da Giuseppe de Santis | Dic 1, 2019 | Personaggi
di Daniele Vergari
(1868-1926) Troppo spesso usiamo dire la frase che “dietro ad un grande uomo c’è una grande donna” senza riflettere adeguatamente sul senso, gerarchico, di questo modo di dire. Spesso mogli e compagne di scienziati non hanno avuto un ruolo solo “dietro le quinte” ma sono state strette collaboratrici e ispiratrici fondamentali dell’opera e del pensiero di scienziati. Purtroppo il loro ruolo è spesso trascurato se non dimenticato.
Solo recentemente è stato dato il giusto riconoscimento a figure come Marie-Anne Paulze, moglie di Lavoisier e, nel settore agrario, grazie alla caparbietà di alcuni ricercatori, fra cui Sergio Salvi dell’Accademia Georgica di Treia, anche la figura di
Carlotta Parisani, moglie di Nazareno Strampelli ha avuto un doveroso approfondimento. Di famiglia aristocratica, discendete da parte materna di Luciano Bonaparte, Principe di Canino e fratello di Napoleone, Carlotta nacque nel 1868. Nel 1900 sposò il giovane Nazareno Strampelli (1866-1942) e nel 1903 si trasferì a Rieti dove il marito aveva assunto il ruolo di Direttore della locale Cattedra Ambulante di Granicoltura appena istituita.
A Rieti, Strampelli iniziò a realizzare i suoi primi esperimenti di ibridazione del frumento per i quali oggi è universalmente noto. Senza assistenti né aiuti, lo scienziato italiano ebbe per prima assistente proprio la moglie come riportato da lui stesso in una intervista del 1924 in cui ebbe a dire che “per l’ibridamento occorre infatti essere in due”.
Diventata esperta nelle tecniche di ibridazione, a lei fu dedicato uno dei primi frutti del lavoro di Strampelli, un grano tenero dal nome “Carlotta Strampelli” le cui rese, con una media di 20 quintali per ettaro e punte di 36 quintali per ettaro, erano significativamente maggiori rispetto a quelle del progenitore “Rieti”, con una media di 12 quintali per ettaro, e che fece meritare allo scienziato il Premio Santoro dell’Accademia dei Lincei.
Nel 1918, Strampelli dedicò altri due grani in onore della moglie: il “Carlottina Bianca” e il “Carlottina Rossa”, meno noti e di piccola taglia, distinguibili tra loro solo dal diverso colore.
Divisa fra la cura e l’educazione dei due figli e il lavoro di assistente al marito, Carlotta scomparve nel gennaio del 1926 dopo una breve malattia.
La scarsità di documenti e le poche foto esistenti, che la ritraggono spesso in compagnia di Strampelli, hanno reso difficile costruire un suo profilo biografico. I pochi accenni al suo ruolo di assistente del marito derivano da brevi note su riviste straniere che parlavano spesso del lavoro dei “coniugi Strampelli” e dalle interviste allo stesso scienziato, come quella apparsa su Varietas nel 1924 dall’accattivante titolo “il Re del Grano” dalla quale possiamo avere una piccola idea del ruolo di Carlotta Parisani nel lavoro del marito.
Figura emblematica del suo tempo, Carlotta Parisani seppe conciliare la vita familiare, restando sempre un forte punto di riferimento per il marito, con una attività scientifica umile e preziosa.
In sua memoria è stato recentemente istituito il premio “Carlotta Award”, con il sostengo della Accademia Nazionale delle Scienze detta dei XL, che viene attribuito ad una giovane ricercatrice che presenti il miglior curriculum scientifico per qualità e originalità di un lavoro sperimentale svolto presso istituzioni pubbliche o private in Italia o all’estero.
da Valeria Grazian | Mag 2, 2019 | Personaggi
Finalborgo (1772 – 1839) l’attuale Finale Ligure, da una famiglia di nobili possidenti, Gallesio si laureò in legge a Pavia nel 1793. Nonostante gli studi giuridici, si appassionò ben presto alla botanica che coltivò durante i suoi incarichi nell’amministrazione napoleonica del dipartimento di Montenotte, in Liguria. Nel suo giardino raccolse una ricca collezione di frutti e agrumi su cui eseguì diversi studi che furono la base per il suo primo importante testo, il Traité du citrus, pubblicato a Parigi nel 1811.
