I dinosauri dell’agricoltura

I dinosauri dell’agricoltura

Il mondo dell’agroindustria non menziona ancora la crisi climatica e i sistemi produttivi alternativi. La transizione non basta. Serve una rivoluzione. 

a cura di Riccardo Bocci –  Tratto da Altreconomia 281 – Aprile 2025

Il 19 febbraio 2025 il commissario europeo all’Agricoltura Christophe Hansen ha reso noto il documento “Una visione per l’agricoltura e l’alimentazione”. Non voglio commentarlo ma analizzare come è stato accolto dal mondo agroindustriale attraverso le parole di uno dei suoi portavoce più illustri: quelle di Paolo De Castro, l’ex europarlamentare Pd e già ministro dell’Agricoltura. L’intervista rilasciata al quotidiano ItaliaOggi, il giorno prima della conferenza del commissario, è un ottimo esempio per capire quanto ancora la politica agricola sia narrata con un linguaggio vecchio e ormai vuoto.

Dalle argomentazioni esposte sembra che De Castro sia rimasto al secolo scorso, completamente immerso nella retorica della modernità. Il problema agricolo è ancora vissuto come un negoziato sindacale per le risorse e non come la tragedia di un settore economico che è causa e, allo stesso tempo, vittima dei cambiamenti climatici. L’urgenza di attuare una rivoluzione per ripensare e ristrutturare il fare agricoltura oggi è completamente assente. Uso consapevolmente il termine “rivoluzione” e non “transizione” per evidenziare che il passaggio non è indolore o neutro, ma frutto di un conflitto tra diverse visioni di società. De Castro plaude al ritorno della competitività come tema chiave.

Ma quale senso ha oggi usare questa parola? Con chi deve competere l’agricoltore italiano? E su quale mercato? Il modello è il Parmigiano Reggiano o il prosciutto di Parma da esportare in Cina o il prosecco in America? Cioè pochi prodotti di nicchia, basati su sistemi produttivi che stanno desertificando le zone su cui insistono? Nel 2025 dovrebbe essere evidente, ormai, che alcuni di questi sono diventati distruttivi e dobbiamo sostenere solo quelli che sono anche riproduttivi delle condizioni di vita.

Purtroppo però De Castro afferma compiaciuto che finalmente la Commissione europea a Bruxelles ha capito che “la dimensione economica e sociale diventa prioritaria rispetto a quella ambientale”. Il richiamo alla modernità novecentesca si ritrova in altri passaggi dell’intervista. La debolezza strutturale dell’agricoltore nel sistema agroalimentare si risolve tramite il rafforzamento delle filiere, non come suggeriva anni fa il sociologo Johannes van Der Ploeg, scollegandosi dai mercati dei fattori produttivi e dei prodotti. La sua proposta della “ricontadinizzazione” non era un ritorno al passato ma il tentativo di traghettare nel futuro il ruolo dell’agricoltore, privato di senso dall’essere diventato un imprenditore agricolo.

Il valore delle esportazioni di prodotti agroalimentari italiani nel 2024 è stato di 69,1 miliardi di euro, che fanno segnare un nuovo record e un aumento del 7,5%. Tra i principali Paesi di destinazione ci sono la Germania, gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Bretagna (fonte: Coldiretti su rielaborazione dati Istat).

E qui De Castro si dimostra un dinosauro prima dell’estinzione, affermando che “l’agricoltore cerca di fare profitto e ridurre i costi”. Quanto di più lontano dalla molteplicità di forme in cui oggi nelle campagne si sta cercando di ridare un senso a questa professione. In questo modello del secolo scorso compare anche il consumatore, come naufrago in un mare di etichette, il cui senso non è più chiaro neanche ai produttori che le usano. De Castro si felicita di avere l’origine della materia prima in etichetta, dimentico del gioco delle tre carte su cui si basa il “Made in Italy”, in cui solo il processo di lavorazione resta nel Paese.Green

E in ultimo non poteva mancare il tema della scienza. Fare a meno della chimica pericolosa, i pesticidi che il Green Deal ha tentato di ridurre, è possibile solo se agli agricoltori si dà un’alternativa costituita dalle Nuove tecniche genomiche (Ngt). Insomma si continua nel modello agroindustriale sostituendo la chimica con la biologia, senza modificare il paradigma alla base. Sistemi produttivi alternativi, come il biologico, non trovano spazio in questa narrazione riduzionista e modernizzatrice.

