A livello globale se ne producono circa 130 milioni di tonnellate all’anno, la metà torna in atmosfera o contamina le falde. Un problema per l’ecosistema
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 256 – Febbraio 2023
Dal 1909 una droga ha alterato i sistemi agricoli: l’azoto di sintesi. In quella data, infatti, il chimico tedesco Fritz Haber e l’industriale Carl Bosch riuscirono a produrre ammoniaca a partire dall’azoto atmosferico. Questo processo, usato durante le Guerre mondiali per sintetizzare nitrati necessari a produrre esplosivi, dopo il 1945 è diventato la base per produrre fertilizzanti chimici di sintesi.
Da allora abbiamo inondato l’agricoltura di una quantità di azoto senza controllo, in una specie di ebbrezza legata all’illusione di aver finalmente e per sempre superato i limiti della fertilità dei suoli. Oggi a livello globale ne produciamo circa 130 milioni di tonnellate all’anno da usare come fertilizzante, ma solo la metà viene realmente utilizzata dalle colture; il resto ritorna in atmosfera o si perde nelle falde per poi finire in mare.
Come ormai dovremmo aver imparato studiando Gaia (come si definisce la Terra nella sua complessità), le oltre 60 milioni di tonnellate disperse non sono senza conseguenze. Nel 2011, dopo cinque anni di lavoro da parte di 200 ricercatori in 21 Paesi, è stato pubblicato il rapporto “The european nitrogen assessment”, che mette nero su bianco gli effetti di questa overdose. Ecco un sintetico elenco per niente incoraggiante. Conseguenze sulla salute umana: malattie respiratorie legate alle concentrazioni eccessive di ammoniaca, ozono, ossidi di azoto e particelle fini nell’aria; contaminazione dell’acqua potabile da nitrati; produzioni di alghe tossiche.
Effetti diretti sugli ecosistemi: acidificazione dei suoli, delle foreste e degli ecosistemi acquatici, eutrofizzazione dei laghi e degli ecosistemi costieri; aumento delle malattie e dei parassiti; saturazione in azoto dei suoli forestali; contribuzione al cambiamento climatico dalle emissioni di protossido di azoto. Inoltre, l’eccesso di questa sostanza ha un effetto collaterale sulle piante: più le concimiamo più diventano appetibili per gli insetti e i patogeni fungini, in un circolo vizioso che tiene insieme fertilizzanti chimici di sintesi e pesticidi.
Il rapporto “The european nitrogen assessment” contiene anche molte soluzioni per cercare di risolvere il problema, tutte imperniate sul rendere più efficiente l’uso dell’azoto e ridurre la sua dispersione. Così leggiamo che colture associate (graminacee e leguminose piantate insieme) e rotazioni sono da preferire alle monocolture e che il letame consente un uso più efficiente di questa sostanza agendo sulla componente biologica del suolo. Gli allevamenti intensivi, inoltre, sono una delle cause principali dello sconvolgimento del ciclo dell’azoto: il rapporto quindi consiglia un cambiamento drastico delle nostre diete con la riduzione delle proteine di origine animale.
La stima dei costi ambientali causati da un chilogrammo di azoto oscilla tra i 25 e i 100 euro. Per acquistarne la stessa quantità, un agricoltore paga circa un euro.
Sono passati più di dieci anni dalla pubblicazione del report e ancora il modello agricolo intensivo vede nei fertilizzati chimici di sintesi l’unica via possibile per fare agricoltura.
Come mai? Per cercare di trovare la risposta ci viene in aiuto un recente libro “Les apprentis sorciers de l’azote” (“Gli apprendisti stregoni dell’azoto”, editore Terre Vivante, 2021) scritto dall’agronomo e pioniere dell’agricoltura biologica Claude Aubert. Prendendo in esame alcuni studi americani ed europei sui costi ambientali legati a questa overdose, emerge che ogni chilogrammo di concime di sintesi usato nei campi costa circa un euro all’agricoltore, ma 25-100 euro alla società sotto forma di danni ambientali. Finché le politiche pubbliche non colmeranno questa differenza, in cui i danni sono a carico della società, sarà difficile promuovere una vera transizione agroecologica dei sistemi agroalimentari.
