Superare il dogma dell’uniformità in campo richiede un cambiamento sociale, economico, tecnico e culturale che avrà vincitori e vinti. Non c’è tempo da perdere.
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 263 – Ottobre 2023
Mi è capitato sottomano un articolo di Le Scienze del 1987 dal titolo “La monocoltura”, in cui si legge che uniformità colturale e monocolture (la successione della stessa specie, anno dopo anno, nello stesso campo) sono uno degli effetti della modernizzazione agricola che ha permesso la crescita di produttività, grazie al supporto della chimica di sintesi. La specializzazione colturale ha permesso l’aumento delle superfici aziendali e scollegato definitivamente allevamento e agricoltura. Questo legame, fondamentale per assicurare la fertilità del suolo, infatti non è più necessario proprio grazie ai fertilizzanti. Tra le cause individuate nella diffusione delle monocolture gli autori ricordano la meccanizzazione e le economie di scala.
L’articolo, però, già allora avanzava alcune critiche al modello, indicando effetti collaterali come l’erosione del suolo e la perdita di sostanza organica. E proponeva una serie di tecniche alternative come le rotazioni, appropriati avvicendamenti colturali e una copertura del suolo continua.
Insomma, anche 35 anni fa era evidente la strada che aveva intrapreso l’agricoltura e come fosse necessaria una drastica correzione di rotta. Da allora, altri fattori sono diventati rilevanti nel favorire la specializzazione colturale e le monocolture in una corsa senza senso verso l’uniformità. La grande distribuzione organizzata, con il suo sistema di logistica, e la concentrazione del mercato dei fattori produttivi (sementi, fertilizzanti e pesticidi) lasciano sempre meno scelte agli agricoltori. Nel 1987 gli autori dell’articolo non potevano ancora annoverare tra gli effetti perversi dell’uniformità colturale una minore capacità di far fronte ai cambiamenti climatici.
A questa conclusione, invece, sono giunti i ricercatori che hanno scritto “Crop diversity buffers the impact of droughts and high temperatures on food production”, pubblicato a giugno 2023 sulla rivista Environmental research letter. Attraverso l’analisi di 58 anni di dati su clima, produzioni e redditi di 109 colture in 127 Paesi, gli autori affermano che “una maggiore diversità delle colture riduce gli impatti negativi della siccità e delle alte temperature sulle produzioni agricole”, evidenziando “il potenziale non ancora sfruttato della diversità delle colture per una maggiore resilienza alle condizioni meteorologiche”.
Sono state 109 le colture prese in esame per un periodo di 58 anni in uno studio scientifico dedicato agli impatti dell’agrodiversità su siccità e aumento delle temperature
Insomma, in pieno antropocene e in balia dei cambiamenti climatici il settore agricolo non può più nascondersi. Deve accettare la responsabilità di essere uno dei maggiori responsabili della crisi odierna, e allo stesso tempo prendere su di sé la sfida di svolgere un nuovo ruolo per favorire la sua transizione agroecologica. Si tratta di un passaggio non facile. Anni di ubriacatura tecnologica, basati sull’illusione del progresso unidimensionale dei modelli agricoli hanno creato un baratro culturale che è difficile recuperare in così poco tempo.
Passare dal dogma dell’uniformità e della monocoltura alla diversità richiede un processo sociale, economico, tecnico, scientifico, culturale e politico di cambiamento che avrà vincitori e vinti. Un processo che dovrà ridistribuire il potere all’interno delle filiere alimentari e anche nella ricerca agricola. Non si tratta solo di democratizzare o spezzare monopoli e oligopoli economici, ma di decolonizzare le nostre menti.
Realizzare che il progresso agricolo non è una linea retta che va dal passato al futuro, dai contadini agli imprenditori agricoli, dall’agricoltura familiare a quella capitalistica, è innanzitutto un processo culturale. Tante sarebbero le strade e i modelli possibili se avessimo la capacità di ascoltare le innovazioni che nascono nei diversi territori, cercando soluzioni fuori dai percorsi già battuti, e aprendo le nostre realtà sociali alla reciproca contaminazione.
Non solo Monsanto o Syngenta: le filiere di approvvigionamento del cibo sono sempre di più nelle mani di pochi. Il caso dei cereali.