Con la caduta di Napoleone cercò di adoperarsi per la ricostituzione della Repubblica di Genova e si recò a Vienna per partecipare ai lavori del Congresso che avrebbe deciso i destini d’Europa per i prossimi decenni. La Liguria tuttavia fu annessa al Piemonte e Gallesio, deluso, si dedicò al patrimonio familiare e ai suoi interessi botanici.
Nel 1816 pubblicò a Pisa la Teoria della riproduzione
vegetale, prodromo della sua opera più importante, Pomona italiana, ossia Trattato degli alberi fruttiferi. Quest’ultima, che lo ha meritatamente reso celebre, era un progetto importante e ambizioso per l’epoca, una grande raccolta di tavole pomologiche, realizzate dai migliori illustratori e corredate da ampi testi descrittivi delle varietà di frutta, in linea con analoghe opere realizzate in Europa tra cui Pomona Franconica di J. Mayer (1776), Pomona Bohemica di M. Roessler (1795) e Pomona Britannica di G. Brookshaw (1812).
La difficoltà di raccogliere informazioni sulle specie presenti in tutti gli stati preunitari italiani, lo obbligò ad andare nel Granducato di Toscana dove la biodiversità frutticola era tradizionalmente molto importante fino dai tempi dei Medici e dove erano presenti una serie di valenti e abili botanici come Gaetano Savi e Ottaviano Targioni Tozzetti, formatisi all’Università di Pisa, che lo supportarono scientificamente nelle ricerche.
L’opera venne pubblicata a fascicoli, con magnifiche tavole a colori rifinite a mano. Alterne vicende ne rallentarono la conclusione editoriale non ultima la morte di Gallesio a Firenze nel 1839, subito dopo aver partecipato a Pisa alla Prima Riunione degli Scienziati italiani dove, dopo aver presentato una relazione sull’innesto, fu acclamato come fondatore della pomologia italiana. Un vero peccato perché l’opera era vicina alla sua conclusione. Le copie attualmente reperibili nelle biblioteche sono pochissime ed è quasi impossibile trovare la Pomona nella sua versione completa, infatti sono rarissime le copie che hanno tutte le tavole stampate, 183 su 200. Alla morte dello scienziato ligure, i manoscritti furono dispersi e sono stati ritrovati solo pochi decenni fa presso la biblioteca americana di Dumbarton Oaks. Un altro corpo di carte, contenenti alcuni trattati inediti, è conservato presso l’Archivio dell’Accademia dei Georgofili di Firenze.
Negli ultimi anni l’opera di Gallesio è stata ampiamente rivalutata grazie agli studi di E. Baldini e A. Tosi, ed è stato quindi possibile ricostruirne il lavoro, i viaggi e la preparazione scientifica alla base della sua opera, purtroppo poco organica ma intuitiva e per questo molto interessante, sulla genetica e la trasmissione dei caratteri ereditari esposti nel Traité de citrus.
Oggi Pomona italiana è stata per la gran parte digitalizzata ed è possibile reperirne un’edizione sul sito della casa editrice Pentàgora, a cura di Massimo Angelini e Maria Chiara Basadonne (www.pentagora.it/pomo – edizione ipertestuale – Ist. Marsano, Genova 2004). Un’altra copia è visibile nelle collezioni della New York Public Library all’indirizzo:
https://digitalcollections.nypl.org/items/510d47dd-d8c0-a3d9-e040-e00a18064a99.
da Giuseppe de Santis | Set 19, 2018 | Personaggi
(S.Demetrio 1848 – 1921) Nel 1906 Nazareno Strampelli ebbe modo di poter svolgere le sperimentazioni in campo sui danni della siccità nel frumento meridionale su un fondo agricolo vicino a Foggia di proprietà di Raffaele e Antonio Cappelli, dediti all’agricoltura e alla gestione dei possedimenti familiari in Puglia. Proprio per dare testimonianza della generosità dei fratelli Cappelli nel sostegno alla sua attività, Strampelli dedicò loro una varietà di grano duro autunnale ottenuta dalla varietà tunisina “Jeanh Rhetifah” che già dal 1915 si chiamava “Cappelli” ma che assunse il nome completo “Senatore Cappelli” al momento del rilascio, nel 1923, a due anni dalla morte di Raffaele Cappelli, da poco nominato Senatore. Raffaele Cappelli nacque a S. Demetrio nei Vestini (AQ) e si laureò, con lode, in Giurisprudenza a Napoli.