I sistemi agroalimentari sono concentrati nelle mani di poche imprese in grado di orientare anche i processi di innovazione
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 255 – Gennaio 2023
A settembre 2022 è stato pubblicato dall’Ong ETC Group il nuovo rapporto sulla concentrazione dei sistemi agroalimentari dal titolo “Food barons 2022. Crisis profiteering, digitalization and shifting power”. Il termine profiteering si può tradurre in italiano con “ultraprofitti”: il concetto cioè che in un periodo di crisi alcuni soggetti traggano guadagni irragionevoli solo per le loro posizioni di monopolio. Come si capisce, un tema d’attualità. La lettura delle 140 pagine del report può indurre uno stato depressivo.
Cominciamo dal settore delle sementi commerciali: le prime due imprese, la tedesca Bayer (che ha inglobato Monsanto) e la statunitense Monsanto Agriscience, controllano il 40% del mercato mondiale, venticinque anni fa la stessa quota era controllata da dieci compagnie. Se si aggiungono la cinese Syngenta group, le tedesche Basf e Kws, e la francese Limagrain, si scopre che sei ne controllano il 58%. Ancora più concentrato il settore dei pesticidi: il 62,3% del mercato è in mano quattro società (le stesse delle sementi ma in ordine diverso: Syngentya, Bayern, Basf e Corteva). Qui la Cina sta diventando il leader mondiale, dopo la fusione tra SinoChem e ChemChina (entrambe controllate dallo Stato) e la nascita del nuovo colosso Syngenta Group.
Situazione non molto diversa nel comparto delle macchine agricole (le prime sei società detengono il 50% del mercato) e nel settore zootecnico (quattro aziende per il 60,5%). Mentre il miglioramento genetico è totalmente in mano a sole tre multinazionali. La vendita al dettaglio e delle commodities agricole vede minore concentrazione, ma comunque alcune multinazionali come Cargill e Archer Daniels Midland (Usa), Cofco (Cina) e Walmart hanno una posizione dominante.
Uno degli aspetti collaterali della creazione di oligopoli o monopoli è l’aumento dei prezzi al consumo. Lo mostra, ad esempio, un’analisi del 2021 realizzata negli Stati Uniti dalla stessa Casa Bianca in cui si affermava che le aziende dominanti nella lavorazione della carne sfruttano il loro potere di mercato per aumentare i prezzi e i margini di profitto.
Il 40% del settore delle sementi commerciali in mano a sole due aziende: Bayern e Corteva; 25 anni fa la stessa quota era controllata da dieci società.
Ma un altro fattore, meno indagato, è potenzialmente più pericoloso per il futuro dei sistemi agroalimentari: l’impatto sulla ricerca. Questi conglomerati economici sempre più grandi ne sostengono un modello intimamente connesso al loro sistema economico capitalistico. Questo si traduce in stringente proprietà intellettuale, uso di tecnologie proprietarie, produzione di piattaforme digitali per assistenza tecnica agli agricoltori (espropriati del loro ruolo primario di conoscitori dei territori) e sostegno a un miglioramento genetico vegetale e animale centralizzato e riduzionista (come dimostra la promozione dei nuovi Ogm).
L’esatto contrario di quello che servirebbe per sviluppare sistemi di ricerca decentralizzata e partecipativa, fondamentali per attuare quella transizione dell’agricoltura verso il biologico o il biodinamico, come espresso nella Strategia europea “Farm to fork”. La concentrazione del mercato impone, quindi, un unico orizzonte per scienza e innovazione in agricoltura. In realtà, come scrive l’antropologo francese Lèvi-Leblond nel libro “La velocità dell’ombra” (Codice edizioni, 2007), “la conoscenza umana è molteplice, evolutiva e interconnessa: merita quindi il più grande rispetto sia la specificità delle sue molteplici forme sia la fecondità dei loro scambi”. È utopistico immaginare un nuovo ruolo per la ricerca pubblica nel contrastare il monopolio del sapere da parte dei Baroni del cibo?