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 262 – Settembre 2023
È strano come le discussioni pubbliche sull’agricoltura in Italia siano tutte costruite attorno alla retorica del Made in Italy e del prodotto tipico, da tutelare e vendere all’estero, senza entrare nelle dinamiche in atto all’interno dei sistemi agroalimentari e nel modo in cui in questi anni il potere si stia riorganizzando.
Anche il tema dell’aumento dei prezzi dei cereali parallelo alla guerra in Ucraina è stato accettato come un dato di fatto incontestabile, legato alla riduzione della disponibilità da parte di fornitori impegnati nel conflitto. Un normale effetto delle leggi di mercato, si dirà. Alcuni recenti studi però hanno messo in evidenza come il commercio di frumento non abbia subito ripercussioni in termini di quantità assolute scambiate; che a livello mondiale sono aumentate di sei milioni di tonnellate nel 2021-2022 rispetto al periodo precedente.
In altre parole, la guerra in Ucraina sembra aver avuto un effetto trascurabile sia sulla produzione sia sull’utilizzo, persino associata a un aumento degli scambi sui mercati globali. Allora a che cosa dobbiamo gli aumenti del costo dei cereali? La risposta è semplice: la concentrazione del mercato nelle mani di poche, grandi aziende. Hanno aumentato in maniera unilaterale i prezzi, sapendo che tale pratica sarebbe stata accettata e giustificata dalla guerra. Infatti, nessun governo o autorità antitrust ha punito queste pratiche sleali. Uno dei principali fattori che ha permesso tutto ciò è la poca conoscenza da parte del pubblico di questo mercato e la sua scarsa trasparenza. Quando, come cittadini, parliamo di concentrazione in agricoltura abbiamo in mente i grandi “cattivi” come Monsanto o Syngenta che controllano il mercato sementiero. Ma non abbiamo nessuna percezione di come siano organizzate le filiere di approvvigionamento alimentare.
Sono 8,2 miliardi di dollari la cifra pagata dal colosso agroalimentare Bunge per l’acquisto della società olandese Viterra, controllata dalla svizzera Glencore
Pochi sanno che dietro l’acronimo “Abcd” si nascondono le quattro aziende che controllano il 90% del commercio mondiale di cereali: Archer Daniels Midland (Adm), Bunge, Cargill e Louis Dreyfuss. Questo elevato livello di concentrazione, che potremmo definire monopolistico, ha portato queste aziende a detenere un controllo quasi totale delle filiere che ha consentito loro di avere un aumento significativo degli utili nel periodo della guerra. Nel 2022, ad esempio, Adm ha registrato un aumento dei profitti del 74% rispetto al 2021. È interessante notare che nei libri di economia un rapporto CR-4 (la quota di mercato delle quattro maggiori imprese in un settore) superiore al 40% è indice di non competitività, che porta i guadagni di efficienza derivanti dalle economie di scala a diventare profitti delle aziende, utilizzati per accelerare ulteriormente il loro consolidamento.
Nel giugno 2023 Bunge (azienda statunitense specializzata in mais, colza e soia) ha acquistato Viterra, leader nel settore del frumento e controllata dalla svizzera Glencore con i fondi pensionistici canadesi. Se nessuna autorità antitrust interverrà per fermare questa fusione assisteremo a una ristrutturazione di “Abcd”, con “B” che supererà “A”, avvicinandosi al fatturato della statunitense Cargill.
Anche la speculazione finanziaria, attraverso il mercato dei future, ha contribuito al rialzo dei prezzi, dimostrando come le nuove regolamentazioni messe in campo da Stati Uniti ed Unione europea dopo la crisi alimentare del 2007-2009 non stiano servendo a molto. Concentrazione, consolidamento, riduzione del numero degli attori sono gli assi intorno cui si sta ristrutturando e uniformando il sistema alimentare globale. L’assenza di dibattito su questi temi nella politica agricola italiana, tutta impegnata a difendersi dalla carne sintetica, denota quanto sarà difficile invertire queste tendenze.
Dai pesticidi ai nuovi Ogm, sono numerosi i temi che si intrecciano ai tavoli di Bruxelles e sui quali si rischia di perdere terreno. Facciamoci sentire.
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 261 – Luglio 2023
Siamo in una situazione di stallo. I dati e le evidenze scientifiche ed empiriche, legate alla vita di tutti i giorni, ci raccontano la necessità di un drastico cambiamento di rotta per far fronte alle sfide del cambiamento climatico. Dall’altra parte, però, la politica così come l’abbiamo costruita nell’ultimo secolo (classi, partiti politici, corpi intermedi, rappresentanze e mondo scientifico) non riesce a trovare una sintesi capace di tracciare la via d’uscita verso la transizione ecologica.
