da Giuseppe de Santis | Ott 31, 2017 | Personaggi
“Io sono locale, rurale, comunitario. E ho scoperto che il mondo intero è una comunità. Abbiamo fatto progressi nell’affermare a livello globale in nostri diritti locali comunitari. Continueremo a fare questo”
Tewolde Berhan (1940-2023), laureatosi nel 1963 all’Università di Addis Abeba ha poi conseguito il dottorato presso l’Università del Galles nel 1969. Ritornato all’Università di Addis Abeba, tra il 1974-79 ha ricoperto la carica di Preside della Facoltà
di Scienze. Dal 1978 al 1983 è stato il responsabile dell’Erbario Nazionale, tra il 1983-91 Presidente dell’Università di Aswara e tra il 1991-94 Direttore del Segretariato per la Strategia di Conservazione Etiope. Da allora ha ricoperto la carica di Direttore Generale dell’Autorità di Protezione Ambientale dell’Etiopia che è in realtà il Ministero dell’Ambiente del Paese.
Durante gli anni ’90 Tewolde si è fortemente impegnato nei negoziati dei diversi forum sulla biodiversità, in particolare nella Convenzione sulla Diversità Biologica (CDB) e nell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO). In questo periodo ha formato un forte gruppo di negoziatori Africani molto competenti che ha iniziato ad assumere la guida nel G77 e nel Gruppo della Cina. Ne emerge un’Africa con posizioni unite, forti e progressive come quelle sulla non brevettabilità dei materiali viventi e il riconoscimento dei diritti comunitari. Rafforzano così le posizioni negoziali dei G77 e della Cina.
Tewolde ha contribuito alla tutela delle raccomandazioni dell’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA) che incoraggiavano i paesi Africani a sviluppare e implementare i diritti comunitari, a raggiungere una posizione comune sugli Aspetti Relativi al Commercio dei Diritti di Proprietà Intellettuale (TRIPS), e ad assumere un chiaro atteggiamento contro i brevetti sui viventi. Inoltre, Tewolde, ha guidato la redazione del modello legislativo dell’OUA per i diritti comunitari, che ora è utilizzato come base comune per tutti i paesi Africani.
Nel 1999, durante i negoziati sulla biosicurezza, svolti a Cartagena, in Colombia, Tewolde è stato portavoce della maggioranza dei paesi del G77, chiamata “Il Gruppo della stessa opinione”. Questi negoziati sono finiti in un’impasse, ma hanno raggiunto una conclusione favorevole a Montreal nel Gennaio del 2000. La direzione di Tewolde del “Gruppo della stessa opinione” ha svolto un ruolo chiave nel raggiungere un risultato – contro la forte opposizione degli USA e dell’UE- che protegge la biosicurezza e la biodiversità e rispetta i diritti tradizionali e comunitari nei paesi in via di sviluppo. Nel 2004, Tewolde Berhan è stato insignito della laurea ad honorem di Dottore in Scienze per Honoris Causa dall’Università di Addis Abeba, come riconoscimento della sua leadership nello sviluppo della scienza botanica in Etiopia e nella conservazione della diversità biologica globale. Nel 2006, egli ha ricevuto il premio “Campioni-Difensori della Terra”, offerto dal Programma Ambientale delle Nazioni Unite per dare visibilità ai leader ambientali.
Fonte: http://www.rightlivelihood.org/egziabher.htm
da Giuseppe de Santis | Ott 31, 2017 | Personaggi
“Per il bene delle generazioni future, dobbiamo raccogliere e studiare i parentali selvatici e le infestanti delle nostre piante coltivate. Queste fonti di germoplasma sono state pericolosamente trascurate in passato, ma il futuro potrebbe non essere così tollerante. Queste risorse dividono noi dalla fame su una scala che non possiamo neanche immaginare”
Jack Harlan (1917-1998) è famoso per le sue spedizioni di raccolta di piante e per le sue affermazioni sul valore dei parentali selvatici e delle infestanti delle piante coltivate. Raccogliendo varietà agricole nelle diverse aree del pianeta, ha
nel tempo rivisto e corretto le teorie di Vavilov circa le origini dell’agricoltura e la presenza di centri di origine delle colture stesse. Harlan, inoltre, ha coniato il concetto di pool genetico delle piante coltivate, individuando per ogni specie tre pool genetici (primario, secondario e terziario). Sull’importanza delle varietà locali, anche di quelle a prima vista assolutamente poco interessanti per le loro caratteristiche, Harlan ricordava la storia di una varietà che aveva raccolto in un campo in Turchia nel 1948. Si trattava di una varietà poco appariscente, misera, alta, dallo stelo fine, suscettibile alla ruggine bruna, che allettava e con cattiva attitudine alla panificazione. Comprensibilmente, nessuno le ha prestato attenzione per circa 15 anni. Improvvisamente, un nuovo patogeno fungino, la ruggine striata, cominciò a fare gravi danni alle colture nel nord-ovest degli Stati Uniti. Questa varietà turca, chiamata nella collezione PI78383, si è rivelata resistente a quattro razze della ruggine striata, e a 35 razze di carie del frumento. Le varietà migliorate prodotte a partire da PI178383 hanno permesso di ridurre le perdite stimate in alcuni milioni di dollari all’anno.
