La distribuzione del biologico sta perdendo la sua diversità

La distribuzione del biologico sta perdendo la sua diversità

La concentrazione delle filiere in poche mani ne riduce la capacità innovativa: agricoltori e consumatori sono sempre più tenuti lontano

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 258 – Aprile 2023

È uscito lo scorso febbraio il nuovo rapporto Focus Biobank “Supermercati e specializzati” sul biologico, che conferma l’andamento degli ultimi anni. Il 2022 ha visto un aumento del mercato che ha superato la soglia degli otto milioni di euro, di cui il 40% è legato alle esportazioni. Se si allarga l’orizzonte agli ultimi dieci anni, si vede che i negozi specializzati hanno perso terreno nei confronti della grande distribuzione organizzata (Gdo), come abbiamo già avuto modo di raccontare in questa rubrica. Infatti, oggi la Gdo raggiunge quasi il 50% del totale delle vendite, mentre i negozi specializzati scendono a meno del 20%. Stiamo arrivando ai numeri di Paesi come Francia e Germania dove la soglia del 50% è già stata superata da anni.

Nel periodo del Covid-19 abbiamo assistito a una risalita delle vendite nei negozi, ma il 2022 registra una flessione sia rispetto al 2021 sia al 2020. Insomma, la pandemia non ha modificato le tendenze in corso e la marcia trionfale della Gdo continua con i prodotti a marca del distributore (Mdd) che arrivano a toccare il 20% del totale del fatturato. Stiamo assistendo, cioè, a un’integrazione sempre maggiore delle filiere all’interno della Gdo, in un mercato dove i nomi dei marchi dell’industria agroalimentare o dei produttori scompaiono per lasciare il campo a quelli delle catene della distribuzione.

Questo passaggio, che riguarda sia il biologico sia il convenzionale, è stato fotografato anche nel rapporto dello studio Ambrosetti “L’Italia di oggi e di domani: il ruolo sociale ed economico della distribuzione moderna” uscito a gennaio 2023. Il rapporto mette in evidenza come questo fenomeno abbia permesso agli italiani di contenere l’inflazione in salita di questi mesi grazie ai prezzi contenuti dei prodotti Mdd, con una stima che parla di un risparmio medio per famiglia di 77 euro. Come si capisce, diventa difficile in un momento di crisi come questa, avanzare qualche critica a un modello di distribuzione presentato non solo come efficiente e simbolo di modernità, ma anche in grado di far risparmiare le famiglie.

Tornando al biologico, il numero di negozi specializzati è sceso a 1.240 in tutta Italia, perdendone più di 200 in rapporto al 2017. Di questi, 434 fanno parte di catene specializzate, dove ormai NaturaSì è il leader indiscusso del settore con 368 negozi, seguito a lunga distanza dal mondo del macrobiotico che mantiene i suoi 28 punti vendita (erano 30 nel 2011) chiamati dal 2022 Stile Macrobiotico. Nel caso di NaturaSì assistiamo alla stessa strategia di puntare sui prodotti a marchio, proprio vista nella Gdo.

Il risparmio medio per famiglia nella spesa alimentare tramite l’acquisto di prodotti a marchio della catene della Grande distribuzione organizzata è stato di 77 euro

È triste constatare come il settore distributivo del biologico stia perdendo di diversità, in nome di una concentrazione che non riguarda solo il numero di soggetti della distribuzione, ma risale lungo la filiera per arrivare a controllare tutto il sistema agroalimentare dal seme al piatto. Meno diversità vuol dire meno concorrenza, ma non solo. Vuol dire anche che il suo valore aggiunto viene assorbito in gran parte dalle catene della distribuzione, senza avere un ritorno verso quegli attori sociali che promuovono il biologico e la trasformazione dei sistemi agroalimentari presso i cittadini, e creano innovazione con gli agricoltori nei territori.

Questa estrazione di valore riduce la capacità innovativa del biologico, che dovrebbe fondarsi, è opportuno ricordarlo, su processi di ricerca partecipativi e decentralizzati, ancora poco sostenuti dalla ricerca pubblica. Insomma, agricoltori e cittadini sono sempre più lontani fisicamente e socialmente, anche se sono anni che parliamo dell’importanza della filiera corta, del chilometro zero o del concetto di co-produttori.