Avviatosi alla carriera diplomatica fu addetto all’ambasciata di Londra e Vienna e poi, dal 1877, Segretario a Berlino. Dopo un’esperienza così prestigiosa e importante ritornò in Italia diventando deputato dal 1880 (un mandato che mantenne per 11 legislature fino al 1919). La sua carriera politica è singolare e prestigiosa: nel 1897 fu Vicepresidente della Camera e di nuovo nel 1913. Ricoprì l’incarico di Segretario Generale del Ministero degli Affari Esteri dal 1885 al 1887 partecipando attivamente al rinnovo del trattato della Triplice Alleanza e nel 1898 ricoprì l’incarico di Ministro degli Esteri per pochi giorni. Ma la sua attività e i suoi interessi politici si rivolsero al mondo agricolo del quale fu un incredibile animatore.
Fu propugnatore della Società Italiana degli agricoltori, un’organizzazione nata nel 1895 per il progresso e il miglioramento dell’agricoltura di cui Cappelli fu presidente dal 1896 al 1911. In quegli anni la sua attività è intensa all’interno di questa Società, come fanno fede le lettere conservate presso l’Archivio
dell’Accademia dei Georgofili di Firenze della quale fu socio fin dal 1901. Fin dall’inizio cercò di trasformare la Società in un luogo di discussione e di confronto coinvolgendo tutti gli istituti e le accademie che si occupavano di agricoltura in iniziative di ampio respiro che andavano dall’organizzazione di congressi nazionali, come quelli degli Agricoltori e Orticoltori a Firenze nel 1905 propedeutico alle discussioni per la vicina scadenza di un trattato commerciale con le potenze centrali o la costituzione dell’Istituto Internazionale di Agricoltura (IIA) a Roma. Al termine del suo impegno, nel 1911, Cappelli fu sostituito da Edoardo Ottavi eccezionale divulgatore agricolo e fondatore con Marescalchi della “Biblioteca Agraria Ottavi”, mentre la Società degli Agricoltori si sciolse nel 1920 confluendo nell’Istituto Nazionale di Agricoltura.
Ma l’impegno di Cappelli a favore dell’agricoltura nazionale continuò: fra il 1910 e il 1920 fu Presidente dell’IIA (nato per iniziativa reale nel 1905), primo organismo sovranazionale a elaborare notizie statistiche di carattere tecnico ed economico dell’agricoltura mondiale. Un organismo dunque estremamente
lungimirante che fino agli anni ’30 operò a livello internazionale fino a che, a causa del crescente isolamento politico dell’Italia, decadde. Nel dopoguerra l’IIA si sciolse confluendo nella FAO che, proprio a Roma, ha la sua prestigiosa sede che conserva gli archivi dell’Istituto.
Anche nella sua attività politica, svolta per varie legislature, Cappelli si dedicò ai temi dell’agricoltura con una visione ampia e di lungo periodo affrontando i temi di politica fiscale, internazionale e anche la questione meridionale, con un’analisi economica e politica sulla necessità di sviluppo del sud Italia che
ancora oggi potremmo definire di drammatica attualità. Ultimo aspetto di una personalità così complessa, è la sua adesione fin dal 1892 alla Società Geografica Italiana di cui divenne Presidente dal 1906 al 1915. I nove anni della sua presidenza videro moltiplicare l’attività della Società con convegni, seminari e l’organizzazione di congressi come quello internazionale del 1913 a Roma oltre alla preparazione di missioni scientifiche come quella che toccò Himalaya, Karakorum e Turkestan cinese e russo fra il 1913 e il 1914. Ormai anziano e con problemi di salute Raffaele Cappelli si spense nel 1921 dopo essere stato Nominato Senatore del Regno pochi mesi prima.
