da Manuele Bartolini | Apr 7, 2025 | Articoli, Collaborazioni redazionali, Seminare il cambiamento
I nuovi Ogm sono l’ennesimo paradigma riduzionista e scientista. Mentre le centrali cooperative rinunciano a difendere la biodiversità.
di Riccardo Bocci – Altreconomia 279 – Marzo 2025
Quale sarà il futuro dell’agricoltura italiana? A sentire la discussione che si è tenuta il 29 e 30 gennaio a Verona, durante la Fieragricola, la linea è tracciata: i nuovi organismi geneticamente modificati (Ogm)/new genomic techniques (Ngt) o tecniche di evoluzione assistita (Tea), come li chiamiamo in Italia, sono l’innovazione da cui non si può prescindere.
Il Manifesto definito durante la Fiera vede la firma di tutte le componenti sindacali (Cia, Coldiretti e Confagricoltura), che già in più occasioni si sono espresse con slancio per queste tecnologie, ma anche il mondo delle cooperative nelle sue varie colorazioni (Legacoop, Confcooperative e Copagri) e, ovviamente, Assobiotec e Assosementi.
Rispetto alla partita giocata venti anni fa intorno agli Ogm il panorama è completamente diverso. Una parte del mondo sindacale ha “cambiato sponda”, così come quello delle cooperative, mentre la grande distribuzione organizzata resta silente a osservare, tanto ormai ha in mano il mercato, come certifica il XXI Rapporto Marca realizzato da Circana, che indica la marca del distributore (Mdd) al 30,1% delle vendite del largo consumo confezionato. Non vedremo mai, quindi, la pubblicità della fragola con la lisca di pesce nei supermercati, che tanto impatto ha avuto nel costruire l’immaginario sugli Ogm nei cittadini.
Il Manifesto sulle Tea siglato a Verona chiede cose precise al governo italiano: un comitato interministeriale per seguire e favorire l’approvazione del regolamento europeo che si sta negoziando, un Tavolo permanente dedicato, una campagna di comunicazione istituzionale che dovrebbe “convincere” cittadini e agricoltori a usare questa tecnologia, una rete di ricerca pubblica e privata dedicata anche attraverso prove in campo aperto e, infine, risorse per ricerca di base e applicata. Come si vede una strategia precisa che individua nello sviluppo dei nuovi Ogm la salvezza per l’agricoltura italiana, dimentica di come il problema agricolo non sia risolvibile da una singola tecnologia.
Volendo semplificare si tratta dell’ennesima riproposizione di un paradigma riduzionista e scientista a un tema che, invece, andrebbe affrontato mettendo in discussione la modernizzazione stessa e il concetto di progresso che ci hanno portato alla situazione attuale. Purtroppo, a differenza di quanto successo ai tempi degli Ogm in cui la destra al governo si era fermamente opposta al loro utilizzo, oggi la situazione è cambiata.
La pagina Facebook del ministro Lollobrigida informa che “con la Legge di Bilancio 2025 destiniamo 21 milioni di euro alla ricerca” e che con questi fondi “sosteniamo lo sviluppo delle Tea, strumenti che consentono di migliorare le colture senza ricorrere agli Ogm”. Una presa di posizione precisa che, unita al decreto siccità del 2023 che permetteva la sperimentazione in pieno campo, fa dell’Italia uno dei Paesi europei più impegnato nel promuovere questa tecnologia.
Sono 21 milioni di euro i fondi stanziati dal Governo Meloni nell’ultima Legge di Bilancio per la “ricerca e sviluppo” delle Tea
Mentre si stanziavano queste risorse, il ministero ha ridotto il fondo destinato all’implementazione del Trattato Fao sulla diversità vegetale agricola a cui già dedicava soltanto un milione di euro all’anno circa. Sarà quindi ancora più difficile mantenere le banche delle sementi, luoghi deputati alla conservazione della biodiversità agricola per fini di ricerca o di uso diretto da parte degli agricoltori.
