da Manuele Bartolini | Ott 30, 2024 | Articoli, Collaborazioni redazionali, Seminare il cambiamento
Le nuove scelte alimentari sono condizionate dal marketing, dalla paura e dall’ignoranza dei sistemi agroalimentari. Un frutto avvelenato del capitalismo.
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 274 – Ottobre 2024
Giunto alla sua trentaseiesima edizione quest’estate è uscito l’annuale Rapporto Italia che indaga i cambiamenti nella nostra società, pubblicato da Eurispes. Uno dei capitoli del Rapporto è dedicato alla dieta degli italiani, utile per comprendere le nuove tendenze alimentari.
Al di là di registrare un aumento di vegetariani e vegani, rispettivamente il 7,2% e il 2,3% composto soprattutto da donne e da persone che abitano nel Nord Italia, è interessante notare la diffusione dei cosiddetti alimenti “senza”. Si tratta di una serie di prodotti che troviamo sempre più nei supermercati e che ci vengono proposti dal marketing agroalimentare. Il rapporto presenta una situazione dove un italiano su tre consuma abitualmente alimenti senza lattosio (30,9%), uno su quattro alimenti senza zucchero (25%), uno su cinque senza glutine (21%) e senza lievito (18,3%), e quasi uno su dieci senza uovo (13,8%). È interessante notare che tutte queste scelte alimentari non sono frutto diretto di altrettante intolleranze o allergie a questi prodotti. Infatti, il rapporto fa presente che meno della metà di chi le fa ha un problema medico certificato che lo spinge a un’alimentazione senza. Ma allora perché rinunciare ad alcune cose della nostra dieta mediterranea, come ad esempio i latticini, se non si è obbligati a farlo per motivi medici?
Per rispondere a questa domanda è utile rifarsi a un saggio del 2014 dell’antropologo Marino Niola, “Homo Dieteticus. Viaggio nelle tribù alimentari” (il Mulino). Il primo capitolo si intitola “Siamo quello che non mangiamo”, parafrasando il filosofo Ludwig Feuerbach che, nel XIX secolo, invece, affermava “noi siamo quello che mangiamo”’. Già dieci anni fa, Niola raccontava un’Italia in cambiamento in cui il cibo assume un ruolo sempre più importante per plasmare i nostri Io, non più in un’ottica di tradizione o memoria condivisa, ma come strumento per autodefinire il proprio sé all’interno di precise tribù alimentari. Mangiare senza qualcosa delimita queste tribù, in cui “la sacralità si è ormai trasferita nel corpo che è diventato il simulacro del Dio assente”.
Se l’antropologia ci aiuta nel capire l’esplosione della cucina “senza”, centrale nella creazione dell’Io, il mercato ci fornisce l’altra parte della spiegazione. Infatti, i messaggi sull’importanza del legame tra cibo e salute, sull’agricoltura biologica, e le critiche al cibo ultra-processato e all’agricoltura industriale sono stati in qualche modo recepiti e digeriti dall’industria agroalimentare che li ha trasformati in marketing di nuovi prodotti, alimentando determinate scelte di consumo. Prendiamo un bene come il latte, fino a ieri uguale a sé stesso nella storia dell’uomo. Per l’economia si tratta di un settore poco remunerativo con bassi margini di profitto, ma quando il liquido bianco può essere venduto senza lattosio, oppure diventare di soia, avena o simili, o addizionato di varie vitamine, ecco che diventa un prodotto su cui puntare.
Il 30,9% degli italiani consuma abitualmente alimenti senza lattosio secondo l’annuale Rapporto Italia sui cambiamenti nella nostra società di Eurispes.
Ovviamente con un marketing dedicato che fa leva sulla nostra paura del cibo e sulla nostra ignoranza dei sistemi agroalimentari. Infatti, l’assenza di legame tra persone intolleranti e quelle che seguono una certa dieta “senza”, denota come non sia la necessità a motivare la scelta ma piuttosto un misto di cultura e mercato.
Il cittadino, diventato consumatore solitario in un mondo che mette sempre più paura, si rifugia in scelte di consumo alimentare individuali governate da un preciso marketing commerciale. Il sistema capitalistico ha così interiorizzato la critica al modello agricolo industriale, attraverso la catarsi del presunto cibo naturale e senza quelle cose che di volta in volta ci mettono paura, chiamate zucchero, poi lattosio o glutine. A quando un cibo senza agricoltura?
da Manuele Bartolini | Set 25, 2024 | Articoli, Collaborazioni redazionali, Seminare il cambiamento
Il duello estivo tra i due sindacati punta solo a compattare i blocchi ma la visione del settore è la medesima. E taglia fuori gli agricoltori autonomi.