Insieme a Sir Otto Frankel, Erna Bennett, Jack Hawkes, Dieter Bommer, MS Swaminathan, John Creech e pochi altri ha dato vita al movimento che ha considerato la conservazione delle risorse genetiche vegetali come un campo interdisciplinare per gli studi scientifici. Questo movimento, fiorito a partire dalla fine degli anni 70, è ormai definitivamente affermato dando testimonianza della saggezza di quei primi visionari.
Così scriveva nel 1975 Jack Harlan in un suo famoso articolo sulla rivista Science dal titolo Our vanishing genetic resources:
“La coevoluzione delle colture e l’uomo in economie di sussistenza agricola è uno dei soggetti più affascinanti per chi studia l’evoluzione culturale umana. Ma, come tante cose in questo mondo, il passato viene distrutto dal presente. Centri di diversità sono stati spazzati via negli ultimi decenni. Culture indigene tribali e costumi sociali sono scomparsi. Varietà locali stanno diventando oggetti da collezione tanto quanto i bronzi dell’età del ferro, le maschere africane o l’Arte Precolombiana. Il mondo di Vavilov sta scomparendo e le fonti di variabilità genetica che conosceva si stanno prosciugando. I modelli di variazione […] potrebbero non essere più visibili in pochi decenni e le tracce viventi della lunga coevoluzione delle piante coltivate potrebbe scomparire per sempre”.
Sono passati più quasi quarant’anni e queste parole sono ancora quanto mai attuali.
da Giuseppe de Santis | Ott 31, 2017 | Personaggi
“È una responsabilità ineludibile della nostra generazione sviluppare sistemi che tengano in conto il carattere specifico della biodiversità agricola e sappiano riconoscere in tempo i problemi e le implicazioni per le generazioni future. È necessario trovare soluzioni etiche nell’ambito di un disegno politico ad ampio raggio che permetta una ripartizione equa dei benefici tra tutti i Paesi e che possa assicurare il futuro agricolo e alimentare delle generazioni future”
J.E. Alcázar (1945 – ) un tempo noto come “Pepe, el de los melones” (Pepe, quello dei meloni) e poi semplicemente Pepe, è nato nel 1945 a Ciudad Real in Spagna. Laureatosi come agronomo all’Università di Madrid, dove ha conseguito il master in “orticoltura”; nel mentre d’estate faceva l’agricoltore nell’azienda agricola del padre.
Ha proseguito i suoi studi di genetica, acquisendo il titolo di dottorato, presso l’università della California negli Stati Uniti di America. Attualmente è Direttore della cattedra di Studi sulla Fame e la Povertà (CEHAP) presso l’Università di Cordova e Professore ordinario nella stessa Università di Madrid in cui si è laureato.
La biodiversità agricola, la sua erosione, il suo uso, la sua conservazione per il bene di tutta l’umanità, e i diritti degli agricoltori ad essa legati sono stati da sempre temi centrali di riflessione, preoccupazione e azione politica nella vita di Pepe.
Nei suoi 30 anni di attività presso le Nazioni Unite si è infatti occupato principalmente di biodiversità agricola, cooperazione internazionale e principi etici, con un attenzione particolare per gli agricoltori detentori, conservatori e miglioratori di risorse genetiche e conoscenze. Il principio che “le risorse genetiche vegetali sono patrimonio di tutta l’umanità, e in quanto tale devono essere rese disponibili senza alcuna restrizione”, sancito nel International Undertaking on Plant Genetic Resources (IU) del 1983 era per lui fondamentale.
