“Gli agronomi italiani farebbero buon viso oggi ad un libro che registrasse tutte le varietà delle Uve che si coltivano nella penisola, ne stabilissero dei caratteri, ne determinassero la sinonimia per il variare delle forme e delle proprietà, per le differenze di dialetti, per la corruzione di nomi, e per la introduzione di varietà e di nomi stranieri, poco meno che inestricabile. Il Micheli tentò appunto cotesta impresa nella sua Istoria delle viti”
(Adolfo Targioni Tozzetti)
Pier Antonio Micheli (Firenze 11 dicembre 1679 – 2 gennaio 1737) Di umili origini, si interessò alla botanica fin da giovanissimo manifestando una capacità di osservazione fuori dal comune. Amico di Padre Bruno Tozzi, importante botanico in
contatto con il mondo scientifico europeo, compì fin da giovanissimo numerosi viaggi di erborizzazione nei dintorni di Firenze. Le sue ampie conoscenze e la stima universale che si era guadagnato permisero a Micheli di essere introdotto alla corte di Cosimo III, penultimo granduca e appassionato cultore di botanica. Tuttavia le sue origini ed il fatto di non aver conseguito una laurea e – cosa non di poco conto – di non conoscere il latino, impedirono al Micheli di ottenere importanti cariche universitarie come forse avrebbe meritato. Nel 1706 fu nominato Aiuto Custode dell’Orto dei Semplici dell’Università di Pisa, allora curato da Michelangelo Tilli, nel 1716 fondò la Società Botanica Fiorentina, primo sodalizio botanico del mondo, che trovò da subito ospitalità nel Giardino de’ Semplici di Firenze, del quale ne fu responsabile fino al 1734. Attento osservatore e infaticabile raccoglitore di piante, Micheli contribuì alla diffusione del sistema di classificazione di Tournefort alternando all’attività di responsabile del Giardino de’ Semplici, viaggi ed erborizzazioni in varie parti d’Italia e d’Europa. Le sue osservazioni non si limitarono solo alla botanica o alla micologia – di cui è considerato uno dei fondatori – ma si aprirono allo studio della biodiversità agricola: le sue carte sono preziose perché raccolgono le descrizioni precise di centinaia di varietà di piante fruttifere oggi in parte scomparse o disperse. I suoi manoscritti comprendono oltre 90 specie di fichi, 37 di noci, 44 di castagne, 187 di uva (edite nel 2008 a cura del Consorzio vino Chianti), oltre 100 varietà di agrumi, 52 di susine, 11 di albicocche, 36 di pesche 45 di ciliegie e 94 di mandole (in fase di stampa) oltre a 232 pere e oltre 40 di mele, nespole, e altri fruttiferi ai quali si aggiungono anche le varietà descritte per l’Ulivo (stampate a cura dell’Accademia dei Georgofili nel 1998). A queste descrizioni spesso corredate da disegni acquerellati di ottima fattura, si aggiungono le più brevi descrizioni di specie orticole e graminacee contenute, insieme alle prime, nei dieci tomi delle Enumeratio quarundam plantarum, sibi per Italian et Germaniam observatarum. La ricchezza varietale descritta dal Micheli è peraltro dipinta con estremo dettaglio e precisione da Bartolomeo Bimbi che, con le sue monumentali nature morte realizzate per il Granduca, ci permette di apprezzare in pieno le capacità del Micheli. La vita di Pier Antonio Micheli è raccontata con singolare vivacità e affetto dal suo più caro allievo, Giovanni Targioni Tozzetti (1712-1783), che acquistò ed ereditò gran parte del materiale del botanico fiorentino. All’apice della sua carriera Micheli fu colpito da malattia fulminante e rapidamente morì il 2 gennaio 1737 lasciando incompiute e inedite gran parte delle sue opere.