Per riprendere il titolo di un libro dello scrittore indiano Amitav Ghosh stiamo vivendo l’epoca della “Grande cecità” (Neri Pozza, 2017). Emblema di questa cecità è quanto sta succedendo all’agricoltura europea, dove si stanno negoziando una serie di regolamenti che fanno parte di quel pacchetto di misure pensato dalla Commissione per ridurre l’impatto dei sistemi agricoli, in applicazione del Green Deal e delle strategie “Farm to fork” e “Biodiversità”. Si tratta del regolamento sull’uso sostenibile (Sur) dei pesticidi con l’obiettivo di dimezzarlo entro il 2030 e della legge per il ripristino della natura (Nature restoration law, Nrl).
In parallelo a luglio saranno presentate le proposte legislative della Commissione sui nuovi Ogm (Tecniche di evoluzione assistita, Tea) e la legislazione sementiera. Inoltre è in discussione la proposta sul carbon farming. Un complesso sistema di politiche che andrebbero pensate come mutualmente di supporto le une alle altre. Purtroppo, non sta avvenendo così. A giugno il Partito popolare europeo (Ppe) ha deciso di votare contro la Nrl per mandare un segnale alla Commissione, colpevole di voler accelerare sul Green Deal. Allo stesso tempo il vicepresidente della Commissione, Frans Timmermans, sta giocando sui vari tavoli chiedendo alle lobby agricole di accettare i pacchetti ambientali in cambio dell’apertura sui nuovi Ogm o sul carbon farming.
In questo modo spera di mettere alle strette le rappresentanze degli agricoltori che, utilizzando strumentalmente la crisi ucraina, stanno attaccando le strategie ambientali della Commissione. Si è creata così un’impasse negoziale, in cui i classici portatori di interesse del mondo agricolo non hanno avuto la visione per immaginare un nuovo ruolo per l’agricoltura europea all’interno del Green Deal mentre la Commissione non è riuscita ad allargare la platea dei soggetti con cui negoziare, rendendo queste politiche non più settoriali ma di interesse di tutti i cittadini europei.
Attraverso il regolamento Sur la Commissione europea vorrebbe raggiungere entro il 2030 l’obiettivo di riduzione dei pesticidi al 50%
Anche noi attori della società civile facciamo fatica a muoverci tra i vari tavoli e proposte, non riuscendo a produrre una visione comune tra chi difende l’ambiente e chi si batte per un altro modello agricolo. Il rischio è di riuscire a vincere sulla partita dei pesticidi, ma perdere su quella dei nuovi Ogm, accettando il “do ut des” con cui Bruxelles sta impostando i negoziati. I grandi demiurghi che hanno gestito in questi anni i fili della Politica agricola comunitaria (Pac), mediando tra i vari interessi, affermano che l’errore strategico di Timmermans sia stato quello di costruire il Green Deal senza negoziarlo con gli agricoltori.
Ma come avrebbe potuto la Commissione produrre una strategia così innovativa se avesse dovuto deciderla con i poteri economici arroccati a difesa dello status quo? Il conflitto evidente in questa partita non mai è reso esplicito perché uno degli attori non partecipa al tavolo: le generazioni future. Per non lasciare loro solo macerie e riconciliare ambiente, agricoltura e biodiversità, è necessario acquisire una nuova coscienza ecologica come scrive il sociologo francese Bruno Latour in “Facciamoci sentire! Manifesto per una nuova ecologia” (Einaudi, 2023). E smettere di considerare la Natura come la vittima da proteggere. Essa è ciò ci possiede.
In attesa della proposta legislativa della Commissione europea, in Parlamento si stanno discutendo tre proposte di legge in materia.