All’interno della FAO, dal 1983 al 2007, ha ricoperto importanti ruoli: segretario della Commissione Inter-governativa sulle Risorse Genetiche per l’Alimentazione e l’Agricoltura, che comprendeva 160 Paesi, segretario ad interim del Trattato FAO, dalla sua entrata in vigore (2004) sino al 2007 e dal 1999 al 2007 Presidente del Comitato “Etica per il cibo”.
Sono numerosi i personaggi, soggetti istituzionali, organizzazioni della società civile, organizzazioni non governative, che dal 1960 in poi, hanno agito perchè il Trattato FAO diventasse una realtà, fra questi Pepe Esquinas è considerato il “padre” della Convenzione.
La sua infaticabile azione all’interno e all’esterno della FAO, tra cui più di cento viaggi, per attivare, promuovere e coordinare le negoziazioni all’interno del CGRFA, e la sua spiccata umanità e caparbia, umiltà e furbizia, hanno contribuito in maniera determinante alla redazione e poi approvazione del Trattato FAO, che è quell’accordo legale vincolante internazionale dove per la prima volta nella storia dell’umanità, tra le altre cose, sono inclusi i “diritti degli agricoltori”.
Il 3 novembre del 2001 all’apertura dei lavori del 1° Incontro dell’Organo Direttivo del Trattato FAO, le Organizzazioni della Società Civile, hanno ufficialmente e senza alcun dubbio riconosciuto Pepe come “L’individuo che ha contribuito in maniera più costruttiva all’implementazione del Trattato”, regalandogli il gioco degli scacchi che emblematicamente ricordava i diplomatici processi di negoziazione.
Anche noi della RSR salutiamo affettuosamente e scherzosamente Pepe con uno dei suoi numerosi aneddoti…
«….Chi pensa di essere troppo piccolo per poter avere un impatto, forse non ha mai dormito con una zanzara nella stanza»
(José Esquinas Alcázar, 2011)
da Giuseppe de Santis | Ott 31, 2017 | Personaggi
“Se stacchiamo, qua e là, numerose spighe da piante diverse e ne seminiamo i granelli avendo cura di tenere separati quelli di ogni spiga, può darsi che i gruppi di piante provenienti dai granelli di spighe diverse presentino fra loro delle differenze, non di forma, ma −ad esempio − nel ciclo vegetativo (alcune più tardive, altre meno) oppure nella resistenza alle ruggini, etc.[…] Con il procedimento testé ricordato, nelle varietà si possono isolare tutti i tipi diversi che le costituiscono: formare cioè tante razze pure. Comparando fra di loro queste razze si possono individuare quelle che presentano le migliori caratteristiche nel senso agrario (produttività, resistenza alle malattie, all’allettamento, ecc.). Si abbandoneranno naturalmente tutte le altre di minor valore per mantenere e coltivare− separatamente − queste ultime..”
(1864-1950) Francesco Todaro e Nazzareno Strampelli sono, seppur con differenze di metodo, considerati i padri del miglioramento genetico dei cereali in Italia. Francesco Todaro nacque nel 1864 a Cortale, solo due anni dopo Strampelli. Conseguì la laurea nella Facoltà di agraria di Pisa nel 1886, fu docente di Economia e direttore dell’Istituto Superiore Agrario presso l’Università di Bologna e agronomo (1904-1935) presso la Stazione sperimentale di Modena.
Nel 1921 fondò sempre a Bologna l’Istituto di Allevamento Vegetale di Ceralicoltura che diresse sino al 1936. Si spense nel 1950, otto anni dopo Strampelli. Todaro come Strampelli fu spinto, dalla critica situazione economica dell’Italia a contribuire, con il proprio lavoro, al miglioramento dell’agricoltura del Paese. A differenza di Strampelli, Todaro, lavorò non solo sui frumenti ma anche su riso, avena, mais e erba medica.
Basando il suo lavoro sul modello della svedese Stazione Agraria di Svalöf (fondata nel 1886), era convinto che per migliorare la produttività del grano si potesse utilizzare la ricerca genetica, non nel senso di alterare la natura di quelle determinate specie vegetali, bensì nella prospettiva di “stimolare” la selezione e la diffusione di varietà di piante ‘elette’, che fossero in grado cioè, per la loro più riuscita qualità, di assicurare prodotti migliori.