Di fronte a un personaggio così multiforme, un tessitore e un costruttore di relazioni – che meriterebbe ampi studi biografici (mentre oggi vi è poco più di un articolo sulla sua vita) – diventa più facile comprendere come Nazareno Strampelli abbia potuto intitolargli una varietà.
da Giuseppe de Santis | Mar 20, 2018 | Personaggi
Un protagonista dell’ampelografia fra il XIX e il XX secolo
Giuseppe Di Rovasenda (Verzuolo 1824-1913), protagonista della vitivinicoltura italiana del XIX secolo, è nota solo agli studiosi di ampelografia storica ma meriterebbe, invece, un maggiore approfondimento storico e biografico. In attesa di questi studi provvediamo a dare alcune brevi indicazioni biografiche.
Nato a Verzuolo nel 1824, da una antica casata piemontese, intraprese gli studi di giurisprudenza che lasciò per dedicarsi all’agricoltura e, in particolare, alla viticoltura. Dopo i primi studi sulle varietà di vite, effettuati nella villa di uno zio a Sciolze, nel 1860 iniziò a raccogliere campioni di vitigni piemontesi costruendo un primo campo di collezione presso la sua fattoria di Verzuolo.
Nel tempo incrementò questo primo nucleo di collezione ampelografica aggiungendovi anche le varietà coltivate di origine italiana e, grazie ad una fitta corrispondenza con studiosi, appassionati e scienziati, anche quelle francesi, tedesche e spagnole.
In pochi anni dal piccolo nucleo iniziale di vitigni, Di Rovasenda costituì una raccolta enorme di livello mondiale per mantenere la quale dovette acquistare un ulteriore area in una collinetta vicino a Verzuolo, “La Bicocca”, che divenne ben presto celebre nel mondo viticolo proprio per la collezione ampelografica impiantata. Nelle intenzioni del Di Rovasenda c’era il progetto di pubblicare tutte le schede delle varietà della collezione consistente, in quel momento, a 3.350 varietà di vite. La prima pubblicazione – estremamente rara e ricercata – uscì nel 1877 con il titolo di Saggio di una Ampelografia Universale (Torino, Loerscher. L’opera è stata ristampata in edizione anastatica nel 2008).
Purtroppo di quest’opera che secondo l’autore avrebbe dovuto essere composta di tre parti contenenti tutti i suoi studi ampelografici fu dato alle stampe solamente il primo volume ma l’impegno e gli studi dello scienziato piemontese trovarono spazio in altre luogo: solo due anni dopo, nel 1879 sempre a Torino, iniziò la pubblicazione dell’Ampelografia italiana, corredata di testo e bellissime tavole litografate a colori a cura del Comitato centrale ampelografico di cui Di Rovasenda era membro dal 1875. Anche quest’opera tuttavia rimase incompleta.
Resta indubbio che il Saggio di ampelografia universale ebbe un notevole successo all’estero e fu accolta con favore dall’ambiente scientifico francese tanto che la traduzione, a cura di Cazalis e Foëx, uscì nel 1881 (la versione in francese è disponibile al seguente link http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k5436711v).
Nel frattempo la collezione ampelografica del Di Rovasenda crebbe ulteriormente raggiungendo le 3.666 varietà ognuna di esse descritta minuziosamente in schede e quaderni. La collezione del Conte era seconda solo a quella del Barone Antonio Mendola di Favara (1828-1908) che raccolse circa 4.000 vitigni nella sua collezione.
Nel 1903, il nobile piemontese, dispose che la sua collezione di vitigni fosse trasportata ad Alba presso la Reale scuola di viticoltura e di Enologia fondata, alcuni anni prima, da un altro protagonista del progresso vitivinicolo italiano della fine del XIX secolo: Domizio Cavazza.
Parte degli studi e delle schede ampelografiche del Di Rovasenda servirono per la descrizione di alcuni vitigni nel Bullettino ampelografico del Ministero dell’agricoltura ma gran parte di esse sono, ancora inedite, nelle sua carte che, insieme all’archivio, alla corrispondenza, sono conservate dal 1965 all’Istituto di coltivazioni arboree dell’Università di Torino.
A completare la figura di questo scienziato vale la pena ricordare la sua passione per l’alpinismo che lo portò, il 26 agosto 1863 con il fratello Luigi, a raggiungere la vetta al Monviso, a soli 14 giorni di distanza dalla prima spedizione italiana guidata da Quintino Sella.