Le vite di Emanuele e Ugo De Cillis sono strettamente legate alla storia del frumento in Italia: sono stati i primi a fare un repertorio delle varietà coltivate in Italia, fonte molto preziosa per il lavoro che si sta facendo a partire dalle varietà da loro descritte. Emanuele De Cillis si laureò nel 1887 alla Scuola Superiore di Scienze Agrarie di Portici come Nazareno Strampelli e molti altri agronomi dei primi del novecento.
Iniziò da subito ad insegnare nelle scuole pratiche di agricoltura della Sicilia e a portare avanti pazienti lavori sperimentali sul potere fertilizzante delle leguminose e dei sovesci nei paesi caldo asciutti così da maturare un impegno meridionalista che restò costante nella sua carriera scientifica e politica. Le sue ricerche sulla fertilità si contrapponevano alle teorie mineraliste predominanti in Europa e, con una serie di pubblicazioni tra il 1894 e il 1909, elaborò la teoria
della fertilità dinamica e inte- grale del terreno che lo portarono a vincere per concorso la cattedra di agronomia nella facoltà di agraria di Portici. Grazie ai contatti che aveva intrattenuto con i 39 “cattedratici” delle cattedre ambulanti provinciali italiane, tra il 1925 e il 1927,si adoperò per realizzare il primo elenco sistematico dei frumenti maggiormente coltivati in Italia. Fu quindi incaricato di allestire la prima mostra sui grani italiani e ne curò il volume I grani d’Italia (Roma 1927) in cui descrisse da un punto di vista fisiologico ed agronomico tutte le varietà di grano coltivate insieme agli avvicendamenti colturali tipici di ogni regione legando così la produzione delle varietà locali con le pratiche agronomiche e l’ambiente di coltivazione. Negli anni venti si accostò al fascismo e collaborò all’impostazione della battaglia del grano portando la questione meridionalista al centro del dibattito con il volume Le basi tecniche della cerealicoltura meridionale (Potenza 1930). Durante la sua carriera produsse più di centocinquanta pubblicazioni. Morì a Napoli il 19 marzo 1952. Ugo De Cillis studiò a Portici e seguì il lavoro del padre Emanuele sia rispetto agli studi sulle concimazioni che alla necessità di distinguere una cerealicoltura di ambienti aridi, tipica del mezzogiorno, da una presunta cerealicoltura nazionale che in realtà riguardava piuttosto il centro e il nord dell’Italia. Nel 1927 fu nominato Commissario della Stazione Sperimentale di Granicoltura per la Sicilia e continuò le sue ricerche pubblicando La granicoltura nell’Italia meridionale e insulare (Catania 1933), La granicoltura siciliana e le basi del suo miglioramento (Catania 1933), La concimazione come fattore di fertilità del terreno (Catania 1939) e La meridionalizzazione delle sementi di frumento (Portici 1941). Negli anni 40 realizzò in Sicilia una sistematica raccolta di “varietà locali” di frumento, con l’obiettivo di conservarne le sementi e procedere alla caratterizzazione morfologica, biologica e tecnologica. Con lungimiranza De Cillis riteneva che la tutela e salvaguardia di questo patrimonio locale fosse necessario per attuare processi di miglioramento varietale soprattutto nei confronti dei contesti agronomici dell’isola, caratterizzati da ampia variabilità ambientale. Così al termine del suo lavoro pubblicò I Frumenti Siciliani (Catania 1942), una monografia completa di informazioni e schede fenologiche di 45 varietà locali, permettendo oggi di orientare meglio il lavoro di valorizzazione delle antiche popolazioni di frumento che proprio sul suo lavoro possono fare riferimento come documento di riferimento storico. Oggi le accessioni dei frumenti siciliani collezionati da De Cillis sono ancora custodite nella collezione della Stazione di Granicoltura di Caltagirone.