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Le sementi del futuro, tra diversità e nuovi Ogm

Le sementi del futuro, tra diversità e nuovi Ogm

Al via a Bruxelles i negoziati su commercializzazione dei semi e gestione delle tecniche di miglioramento genetico. Quali sono i rischi di questo percorso

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 257 – Marzo 2023

Il 7 giugno 2023 è un giorno chiave per il futuro dell’agricoltura europea. La Direzione generale per la salute e la sicurezza alimentare della Commissione europea (Dg Sante) pubblicherà infatti le sue proposte legislative su commercializzazione delle sementi e dei materiali di propagazione vegetali, e gestione delle nuove tecniche di miglioramento genetico: i cosiddetti nuovi Ogm. A questo punto prenderà il via il negoziato nel Trilogo (Parlamento, Consiglio e Commissione europei), che si concluderà nella primavera 2024, prima delle elezioni.

Per capire l’indirizzo della Commissione e far sentire alcune voci fuori dal coro, l’organizzazione austriaca Arche Noah ha organizzato lo scorso 8 febbraio una tavola rotonda a Bruxelles, con la partecipazione di diversi membri del coordinamento europeo Liberiamo la diversità tra cui l’associazione estone Maadjas, la lussemburghese Seeds, noi di Rete Semi Rurali, dell’organizzazione europea “ombrello” per il biologico Ifoam Eu, della rete di agricoltori Arc2020 e della Dg Sante.

Il primo elemento emerso è lo spettro del fallimento, o meglio la paura della Commissione di andare a sbattere contro un muro come successo dieci anni fa, quando la proposta fu bocciata dal Parlamento. Per questo motivo la Dg ha ricordato il lungo lavoro di ascolto di tutti gli attori e la necessità di produrre un testo che possa trovare un ampio consenso. In effetti, il peggior risultato sarebbe chiudere questa fase con un’altra bocciatura e mantenere la legislazione attuale per altri dieci anni.

È quindi essenziale che la società civile arrivi con una posizione comune, che possa rappresentare sia il variegato mondo della diversità agricola, sia quello del biologico, portatore al suo interno anche delle richieste delle ditte sementiere bio. Non sarà facile, perché bisogna bilanciare le richieste di hobbisti e amatori con quelle degli agricoltori professionali. La Commissione ha posto sul tavolo le novità su cui intende lavorare: ampliare lo spazio delle varietà da conservazione alle nuove diversificate frutto di miglioramento genetico partecipativo, togliendo restrizioni geografiche e quantitative. E permettere l’uso del materiale eterogeneo biologico anche agli agricoltori convenzionali.

Il 7 giugno è il giorno in cui è prevista la presentazione delle proposte legislative su commercializzazione delle sementi e gestione dei nuovi Ogm da parte della Commissione europea

Un tema ancora non chiarito riguarda lo scambio delle sementi. Se, infatti, sembra facile poter escludere le attività di circolazione tra seed saver o amatori, più difficile è individuare i paletti per gli agricoltori, che sono considerati operatori professionali e non hobbisti. Su questo punto i prossimi due mesi saranno essenziali per fornire idee e proposte alla Commissione. Nella tavola rotonda si è anche affrontato l’argomento della valutazione del Valore agricolo e tecnologico (Vat) delle varietà prima della loro iscrizione. Fino a oggi questo passaggio ha limitato la possibilità di iscrivere varietà prodotte specificamente per il biologico, perché le prove varietali vengono effettuate in campi convenzionali dove queste varietà non riescono a esprimere il loro potenziale. In Europa solo un paio di Paesi sono in grado di fare le prove in ambienti biologici e l’Italia non è tra questi.

La Commissione ha ribadito che alcuni attori, tra cui la rappresentanza a Bruxelles dei sindacati agricoli, non vogliono sentir parlare di Vat opzionale e, addirittura, vorrebbero estendere queste prove anche alle ortive, che oggi sono esenti. Insomma, la partita è ancora da giocare e il rischio maggiore è che il negoziato sui pacchetti venga giocato sullo stesso tavolo con uno schema del tipo: volete nuove aperture sulla legislazione? Bene, allora dovrete accettare in cambio la deregolamentazione dei nuovi Ogm.