Non sarà la tecnologia a salvare l’agricoltura

Non sarà la tecnologia a salvare l’agricoltura

I nuovi Ogm sono l’ennesimo paradigma riduzionista e scientista. Mentre le centrali cooperative rinunciano a difendere la biodiversità.

di Riccardo Bocci – Altreconomia 279 – Marzo 2025

Quale sarà il futuro dell’agricoltura italiana? A sentire la discussione che si è tenuta il 29 e 30 gennaio a Verona, durante la Fieragricola, la linea è tracciata: i nuovi organismi geneticamente modificati (Ogm)/new genomic techniques (Ngt) o tecniche di evoluzione assistita (Tea), come li chiamiamo in Italia, sono l’innovazione da cui non si può prescindere.

Il Manifesto definito durante la Fiera vede la firma di tutte le componenti sindacali (Cia, Coldiretti e Confagricoltura), che già in più occasioni si sono espresse con slancio per queste tecnologie, ma anche il mondo delle cooperative nelle sue varie colorazioni (Legacoop, Confcooperative e Copagri) e, ovviamente, Assobiotec e Assosementi.

Rispetto alla partita giocata venti anni fa intorno agli Ogm il panorama è completamente diverso. Una parte del mondo sindacale ha “cambiato sponda”, così come quello delle cooperative, mentre la grande distribuzione organizzata resta silente a osservare, tanto ormai ha in mano il mercato, come certifica il XXI Rapporto Marca realizzato da Circana, che indica la marca del distributore (Mdd) al 30,1% delle vendite del largo consumo confezionato. Non vedremo mai, quindi, la pubblicità della fragola con la lisca di pesce nei supermercati, che tanto impatto ha avuto nel costruire l’immaginario sugli Ogm nei cittadini.

Il Manifesto sulle Tea siglato a Verona chiede cose precise al governo italiano: un comitato interministeriale per seguire e favorire l’approvazione del regolamento europeo che si sta negoziando, un Tavolo permanente dedicato, una campagna di comunicazione istituzionale che dovrebbe “convincere” cittadini e agricoltori a usare questa tecnologia, una rete di ricerca pubblica e privata dedicata anche attraverso prove in campo aperto e, infine, risorse per ricerca di base e applicata. Come si vede una strategia precisa che individua nello sviluppo dei nuovi Ogm la salvezza per l’agricoltura italiana, dimentica di come il problema agricolo non sia risolvibile da una singola tecnologia.

Volendo semplificare si tratta dell’ennesima riproposizione di un paradigma riduzionista e scientista a un tema che, invece, andrebbe affrontato mettendo in discussione la modernizzazione stessa e il concetto di progresso che ci hanno portato alla situazione attuale. Purtroppo, a differenza di quanto successo ai tempi degli Ogm in cui la destra al governo si era fermamente opposta al loro utilizzo, oggi la situazione è cambiata.

La pagina Facebook del ministro Lollobrigida informa che “con la Legge di Bilancio 2025 destiniamo 21 milioni di euro alla ricerca” e che con questi fondi “sosteniamo lo sviluppo delle Tea, strumenti che consentono di migliorare le colture senza ricorrere agli Ogm”. Una presa di posizione precisa che, unita al decreto siccità del 2023 che permetteva la sperimentazione in pieno campo, fa dell’Italia uno dei Paesi europei più impegnato nel promuovere questa tecnologia.

Sono 21 milioni di euro i fondi stanziati dal Governo Meloni nell’ultima Legge di Bilancio per la “ricerca e sviluppo” delle Tea

Mentre si stanziavano queste risorse, il ministero ha ridotto il fondo destinato all’implementazione del Trattato Fao sulla diversità vegetale agricola a cui già dedicava soltanto un milione di euro all’anno circa. Sarà quindi ancora più difficile mantenere le banche delle sementi, luoghi deputati alla conservazione della biodiversità agricola per fini di ricerca o di uso diretto da parte degli agricoltori.

Ricordiamo che gestire queste banche non vuol dire solo mantenere le sementi nei frigoriferi, ma anche caratterizzarle e moltiplicarle ogni tanto per garantire buoni tassi di germinabilità. Un lavoro nascosto, delicato e rigoroso che non è sulla prima pagina dei giornali. Eppure, è in questi luoghi, che spaziano dai centri di Crea e Cnr, alle Università, agli orti botanici fino alle case delle sementi e ai campi degli agricoltori, che si cela il futuro della nostra agricoltura. Non saranno i nuovi Ogm o Tea con una spruzzata di Made in Italy a risvegliare l’agricoltura nostrana dalla crisi di senso e identità.