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 260 – Giugno 2023
Si sta consumando un duro e serrato confronto sul futuro della ricerca agricola italiana che ha come oggetto le Tecniche di evoluzione assistita (Tea) o nuovi Ogm, a seconda dei punti di vista. A livello comunitario siamo in attesa della proposta legislativa della Commissione europea, che avrebbe dovuto vedere la luce ai primi di giugno ed è stata rimandata perché il testo non è ancora pronto; o meglio non c’è accordo politico sulla visione di fondo. In attesa del verdetto europeo il legislatore italiano si sta muovendo alacremente con ben tre proposte di legge in discussione al Parlamento e, addirittura, una norma ad hoc nel decreto sull’emergenza siccità, per facilitare la coltivazione in campo aperto di piante prodotte con tecniche di mutagenesi sito-diretta e cisgenesi (Tea) per ricerca e sperimentazione. Come se i problemi dell’agricoltura italiana si risolvessero di colpo grazie all’uso di questa tecnologia miracolosa.
L’oggetto del contendere è decidere se queste piante debbano seguire o meno lo stesso iter autorizzativo degli Ogm, arrivando in ultima analisi a deregolamentare il settore considerandole assimilabili alle varietà tradizionali. Bisogna ricordarsi che la messa in commercio e la possibilità di fare sperimentazione in campo di varietà geneticamente modificate sono disciplinate dalla direttiva 2001/18 con un approccio restrittivo basato su valutazione caso per caso, produzione di dossier specifici per ogni pianta, tracciabilità di tutto il processo, fino all’etichettatura dei prodotti. A oggi le Tea sono assimilate agli Ogm, anche in seguito a due decisioni della Corte di giustizia europea.
Qual è, quindi, la fretta che consiglia i parlamentari italiani a legiferare su una materia così scivolosa, senza attendere il procedimento di armonizzazione europeo? L’unica spiegazione è che sulle Tea si stia giocando una battaglia puramente ideologica, come se il mondo della ricerca volesse consumare una sorta di rivincita “scientifica” rispetto a quanto vissuto al tempo degli Ogm.
A quel tempo -questa è la narrazione- le posizioni anti-scientifiche dei cittadini e delle associazioni ambientaliste sono riuscite a fare breccia nella politica, che non ha ascoltato le voci esperte della scienza. Oggi, questo non deve succedere indipendentemente dalla reale necessità di usare queste tecnologie. Deve passare il principio che la scienza è neutrale e superiore ai dibattiti politici e sociali. È questo il vero oggetto del contendere. Fate attenzione al linguaggio usato per descrivere le Tea: accuratezza, precisione, velocità, con un occhio ai cambiamenti climatici (resistenza alla siccità), alla sostenibilità (la tolleranza agli insetti) e ovviamente al made in Italy, attraverso la correzione dei difetti presenti nelle varietà locali. Come opporsi a questo ben di dio? In parte è una retorica già vista al tempo degli Ogm, quando la scienza parlava di prima, seconda e terza generazione, di cui solo la prima è diventata realtà.
Un articolo pubblicato su Nature Food nel gennaio 2023 (“Reframing the local-global food systems debate through a resilience lens”) mette proprio la diversità in cima ai sette principi sui cui costruire i sistemi alimentari del futuro. Il tema, sostengono gli autori, non è tanto cercare di capire se è meglio il modello locale o globale di agricoltura (ognuno dei due può esserlo in contesti determinati e diversi), ma incoraggiare la diversità a tutti i livelli, lungo tutta la filiera alimentare.
Ovviamente, non si tratta solo di lavorare sulle pratiche, ma, soprattutto, sulle politiche, sui sistemi di governance e sulle dinamiche commerciali, dominate da veri e propri oligopoli e monopoli. Non a caso, l’articolo discute di governance policentrica e di ampia partecipazione della società civile alle politiche, elementi centrali per bilanciare la concentrazione di potere che viviamo oggi. E qui emerge un nodo dolente, legato al sistema di conoscenze e di informazioni sul funzionamento dei sistemi alimentari. È necessaria, infatti, una vera e propria alfabetizzazione alimentare in grado di rendere consapevoli cittadini e politici, troppo spesso influenzati dalla pubblicità e dalle attività di lobbying dell’industria agroalimentare. Per riallocare il potere tra gli attori della società e al loro interno, ci vuole un doppio percorso: politico dall’alto e sociale dal basso, come rivendicazione di diritti.
La direttiva europea 2001/18 disciplina la messa in commercio e la possibilità di fare sperimentazione in campo delle varietà geneticamente modificate.