In Groenlandia alcune popolazioni seppero adattarsi a un ambiente diverso, sopravvivendo. Oggi il modello agricolo va nella direzione opposta
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 254 – Dicembre 2022
Un articolo uscito sulla rivista New Scientist nel 1994 (“Rigide culture caught out by climate change”) merita di essere riportato all’attenzione per la sua attualità nel dibattito sui cambiamenti climatici, la perdita di biodiversità e la necessità di realizzare una transizione delle nostre società verso modelli più sostenibili. L’articolo raccontava la storia della Groenlandia tra il 1100 e il 1500, presa come parabola della situazione attuale. A quei tempi vivevano in questa terra sia popolazioni di Inuit, sia norvegesi, ma il crollo delle temperature intorno a metà del Trecento ha lentamente eroso la capacità agricola del territorio. Nel giro di un centinaio di anni sull’isola non era rimasto più nemmeno un norvegese.
Potrebbe sembrare un processo simile a quello che stiamo vivendo, in cui la forza e l’ineluttabilità dei cambiamenti climatici non lasciano spazio ad altra strategia che non la fuga su altri pianeti o il crollo.
In realtà l’articolo, citando il fallimento della strategia dei norvegesi (che hanno continuato a sfruttare la terra con il pascolo intensivo e hanno costruito cattedrali confidando nell’intervento divino per risolvere il problema) fa presente che gli Inuit hanno continuato a vivere in Groenlandia malgrado il crollo delle temperature e dei sistemi agricoli. Questi hanno adattato il loro sistema di vita alle nuove condizioni, dedicandosi alla caccia e alla pesca, e ancora oggi abitano quelle terre.
La morale è evidente: società rigide che non si adattano, invertendo la loro rotta, non riescono a evitare il collasso. Ma questa non è una strada obbligata, la risposta adattativa e flessibile degli Inuit resta come monito a ricordarcelo.
L’articolo “Una cultura rigida colta di sorpresa dai cambiamenti climatici” è stato pubblicato sulla rivista New Scientist nel 1994.
L’abilità e la volontà di una società di rispondere all’ambiente in cambiamento sono le precondizioni fondamentali per determinare la sua capacità di sopravvivenza. È necessaria, però, una reattività fatta di scelte individuali e collettive, in grado di darci la possibilità di produrre risposte di fronte alle incertezze ambientali, su cui non abbiamo una memoria storica personale che possa aiutarci. Conoscenza e innovazione sono parte della soluzione, ma all’interno di processi collettivi di apprendimento fortemente ancorati nei contesti locali.
Purtroppo in agricoltura stiamo andando nella direzione opposta: riducendo la capacità innovativa degli agricoltori (che sono i primi soggetti in grado di percepire i cambiamenti nei luoghi in cui operano), aumentando la loro dipendenza da input chimici e tecnologie esterne alle aziende, spostando la produzione di conoscenza dal settore pubblico a quello privato. Stiamo sostenendo sempre più un modello scientifico definito come cattedrale, in cui il centro produce ricerca e innovazione con cui irraggia la periferia, dove si fanno le prove di adattamento attraverso il cosiddetto trasferimento tecnologico.