Ricordiamo che gestire queste banche non vuol dire solo mantenere le sementi nei frigoriferi, ma anche caratterizzarle e moltiplicarle ogni tanto per garantire buoni tassi di germinabilità. Un lavoro nascosto, delicato e rigoroso che non è sulla prima pagina dei giornali. Eppure, è in questi luoghi, che spaziano dai centri di Crea e Cnr, alle Università, agli orti botanici fino alle case delle sementi e ai campi degli agricoltori, che si cela il futuro della nostra agricoltura. Non saranno i nuovi Ogm o Tea con una spruzzata di Made in Italy a risvegliare l’agricoltura nostrana dalla crisi di senso e identità.
da Manuele Bartolini | Feb 18, 2025 | Collaborazioni redazionali, legislazione sementiera, Seminare il cambiamento
Il commercio agricolo globale è nelle mani di un pugno di grandi aziende che condizionano i sistemi alimentari. Non è solo un problema economico.
di Riccardo Bocci – Altreconomia 278 – Febbraio 2025
A novembre 2024 il comitato Agricoltura del Parlamento europeo ha commissionato uno studio dal titolo “The role of commodity traders in shaping agricultural markets”, per capire come sono strutturati i sistemi alimentari e chi li controlla, soprattutto in seguito alle crisi legate alla guerra in Ucraina. Certo non si tratta di un argomento nuovo. Sono almeno vent’anni che se ne parla e alcuni ricercatori come Phil Howard negli Stati Uniti raccontano da tempo come il libero mercato sia un’invenzione accademica, dominati come siamo da oligopoli o monopoli, e di come il problema non sia meramente economico o di fallimento del mercato, ma colpisca in maniera negativa le nostre vite.
Infatti Howard già nel libro del 2021 “Concentration and Power in the Food System: Who Controls What We Eat?” scriveva che “il potere delle aziende dominanti si estende ben oltre l’aspetto economico, per esempio, gli dà la possibilità di danneggiare comunità ed ecosistemi nella loro ricerca di profitti più alti di quelli medi”.
Quindi niente di nuovo sotto il sole? In realtà no, perché questo rapporto mette nero su bianco una serie di analisi che finora non avevano mai avuto una provenienza così istituzionale, ma erano considerate frutto di movimenti sociali fondamentalmente anticapitalisti. I “cattivi” dovrebbero essere ormai noti anche al grande pubblico. Si tratta di Archer Daniels Midland (Adm, attiva dal 1902), Bunge (1818), Cargill (1865) e Louis Dreyfus Company (Ldc, 1851), anche conosciuti con l’acronimo “Abcd”, che oggi controllano il 50-60% del mercato globale delle materie prime agricole, dato in diminuzione rispetto a pochi anni fa visto che stanno emergendo altri attori come Cofco international (China), Wilmar international e Olam group (Singapore) e Kernel (Ucraina).
Se, storicamente, le “Abcd” si concentravano sulle fasi di stoccaggio, trasporto e lavorazione primaria delle materie agricole, negli ultimi anni hanno intrapreso processi di integrazione orizzontale (acquisizione di competitori) e verticale (espansione in settori diversi come l’alimentazione animale anche di quelli domestici, i biocarburanti e più recentemente le proteine vegetali) che hanno aumentato la loro posizione dominante.
Il 50/60% è la quota del mercato globale delle materie prime agricole controllata dalle aziende Archer Daniels Midland, Bunge, Cargill e Louis Dreyfus Company (conosciute come “Abcd”)
Gli economisti non si sono mai preoccupati dei problemi causati da mono e oligopoli, troppo accecati dal fatto che questi processi di economie di scala avrebbero portato a una riduzione dei costi di transazione secondo la teoria economica, con supposti effetti benefici per tutti.
Purtroppo, si sono dimenticati i rischi presenti nel mondo reale, legati ad alti prezzi al consumo, bassi prezzi ai fornitori e ridotta innovazione. Per non citare il fatto che i gruppi dirigenti di queste società sono composti principalmente da maschi, bianchi e sessantenni.
Il rapporto si concentra sulle scorte strategiche delle materie prime, viste come possibile strumento per far fronte all’imprevedibilità dell’approvvigionamento alimentare dovuta a crisi e cambiamenti climatici. L’impatto della concentrazione del settore si fa sentire anche in questo caso, dato che “Abcd” non sono obbligate a rivelare le loro capacità, stimate intorno al 10% delle attuali scorte globali, ostacolando così un’analisi della situazione e la trasparenza del mercato.
L’ultima parte dell’analisi conferma il sempre maggior impatto della finanza e del mercato dei derivati sui prezzi delle derrate agricole, segnalando come “sebbene siano state introdotte numerose leggi dopo la crisi finanziaria del 2008, sussistono ancora lacune significative nella supervisione e nella regolamentazione dei mercati fisici e finanziari”.