Prima dell’introduzione del mais nelle campagne venete le granaglie coltivate da polenta erano il grano saraceno (Fagopyrum sagittatum, detto Formentòn) e la saggina (Sorghum vulgare, detta Meliga o più comunemente sorgo). In una pubblicazione del 1549 si trova una nota sulla prima coltivazione del mais in Italia, tra Rovigo e Verona infatti erano coltivate a scopo alimentare una varietà di mais bianco ed una varietà rossa. La sua diffusione in Veneto fu piuttosto veloce giungendo nel 1637 ad essere ampiamente conosciuto in tutto il territorio. Verso il 1890 a Marano Vicentino, l’agricoltore e cavaliere Antonio Fioretti eseguì l’incrocio del mais locale Nostrano di Marano, precoce, con pannocchia conica, corta e non molto colorita, poco produttivo, con il Pignoletto d’Oro coltivato a Rettorgole di Caldogno, leggermente più produttivo del Nostrano e caratterizzato da chicchi vitrei quasi rossi dai quali si traeva una farina di qualità superiore.
Fin da principio l’idea di Fioretti fu molto chiara: ottenere una pianta che portasse almeno due spighe o più, adatta alla coltivazione come secondo raccolto per raggiungere rese più elevate e dare un maggior reddito agli agricoltori. Il mais locale servì da impollinatore e, a partire dal primo raccolto, Fioretti mise in atto negli anni successivi una sistematica selezione di massa con lo scopo di fissarne i caratteri, la qualità e di accrescerne la fertilità e la produttività. Le semine e le selezioni si susseguirono per vent’anni nei campi sperimentali della villa di famiglia dei Fioretti fino ad ottenere una varietà con pannocchie piccole, quasi cilindriche ed allungate, numero di ranghi da 14 a 16 e andamento leggermente a spirale, colore dei
grani quasi rosso con un bellissimo aspetto vitreo e tutolo sottile di colore bianco così da avere una resa in granella sempre elevata. Un altro pregio inconfondibile di questo mais era la sua farina che presentava un maggior contenuto proteico e in sostanze grasse così da assicurare un’ottima polenta dal colore molto acceso. La pianta riusciva a produrre fino a quattro spighe, di cui solo le prime due fertili e produttive, con rese medie di 35 quintali ad ettaro ed fino a 40-50 quintali in condizioni ideali, proprio come voleva Fioretti!Nel 1934 la Stazione Sperimentale di Maiscoltura di Lonigo e l’Ispettorato Provinciale dell’Agricoltura di Vicenza furono incaricate di portare a conclusione la selezione del mais Marano. Già nel 1937 il grande esperto Professor Zapparoli lo definiva un granturco prezioso dai risultati sorprendenti. Negli Itinerari gastronomici vicentini di Eugenio Candiago alla voce polenta scrisse “pregiatissimo è il granturco della campagna di Marano Vicentino”. Nel 1940 il grano marano ottenne finalmente il riconoscimento governativo quale produzione in zona tipica. Alla morte di Antonio Fioretti furono i suoi figli ad occuparsi del Marano, in particolare Daniele Fioretti, agronomo di professione, che pubblicò due articoli sulla rivista L’Agricoltura Vicentina dove spiegava la necessità di coltivarlo al posto degli ibridi. Tuttavia, dall’immediato dopoguerra, l’introduzione degli ibridi soppiantò la coltivazione del Marano fino ad essere cancellato dalle liste varietali nel 1982, compromettendone così la coltivazione e la commercializzazione, anche se ha continuato ad essere coltivato in forma amatoriale da numerosi agricoltori.Nel 1999 è nato il Consorzio di Tutela del Mais Marano per iniziativa di alcuni produttori alto-vicentini e con l’appoggio di Camera di Commercio, Coldiretti, Comune di Marano, Comune di Schio, del gruppo Ristoratori Scledensi e con il sostegno tecnico-scientifico dell’Istituto di Genetica e Sperimentazione Agraria Strampelli. Il Consorzio ha avviato una nuova registrazione presso l’ENSE con il nome Mais Marano Vicentino poi decaduta e non più rinnovata. Lo scopo principale del consorzio infatti è stato fin dall’inizio il recupero di questa varietà di mais, che ha rischiato di andar persa per sempre, la sua contestualizzazione nella storia locale degli uomini che l’hanno vissuta, ma soprattutto la sua messa in produzione perché ancora oggi il Marano può avere un ruolo significativo nell’economia di molte aziende agricole. Nel 2010 è nata quindi la Cooperativa Mais Marano che si occupa della commercializzazione di farina di Marano tipo fioretto macina a cilindri, farina integrale macinata a pietra, polenta “in mattonella“, gallette ed un liquore locale. Il prossimo passo della cooperativa sarà la costruzione di un mulino artigianale per la produzione di farina di mais Marano.