La nostra fede nell’innovazione è talmente forte che una parte influente della società la vede, in maniera ideologica e acritica, come la soluzione a qualsiasi problema. Senza alcuna necessità di invertire la rotta, di mettere in discussione la nostra epistemologia, le pratiche tecnologiche e organizzative, i nostri sistemi di apprendimento, i nostri sistemi istituzionali e, per finire, le politiche. Cambiare non è facile, ma non è più rimandabile. Sono passati 28 anni dall’articolo di New Scientist, i dati e le evidenze empiriche che abbiamo accumulato in questo periodo testimoniano in maniera netta il baratro che abbiamo davanti, ma ancora non abbiamo risposto alla domanda ineludibile: saremo capaci di evolvere e adattarci come gli Inuit o faremo la fine dei norvegesi in Groenlandia?
Riconoscere l’importanza di sistemi differenziati rappresenta invece una ricchezza per la biodiversità e una produzione più sostenibile
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 253 – Novembre 2022
Dal 18 al 24 settembre si è tenuta a Nuova Delhi (India) la nona riunione dell’Organo di governo del Trattato Fao sulle Risorse genetiche vegetali (Rgv) per l’agricoltura e l’alimentazione (planttreaty.org). Circa 300 persone di tutto il mondo, provenienti dai 149 Paesi firmatari, si sono ritrovate per discutere su come continuare a mantenere un sistema multilaterale facilitato di accesso alla biodiversità agricola e, allo stesso tempo, costruire un insieme di politiche pubbliche in grado di promuovere la conservazione e l’uso sostenibile delle Rgv, e tutelare i diritti degli agricoltori.
Si tratta di un percorso iniziato negli anni Novanta, entrato in vigore nel 2001 con l’approvazione del Trattato. I temi in discussione sono al centro dei sistemi agricoli del futuro: come gestire l’accesso alle risorse conservate nella banche (avere diversità è la base per poter fare dei programmi di miglioramento genetico), come coniugare i diritti di proprietà intellettuale con quelli degli agricoltori e costruire un sistema equo di ripartizione dei benefici legati all’uso delle Rgv, come diversificare l’agricoltura con politiche e strumenti innovativi che vanno dal miglioramento genetico partecipativo alle case delle sementi.
Diversità e diritti potrebbero essere le due parole chiave che rappresentano il motivo dell’esistenza di questo trattato internazionale. Ma non è facile trovare un accordo tra regioni e Paesi diversi, tra il settore privato delle ditte sementiere e quello della società civile. Gli ultimi 60 anni di politiche agricole e la progressiva privatizzazione della ricerca e della produzione sementiera hanno creato un baratro tra mondi diversi che non è facile colmare.
I campioni di sementi conservati nelle banche pubbliche e disponibili attraverso il Trattato Fao sono 1.103.814
Da un lato del fossato abbiamo i cosiddetti Paesi sviluppati, i cui governi si preoccupano solo di garantire l’accesso facilitato alle Rgv per la ricerca, dall’altro ci sono quelli del Sud globale, interessati a vedere riconosciuti (anche in termini monetari) i contributi degli agricoltori alla conservazione dell’agrobiodiversità e ansiosi di ottenere politiche e linee guida coerenti con le loro pratiche di uso sostenibile delle Rgv, attuate in campo con gli agricoltori. Questa differenza si è sentita durante il negoziato che si è svolto in India: le risoluzioni finali su diritti degli agricoltori e uso sostenibile delle Rgv, ad esempio, sono state partorite dopo lunghi negoziati notturni. Durante la riunione era percepibile la paura del settore sementiero privato che, ideologicamente, non accettava di essere messo sotto accusa come una delle cause della perdita di biodiversità in opposizione ai piccoli agricoltori, custodi invece di questo patrimonio. Come se affermare l’importanza dei modelli agricoli diversificati, e tutto l’incredibile numero di esperienze, saperi e pratiche in cui si declinano, fosse un attacco al nostro modello occidentale di società.