Inoltre, la sua attività non si limitò al solo miglioramento genetico ma si rivolse anche alla risoluzione di problemi pratici e organizzativi allo scopo di mettere a disposizione degli agricoltori sementi di ottima qualità e a prezzi accessibili.
Per questo nel 1911 fondò la ” Società Cooperativa Bolognese per la produzione di Sementi della Grande Cultura”, un società sementiera privata, che oggi è conosciuta come Prosementi o Società Produttori Sementi, che diresse sino al 1927.
Il lavoro svolto era basato sulla selezione per “linea pura” applicata sulla variabilità presente all’interno delle popolazioni o varietà locali coltivate all’inizio del secolo in Italia, Inghilterra, Francia, Svezia e Spagna, chiamate da Todaro “comuni varietà non purificate”.
Gli insuccessi con le popolazioni straniere indussero, «Sebbene a malincuore» scrive Todaro, a fare selezione sulle popolazioni e varietà locali, tra cui il Rieti, il Fucense, il Gentil rosso, il Noè, il Cologna Veneta, il Monghidoro, il Marzuolo ferrarese, per le quali le prove condotte nel corso di quegli anni risultarono ben più soddisfacenti, aprendo così la strada all’idea di fare assoluto affidamento sui grani della zona. Tra tutte le varietà “elette” isolate, distinte, uniformi e stabili quelle considerate di maggior successo furono: il Gentil Rosso 48, il Rieti 11 e il Cologna 12.
La loro selezione fu effettuata in un arco di tempo di 3 anni. Furono anche selezionate con successo l’Inallettabile 95 e 96. I continuatori dell’opera di Todaro hanno seguito un percorso, come azienda sementiera privata, spesso parallelo a quello dei continuatori dell’opera di Strampelli, che si annoverano soprattutto tra i ricercatori pubblici. Todaro riunì l’attività di ricerca con quella imprenditoriale convinto che sarebbe stato più facile attirare l’attenzione degli agricoltori bolognesi intorno a risultati concreti piuttosto che a idee progettuali, per tale motivo soprattutto la 2° e 3° fase della ricerca di Todaro da lui descritte riportano:
– “lo studio pratico delle speciali attitudini di ciascuna delle famiglie individuate: che ha luogo nelle moltiplicazioni di prova”;
– “La ricerca diretta- con le colture di prova territoriale (delle varietà selezionate..)- dell’ambiente agrario in cui ciascuna delle famiglie elette può trovare le più favorevoli condizioni di esistenza”.
Fu nel 1927 che all’interno della Prosementi, al metodo di Todaro, non più direttore, fu affiancato quello dell’incrocio artificiale. Alcune varietà costituite da Strampelli vennero incrociate con quelle di Todaro, ottenendo così il San Giorgio, il Pieve e il Riale. Todaro definì questo nuovo percorso come un “risveglio”; scrisse in un comunicazione del 1936 alla Società Agraria di Bologna: “Senza quel ‘risveglio’ ci saremo ancora attardati nella faticosa revisione genetica dei vecchi nostri grani”.
da Giuseppe de Santis | Ott 26, 2017 | Personaggi
Napoleone Passerini e l’Istituto Agrario di Scandicci fra istruzione e innovazione agricola
di Daniele Vergari
Il Conte Napoleone Pio Passerini (Firenze, 23 marzo 1862 – Firenze, 11 maggio 1951) è una personalità ancora poco conosciuta dell’agricoltura italiana. Nato da famiglia nobile, di origine cortonese, con ampi possedimenti in val di Chiana come la fattoria di Bettolle, Passerini svolse i suoi studi nelle scienze naturali a Firenze diventando uno degli allievi prediletti di Adolfo Targioni Tozzetti, personalità di spicco del panorama scientifico italiano di fine ottocento.
Appassionato di chimica, botanica e zoologia, Passerini aveva un ampia formazione scientifica che gli permetteva di pubblicare articoli su temi di chimica agraria e del suolo, di agronomia – tra cui
un manuale molto interessante di agronomia edito prima a Firenze nel 1889 e poi da Vallardi nel 1905- di viticoltura ed enologia e di entomologia come risulta dalla lunga lista dei suoi lavori compilata dagli allievi in occasione delle celebrazioni in suo onore del 1952, un anno dopo la sua morte.