Insomma, il quadro finale è a tinte fosche con pochi margini per immaginare trasformazioni del settore nei prossimi anni.
da Manuele Bartolini | Feb 3, 2025 | Articoli, Collaborazioni redazionali, legislazione sementiera, Seminare il cambiamento
Scambio delle sementi e gestione dinamica delle diversità intersecano discipline differenti. Il rigido approccio del ministero competente non aiuta.
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 277 – Gennaio 2025
Il 5 dicembre 2024 il ministero dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste (Masaf) ha finalmente pubblicato il decreto attuativo per permettere la commercializzazione di sementi di “Materiale eterogeneo biologico” (Meb). Si tratta di una nuova categoria di sementi non uniformi e non protette da proprietà intellettuale, istituita dal Regolamento sull’agricoltura biologica del 2018. È un importante passo avanti per la diversificazione dei sistemi sementieri, atteso da circa due anni, visto che il Regolamento sul bio è entrato in vigore nel gennaio 2022. Sarà così possibile notificare e commercializzare il Meb in maniera semplificata rispetto a quanto accade con le varietà convenzionali, che devono essere “Distinte, uniformi e stabili” (i famosi criteri Dus) per poterne vendere le sementi.
Ma perché questo ritardo nel rendere operativa una norma contenuta in un regolamento? Si trattava di un atto quasi dovuto che doveva solo individuare il soggetto a cui inviare i campioni e tradurre in italiano il facsimile di notifica.
L’iter di questo decreto ci racconta delle difficoltà delle strutture organizzative istituzionali a gestire temi complessi e trasversali, come per l’appunto il Meb. Infatti le sementi sono di competenza di un ufficio del Masaf, mentre il biologico è seguito da un altro ufficio, afferente a dipartimenti e, quindi, dirigenti diversi. Ovviamente chi si è sempre occupato di sementi convenzionali non ha visto di buon occhio le deroghe create dal regolamento bio e considera la possibilità di commercializzare sementi “non Dus” come un vulnus che mina le basi di tutto il sistema. D’altro canto, chi si occupa di biologico nel ministero è più pronto ad accettare questi nuovi concetti, stando a contatto con quegli attori che si sono battuti per ottenere queste deroghe per avere maggiore diversità nelle varietà usate nel biologico. Questi due uffici non si frequentano, purtroppo, e non esiste nessuno strumento che favorisca la loro integrazione.
Abbiamo un problema istituzionale. Non è più possibile gestire in maniera così specializzata e compartimentata temi che per loro natura sono transdisciplinari e attraversano più settori. È necessario, inoltre, costruire un nuovo sistema di trasparenza di questi processi decisionali che non può più basarsi sui classici strumenti di negoziazione sindacale. Ci sono nuovi attori da coinvolgere, in un’ottica partecipativa e inclusiva che renda le istituzioni e i loro procedimenti più vicini ai cittadini.
Sono necessari due anni anni per rendere operativa la norma che permette la vendita di sementi di “Materiale eterogeneo biologico”
Ad esempio, in questi mesi si sta negoziando il nuovo regolamento sulla commercializzazione del materiale di propagazione vegetale. Un tema centrale per l’agricoltura europea perché le sementi che usiamo definiscono i futuri sistemi agricoli e alimentari. Dopo la proposta della Commissione europea di luglio 2023 e il voto del Parlamento ad aprile 2024, ora la discussione è in seno al Consiglio, cioè ai vari ministeri dell’Agricoltura degli Stati membri. Ovviamente, l’ufficio che segue il dossier è quello delle sementi, ma il testo del Regolamento ha tra i suoi nuovi obiettivi la conservazione della biodiversità agricola e nuove regole per lo sviluppo di varietà biologiche. Si parla di gestione dinamica della diversità e di permettere a questo scopo lo scambio delle sementi tra agricoltori. Temi che non sono strettamente legati all’ufficio sementi, ma, piuttosto, di competenza di quello del biologico e di quei funzionari che si occupano di biodiversità. Quindi tre uffici diversi che, però, non comunicano tra loro. Ragione per cui non sappiamo come verrà fatta la sintesi della posizione italiana in seno al Consiglio e quale punto di vista sarà espresso.