Una simile polarizzazione denuncia la difficoltà del sistema agricolo dominante di cambiare o innovarsi anche se sarebbe quanto mai importante farlo, per riuscire, tra le altre cose, a fronteggiare i cambiamenti climatici. Allo stesso tempo, però, questa paura testimonia che quanto si muove al di fuori del paradigma dell’agricoltura industriale comincia ad avere un certo peso e, forse, la reale capacità di cambiare il mondo. Purtroppo niente dell’interessante dibattito avvenuto nella settimana è arrivato ai cittadini italiani, nessun organo di stampa ha citato la riunione anche se era in discussione il futuro dell’agricoltura.
Il cambio di nome del ministero della Politiche agricole segna l’inizio di un nuovo percorso per i movimenti che hanno pensato e si sono battuti per la “sovranità alimentare”: idee e pratiche alternative al modello liberista, nate dal confronto tra mondi diversi e basate su una forte rivendicazione di diritti. Per un’altra agricoltura.
di Riccardo Bocci – Altreconomia, Terra e Cibo / Opinioni – 24 ottobre 2022
Era il 1996 e a Roma presso la Fao si teneva il World Food Summit. In contemporanea al forum istituzionale, la società civile aveva organizzato un incontro alternativo presso la stazione Ostiense: centinaia di persone provenienti da Paesi diversi, con la leadership culturale di Via Campesina (rete mondiale dei piccoli agricoltori), per discutere di alternative al pensiero economico liberista.
È in questo humus culturale che nasce il termine “sovranità alimentare”, come risposta ai dogmi economici imperanti e con l’ambizione di lanciare un messaggio che possa tenere uniti Paesi e regioni del mondo, ma anche attori e classi sociali differenti. L’idea era semplice ma forse un po’ folle rispetto a quei tempi: lo sviluppo economico e agricolo, in molti Paesi coincidenti, non si può ottenere semplicemente con la liberalizzazione dei mercati e l’abbattimento della barriere tariffarie. Da qui la scelta del temine sovranità, per restituire dignità a politiche pubbliche e soggetti in carne e ossa, in procinto di essere spazzati via dall’asettica e presunta neutrale controrivoluzione neoliberista.
Non si trattava di una scelta di autarchia né nazionalista proprio perché nasceva dal confronto tra persone e mondi molto diversi e provenienti dai quattro continenti. Piuttosto era il tentativo di rilanciare una nuova politica, internazionale nel linguaggio e nelle reti di relazioni, ma locale nell’azione e nella concretezza delle pratiche. Si trattava di far passare il concetto che parlare di agricoltura è un tema complesso in cui storia, economia, ambiente, cultura, sistemi sociali e religione si mescolano tra loro per definire quelli che chiamiamo sistemi produttivi. Per questo motivo, non ha senso lasciare le forze del mercato senza controllo e affidare l’economia-mondo alla legge dei vantaggi comparati di Ricardo, in base alla quale territori e regioni si devono specializzare su quelle colture dove riescono a competere meglio rispetto ad altre in questa ipotetica e ideologica competizione planetaria che mette sulla stessa linea di partenza il farmer statunitense e il contadino senegalese.
Come avevamo cercato di raccontare nel 2006 nel numero monografico “Agri-cultura Terra Lavoro Ecosistemi”, della rivista Ecologia Politica, si tratta di una battaglia impari. Sarebbe come mettere a competere per la gara dei 100 metri un velocista americano e un fondista etiope, non c’è storia. Il primo vincerebbe senza problemi ma lo stesso non si può dire se dovessero correre la 50 chilometri. In questo caso avrebbe meglio l’etiope. Il concetto di sovranità alimentare serviva per dire che Paesi e regioni avrebbero dovuto sviluppare delle politiche pubbliche (così come già facevano Unione europea con la Politica agricola comune, Pac, e gli Stati Uniti con il Farm Bill) per sostenere i proprio modelli produttivi, e immaginare e costruire le proprie traiettorie di sviluppo.