Proprietario di due importati fattorie di Bettolle in Valdichiana e di Scandicci nei pressi di Firenze, Napoleone Passerini introdusse innovazioni e miglioramenti nell’ordinamento colturale. Nella fattoria di Bettolle, fu tra i primi a promuovere la coltivazione del tabacco nella provincia di Arezzo e già dal 1905 fu tra le prime a coltivare il Kentucky come azienda in concessione speciale, ovvero con tabacchiere costruite in mattoni per realizzare la cura in azienda del tabacco. Inoltre nella stessa azienda, dagli inizi del secolo, Passerini permise la selezione nei suoi allevamenti, della razzaChianina grazie al contributo di Ezio Marchi e del Prof. Renzo Giuliani, più tardi autorevole Presidente dell’Accademia dei Georgofili.
Ma la notorietà di Napoleone Passerini si deve a quello che fu il suo progetto più importante: la scuola per agenti agrari – nota come Istituto agrario – di Scandicci destinata all’istruzione dei fattori. L’esperienza dell’insegnamento iniziò nel 1882 quando, ancora studente, Passerini iniziò a tenere dei corsi pratici agli agricoltori presso la sua fattoria a Scandicci Alto. Due anni dopo, rendendosi conto della necessità di istruzione di tecnici, fondò l’Istituto agrario di Scandicci che diresse fino alla morte avvenuta nel 1951. L’istituto fu una esperienza all’avanguardia per il periodo. Nei programmi della scuola, accanto ad un insegnamento teorico rigoroso, si affiancava la pratica in campo che si avvaleva di moderni laboratori, di un museo di storia naturale con importanti collezioni scientifiche e di un’ampia superficie di terreno dove svolgere sperimentazioni ed esperienze pratiche che vennero raccolte in vari numeri di un bollettino edito dall’Istituto. Agli inizi del XX secolo l’Istituto era diventato un’importante stazione di sperimentazione agraria sia sul frumento che sugli aspetti tecnologici dell’enologia e dell’olivicoltura. Proprio da alcuni professori e dallo stesso Passerini era nato verso il 1898 l’Istituto zimotecnico di Scandicci per la produzione di lieviti selezionati per l’enologia la cui attività è durata fino ai giorni nostri.
Particolarmente interessante fu anche l’attività svolta per la selezione del frumento visto che Passerini fu tra i primi a occuparsi della selezione e del miglioramento delle semente in Toscana. Fin dal 1888, presso l’Istituto di Scandicci, furono iniziate le sperimentazioni sui grani Gentil rosso, Gentil bianco e Mazzocchio e, negli anni successivi la selezione continuò per il solo Gentil rosso che fu diffuso, proprio dall’Istituto, come sementa selezionata fin dal 1891 conquistando il primo premio alle mostre di Pisa (1901) e di Firenze (1904). Nel 1900 Passerini e i suoi collaboratori provarono a ottenere degli ibridi Gentil Rosso x Noè ottenendo numerosi individui interessanti alcuni dei quali (n. 40 e 46) avevano i caratteri ricercati, ovvero statura minore e spighette più slargate. Queste popolazioni dettero buona prova in campo per la loro resistenza all’allettamento ed ottennero ottimi risultati produttivi tanto che furono coltivati per diversi anni prima che altre varietà si presentassero sul mercato.