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 273 – Settembre 2024
Quest’estate è avvenuto sulla carta stampata un dibattito sul futuro dell’agricoltura italiana che indica le linee entro cui i “poteri forti” si stanno muovendo. Tutto è cominciato il 26 maggio su Il Giornale con un articolo del consigliere di Filiera Italia di forte critica alla nuova associazione Mediterranea, nata tra Confagricoltura e Union Food. La polemica è continuata il giorno dopo con un altro articolo sullo stesso quotidiano che metteva in luce le “cattive” multinazionali che fanno parte di Union Food, come Nestlé e Unilever. La risposta di Confagricoltura non si è fatta attendere e, a fine maggio, ha trovato eco su Il Foglio con un attacco a Filiera Italia, rea di avere in pancia multinazionali come McDonald’s e Carrefour. Il 6 giugno, sempre su Il Giornale, è sceso in campo lo stesso presidente di Coldiretti Ettore Prandini che in un’intervista se la prende con le “mistifi-
cazioni di Confagricoltura” e, come ormai di consueto, attacca le multinazionali che minano il Made in Italy. In risposta su L’Informatore Agrario il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti in un’intervista difende le filiere realizzate da Mediterranea “volano della competitività delle produzioni italiane nel mondo”. Insomma, un’estate rovente per l’agricoltura e non solo per le temperature registrate in campo.
Un primo dato emerge da questi scambi: il futuro del sistema agroalimentare italiano si gioca sui giornali di centrodestra, non una parola è stata pubblicata su quelli di centrosinistra che forse dimenticano della centralità che potrebbe giocare l’agricoltura per la transizione ecologica. Un secondo elemento è la rottura tra i due principali sindacati: Coldiretti e Confagricoltura. I tempi della pace legata alla riorganizzazione dei Consorzi agrari e del mondo societario di Bonifiche Ferraresi (BF) (vedi Ae 253), che avevano dato vita a Filiera Italia, sembrano preistoria. Ricordiamo, infatti, che sul trono di BF era stato insediato Federico Vecchioni, ex presidente di Confagricoltura, con il beneplacito di Coldiretti a siglare il patto. A quanto pare il rumore di trattori dei mesi scorsi sta spingendo i sindacati a fidelizzare i propri agricoltori, sviluppando narrative dedicate in cui chiaramente deve emergere l’altro come nemico.
3.576 Le sezioni comunali di Coldiretti che con oltre 1,5 milioni di associati è tra le più grandi organizzazioni di imprenditori agricoli a livello nazionale ed europeo.
Una mera operazione di marketing che non ha l’obiettivo di creare un consenso basato sul confronto. Al contrario, quello sui contenuti è bandito, così come suscita un sorriso la schermaglia su chi si sia sposato con le multinazionali migliori. Resta però da capire il tema degli argomenti in discussione.
Su che cosa stanno litigando i due sindacati, quali strategie propongono per ridare senso all’agricoltura nella società di oggi? La risposta a questa domanda è molto semplice: la stessa! Ambedue, infatti, puntano sull’accorpamento delle filiere agroalimentari all’interno di un marchio identitario e proprietario. Un marchio basato su un concetto di Made in Italy sempre più sbandierato in un’ottica di competizione del nostro prodotto sui mercati internazionali. Sia Filiera Italia (Coldiretti), sia Mediterranea (Confagricoltura) convergono su questo punto: integrazione orizzontale e verticale degli attori con l’obiettivo di acquisire margini di valore aggiunto lungo le filiere agroindustriali, ormai controllate dai vari gruppi della Grande distribuzione organizzata (Gdo). Si delinea, quindi, un futuro fosco per quel pezzo di mondo agricolo che vive e produce in aree non competitive per cui non è integrato nella Gdo e, allo stesso tempo, rivendica una sua autonomia legata al tentativo di ancorare l’azienda al territorio e ai suoi attori sociali, e fa fatica a immaginarsi dentro Filiera Italia o Mediterranea. Come dare voce a queste realtà che per svilupparsi hanno bisogno di organizzazione, risorse e investimenti, ma sono dimenticate dalla politica?
da Manuele Bartolini | Lug 4, 2024 | Articoli, Collaborazioni redazionali, legislazione sementiera, Seminare il cambiamento
La nuova Politica agricola comune -affossata poco prima del voto- non discuteva il modello dominante, anzi. Riuscirà la nuova Ue a resistere alle lobby?