Inoltre, la sovranità alimentare si appoggiava su una forte rivendicazione di richiesta di diritti per quei soggetti sociali dimenticati e sfruttati dal progresso occidentale. Si saldavano in questo modo le richieste degli indios amazzonici, con quelle dei campesinos brasiliani o filippini, che, chiedendo un riconoscimento politico del loro mondo, contestavano l’appropriazione indebita di risorse naturali e agrobiodiversità da parte del sistema occidentale sempre più interessato a diffondere il proprio modello di tutela della proprietà intellettuale (brevetti e simili).
Purtroppo dal 1996 la sovranità alimentare non è riuscita a far breccia all’interno della cultura politica della sinistra, sempre più abbagliata dall’ideologia neoliberista. Nessun governo di centrosinistra ha assunto questo tema nella propria agenda politica, continuando a considerare il supposto libero mercato come unico orizzonte politico. Così, mentre una parte della società civile ha continuato a lavorare globalmente e localmente per tessere i fili di questa rete il cui orizzonte era ed è un altro modello di sviluppo (o meglio la possibilità di avere altri e pluralistici modelli di sviluppo), la politica si è resa impermeabile alla contaminazione con quanto succedeva fuori dai suoi palazzi. L’agricoltura è finita sempre più nelle mani della finanza e le catene di approvvigionamento di cibo e mezzi di produzione si sono allungate e concentrate in poche imprese multinazionali.
Oggi il cambiamento di nome del ministero della Politiche agricole alimentari e forestali (Mipaaf), con l’inserimento della sovranità alimentare, segna l’inizio di un nuovo percorso per la società civile che aveva coniato il termine. Infatti, è necessario ridare un senso alla parola sovranità per sottrarla agli equivoci del sovranismo o dell’autarchia e liberarsi, allo stesso tempo, dall’altra ideologia imperante nel settore agricolo, quella che riempie i discorsi con aggettivi come “eccellenze”, “tipicità”, “qualità” all’interno della retorica del Made in Italy.
Non si può impostare la nostra politica agricola sulla difesa del Parmigiano reggiano o del prosciutto di Parma, aggredendo i presunti contraffattori e negoziando accordi di vendita di questi prodotti in Cina. Il nostro tessuto agricolo e con esso il nostro paesaggio ci raccontano di una storia diversa, di un prodotto agricolo che si fa cibo diverso nei diversi territori, che plasma la nostra cultura e si fa plasmare da essa. In un gioco continuo di rimandi e relazioni tra soggetto (noi che mangiamo) e oggetto (il cibo). Non è l’eccellenza la chiave per capire la nostra agricoltura, ma l’arte della località. La capacità, cioè, dei sistemi locali (ambiente, società e piante/animali) di produrre e riprodurre nel tempo un cibo in grado di essere alimento e identità, simbolo dentro cui vedersi e riconoscersi. Ogni sistema, un insieme di tecniche e prodotti diversi.
Nel 2002 a Firenze, in occasione del Social Forum mondiale, un intero padiglione era stato dedicato alla sovranità alimentare, e i trattori di Via Campesina avevano aperto la manifestazione, plurale e pacifica, che aveva sfilato per le strade della città. Era chiaro per tutti che un’altra agricoltura e altre politiche agricole dovevano essere centrali per impostare dei diversi modelli di società. A novembre di quest’anno, a distanza di 20 anni, i movimenti si sono dati appuntamento di nuovo a Firenze per capire dove sta andando il mondo e quale sia oggi il senso dello slogan di allora “un altro mondo è possibile”. Tra i vari fattori cambiati in questi anni, i cambiamenti climatici ci ricordano che non si dovrebbe parlare più di possibilità ma di un obbligo di cambiamento di rotta. Uno dei temi in discussione nella riunione fiorentina dovrà essere proprio la nuova agenda della sovranità alimentare, dopo la sua apparizione improvvisa al grande pubblico di questi giorni.