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L’overdose di azoto minaccia i suoli e la salute

L’overdose di azoto minaccia i suoli e la salute

A livello globale se ne producono circa 130 milioni di tonnellate all’anno, la metà torna in atmosfera o contamina le falde. Un problema per l’ecosistema

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 256 – Febbraio 2023

Dal 1909 una droga ha alterato i sistemi agricoli: l’azoto di sintesi. In quella data, infatti, il chimico tedesco Fritz Haber e l’industriale Carl Bosch riuscirono a produrre ammoniaca a partire dall’azoto atmosferico. Questo processo, usato durante le Guerre mondiali per sintetizzare nitrati necessari a produrre esplosivi, dopo il 1945 è diventato la base per produrre fertilizzanti chimici di sintesi.

Da allora abbiamo inondato l’agricoltura di una quantità di azoto senza controllo, in una specie di ebbrezza legata all’illusione di aver finalmente e per sempre superato i limiti della fertilità dei suoli. Oggi a livello globale ne produciamo circa 130 milioni di tonnellate all’anno da usare come fertilizzante, ma solo la metà viene realmente utilizzata dalle colture; il resto ritorna in atmosfera o si perde nelle falde per poi finire in mare. 

Come ormai dovremmo aver imparato studiando Gaia (come si definisce la Terra nella sua complessità), le oltre 60 milioni di tonnellate disperse non sono senza conseguenze. Nel 2011, dopo cinque anni di lavoro da parte di 200 ricercatori in 21 Paesi, è stato pubblicato il rapporto “The european nitrogen assessment”, che mette nero su bianco gli effetti di questa overdose. Ecco un sintetico elenco per niente incoraggiante. Conseguenze sulla salute umana: malattie respiratorie legate alle concentrazioni eccessive di ammoniaca, ozono, ossidi di azoto e particelle fini nell’aria; contaminazione dell’acqua potabile da nitrati; produzioni di alghe tossiche.

Effetti diretti sugli ecosistemi: acidificazione dei suoli, delle foreste e degli ecosistemi acquatici, eutrofizzazione dei laghi e degli ecosistemi costieri; aumento delle malattie e dei parassiti; saturazione in azoto dei suoli forestali; contribuzione al cambiamento climatico dalle emissioni di protossido di azoto. Inoltre, l’eccesso di questa sostanza ha un effetto collaterale sulle piante: più le concimiamo più diventano appetibili per gli insetti e i patogeni fungini, in un circolo vizioso che tiene insieme fertilizzanti chimici di sintesi e pesticidi. 

Il rapporto “The european nitrogen assessment” contiene anche molte soluzioni per cercare di risolvere il problema, tutte imperniate sul rendere più efficiente l’uso dell’azoto e ridurre la sua dispersione. Così leggiamo che colture associate (graminacee e leguminose piantate insieme) e rotazioni sono da preferire alle monocolture e che il letame consente un uso più efficiente di questa sostanza agendo sulla componente biologica del suolo. Gli allevamenti intensivi, inoltre, sono una delle cause principali dello sconvolgimento del ciclo dell’azoto: il rapporto quindi consiglia un cambiamento drastico delle nostre diete con la riduzione delle proteine di origine animale. 

La stima dei costi ambientali causati da un chilogrammo di azoto oscilla tra i 25 e i 100 euro. Per acquistarne la stessa quantità, un agricoltore paga circa un euro.

Sono passati più di dieci anni dalla pubblicazione del report e ancora il modello agricolo intensivo vede nei fertilizzati chimici di sintesi l’unica via possibile per fare agricoltura.

Come mai? Per cercare di trovare la risposta ci viene in aiuto un recente libro “Les apprentis sorciers de l’azote” (“Gli apprendisti stregoni dell’azoto”, editore Terre Vivante, 2021) scritto dall’agronomo e pioniere dell’agricoltura biologica Claude Aubert. Prendendo in esame alcuni studi americani ed europei sui costi ambientali legati a questa overdose, emerge che ogni chilogrammo di concime di sintesi usato nei campi costa circa un euro all’agricoltore, ma 25-100 euro alla società sotto forma di danni ambientali. Finché le politiche pubbliche non colmeranno questa differenza, in cui i danni sono a carico della società, sarà difficile promuovere una vera transizione agroecologica dei sistemi agroalimentari.