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 272 – Luglio 2024
Come abbiamo già raccontato in questa rubrica, l’agricoltura è uno dei temi centrali nel definire il futuro dell’Unione europea. La Politica agricola comune (Pac), non a caso, nel 2022 rappresentava un terzo del budget complessivo dell’Unione. Negli ultimi mesi, le manifestazioni dei trattori nei vari Paesi europei, le immagini della loro presenza a Bruxelles fuori dai luoghi del potere hanno polarizzato gli animi, alimentando un divario, del tutto strumentale, tra agricoltura e ambiente. E, ovviamente, tra portatori d’interesse dei rispettivi mondi.
Questo clima di conflitto, basato su una reale crisi di senso che vive tutto il mondo agricolo ancora senza soluzione, ha portato la Commissione e il Parlamento europeo a fare vari passi indietro rispetto ai target ambientali stabiliti nelle strategie “From farm to fork” e “Biodiversità”, e nella loro implementazione tramite la Pac.
Votando a favore di queste modifiche a fine mandato il Partito popolare europeo, con una parte del gruppo liberale Renew Europe e dei socialisti europei, ha cercato di placare le ire del mondo agricolo industriale a fini elettorali. Si è trattato di un tentativo mal riuscito a giudicare dal voto delle elezioni di giugno, che, però, ha acuito il conflitto tra agricoltura e ambiente, con il riconoscimento implicito che non si può prescindere dal modello industrialista sviluppato nel secondo dopoguerra.
Ma erano veramente così dirompenti (o ideologiche) le misure previste dalla Pac? In realtà, anche se nei suoi obiettivi figurava quello di promuovere “la transizione verso l’agricoltura sostenibile”, dando come esempi di sostenibilità “l’agricoltura biologica, la gestione integrata delle malattie, l’agroecologia, l’agroforestazione e l’agricoltura di precisione”, nessuno di questi era indicato come modello. Al contrario, avrebbero potuto servire da guida agli Stati membri per identificare gli obiettivi da raggiungere nei loro Piani strategici nazionali (Psn). Ricordiamo, infatti, che la nuova Pac era stata nazionalizzata dando agli Stati la possibilità di adattare le misure alle loro necessità attraverso i Psn.
A loro spettava, quindi, la responsabilità di tradurre in pratica la visione del Green Deal e gli obiettivi strategici della Pac, il tutto all’interno di una serie di indicatori in grado di misurare l’impatto degli strumenti adottati. Al di là di questo riferimento alla “transizione”, di cui non si definiva né una fine né un chiaro orizzonte, la nuova Pac, quindi, non ha mai messo in dubbio il modello dell’aiuto diretto a ettaro, che fa sì che lo 0,5% degli agricoltori prenda il 16,45% degli aiuti e non è intervenuta nel direzionare i soldi verso un altro modello produttivo, sostanzialmente lasciando inalterato il fatto che circa l’80% delle risorse finisca a supportare la produzione animale.
Lo 0,5% è la quota di agricoltori che con l’attuale Politica agricola comune europea si assicura in modo del tutto squilibrato il 16,45% degli aiuti diretti a ettaro
Inoltre queste misure sono in gran parte volontarie: in nessun modo l’Unione europea obbliga gli agricoltori a cambiare il proprio sistema aziendale. I famigerati ecoschemi, oggetto degli attacchi delle manifestazioni, rappresentano meno del 25% degli aiuti diretti ed erano, comunque, soggetti a interpretazione e applicazione da parte dei singoli Stati.
Insomma, la Pac non era rivoluzionaria né dirompente nei confronti del modello dominante. Gli attacchi sono stati ideologici e strumentali con il fine di rinforzare il peso delle lobby industriali a Bruxelles, in primis i sindacati agricoli, mettendo nero su bianco che senza di loro non si negozia. Il Parlamento appena votato e la futura maggioranza che darà vita alla Commissione dovranno lavorare su questo campo minato, cercando di svelenire il dibattito.
da Manuele Bartolini | Giu 14, 2024 | Articoli, Collaborazioni redazionali, legislazione sementiera, Seminare il cambiamento
La proposta di regolamento europeo sulle sementi disegna sistemi non più basati sul dogma dell’uniformità. Non dobbiamo averne paura.