Di Rovasenda morì a Verzuolo il 7 dicembre 1913.
da Giuseppe de Santis | Gen 29, 2018 | Personaggi
Nato a Trieste, si laureò in Agraria a Bologna con Francesco Todaro nel 1924. L’anno successivo si trasferì a Firenze presso il Dipartimento di Agronomia che, dal 1931, fu diretto da Alberto Oliva di cui diventò allievo.
Attento ai problemi agronomici della montagna Gasparini si trovò ad operare in un periodo, quello fascista, durante il quale si cercò di aumentare la produzione granaria per soddisfare il crescente
fabbisogno nazionale. Furono messe così a coltura anche terre marginali e relativamente poco fertili come quelle montane per le quali erano necessarie tecniche agronomiche specifiche e varietà adatte ai climi e ai suoli montani.
Gasparini fu particolarmente attento a questi aspetti e contribuì significativamente sia alla costituzione di nuove varietà frumentarie adatte a terreni acidi e argillosi – come quelli che caratterizzano ancora oggi gran parte dell’appennino toscano – sia allo sviluppo della foraggicoltura montana per la quale propose dei miscugli molto efficaci di trifoglio e ginestrino.Dopo essere stato Professore di Agronomia Generale coltivazioni erbacee a Milano dal 1942, nel 1949 sostituì il maestro Alberto Oliva a Firenze. Preside della facoltà di Agraria e, dal 1963 al 1976, Presidente dell’Accademia dei Georgofili.
Il ruolo di Gasparini nello sviluppo della cerealicoltura italiana è legato soprattutto alla costituzione di alcune varietà di grano tenero che ebbero un ruolo fondamentale negli anni del secondo dopoguerra e che oggi – spesso indicate erroneamente come varietà antiche – sono all’attenzione dei coltivatori come il grano Verna e Sieve.
A questo scopo, fin dagli anni ’30 del secolo scorso, Gasparini e Oliva avevano iniziato una sperimentazione sessennale (1932-1938) in dodici località della montagna toscana fra i 650 e i 1050 m. di altitudine. Queste osservazioni portarono a identificare alcune utili varietà di segale (come la Cinquecento) ma furono anche la base per sperimentare, negli anni successivi, oltre 79 frumenti di montagna (di cui 47 italiani) raccolti in vari paesi. Fra i vari grani emersero l’Andriolo e il Mottin, originario della Savoia. Da quest’ultimo fu selezionato l’Est Mottin 72, mutico, resistente al freddo e alla ruggine, con levata tardiva, elevato accestimento e notevole capacità produttiva. Da notare che il termine Est rimanda all’Ente interprovinciale Toscano Sementi mentre il numero 72 è una citazione biblica riferita al Salmo 72, versetto 16: “Abbonderà il frumento nel paese, ondeggerà sulle cime dei monti”.
Dall’Est Mottin 72 e da una varietà svizzera, Mont Calme 245, nel 1953 venne selezionato il Verna, grano tenero, produttivo “molto rustico, dotato di eccezionale resistenza al freddo ed alle ruggini, nonché all’acidità del suolo”. Nel 1966 sempre per selezione dall’incrocio Est Mottin 72 x Bellevue II venne ottenuto il Frumento Sieve – particolarmente adatto alla coltivazione in montagna – e il frumento Arno (Est Mottin 72 x Reichesberg 39 IV) anch’esso coltivato per anni.
Gasparini comprese bene attraverso la sperimentazione che per ottenere grani adatti agli ambienti montani era necessario disporre di materiale genetico di partenza con caratteristiche di rusticità e resistenza al freddo, di operare la selezione in ambienti comparabili con quelli a cui le nuove varietà sarebbero state destinate e, soprattutto, di “adeguare la tecnica colturale alle esigenze delle nuove costituzioni”.
Oltre alla sperimentazione, Gasparini fu attento anche all’applicazione pratica della ricerca: con l’intento di fornire agli agricoltori sementi pure, certificate e di qualità, partecipò alla costituzione dell’Ente Consorziale interprovinciale toscano per le sementi che iniziò la sua attività nel 1930-1931 e da cui deriva oggi l’Ente Toscano Semente.