Juliana Ferraz da Rocha Santilli, giurista e socioambientalista, di cui va ricordato in particolare l’impegno ultradecennale sul tema dell’agrobiodiversità e dei diritti degli agricoltori, lo scorso 18 novembre ci ha lasciato dopo una lotta di quasi due mesi contro le sequele di un’ictus. Assieme al marito Marcio Santilli, fu socia-fondatrice dell’Instituto Socioambiental (ISA), ong brasiliana di rilievo e riferimento nazionale ed internazionale.
Pubblico Ministero del Distretto Federale (sede della capitale Brasilia), Juliana aveva 50 anni, era dottore di ricercain Diritto Socioambientale (Pontificia Università Cattolica del Paraná), ed autrice di diversi articoli su temi inerenti ai diritti socioambientali, nonché di libri tra cui vanno ricordati: Socioambientalismo e novos direitos: proteção jurídica à diversidade biológica e cultural e e direitos dos agricultores,frutto della tesi di dottorato ed opera di riferimento sul tema agrobiodiversità e diritti degli agricoltori, sia in Brasile che in ambito internazionale, anche a partire dalla versione aggiornata successivamente pubblicata in inglese:Agrobiodiversity and the Law: regulating genetic resources, food security and cultural diversity. Juliana era inoltre ricercatrice associata al programma di ricerca franco-brasiliano PACTA – Popolazioni locali, agrobiodiversitá e saperi tradizionali, sviluppatoin collaborazione tra l’Institut de Recherche pour le Développement (IRD) e la Universidade Estadual de Campinas (UNICAMP). Vedasi: https://projetopacta.wordpress.com/ Attivista instancabilenella difesa di agrobiodiversità,sovranità alimentare, saperi tradizionali, lascia unfiglio, Lucas, di 19 anni. A Lucas, oltre che a suo padre Marcio, compagno di vita e militanza di Juliana, il forte abbraccio solidale della RSR e di quanti, in Italia, si sentono partecipi degli ideali e delle battaglie comuni a quelle che erano di Juliana.