Chi controlla che cosa mangiamo

Chi controlla che cosa mangiamo

Il commercio agricolo globale è nelle mani di un pugno di grandi aziende che condizionano i sistemi alimentari. Non è solo un problema economico.

di Riccardo Bocci – Altreconomia 278 – Febbraio 2025

A novembre 2024 il comitato Agricoltura del Parlamento europeo ha commissionato uno studio dal titolo “The role of commodity traders in shaping agricultural markets”, per capire come sono strutturati i sistemi alimentari e chi li controlla, soprattutto in seguito alle crisi legate alla guerra in Ucraina. Certo non si tratta di un argomento nuovo. Sono almeno vent’anni che se ne parla e alcuni ricercatori come Phil Howard negli Stati Uniti raccontano da tempo come il libero mercato sia un’invenzione accademica, dominati come siamo da oligopoli o monopoli, e di come il problema non sia meramente economico o di fallimento del mercato, ma colpisca in maniera negativa le nostre vite.

Infatti Howard già nel libro del 2021 “Concentration and Power in the Food System: Who Controls What We Eat?” scriveva che “il potere delle aziende dominanti si estende ben oltre l’aspetto economico, per esempio, gli dà la possibilità di danneggiare comunità ed ecosistemi nella loro ricerca di profitti più alti di quelli medi”.

Quindi niente di nuovo sotto il sole? In realtà no, perché questo rapporto mette nero su bianco una serie di analisi che finora non avevano mai avuto una provenienza così istituzionale, ma erano considerate frutto di movimenti sociali fondamentalmente anticapitalisti. I “cattivi” dovrebbero essere ormai noti anche al grande pubblico. Si tratta di Archer Daniels Midland (Adm, attiva dal 1902), Bunge (1818), Cargill (1865) e Louis Dreyfus Company (Ldc, 1851), anche conosciuti con l’acronimo “Abcd”, che oggi controllano il 50-60% del mercato globale delle materie prime agricole, dato in diminuzione rispetto a pochi anni fa visto che stanno emergendo altri attori come Cofco international (China), Wilmar international e Olam group (Singapore) e Kernel (Ucraina).

Se, storicamente, le “Abcd” si concentravano sulle fasi di stoccaggio, trasporto e lavorazione primaria delle materie agricole, negli ultimi anni hanno intrapreso processi di integrazione orizzontale (acquisizione di competitori) e verticale (espansione in settori diversi come l’alimentazione animale anche di quelli domestici, i biocarburanti e più recentemente le proteine vegetali) che hanno aumentato la loro posizione dominante.

Il 50/60% è la quota del mercato globale delle materie prime agricole controllata dalle aziende Archer Daniels Midland, Bunge, Cargill e Louis Dreyfus Company (conosciute come “Abcd”)

Gli economisti non si sono mai preoccupati dei problemi causati da mono e oligopoli, troppo accecati dal fatto che questi processi di economie di scala avrebbero portato a una riduzione dei costi di transazione secondo la teoria economica, con supposti effetti benefici per tutti.

Purtroppo, si sono dimenticati i rischi presenti nel mondo reale, legati ad alti prezzi al consumo, bassi prezzi ai fornitori e ridotta innovazione. Per non citare il fatto che i gruppi dirigenti di queste società sono composti principalmente da maschi, bianchi e sessantenni.

Il rapporto si concentra sulle scorte strategiche delle materie prime, viste come possibile strumento per far fronte all’imprevedibilità dell’approvvigionamento alimentare dovuta a crisi e cambiamenti climatici. L’impatto della concentrazione del settore si fa sentire anche in questo caso, dato che “Abcd” non sono obbligate a rivelare le loro capacità, stimate intorno al 10% delle attuali scorte globali, ostacolando così un’analisi della situazione e la trasparenza del mercato.

L’ultima parte dell’analisi conferma il sempre maggior impatto della finanza e del mercato dei derivati sui prezzi delle derrate agricole, segnalando come “sebbene siano state introdotte numerose leggi dopo la crisi finanziaria del 2008, sussistono ancora lacune significative nella supervisione e nella regolamentazione dei mercati fisici e finanziari”.

Insomma, il quadro finale è a tinte fosche con pochi margini per immaginare trasformazioni del settore nei prossimi anni.

L’agricoltura non funziona a compartimenti stagni

L’agricoltura non funziona a compartimenti stagni

Scambio delle sementi e gestione dinamica delle diversità intersecano discipline differenti. Il rigido approccio del ministero competente non aiuta.

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 277 – Gennaio 2025

Di chi sono le sementi? 

Di chi sono le sementi? 

di Riccardo Bocci – Tratto da Nautilus rivista – Gennaio 2025

La pietra tombale sull’agricoltura europea

La pietra tombale sull’agricoltura europea

Il mondo agricolo chiede dazi “ambientali” e “sociali” contro l’accordo di libero scambio tra Ue e Mercosur. Facendo emergere l’ipocrisia sui pesticidi.

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 276 – Dicembre 2024