La differenza oggi la fa la potenza della tecnologia, che porta alcuni scienziati a immaginare che l’unico limite sia nella nostra immaginazione e, ovviamente, nelle restrizioni legali che la politica metterà. Nessuno ricorda, però, che la maggior parte dei caratteri di interesse agronomico sono su base multifattoriale (legati all’espressione di più geni allo stesso tempo), che sono influenzati dall’ambiente e che il genoma è un sistema molto più fluido e complesso di quanto pensavamo anni fa quando si insegnava il dogma centrale della biologia basato sul principio che un gene (tratto fisico di Dna) codifica per una proteina. Insomma, la corsa alle Tea riporta indietro l’orologio delle scienze agrarie, facendoci tornare a un’epoca di positivismo scientifico riduzionista che pensavamo ormai superata.
L’agricoltura intensiva è la principale causa della scomparsa degli habitat. Serve un nuovo paradigma agroecologico basato sulla complessità.
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 259 – Maggio 2023
Il mese di maggio vede la ricorrenza di due date importanti. Il 20 si celebra la Giornata nazionale della biodiversità di interesse agricolo e alimentare, istituita dalla legge 194/2015 intitolata “Disposizioni per la tutela e la valorizzazione della biodiversità di interesse agricolo e alimentare”. Il 22, invece, cade la Giornata mondiale della biodiversità, istituita dalla Convenzione sulla diversità biologica (Cbd). La vicinanza tra queste due date è casuale, ma fortemente simbolica e politica: agricoltura e biodiversità sono mondi connessi uno all’altro, anche se nel corso del Novecento lo abbiamo dimenticato.
“L’agricoltura rappresenta una minaccia senza precedenti per la biodiversità in tutto il mondo -si legge sul sito della Cbd-. L’intensificazione della produzione alimentare sta danneggiando il nostro ambiente attraverso la conversione degli habitat naturali in monocolture, il degrado del suolo, il consumo smodato di acqua e l’uso insostenibile di pesticidi e fertilizzanti”.
Insomma, ci stiamo letteralmente “mangiando” il mondo nel quale viviamo, in un circolo vizioso dal quale non riusciamo a uscire e che produce obesità nei Paesi ricchi, senza risolvere il problema della fame in quelli poveri.
Certo, l’agricoltura può anche essere parte della soluzione, come raccontiamo in questa rubrica, ma sarebbe necessario un cambio di prospettiva e di analisi che ancora non si vede all’orizzonte né attuato nelle politiche agricole. Troppo spesso queste ultime sono ostaggio di dinamiche settoriali, che mirano a mantenere lo status quo, senza avere quella visione di lungo periodo che dovrebbe legare i sistemi agricoli a quelli alimentari, e quindi alla salute, e allo spazio naturale non coltivato intorno a noi. Insomma, una visione in grado di rovesciare il paradigma riduzionista ed economicista dell’agricoltura industriale, frutto del pensiero novecentesco, in nome di un nuovo paradigma agroecologico, basato su complessità, olismo e diversità.
Le specie animali e vegetali a rischio estinzione sono 41mila, secondo l’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn).
Un articolo pubblicato su Nature Food nel gennaio 2023 (“Reframing the local-global food systems debate through a resilience lens”) mette proprio la diversità in cima ai sette principi sui cui costruire i sistemi alimentari del futuro. Il tema, sostengono gli autori, non è tanto cercare di capire se è meglio il modello locale o globale di agricoltura (ognuno dei due può esserlo in contesti determinati e diversi), ma incoraggiare la diversità a tutti i livelli, lungo tutta la filiera alimentare.
Ovviamente, non si tratta solo di lavorare sulle pratiche, ma, soprattutto, sulle politiche, sui sistemi di governance e sulle dinamiche commerciali, dominate da veri e propri oligopoli e monopoli. Non a caso, l’articolo discute di governance policentrica e di ampia partecipazione della società civile alle politiche, elementi centrali per bilanciare la concentrazione di potere che viviamo oggi. E qui emerge un nodo dolente, legato al sistema di conoscenze e di informazioni sul funzionamento dei sistemi alimentari. È necessaria, infatti, una vera e propria alfabetizzazione alimentare in grado di rendere consapevoli cittadini e politici, troppo spesso influenzati dalla pubblicità e dalle attività di lobbying dell’industria agroalimentare. Per riallocare il potere tra gli attori della società e al loro interno, ci vuole un doppio percorso: politico dall’alto e sociale dal basso, come rivendicazione di diritti.
