduce l’erosione del suolo causata da macchine pesanti e favorisce anche la conservazione della biodiversità, in quanto riduce l’impatto distruttivo sulle comunità di piccoli organismi del suolo. Ultimo, ma non per importanza, la trazione animale può contribuire alla conservazione delle razze animali locali, poiché favorisce la domanda di animali da lavoro tradizionali, contribuendo così alla diversità genetica e culturale e alla integrazione di agricoltura e allevamento.
Domesticazione e trasformazione di specie spontanee per impiego fitoterapico
di Giulia Iannelli – Cooperativa di Comunità Germinale
L’epiteto fitoalimurgia si deve a due studiosi che si posero il problema di come nutrire le popolazioni nei momenti di grave carestia.
Nel 1767 il medico botanico fiorentino Targioni-Tozzetti indicò con alimurgia, unendo i termini alimenta e urgentia, “la disciplina che si occupa di ricercare quanto può essere utile nel caso di necessità alimentare”; nel 1918, Oreste Mattirolo si focalizzò sulle specie vegetali spontanee, aggiungendo ad alimurgia il prefisso fito, da cui, appunto, fitoalimurgia. Grazie al progetto “Specie fitoalimurgiche: domesticazione, coltivazione, produzione e prove di trasformazione dei prodotti sul territorio della Valle Stura” conclusosi nel 2022, con la Coop di Comunità Germinale abbiamo addomesticato, seminato e elaborato prodotti a base di tredici piante spontanee individuate insieme ai tecnici dell’Ente di gestione delle Aree Protette delle Alpi Marittime. Ad oggi abbiamo inserito come coltivazioni “fisse” tre delle spontanee oggetto della ricerca (Sanguisorba officinalis, Echinops Sphaerocephalus e Mhyrris Odorata), scelte sulla base degli ottimi risultati ottenuti in termini di germinabilità, crescita e resa in cucina. Inoltre, abbiamo piantato sei esemplari di Prunus Brigantina, una Crop Wild Relatives (CWRs) che si trova ancora spontanea dalle nostre parti. Un recente studio (Landucci et al., 2015) indica 7032 specie di CWRs nel nostro Paese. Di queste, circa 600 sono già a rischio di estinzione e si stima che tra cinquant’anni il numero raggiungerà il 50%. La perdita di biodiversità dei progenitori selvatici potrebbe avere delle gravi conseguenze sulla sicurezza alimentare poiché questi hanno un ruolo fondamentale nei programmi di miglioramento genetico per favorire l’adattamento delle colture ai mutamenti climatici. È importante quindi la presenza di strategie locali che, unite a quelle nazionali, considerino il ruolo fondamentale dei progenitori selvatici.
Ricetta aceto di Pimpinella
Condividiamo la ricetta del nostro aceto di Sanguisorba officinalis, conosciuta anche come Pimpinella appartenente all’ordine delle Rosales (Famiglia Rosaceae). Raccogliere foglie di pimpinella giovani, tritarle e ricoprirle di aceto di vino bianco: 1 litro di aceto, 100g di foglie. Dopo due settimane, filtrare e trasferire in bottiglie. Ha proprietà antinfiammatorie, digestive, astringenti, emostatiche e toniche; è fonte di sanguisorbine, tannini, ellagitannini, saponine, rutina, quercetina, acido tannico, acido gallico e beta- sitosterolo.