L’istituto agrario di Scandicci nel corso dei suoi oltre sessanta anni di attività formò intere generazioni di fattori e di agenti rurali: nel solo periodo fra il 1884 e il 1909 di 473 studenti iscritti se ne diplomarono 158 di cui 148 erano diventati amministratori o fattori di aziende agricole. E il numero di iscritti sarebbe cresciuto sensibilmente nel corso del periodo fra le due guerre. Purtroppo l’istituto non sopravvisse che per poco tempo alla morte del suo fondatore. Già nel 1953, due anni dopo la morte del Passerini, nonostante le promesse e i proclami di mantenere in vita l’attività didattica, l’Istituto agrario cessò l’insegnamento e gli studenti dovettero concludere gli studi all’Istituto agrario privato di Villa Castelletti a Signa. Ben presto le collezioni dell’Istituto furono smembrate, in parte inviate all’Università o all’Istituto tecnico agrario delle Cascine (che ancora conserva il busto in bronzo del Passerini e parte delle collezioni scientifiche) e in parte disperse. L’attività di insegnamento e di educatore del Passerini tuttavia non si era limitata al solo Istituto di Scandicci: la sua passione per la didattica lo portò a insegnare, dal 1894, Industrie agrarie all’Istituto superiore agrario di Pisa mentre, dal 1923 a 1937, ricoprì la cattedra di Agronomia e Agricoltura all’Università di Pisa che era stata già di Cosimo Ridolfi e Cuppari. La personalità del Passerini è però ancora più ricca: Vice presidente dei Georgofili fra il 1906 e il 1910, Presidente della Società Botanica italiana e di molte altre istituzioni scientifiche fu nominato nel 1910 Senatore del Regno ricoprendo, al contempo, numerose cariche pubbliche come quella di Sindaco di Casellina e Torri e Consigliere Provinciale di Firenze. A titolo di curiosità riportiamo la sua enorme passione per la caccia e per la pesca (che svolgeva volentieri nei 60 ettari di area paludosa che aveva nei pressi dell’Osmannoro a Firenze dove ora sorge l’impianto detto, appunto, di Case Passerini) che lo portò a conquistare oltre 40 medaglie d’oro e numerosi premi e riconoscimenti.
da Giuseppe de Santis | Ott 26, 2017 | Personaggi
Ugo de Cillis e la Stazione Sperimentale di Granicoltura
La Stazione Sperimentale di Granicoltura per la Sicilia viene istituita con R.D. n. 2034 del 12/08/1927 quale consorzio tra lo Stato, il Banco di Sicilia, le Provincie e le camere di Commercio Siciliane, il Comune di Caltagirone e l’Istituto Agrario Siciliano Valdisavoia. La sede viene provvisoriamente fissata a Palermo e quindi con R.D. n. 1212 del 10/09/1931 stabilita a Catania. La Stazione con R.D. del 05/07/1928 è affidata al Regio Commissario Prof. Federico Paulsen, il quale in data 17/10/1929 nomina il Prof. Ugo De Cillis, vincitore di concorso bandito il 26/11/1927. Direttore straordinario a decorrere dal 01/11/1929. Il Prof. Ugo De Cillis dirigerà la Stazione sino al 02/12/1948, per essere sostituito nel tempo dai Prof. Mario Stanganelli (fino al 1952).
Il Prof. U. De Cillis durante il “Raduno dei tecnici agricoli del mezzogiorno e delle Isole”, tenutosi a Portici il 29-31 Marzo 1931, nella relazione
“La granicoltura Siciliana e le basi del suo miglioramento” enunciò le linee guida dei programmi di miglioramento genetico da lui avviati presso la Stazione: “Per quanto riguarda, infine, la scelta di razza e riferendomi in modo particolare al frumento, occorre tener presente, a mio parere, i seguenti concetti fondamentali : Data la grande variabilità di suolo e di clima dell’Isola, e per quest’ultimo non solo variabilità da luogo a luogo, ma da anno ad anno, è necessario adottare e diffondere parecchie razze ad attitudini e produttività, intese nel senso ecologico, diverse.
Per il concetto che ho già espresso circa l’armonia della produzione granaria Italiana nel suo complesso, occorre conservare alla produzione siciliana la caratteristica di grani duri per pastificazione, e scegliere per la panificazione grani specialmente di forza.
Date le condizioni poco favorevoli d’ambiente fisico e le condizioni tecnico-colturali dell’agricoltura Siciliana, che sarà sempre difficile raffinare molto, occorre ricercare razze e varietà piuttosto rustiche che siano capaci di utilizzare al massimo le risorse ambientali a resistere bene alle condizioni avverse.
Premesse queste direttive, è naturale che occorra approfondire la conoscenza delle varietà locali – molte delle quali altamente pregevoli – sia dal punto di vista morfologico che da quello biologico e colturale, e non decretarne, a priori, la sostituzione. Conosciute le loro caratteristiche, quelle varietà locali che avranno mostrati i maggiori pregi si purificheranno e si conserveranno per selezione, quelle troppo difettose si elimineranno e quelle che mostreranno accanto a notevoli pregi qualche difetto si cercherà di correggere con l’ibridazione.