Il rigido e ingessato apparato istituzionale ereditato dal secolo scorso non è più funzionale per rispondere alle sfide che abbiamo davanti.
da Manuele Bartolini | Gen 31, 2025 | Collaborazioni redazionali, legislazione sementiera, Seminare il cambiamento
di Riccardo Bocci – Tratto da Nautilus rivista – Gennaio 2025
Le sementi hanno un immaginario sociale che le fa uscire dall’essere solo un mezzo di produzione in agricoltura. Infatti, i nomi delle varietà, le loro caratteristiche sono legate alla nostra storia, un tempo definivano i nostri orizzonti simbolici, gusti e sapori sono legati alla nostra tradizione e alla cucina. Ma c’è di più. Chi controlla i semi, controlla il sistema alimentare e quello che mettiamo nei nostri piatti. Ecco perché parlare di sementi non è facile e tocca delle corde emotive che normalmente non sono considerate dai tecnicismi con cui di solito si tratta la materia agricola. Senza capire tutti questi fili che legano le sementi alle società non si possono realizzare delle serie politiche sementiere, in grado di rispondere a tutte le aspettative dei molti e variegati attori coinvolti. Soprattutto, però, non si riesce a spiegare l’interesse che questo mezzo tecnico ha per cittadini che, ormai, sono molto lontani dalla pratica del fare agricoltura. Nel mondo urbano, che idealizza l’agricoltura vissuta come un’arcadia di cartapesta, i semi hanno un ruolo centrale, diventando antichi, naturali, autoctoni o ancestrali, nel tentativo impossibile di richiamare un mondo contadino scomparso.
Difficile se non impossibile coniugare questa nuova cosmologia nostalgica con il sistema di leggi e regole che nel frattempo sono state sviluppate sulle sementi. Proviamo a fare una veloce sintesi. A livello europeo le sementi sono regolate da 12 differenti direttive che si occupano di definire quali sementi possono essere messe in commercio. Si tratta dei famosi criteri di Distinzione, Uniformità e Stabilità (DUS), che, in essere dagli anni ’60 del secolo scorso, hanno contribuito a far scomparire la diversità dalle nostre campagne. A livello internazionale abbiamo la Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD) e il relativo Protocollo di Nagoya che si occupano di definire le regole all’accesso alle risorse genetiche a fini di ricerca; il Trattato Internazionale sulle Risorse Genetiche Vegetali per l’Agricoltura e l’Alimentazione che definisce l’accesso alle sementi; e in ultimo la convenzione UPOV che riguarda la proprietà intellettuale sulle nuove varietà. In Italia, poi, il quadro si complica con la legge nazionale 194 del 2015 “Disposizioni per la tutela e la valorizzazione della biodiversità di interesse agricolo e alimentare” e le molte leggi regionali sulla agrobiodiversità. Come si capisce un mare di carta e burocrazia nel quale non è facile navigare.
Uno dei temi più di battuti è quello della proprietà: a chi appartengono i semi? Sono degli agricoltori che li coltivano? Delle ditte sementiere o dei ricercatori che creano le nuove varietà? Sono un bene comune, patrimonio dell’umanità? Oppure hanno un proprietario, il presunto inventore, così come capita a un qualsiasi oggetto?
Non è facile rispondere. Il sistema legale descritto prima ci racconta che le nuove varietà, se distinte, uniformi e stabile, sono di proprietà di chi le crea, addirittura si possono brevettare, con il classico brevetto industriale. All’opposto le varietà antiche, o meglio locali se vogliamo uscire dalla narrazione da Mulino bianco, sono in pubblico dominio perché non uniformi o troppo vecchie per essere protette. Ma cosa vuol dire pubblico dominio? Significa che giuridicamente non hanno un proprietario, ma un possessore: l’agricoltore che le coltiva. Quando, però, queste varietà locali vengono conservate nelle banche delle sementi pubbliche (di università e centri di ricerca) diventano di proprietà dello Stato stesso, in quanto la CBD ha dato la sovranità nazionale alla biodiversità che si trova nel suo territorio. Tecnicamente, quindi, non sono più patrimonio comune dell’umanità dall’entrata in vigore della CBD nel 1994 e non possono essere considerate un bene comune.
Tutto chiaro e definito? In realtà no. Se usciamo dal mondo delle varietà migliorate, protette e rispondenti ai criteri DUS, e entriamo in quello delle varietà diversificate (popolazioni, varietà locali, materiali eterogenei biologici, solo per nominare alcuni esempi), in pubblico dominio, ci si apre uno spazio incredibile in cui lavorare per ricostruire quei legami sociali che si sono persi intorno alle sementi, negoziando un nuovo sistema di regole che ogni comunità può definire intorno ad uso, scambio e circolazione delle proprie sementi. Non proprio un bene comune ad accesso libero, ma qualcosa di diverso dove l’azione collettiva trova la sua centralità nel processo di innovazione sociale e le sementi diventano volano per la costruzione di sistemi alimentari alternativi, non solo da un punto di vista agronomico.