Condividiamo le parole a lei dedicate dagli agricoltori brasiliani del Centro di Agricoltura Alternativa (CAA) del Nord di Minas Gerais, con cui Juliana aveva lavorato più intensamente negli ultimi anni:
Juliana (Santilli) esteve no sertão e nunca mais se foi. Com ela aprendemos os valores imensuráveis que se escondem no germe de uma semente. Com ela a agricultura deixou o singular e saltou ao plural, mesmo mantendo sua singularidade. Sua diversidade nunca se fez só, pois sempre havia um povo, uma comunidade, uma família, uma agricultora ou um agricultor se fazendo – juntos. Juliana se apoiou na delicadeza de uma semente que se escondia sob um simples grão e nos desvendou os complexos subterrâneos jurídicos de tentativa de aprisionamento daquilo que, por natureza, se fez por ser livre; com ela ousamos trilhar os caminhos inseguros, pantanosos, onde os direitos dos agricultores se chocavam com os poderosos interesses das corporações. Com Juliana Santilli, os sertanejos do Norte de Minas e do Vale do Jequitinhonha se descobriram participantes de um mundo muito maior do que podíamos supor pois, como ela mesma nos disse, são imbricados os patrimônios genético e cultural presentes no planeta. Foi nessas ousadias que Juliana aportou nos corações de tantos e tantas que no sertão vivem, que do sertão vivem. Acompanhamos desde aqui, no silêncio das noites sem fim, sua luta que, de repente, mudou de planos, como a nos dizer a todos que a vida, como um sopro, continua como frutos, que também continuam como sementes e vão germinar em outros mundos, deixando em nossas memórias o aroma do seu encantamento. Juliana esteve no sertão e nunca mais se foi, pois as sementes que por aqui espalhou frutificaram. E seguem todas em seu mundo encantado. Juliana esteve na aldeia e nunca mais se foi. Juliana esteve na floresta e nunca mais se foi. Juliana esteve onde esteve e ficou para sempre. Leva o carinho e o reconhecimento de centenas e centenas de pessoas, famílias e comunidades que tiveram a honra de conhecer Juliana Santilli. Carlos Dayrell, Centro de Agricultura Alternativa do Norte de Minas
“Una comunità internazionale litigiosa che insiste sui diritti sovrani, su ciò che si è evoluto molto prima degli inizi della civilizzazione, è probabile che perderà nel lungo periodo ciò che cerca di sfruttare nel breve periodo.”
Otto Frankel, nato in Austria nel 1900 e morto in Australia nel 1998, è stato una figura chiave nel mondo della conservazione delle risorse genetiche a livello internazionale. Agronomo di formazione, genetista di professione, prima ricercatore e poi nel Consiglio di Amministrazione del Commonwealth Scientific and Industrial Research Organization in Australia dal 1951 al 1966, Otto cominciò a interessarsi di biodiversità agricola una volta in pensione. Dal 1966 infatti il suo lavoro è stato dedicato alla conservazione della diversità agricola,
come testimoniano i molti articoli e libri da lui pubblicati, l’ultimo – The conservation of plant genetic resources – nel 1995, ultranovantenne. Si deve a Otto Frankel e alla sua collega Erna Bennett (vedi Notiziario n. 00 dell’aprile 2011) la creazione dei termini “risorse genetiche”, per definire l’insieme del patrimonio varietale accumulato nel tempo dagli agricoltori durante l’evoluzione dell’agricoltura, e “erosione genetica”, per definire la riduzione di questo patrimonio con la modernizzazione dell’agricoltura. Era il 1967, Frankel e Bennett avevano organizzato la prima conferenza scientifica internazionale su Esplorazione, Utilizzazione e Conservazione delle Risorse Genetiche Vegetali con il supporto della FAO e del Programma Biologico Internazionale (IBP). Questa conferenza diede il via al lavoro di un gruppo di esperti specializzati sulla conservazione delle risorse genetiche, coordinato dal duo Frankel e Bennett, che elaborò un programma di lavoro ed una serie di raccomandazioni. Nel 1972 Otto presentò questi risultati al Comitato Tecnico del Gruppo Consultivo sulla Ricerca Agricola Internazionale (CGIAR) e, in maniera del tutto inaspettata, si ritrovò a fare una relazione alla Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente Umano riscuotendo l’interesse di molti delegati. Grazie a questo intervento nelle Raccomandazioni approvate dalla Conferenza sono contenute una serie di attività per la conservazione delle risorse genetiche agricole ed il tema arrivò così alla pubblica opinione. Da allora le risorse genetiche agricole sono diventate un terreno di scontro internazionale tra nord e sud e tra modelli e strategie di conservazione (ex situ o on farm). Nel 1977 in un suo intervento pubblico affermò che la scala dell’impatto dell’uomo sulla variabilità genetica, sia domestica che selvatica, è tale che non è più possibile proclamare la nostra innocenza evolutiva, “abbiamo acquisito una responsabilità evolutiva e dobbiamo sviluppare un’etica evolutiva. Nutriamo la varietà perché senza di essa la vita avrà fine”. Con il tempo divenne sempre meno ottimista sulla validità della sua idea di una rete mondiale di collezioni come spina dorsale della strategia di conservazione e sempre più convinto dei benefici della conservazione in situ delle specie selvatiche, pur rimanendo incerto fino alla fine su dove tracciare la linea tra l’obiettivo impossibile di conservare tutto e l’approccio utilitaristico di conservare solo le specie di probabile utilità. Nel 1993 è stata istituita la borsa di ricerca internazionale Vavilov-Frankel sulle risorse genetiche agricole.