Trent’anni fa nel saggio “Monoculture della mente” Vandana Shiva scriveva: “Conservare la biodiversità è impossibile, finché essa non sia assunta come la logica stessa della produzione”, lanciando una sfida che non possiamo più eludere alla nostra società occidentale. Praticare la diversità sarebbe il mondo migliore per dare un senso compiuto alle celebrazioni di maggio.
La concentrazione delle filiere in poche mani ne riduce la capacità innovativa: agricoltori e consumatori sono sempre più tenuti lontano
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 258 – Aprile 2023
È uscito lo scorso febbraio il nuovo rapporto Focus Biobank “Supermercati e specializzati” sul biologico, che conferma l’andamento degli ultimi anni. Il 2022 ha visto un aumento del mercato che ha superato la soglia degli otto milioni di euro, di cui il 40% è legato alle esportazioni. Se si allarga l’orizzonte agli ultimi dieci anni, si vede che i negozi specializzati hanno perso terreno nei confronti della grande distribuzione organizzata (Gdo), come abbiamo già avuto modo di raccontare in questa rubrica. Infatti, oggi la Gdo raggiunge quasi il 50% del totale delle vendite, mentre i negozi specializzati scendono a meno del 20%. Stiamo arrivando ai numeri di Paesi come Francia e Germania dove la soglia del 50% è già stata superata da anni.
Nel periodo del Covid-19 abbiamo assistito a una risalita delle vendite nei negozi, ma il 2022 registra una flessione sia rispetto al 2021 sia al 2020. Insomma, la pandemia non ha modificato le tendenze in corso e la marcia trionfale della Gdo continua con i prodotti a marca del distributore (Mdd) che arrivano a toccare il 20% del totale del fatturato. Stiamo assistendo, cioè, a un’integrazione sempre maggiore delle filiere all’interno della Gdo, in un mercato dove i nomi dei marchi dell’industria agroalimentare o dei produttori scompaiono per lasciare il campo a quelli delle catene della distribuzione.
Questo passaggio, che riguarda sia il biologico sia il convenzionale, è stato fotografato anche nel rapporto dello studio Ambrosetti “L’Italia di oggi e di domani: il ruolo sociale ed economico della distribuzione moderna” uscito a gennaio 2023. Il rapporto mette in evidenza come questo fenomeno abbia permesso agli italiani di contenere l’inflazione in salita di questi mesi grazie ai prezzi contenuti dei prodotti Mdd, con una stima che parla di un risparmio medio per famiglia di 77 euro. Come si capisce, diventa difficile in un momento di crisi come questa, avanzare qualche critica a un modello di distribuzione presentato non solo come efficiente e simbolo di modernità, ma anche in grado di far risparmiare le famiglie.
Tornando al biologico, il numero di negozi specializzati è sceso a 1.240 in tutta Italia, perdendone più di 200 in rapporto al 2017. Di questi, 434 fanno parte di catene specializzate, dove ormai NaturaSì è il leader indiscusso del settore con 368 negozi, seguito a lunga distanza dal mondo del macrobiotico che mantiene i suoi 28 punti vendita (erano 30 nel 2011) chiamati dal 2022 Stile Macrobiotico. Nel caso di NaturaSì assistiamo alla stessa strategia di puntare sui prodotti a marchio, proprio vista nella Gdo.
Il risparmio medio per famiglia nella spesa alimentare tramite l’acquisto di prodotti a marchio della catene della Grande distribuzione organizzata è stato di 77 euro
È triste constatare come il settore distributivo del biologico stia perdendo di diversità, in nome di una concentrazione che non riguarda solo il numero di soggetti della distribuzione, ma risale lungo la filiera per arrivare a controllare tutto il sistema agroalimentare dal seme al piatto. Meno diversità vuol dire meno concorrenza, ma non solo. Vuol dire anche che il suo valore aggiunto viene assorbito in gran parte dalle catene della distribuzione, senza avere un ritorno verso quegli attori sociali che promuovono il biologico e la trasformazione dei sistemi agroalimentari presso i cittadini, e creano innovazione con gli agricoltori nei territori.
Questa estrazione di valore riduce la capacità innovativa del biologico, che dovrebbe fondarsi, è opportuno ricordarlo, su processi di ricerca partecipativi e decentralizzati, ancora poco sostenuti dalla ricerca pubblica. Insomma, agricoltori e cittadini sono sempre più lontani fisicamente e socialmente, anche se sono anni che parliamo dell’importanza della filiera corta, del chilometro zero o del concetto di co-produttori.