Negli interstizi dimenticati dalla modernizzazione le sementi sono di chi se ne prende cura e le usa come strumento di costruzione di un’altra società.
da Manuele Bartolini | Dic 20, 2024 | Articoli, Collaborazioni redazionali, legislazione sementiera, Seminare il cambiamento
Il mondo agricolo chiede dazi “ambientali” e “sociali” contro l’accordo di libero scambio tra Ue e Mercosur. Facendo emergere l’ipocrisia sui pesticidi.
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 276 – Dicembre 2024
Hanno fatto discutere a fine novembre le trattative per la conclusione dell’accordo di libero scambio tra Unione europea e Mercosur, dopo circa un quarto di secolo di trattative. L’Ue creerebbe così un’area di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay con all’interno più di settecento milioni di persone.
Si tratta di un altro tassello verso quel processo di apertura dei mercati e globalizzazione commerciale che un tempo era oggetto di critica del pensiero altermondialista. Oggi si fa fatica anche solo a scoprire che questo accordo era in agenda nel G20 che si è tenuto in Brasile dal 14 al 19 novembre.
Le uniche voci contrarie sono rimaste quelle del mondo agricolo che, questa volta compatto, chiede la revisione di un accordo che viene visto come la pietra tombale sull’agricoltura europea a causa dell’eliminazione dei dazi alle importazioni dei prodotti agricoli del Mercosur.
Infatti, come al solito, l’Unione europea negozia l’apertura dei mercati altrui a beni industriali e servizi europei e offre l’ingresso di materie prime agricole nel proprio mercato. Il tutto è perfettamente funzionale con il modello di sviluppo nel quale siamo immersi: l’agricoltura è un settore residuale destinato a scomparire dalle economie a capitalismo avanzato, fatta salva la nicchia del cosiddetto prodotto di qualità (variamente etichettato), che però lega sempre più la materia prima alle zone dove il costo della manodopera è basso e limita la mera trasformazione al territorio europeo.
Insomma non è un errore per i funzionari di Bruxelles negoziare un accordo di questo tipo, è esattamente quello che hanno imparato nelle business school che hanno frequentato e quello che gli insegnano ogni giorno. Dominati da questo pensiero unico liberista, ai sindacati non resta che difendere una battaglia di retroguardia, affermando che l’accordo non è equo perché gli agricoltori del Mercosur non devono rispettare le regole ambientali europee e quindi i nostri cittadini si troverebbero dei prodotti con bassi standard qualitativi.
Le firme raccolte dalla petizione del Pesticide action network Europe e presentate alla Commissione europea sono 260mila
In questo caso, il Green deal e le norme ambientali, tanto avversate in altre occasioni dai sindacati agricoli, tornano a essere un utile appiglio per difendere la richiesta di dazi “ambientali” e “sociali”. È però difendibile una simile posizione che da un lato protegge il nostro mercato, ma dall’altro ha come orizzonte commerciale l’esportazione e quindi le aperture dei mercati altrui ai nostri prodotti? Senza mai rimettere in discussione il modello agricolo industriale.
Anche un altro problema emerge nelle relazioni Ue/Mercosur: la nostra falsa coscienza riguardo i pesticidi. Infatti se in Europa dopo anni di lotte le politiche agricole cominciano timidamente a parlare di una loro riduzione e della messa al bando di quelli “troppo” tossici (vedi anche la petizione lanciata dal Pesticide action network Europe con più di 260mila firme e presentata a novembre alla Commissione), in Sud America la situazione è molto diversa.
In Brasile, ad esempio, il loro uso è quadruplicato negli ultimi dieci anni. Si tratta in molti casi di principi attivi che da noi non sono più ammessi, ma che sono prodotti in Europa e poi esportati in America Latina. Quindi, ricapitolando, l’Ue attua delle politiche ambientali (che però si guardano bene dal bandire la produzione dei pesticidi non commercializzabili in Europa) per rendere più green l’agricoltura, ma allo stesso tempo promuove con le politiche commerciali un’apertura dei mercati che favorisce le importazioni agricole a basso costo da zone dove queste politiche non sono attuate e per di più esporta in questi Paese quei pesticidi che mette al bando sul territorio comunitario.