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 271 – Giugno 2024
Il 24 aprile 2024 il Parlamento europeo ha chiuso il suo mandato con un’ultima votazione che ha approvato una serie di atti a tema agricolo, dalla semplificazione della Politica agricola comune, al regolamento sui nuovi Ogm, per finire con quello sulla commercializzazione delle sementi. In quest’ultimo caso, il Parlamento si è espresso sostanzialmente approvando la visione e l’impianto proposti dalla Commissione, apportando una serie di modifiche che risolvono positivamente alcune delle criticità contenute nel testo.
Ad esempio, le attività di accesso alle sementi conservate nelle banche del germoplasma, ma anche nelle case delle sementi, sono state messe fuori dal campo di azione della normativa; come anche, finalmente, tutte le attività di scambio tra hobbisti. Lo scambio dei semi tra agricoltori, invece, ha per la prima volta un articolo dedicato per consentirlo a livello locale. Inoltre, alle organizzazioni non profit che lavorano per la conservazione dell’agrobiodiversità sarà permesso di vendere sementi di varietà non iscritte.
Queste sono solo alcune delle novità più eclatanti contenute nel testo. Il quadro che emerge dalla lettura del regolamento approvato dal Parlamento è quello di una normativa che non ha più un sistema unico e una tipologia unica di varietà: le classiche varietà distinte, uniformi e stabili (Dus), prodotte dalle ditte sementiere, certificate (controllate per qualità) e quindi messe sul mercato. Al contrario, il panorama si presenta articolato e differenziato, in funzione degli operatori, dei mercati, degli attori coinvolti e del tipo di varietà. Anche il sistema di controllo, pubblico o fatto dagli stessi operatori sotto sorveglianza pubblica, sarà legato a queste variabili.
Insomma, sembra che il lavoro fatto in questi anni a livello europeo da realtà come Arche Noah, Rete Semi Rurali e Pro Specie Rara, per citarne alcune, abbia dato i suoi frutti. Non è un caso che tra gli obiettivi del nuovo regolamento si trovi anche la conservazione dell’agrobiodiversità, la sua gestione dinamica da parte degli agricoltori e che il concetto di varietà da conservazione (fino ad oggi relegato alle vecchie varietà o a quelle locali) venga allargato fino a includere nuove varietà sviluppate con il miglioramento genetico partecipativo per adattamento a condizioni particolari.
Dus. Varietà distinte, uniformi e stabili. Il nuovo regolamento europeo sulla commercializzazione delle sementi supera il sistema unico delle varietà. È una buona notizia
Ovviamente una tale diversità di opzioni può spaventare chi finora ha lavorato nell’uniformità, seguendo l’approccio “one size fits all”. Infatti, il comunicato stampa della federazione Euroseeds (ne fanno parte tra gli altri Bayer, Corteva, Syngenta), uscito dopo il voto parlamentare, paventa la distruzione del sistema sementiero convenzionale, che, ricordano, “rappresenta il 95% della semente prodotta in Europa”. Dal loro punto di vista i parlamentari europei si sarebbero fatti abbagliare dai discorsi del mondo alternativo che ha presentato la questione come una battaglia di Davide contro Golia, cioè il piccolo agricoltore contro la grande e cattiva multinazionale. E, messi di fronte a questa scelta, scrive Euroseeds, i parlamentari hanno compiuto la scelta sbagliata. In realtà, il tema è più complesso. Se di sicuro la retorica contro i monopoli sementieri ha avuto un ruolo nell’indirizzare il dibattito, la reale novità del regolamento è aver concepito un approccio pluralistico che non indirizza i sistemi sementieri verso un unico orizzonte: il modello uniforme industriale. La proposta cerca di trovare uno spazio legale per la diversità e la sua gestione dinamica nelle aziende agricole. Poco importa se, come sostiene Euroseeds, questi approcci, ad oggi, siano molto marginali. Si tratta di gettare i semi per un’agricoltura del futuro, in cui la parola d’ordine sia diversificazione: delle varietà, delle colture coltivate, dei paesaggi e, in ultimo, dei sistemi alimentari e delle diete. Non dobbiamo aver paura di affrontare questa sfida.
da Manuele Bartolini | Giu 3, 2024 | Articoli, Collaborazioni redazionali
Un nuovo studio ne mostra gli effetti positivi per ambiente, redditi degli agricoltori e territori marginali. Altro che “non ci sono alternative ai pesticidi”.