“Io sono locale, rurale, comunitario. E ho scoperto che il mondo intero è una comunità. Abbiamo fatto progressi nell’affermare a livello globale in nostri diritti locali comunitari. Continueremo a fare questo”
Tewolde Berhan (1940-2023), laureatosi nel 1963 all’Università di Addis Abeba ha poi conseguito il dottorato presso l’Università del Galles nel 1969. Ritornato all’Università di Addis Abeba, tra il 1974-79 ha ricoperto la carica di Preside della Facoltà
di Scienze. Dal 1978 al 1983 è stato il responsabile dell’Erbario Nazionale, tra il 1983-91 Presidente dell’Università di Aswara e tra il 1991-94 Direttore del Segretariato per la Strategia di Conservazione Etiope. Da allora ha ricoperto la carica di Direttore Generale dell’Autorità di Protezione Ambientale dell’Etiopia che è in realtà il Ministero dell’Ambiente del Paese. Durante gli anni ’90 Tewolde si è fortemente impegnato nei negoziati dei diversi forum sulla biodiversità, in particolare nella Convenzione sulla Diversità Biologica (CDB) e nell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO). In questo periodo ha formato un forte gruppo di negoziatori Africani molto competenti che ha iniziato ad assumere la guida nel G77 e nel Gruppo della Cina. Ne emerge un’Africa con posizioni unite, forti e progressive come quelle sulla non brevettabilità dei materiali viventi e il riconoscimento dei diritti comunitari. Rafforzano così le posizioni negoziali dei G77 e della Cina. Tewolde ha contribuito alla tutela delle raccomandazioni dell’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA) che incoraggiavano i paesi Africani a sviluppare e implementare i diritti comunitari, a raggiungere una posizione comune sugli Aspetti Relativi al Commercio dei Diritti di Proprietà Intellettuale (TRIPS), e ad assumere un chiaro atteggiamento contro i brevetti sui viventi. Inoltre, Tewolde, ha guidato la redazione del modello legislativo dell’OUA per i diritti comunitari, che ora è utilizzato come base comune per tutti i paesi Africani. Nel 1999, durante i negoziati sulla biosicurezza, svolti a Cartagena, in Colombia, Tewolde è stato portavoce della maggioranza dei paesi del G77, chiamata “Il Gruppo della stessa opinione”. Questi negoziati sono finiti in un’impasse, ma hanno raggiunto una conclusione favorevole a Montreal nel Gennaio del 2000. La direzione di Tewolde del “Gruppo della stessa opinione” ha svolto un ruolo chiave nel raggiungere un risultato – contro la forte opposizione degli USA e dell’UE- che protegge la biosicurezza e la biodiversità e rispetta i diritti tradizionali e comunitari nei paesi in via di sviluppo. Nel 2004, Tewolde Berhan è stato insignito della laurea ad honorem di Dottore in Scienze per Honoris Causa dall’Università di Addis Abeba, come riconoscimento della sua leadership nello sviluppo della scienza botanica in Etiopia e nella conservazione della diversità biologica globale. Nel 2006, egli ha ricevuto il premio “Campioni-Difensori della Terra”, offerto dal Programma Ambientale delle Nazioni Unite per dare visibilità ai leader ambientali.