La guerra e la crisi economica fanno calare gli acquisti e i negozi specializzati faticano mentre la Gdo regge. Cresce clamorosamente l’hard discount
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 252 – Ottobre 2022
Dall’8 all’11 settembre si è tenuto a Bologna il Salone internazionale del biologico e del naturale (Sana). Se ormai una serie di padiglioni sono dominati dalla cosmetica bio (in costante ascesa), va sottolineato il ruolo crescente della sezione “Sanatech”. L’obiettivo è di caratterizzare la fiera anche come un momento nazionale di scambio su tecniche e pratiche tra operatori. È importante ricordarsi che non esiste un evento simile e di come, al contrario, sarebbe necessario per diffondere saperi e innovazioni.
Camminando tra gli stand, però, si respirava un’aria pesante: come se una tempesta perfetta avesse colpito il settore. Se, infatti, la crisi dovuta al Covid-19 ha avuto ripercussioni positive con un incremento delle vendite dei prodotti biologici, la guerra in corso, combinando aumento dell’inflazione e dei costi di produzione, sta avendo l’effetto opposto. E questo pessimismo diffuso è stato confermato dall’andamento dei numeri del settore, presentati a Sana. Il centro studi Nomisma e il Sistema di informazione nazionale sull’agricoltura biologica (Sinab) hanno raccontato lo stato dell’arte del biologico nel 2021 e nei primi sei mesi del 2022, confermando alcune tendenze in atto in questi dieci anni, ma registrando anche una flessione dei consumi interni, sia nel 2021 sia nel 2022.
Dal lato delle superfici coltivate e degli operatori biologici la crescita continua, con un incremento del 3%, per cui l’Italia arriva al 17,4% di ettari, diventando uno dei Paesi leader a livello europeo, anche se il traguardo del 25% indicato per il 2030 nella strategia “Farm to fork” della Commissione europea è ancora lontano. Per quanto riguarda i consumi interni, al contrario, la crisi economica si fa sentire: nel 2021 si registra una flessione del 4,6% rispetto all’anno precedente e i primi sei mesi del 2022 confermano questo andamento con un calo dell’1,1%. All’interno di queste percentuali ci sono, però, vincitori e vinti.
La flessione maggiore la registrano infatti i negozi specializzati (-8%) mentre la Grande distribuzione organizzata (ormai definita come Distribuzione moderna, Dm, per sancire l’ineluttabilità di questa tipologia distributiva) regge il colpo (+0,4%) e, addirittura, il mondo degli hard discount registra un clamoroso +13,8% rispetto al 2021. Secondo Nomisma, la Dm pesa ormai per il 57% delle vendite (era il 47% nel 2020), mentre negozi specializzati e altre forme di vendita locali scendono al 42% a fronte del 53% del 2020. Insomma, la crisi del potere di acquisto delle famiglie sta velocizzando un cambiamento epocale in un settore nato sulla base di una forte relazione di prossimità tra produzione e consumo.
Il calo dei consumi di prodotti biologici in Italia nel 2021 rispetto all’anno precedente è stato del 4,6%. Anche i primi sei mesi del 2022 registrano un andamento negativo (-1.1%)
Ma un altro fattore sta avendo un impatto forse ancora maggiore su questa trasformazione: l’aumento dei costi energetici di produzione dovuto alla guerra. La bolletta energetica sta mettendo in crisi soprattutto il mondo della trasformazione artigianale, incapace di far fronte con le proprie risorse economiche a un periodo lungo di contrazione delle vendite e aumento dei costi. Potremmo assistere alla scomparsa di questo tessuto produttivo, fatto di piccole e medie realtà con un forte attaccamento alle produzioni locali, a vantaggio di imprese di maggior dimensioni capaci di assorbire la crisi tramite l’accesso al mondo della finanza. Il fatto che l’export bio sia cresciuto del 16% tra il 2021 e il 2022 è un dato positivo, ma certifica anche la trasformazione che stiamo raccontando. Servirebbe il supporto della politica per non lasciare questi operatori in balìa delle speculazioni di mercato, ed evitare un’ulteriore desertificazione dei nostri territori.