A prima vista potrebbe sembrare un’incoerenza o lo strabismo frutto di competenze e direzioni diverse della Commissione europea. Ma, in realtà, tutto ciò ha un nome: capitalismo.
da Manuele Bartolini | Nov 25, 2024 | Articoli, Collaborazioni redazionali, legislazione sementiera, Seminare il cambiamento
La questione agricola sarà tra i dossier più delicati per la prossima legislatura europea. Riuscirà il mondo dell’agroecologia a far sentire la sua voce?
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 275 – Novembre 2024
Si è aperta la stagione che dovrà definire la prossima politica agraria europea (Pac). A settembre 2024 si è insediata la nuova Commissione, che vede come responsabile dell’agricoltura Christophe Hansen, lussemburghese del gruppo dei Cristiano democratici.
La questione agricola sarà uno dei dossier più difficili da affrontare, da negoziare sotto il controllo della presidenza con la delega all’agricoltura al vicepresidente Raffaele Fitto. Infatti, prima delle elezioni avevamo lasciato Bruxelles sotto il tiro dei trattori, con la Commissione che aveva rivisto al ribasso le sue ambizioni ambientaliste.
Inoltre, mentre si consumava il parziale tradimento del Green deal agricolo, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen nel discorso sullo stato dell’Unione del 13 settembre 2023 aveva lanciato il dialogo strategico sul futuro dell’agricoltura dell’Ue, percorso iniziato nel gennaio 2024 con la partecipazione di 29 importanti stakeholder del settore agroalimentare europeo, della società civile, delle comunità rurali e del mondo accademico.
Questo gruppo il 4 settembre 2024 ha prodotto il report “Dialogo Strategico per il futuro dell’agricoltura europea”, frutto di sette incontri nei mesi precedenti. Uno dei punti interessanti del documento è la presa d’atto che “la modernità si riflette anche nel fatto che c’è sempre un pluralismo di opinioni su tali questioni fondamentali e sui concetti concreti, opinioni che possono essere contraddittorie e persino in parte inconciliabili. Pertanto, le controversie su questioni esistenziali come agricoltura, cibo e natura non sono solo inevitabili nelle società moderne, ma anche espressione della loro libertà.
In questo contesto, l’agricoltura, il finanziamento pubblico e le relative politiche devono essere ri-giustificati in base alle mutate condizioni sociali. Il reddito agricolo e la sicurezza alimentare sono argomenti importanti, ma devono essere integrati da argomenti che si concentrino in modo credibile sulla responsabilità ambientale e sociale e sui servizi ecosistemici che l’agricoltura dovrebbe fornire”.
A questo documento si rifà anche la presidente che, nella sua lettera pubblica al nuovo commissario Hansen del 17 settembre, individua la sua missione per i prossimi cento giorni. Hansen avrà l’arduo compito di coniugare le parole d’ordine europee -competitività, resilienza e sostenibilità- facendo lo sforzo di ascoltare tutte le voci per riprendere le raccomandazioni del Dialogo strategico e condensarle nella Visione per l’agricoltura e l’alimentazione.
Questa dovrà basarsi anche su tecnologie innovative e scienza, termini apparentemente neutrali ma che nascondono l’idea di basare il cambiamento in particolare sulle nuove tecniche genomiche. Interessante notare che la lettera presenta un nuovo campo d’azione strategico per il commissario: affrontare la diffusione mirata della disinformazione nelle aree rurali. Come dire, vogliamo evitare un’altra protesta dei trattori e il problema non è la visione europea e la crisi strutturale del mondo agricolo, ma la disinformazione degli agricoltori.
Le persone che lavorano nel settore agricolo nell’Ue sono 17 milioni, la loro età media è di 57 anni (Commissione europea)
Anche i sindacati si stanno organizzando per farsi trovare pronti, avendo appena eletto all’unanimità il nuovo presidente del Comitato delle organizzazioni professionali agricole della Comunità europea (Copa). Sarà l’italiano Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura, a gestire i futuri negoziati comunitari. Sembra, quindi, che i conflitti nazionali tra Coldiretti e Confagricoltura si siano dissolti a livello comunitario, dove marciano insieme.
E uno dei dossier sul tavolo di Copa è l’apertura auspicata alle Tecniche di evoluzione assistita (Tea), viste come la panacea per far fronte ai cambiamenti climatici. In questa griglia di partenza, che ruolo saranno in grado giocare cittadini, associazioni di agricoltori alternativi e ambientaliste per mettere all’ordine del giorno i valori di un’agricoltura finalmente agroecologica?