Infine, meritano un brevissimo cenno anche i numerosi lavori agronomici e sulle sistemazioni idraulico agrarie effettuati da Gasparini in linea con quella scuola agronomica toscana della quale fu originale interprete.
da Giuseppe de Santis | Gen 29, 2018 | Personaggi
Viaggi, popoli e…viti. Giuseppe Acerbi e la sua raccolta scomparsa di vitigni
di Daniele Vergari
Giuseppe Acerbi (Castel Goffredo, 3 maggio 1773 – Castel Goffredo, 25 agosto 1846) è stato un personaggio poliedrico: politico (fu al Congresso di Vienna del 1814), esploratore (alla fine del XVIII secolo fece un lungo viaggio in Svezia e in Finlandia raggiungendo Capo Nord mentre, negli anni successivi, esplorò l’Egitto), archeologo (la sua raccolta di reperti archeologici egiziani è oggi raccolta in un museo a Mantova) e appassionato naturalista.
Al ritorno dalle sue deludenti esperienze diplomatiche e dai suoi viaggi, nel 1823, Acerbi pubblicò un interessante “Tentativo di classificazione geoponica” delle viti su la Biblioteca Italiana di cui era il Direttore. Lo scopo dell’articolo era quello di unire l’aspetto classificatorio dei caratteri delle viti al tentativo in quegli anni molto
diffuso (basti pensare ai lavori di Gallesio, di O. Targioni Tozzetti e altri) -di arrivare a una sinonimia condivisa dei nomi delle varietà delle pianteAcerbi, propose, a differenza degli studiosi francesi, un metodo di classificazione basato su pochissimi caratteri essenziali ed emergenti in ogni specie di uva, e contribuì alla scelta di quelle qualità di uva che permisero anche all’Italia una produzione di vini tipici pregiati.
Ma la passione di Acerbi si indirizzò anche nella creazione di un vigneto di raccolta delle varietà europee di Vitis Vinifera, nei pressi della sua tenuta de La Palazzina a Castel Goffredo, dove riunì oltre 1500 varietà di vite. Di queste circa 600 venivano dalle zone limitrofe o dai suoi numerosi corrispondenti italiani, agronomi e botanici, sparsi in tutta la penisola che gli inviarono numerosi maglioli. Altre 400 varietà furono regalate all’Acerbi dall’Arciduca Francesco Carlo d’Asburgo in virtù anche dei servigi resi all’Impero asburgico dallo stesso Acerbi. Queste varietà rappresentavano una gran parte del patrimonio viticolo dell’Austria, Ungheria, Slovenia, Croazia, Boemia e di altre parti del vasto Impero Asburgico. Infine, circa 500 varietà provenivano dal resto dell’Europa grazie ad acquisti effettuati da importanti vivaisti come i Burdin di Chambery o da orti botanico come quello di Ginevra il cui Direttore, Augustin De Candolle, era particolarmente generoso nell’inviare campioni di piante in suo possesso (pochi anni dopo, aiutato dal figlio Alphonse, avrebbe inviato all’Orto botanico di Firenze oltre 150 varietà di viti).
Questa enorme collezione di cultivar, sviluppatasi con l’aiuto generoso di molti agricoltori e possidenti, è testimoniata dall’elenco minuzioso e diviso per aree di provenienza che accompagna il volume edito nel 1825 presso Silvestri (Milano) dal titolo “Delle viti italiane”. Il volume – così come la collezione dell’Acerbi – è poco conosciuto, e comunque quasi introvabile ma rappresenta un importante punto di partenza per quella scienza ampelografica che avrebbe visto, alcuni decenni dopo, l’opera del Di Rovasenda.
La raccolta dell’Acerbi divenne forse una delle più importanti raccolte di biodiversità viticola in Europa ma, come spesso accade, non sopravvisse alla morte del botanico. Già nel 1836 Acerbi si trasferì in Egitto come Console austriaco lasciando, probabilmente a se stesse, le collezioni ampelografiche. Alla sua morte, nel 1846, la sua collezione sembra essere già dispersa in accordo con quella vita, solitaria e a tratti misteriosa, che l’Acerbi aveva sempre condotto. Ad oggi il volume “Delle viti italiane” del 1825 è reperibile su Googlebooks oppure attraverso una rara ristampa anastatica del 1999.