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Il ruolo della ricerca pubblica per contrastare i “Baroni del cibo”

Il ruolo della ricerca pubblica per contrastare i “Baroni del cibo”

I sistemi agroalimentari sono concentrati nelle mani di poche imprese in grado di orientare anche i processi di innovazione

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 255 – Gennaio 2023

A settembre 2022 è stato pubblicato dall’Ong ETC Group il nuovo rapporto sulla concentrazione dei sistemi agroalimentari dal titolo “Food barons 2022. Crisis profiteering, digitalization and shifting power”. Il termine profiteering si può tradurre in italiano con “ultraprofitti”: il concetto cioè che in un periodo di crisi alcuni soggetti traggano guadagni irragionevoli solo per le loro posizioni di monopolio. Come si capisce, un tema d’attualità. La lettura delle 140 pagine del report può indurre uno stato depressivo.

Cominciamo dal settore delle sementi commerciali: le prime due imprese, la tedesca Bayer (che ha inglobato Monsanto) e la statunitense Monsanto Agriscience, controllano il 40% del mercato mondiale, venticinque anni fa la stessa quota era controllata da dieci compagnie. Se si aggiungono la cinese Syngenta group, le tedesche Basf e Kws, e la francese Limagrain, si scopre che sei ne controllano il 58%. Ancora più concentrato il settore dei pesticidi: il 62,3% del mercato è in mano quattro società (le stesse delle sementi ma in ordine diverso: Syngentya, Bayern, Basf e Corteva). Qui la Cina sta diventando il leader mondiale, dopo la fusione tra SinoChem e ChemChina (entrambe controllate dallo Stato) e la nascita del nuovo colosso Syngenta Group.

Situazione non molto diversa nel comparto delle macchine agricole (le prime sei società detengono il 50% del mercato) e nel settore zootecnico (quattro aziende per il 60,5%). Mentre il miglioramento genetico è totalmente in mano a sole tre multinazionali. La vendita al dettaglio e delle commodities agricole vede minore concentrazione, ma comunque alcune multinazionali come Cargill e Archer Daniels Midland (Usa), Cofco (Cina) e Walmart hanno una posizione dominante.

Uno degli aspetti collaterali della creazione di oligopoli o monopoli è l’aumento dei prezzi al consumo. Lo mostra, ad esempio, un’analisi del 2021 realizzata negli Stati Uniti dalla stessa Casa Bianca in cui si affermava che le aziende dominanti nella lavorazione della carne sfruttano il loro potere di mercato per aumentare i prezzi e i margini di profitto.

Il 40% del settore delle sementi commerciali in mano a sole due aziende: Bayern e Corteva; 25 anni fa la stessa quota era controllata da dieci società.

Ma un altro fattore, meno indagato, è potenzialmente più pericoloso per il futuro dei sistemi agroalimentari: l’impatto sulla ricerca. Questi conglomerati economici sempre più grandi ne sostengono un modello intimamente connesso al loro sistema economico capitalistico. Questo si traduce in stringente proprietà intellettuale, uso di tecnologie proprietarie, produzione di piattaforme digitali per assistenza tecnica agli agricoltori (espropriati del loro ruolo primario di conoscitori dei territori) e sostegno a un miglioramento genetico vegetale e animale centralizzato e riduzionista (come dimostra la promozione dei nuovi Ogm).

L’esatto contrario di quello che servirebbe per sviluppare sistemi di ricerca decentralizzata e partecipativa, fondamentali per attuare quella transizione dell’agricoltura verso il biologico o il biodinamico, come espresso nella Strategia europea “Farm to fork”. La concentrazione del mercato impone, quindi, un unico orizzonte per scienza e innovazione in agricoltura. In realtà, come scrive l’antropologo francese Lèvi-Leblond nel libro “La velocità dell’ombra” (Codice edizioni, 2007), “la conoscenza umana è molteplice, evolutiva e interconnessa: merita quindi il più grande rispetto sia la specificità delle sue molteplici forme sia la fecondità dei loro scambi”. È utopistico immaginare un nuovo ruolo per la ricerca pubblica nel contrastare il monopolio del sapere da parte dei Baroni del cibo?