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 270 – Maggio 2024
Negli ultimi mesi, i tentativi fatti dalla Commissione europea per rendere l’agricoltura un po’ più sostenibile sono finiti sotto attacco. Le misure per mettere in pratica le strategie “Farm to fork” e “Biodiversità 2030” sono state messe sotto scacco dalle proteste dei trattori che si sono svolte in tutta Europa e dalle richieste dei sindacati agricoli, che hanno trovato nuovo slancio per mantenere lo status quo. Tali esigenze saranno all’attenzione della politica in grado di influenzare, da destra, le elezioni europee dell’8 e 9 giugno.
Per demolire il Green Deal dell’Unione europea si sono usati diversi argomenti, tra cui quello secondo cui non è possibile fare agricoltura senza pesticidi o input chimici di sintesi. Se si vuole essere produttivi e sfamare il mondo l’unica strada è quella battuta negli ultimi settant’anni. E la risposta alla crisi del settore agricolo viene indicata proprio nell’aumentare l’intensificazione e favorire i processi di modernizzazione.
Nasce in questo humus culturale la proposta dell’Agricoltura 4.0, in cui digitale, robotica e genetica sono sempre più integrati in un mondo che lascia sempre meno autonomia agli agricoltori e a noi cittadini.
Ma siamo sicuri che non ci sia nulla all’orizzonte a parte il business as usual? Per fortuna c’è una scienza che ci racconta una strada alternativa alla monocoltura industriale e sostiene la capacità di trasformare l’agricoltura rendendola più sostenibile dal punto di vista ambientale, sociale, tecnico produttivo ed economico
Va in questa direzione lo studio “The socio-economic performance of agroecology. A review”, pubblicato a marzo 2024 dalla rivista Agronomy for sustainable development. Gli autori hanno analizzato circa 13mila articoli scientifici per arrivare a dimostrare, dati alla mano, la validità delle tecniche agroecologiche. Finalmente esiste un’evidenza scientifica e documentata che c’è un’alternativa al modello produttivista, che viene già praticata ma viene ignorata dalle politiche o dai cosiddetti portatori di interesse (ma quali interessi? E di chi?)
L’articolo indaga l’impatto socio-economico dell’agroecologia trovando in letteratura il 51% di riscontri positivi, a fronte di un 30% di negativi e dei restanti con conclusioni non rilevanti. Inoltre, vengono studiate una serie di pratiche, come l’agroforestazione e le consociazioni, mettendo in evidenza il loro impatto economico positivo sulle aziende.
51%: sono i riscontri positivi ricevuti in letteratura dall’articolo “The socio-economic performance of agroecology. A review” (marzo 2024) che indaga i vantaggi dell’agroecologia
Se dal lato agronomico, quindi, è evidente la validità di questa pratica, il punto dolente emerge dall’impatto sul lavoro: il cambiamento di modello agricolo richiede più manodopera e una maggiore capacità da parte degli agricoltori di interagire con il proprio ambiente di riferimento (fisico, sociale ed economico).
Insomma, dobbiamo riconsiderare il ruolo della forza lavoro in agricoltura e rivedere il dogma delle scienze economiche secondo cui un Paese con un alto numero di occupati in agricoltura è sottosviluppato. Per farlo è necessario mettere in atto politiche attive che favoriscano l’intensificazione della manodopera invece che dei capitali o degli investimenti.
D’altronde riportare persone nelle campagne, e di conseguenza nelle nostre zone collinari o montuose, aiuterebbe a contrastare quel fenomeno di spopolamento che sta desertificando le aree rurali italiane. Insomma, l’agroecologia avrebbe un impatto benefico sull’ambiente, sui redditi degli agricoltori, ma anche a livello sociale creando opportunità economiche in territori marginali. Aumentare le capacità degli agricoltori, invece, comporta rivedere i modelli di ricerca e assistenza tecnica, mandando in pensione, finalmente, l’abusato concetto di trasferimento tecnologico. Questi sarebbero i punti da mettere nell’agenda della prossima Commissione europea.