Sia allo scopo di avere a disposizione materiale per l’ibridazione, e sia per l’eventuale diffusione in purezza, sarà curata la coltivazione in paragone di quel maggiore numero che sarà possibile di procurarsi di razze provenienti da altre regioni italiane e straniere che abbiano con la Sicilia condizioni simili di suolo e di clima. Il lavoro genetico volto al perfezionamento delle varietà locali e all’introduzione di nuove razze è certamente lungo e pieno d’incognite, specialmente in un ambiente così vario come quello siciliano, in cui il grano si coltiva da un’altitudine di oltre 1000 m. fino al livello del mare, sotto regimi pluviometrici che da altre 1000 mm. annui scendono a meno di 500, con le più svariate condizioni di suolo e con enormi variazioni dell’andamento climatico da un’annata all’altra.”
Tali criteri di carattere generale, enunciati nel 1931 e validi sino ai nostri giorni, hanno trovato pratico riscontro e significativi risultati nei lavori di selezione e incrocio varietale di frumenti vari effettuati dalla Stazione.
La Stazione Sperimentale di Granicoltura “rese concreta la possibilità di uno studio razionale dei problemi di tecnica colturale dei paesi aridi e di quelli dell’Italia meridionale ed insulare in specie”, così sottolinea lo stesso U. De Cillis : ”Si è finalmente, generalizzata la convinzione che l’agricoltura dei paesi aridi, la nostra agricoltura, è cosa ben distinta e diversa da quella dei paesi umidi, l’unica che , una volta, era designata con l’epiteto di ‘nazionale’” (U. De Cillis 1931).
Tutta la sperimentazione e la ricerca agraria intrapresa in quegli anni e proseguita con alterne vicende fino a i nostri giorni era improntata alla metodologia così enunciata da U. De Cillis.
“In quanto al metodo, è necessario che ogni problema di tecnica agraria venga considerato da un punto di vista assolutamente unitario e cioè nel più compiuto ed effettivo quadro ambientale e nei suoi rapporti con tutti i fenomeni e i fattori della produzione agraria. Non serve, ai fini della tecnica agraria, studiare, ad esempio, il terreno indipendentemente dal clima, o viceversa, o la pianta indipendentemente dal terreno e dal clima, come non serve studiare un metodo di lavorazione o di concimazione se non in rapporto alle modificazioni strutturali ch’esso comporta nel terreno, al bilancio della sua fertilità, alla produzione della pianta che si coltiva. A questo concetto fondamentale risponderà il metodo di lavoro e l’organizzazione della nuova Stazione sperimentale. Ne deriva, intanto, che a base delle ricerche che dovranno eseguirsi, sta la conoscenza dell’ambiente, nel suo più vasto senso, e pertanto, a base del razionale programma di attività della Stazione, sta lo studio sistematico per la conoscenza scientificamante esatta dei terreni, del clima, delle varietà e razze di piante coltivate. Basta questa sola enunciazione per comprendere di che importanza e di che vastità sia questo lavoro di base per la Sicilia vergine o quasi di queste indagini, al lume della moderna scienza e tecnica agraria, e la cui predominante caratteristica agrologica è l’estrema variabilità di suolo e di clima, a cui dà origine la speciale conformazione geomorfologica dell’Isola. La vastità e la natura stessa di queste indagini sono tali per cui, se se ne volesse attendere il compimento, parecchi decenni non basterebbero; e poichè la risoluzione dei problemi della produzione agraria ha per noi importanza vitale e obbliga a non attardarsi, è parimenti necessario che, mentre questa sistematica ed esatta conoscenza dell’ambiente si approfondisce e si sviluppa, la sperimentazione segua strettamente da vicino la tecnica, anche quando non possa basarsi sulla rigorosa conoscenza scientifica. In altri termini, è necessaria, e sarà seguita, una larga sperimentazione che si proponga fini essenzialmente pratici, i cui risultati, cioè, siano di un’applicabilità più generale che sia possibile e praticamente efficaci.”
Fin dal 1942 in un pregevole studio preliminare (De Cillis, 1942) furono date le prime notizie sulle caratteristiche morfologiche, fisiche, chimiche e tecnologiche dei frumenti siciliani; questo studio che certamente sarebbe stato fecondo di risultati, subì purtroppo un arresto per le note vicende belliche per le quali tanto ebbe a soffrire la Stazione, e nella sua attrezzatura e nella sua attività, per cui fu possibile ripigliare l’attività nel 1950, quando rimarginate le ferite, ripristinata in parte l’attrezzatura con gli aiuti straordinari, si ebbe il minimo indispensabile per lavorare.