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L’agricoltura dovrebbe imparare dagli Inuit

L’agricoltura dovrebbe imparare dagli Inuit

In Groenlandia alcune popolazioni seppero adattarsi a un ambiente diverso, sopravvivendo. Oggi il modello agricolo va nella direzione opposta

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 254 – Dicembre 2022

Un articolo uscito sulla rivista New Scientist nel 1994 (“Rigide culture caught out by climate change”) merita di essere riportato all’attenzione per la sua attualità nel dibattito sui cambiamenti climatici, la perdita di biodiversità e la necessità di realizzare una transizione delle nostre società verso modelli più sostenibili. L’articolo raccontava la storia della Groenlandia tra il 1100 e il 1500, presa come parabola della situazione attuale. A quei tempi vivevano in questa terra sia popolazioni di Inuit, sia norvegesi, ma il crollo delle temperature intorno a metà del Trecento ha lentamente eroso la capacità agricola del territorio. Nel giro di un centinaio di anni sull’isola non era rimasto più nemmeno un norvegese.

Potrebbe sembrare un processo simile a quello che stiamo vivendo, in cui la forza e l’ineluttabilità dei cambiamenti climatici non lasciano spazio ad altra strategia che non la fuga su altri pianeti o il crollo. 

In realtà l’articolo, citando il fallimento della strategia dei norvegesi (che hanno continuato a sfruttare la terra con il pascolo intensivo e hanno costruito cattedrali confidando nell’intervento divino per risolvere il problema) fa presente che gli Inuit hanno continuato a vivere in Groenlandia malgrado il crollo delle temperature e dei sistemi agricoli. Questi hanno adattato il loro sistema di vita alle nuove condizioni, dedicandosi alla caccia e alla pesca, e ancora oggi abitano quelle terre. 

La morale è evidente: società rigide che non si adattano, invertendo la loro rotta, non riescono a evitare il collasso. Ma questa non è una strada obbligata, la risposta adattativa e flessibile degli Inuit resta come monito a ricordarcelo.

L’articolo “Una cultura rigida colta di sorpresa dai cambiamenti climatici” è stato pubblicato sulla rivista New Scientist nel 1994.

L’abilità e la volontà di una società di rispondere all’ambiente in cambiamento sono le precondizioni fondamentali per determinare la sua capacità di sopravvivenza. È necessaria, però, una reattività fatta di scelte individuali e collettive, in grado di darci la possibilità di produrre risposte di fronte alle incertezze ambientali, su cui non abbiamo una memoria storica personale che possa aiutarci. Conoscenza e innovazione sono parte della soluzione, ma all’interno di processi collettivi di apprendimento fortemente ancorati nei contesti locali. 

Purtroppo in agricoltura stiamo andando nella direzione opposta: riducendo la capacità innovativa degli agricoltori (che sono i primi soggetti in grado di percepire i cambiamenti nei luoghi in cui operano), aumentando la loro dipendenza da input chimici e tecnologie esterne alle aziende, spostando la produzione di conoscenza dal settore pubblico a quello privato. Stiamo sostenendo sempre più un modello scientifico definito come cattedrale, in cui il centro produce ricerca e innovazione con cui irraggia la periferia, dove si fanno le prove di adattamento attraverso il cosiddetto trasferimento tecnologico. 

La nostra fede nell’innovazione è talmente forte che una parte influente della società la vede, in maniera ideologica e acritica, come la soluzione a qualsiasi problema. Senza alcuna necessità di invertire la rotta, di mettere in discussione la nostra epistemologia, le pratiche tecnologiche e organizzative, i nostri sistemi di apprendimento, i nostri sistemi istituzionali e, per finire, le politiche. Cambiare non è facile, ma non è più rimandabile. Sono passati 28 anni dall’articolo di New Scientist, i dati e le evidenze empiriche che abbiamo accumulato in questo periodo testimoniano in maniera netta il baratro che abbiamo davanti, ma ancora non abbiamo risposto alla domanda ineludibile: saremo capaci di evolvere e adattarci come gli Inuit o faremo la fine dei norvegesi in Groenlandia?