CREDITS ALTRAECONOMIA
da Manuele Bartolini | Apr 30, 2024 | Articoli, Collaborazioni redazionali, Seminare il cambiamento
I processi di innovazione producono ibridi, ignorando gli agricoltori che coltivano le varietà locali e creando confusione nel mercato.
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 269 – Aprile 2024
La società occidentale ha la presunzione di pensare che la scienza sia neutrale, un campo di azione scevro da implicazioni sociali, relazioni di potere o costrutti ideologici che ne influenzano le attività. In realtà, nella sua azione è soggetta al mondo esterno che la circonda e, a sua volta, lo influenza. Insomma, un gioco continuo di rimandi e relazioni, che fa sì che il fare scienza non sia scollegato dalla società, ma al contrario sia una parte centrale di una determinata visione del mondo.
In agricoltura tutto ciò è ancora più vero, perché sono presenti gli agricoltori: soggetti intermedi tra scienza e oggetto del suo studio. Come considerare questi attori? Come valutare il loro sistema di conoscenze acquisite nel tempo e legate allo specifico luogo in cui vivono?
L’antropologia ha risposto a queste domande per quanto riguarda i saperi tradizionali detenuti dalle comunità rurali o indigene nei Paesi del Sud del mondo, includendoli nei percorsi di indagine, cominciando a parlare di ricerca partecipata e decentralizzata, di conoscenze tacite non scritte da integrare nei saperi scientifici, nel tentativo di stabilire una nuova metodologia di analisi delle realtà che non prescindesse da chi la vive tutti i giorni.
È stato meno facile fare un percorso analogo nei cosiddetti Paesi sviluppati. Dove il sistema di conoscenze in agricoltura è troppo strutturato e legato al mondo economico e ai suoi portatori di interesse, per cui la questione impatta su sistemi di potere, valori e visioni di mondo in contrasto tra di loro. Una difficoltà che emerge chiaramente se si analizza come la ricerca agricola affronta il tema delle varietà locali. Negli anni i vari progetti che mirano alla loro “valorizzazione” (termine quanto mai ambiguo) hanno avuto come obiettivo la produzione di ibridi. La ricerca quindi è partita da popolazioni o varietà a impollinazione aperta per arrivare a produrre “F1” (ibridi) considerati più produttivi e performanti.
Come al solito si è immaginato un solo percorso per il progresso varietale, senza considerare le conseguenze per gli agricoltori che le coltivano e senza coinvolgerli nel presunto processo di miglioramento genetico. Che vede tra i suoi effetti collaterali l’impossibilità per i coltivatori di rifarsi il seme in azienda, dal momento che le progenie degli ibridi sono difformi e non riproducono le qualità dei genitori.
Il 2023 è l’anno di iscrizione dell’ibrido “Pignoletto Peila” nel catalogo delle varietà vegetali
C’è poi un’altra operazione che purtroppo è stata spesso accompagnata a questa valorizzazione: il mantenimento della vecchia denominazione, con la semplice aggiunta di un suffisso per differenziarla. In questo modo la confusione regna sovrana sia per chi compra le sementi, sia per il consumatore.
Si tratta di una nuova forma di bio-pirateria culturale, che dimostra la presa che hanno ancora sul nostro immaginario i nomi delle cosiddette vecchie varietà e, alla fine, anche il loro interesse economico.
L’ultimo episodio è avvenuto in Piemonte, dove la ricerca pubblica ha prodotto un nuovo ibrido a partire dal mais Pignoletto rosso del Canavese. Che però non ha un nome “di fantasia” slegato da quello originale, al contrario è stato chiamato “Pignoletto Peila”. Se l’operazione dal punto di vista legale è legittima (la complessa normativa europea sulle denominazioni varietali lascia infatti parecchie porte aperte) appare molto più dubbia sul piano etico e sociale.
Come tutelare quegli agricoltori che hanno mantenuto nel tempo questa varietà e che ora si trovano la concorrenza di un prodotto presentato come simile al consumatore, ma con una produttività molto maggiore?
C’è una sola strada per evitare di commettere ancora questi errori: coinvolgere gli agricoltori nei processi di ricerca e tenere conto del loro portato di conoscenze e simbolico.
CREDITS ALTRECONOMIA