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Il sistema agricolo convenzionale si ostina a non voler cambiare

Il sistema agricolo convenzionale si ostina a non voler cambiare

Riconoscere l’importanza di sistemi differenziati rappresenta invece una ricchezza per la biodiversità e una produzione più sostenibile

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 253 – Novembre 2022

Dal 18 al 24 settembre si è tenuta a Nuova Delhi (India) la nona riunione dell’Organo di governo del Trattato Fao sulle Risorse genetiche vegetali (Rgv) per l’agricoltura e l’alimentazione (planttreaty.org). Circa 300 persone di tutto il mondo, provenienti dai 149 Paesi firmatari, si sono ritrovate per discutere su come continuare a mantenere un sistema multilaterale facilitato di accesso alla biodiversità agricola e, allo stesso tempo, costruire un insieme di politiche pubbliche in grado di promuovere la conservazione e l’uso sostenibile delle Rgv, e tutelare i diritti degli agricoltori. 

Si tratta di un percorso iniziato negli anni Novanta, entrato in vigore nel 2001 con l’approvazione del Trattato. I temi in discussione sono al centro dei sistemi agricoli del futuro: come gestire l’accesso alle risorse conservate nella banche (avere diversità è la base per poter fare dei programmi di miglioramento genetico), come coniugare i diritti di proprietà intellettuale con quelli degli agricoltori e costruire un sistema equo di ripartizione dei benefici legati all’uso delle Rgv, come diversificare l’agricoltura con politiche e strumenti innovativi che vanno dal miglioramento genetico partecipativo alle case delle sementi. 

Diversità e diritti potrebbero essere le due parole chiave che rappresentano il motivo dell’esistenza di questo trattato internazionale. Ma non è facile trovare un accordo tra regioni e Paesi diversi, tra il settore privato delle ditte sementiere e quello della società civile. Gli ultimi 60 anni di politiche agricole e la progressiva privatizzazione della ricerca e della produzione sementiera hanno creato un baratro tra mondi diversi che non è facile colmare. 

I campioni di sementi conservati nelle banche pubbliche e disponibili attraverso il Trattato Fao sono 1.103.814

Da un lato del fossato abbiamo i cosiddetti Paesi sviluppati, i cui governi si preoccupano solo di garantire l’accesso facilitato alle Rgv per la ricerca, dall’altro ci sono quelli del Sud globale, interessati a vedere riconosciuti (anche in termini monetari) i contributi degli agricoltori alla conservazione dell’agrobiodiversità e ansiosi di ottenere politiche e linee guida coerenti con le loro pratiche di uso sostenibile delle Rgv, attuate in campo con gli agricoltori. Questa differenza si è sentita durante il negoziato che si è svolto in India: le risoluzioni finali su diritti degli agricoltori e uso sostenibile delle Rgv, ad esempio, sono state partorite dopo lunghi negoziati notturni. Durante la riunione era percepibile la paura del settore sementiero privato che, ideologicamente, non accettava di essere messo sotto accusa come una delle cause della perdita di biodiversità in opposizione ai piccoli agricoltori, custodi invece di questo patrimonio. Come se affermare l’importanza dei modelli agricoli diversificati, e tutto l’incredibile numero di esperienze, saperi e pratiche in cui si declinano, fosse un attacco al nostro modello occidentale di società. 

Una simile polarizzazione denuncia la difficoltà del sistema agricolo dominante di cambiare o innovarsi anche se sarebbe quanto mai importante farlo, per riuscire, tra le altre cose, a fronteggiare i cambiamenti climatici. Allo stesso tempo, però, questa paura testimonia che quanto si muove al di fuori del paradigma dell’agricoltura industriale comincia ad avere un certo peso e, forse, la reale capacità di cambiare il mondo.  Purtroppo niente dell’interessante dibattito avvenuto nella settimana è arrivato ai cittadini italiani, nessun organo di stampa ha citato la riunione anche se era in discussione il futuro dell’agricoltura. 

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