di Fulvio Vicenzo – responsabile transizione ecologica di Cospe ETS e Riccardo Bocci – Rete semi rurali ETS
I sistemi sementieri gestiti dagli agricoltori (Farmers’ Managed Seed Systems – FMSS) e le case delle sementi comunitarie rappresentano una delle infrastrutture più importanti – e al tempo stesso meno riconosciute – per la sicurezza alimentare globale e per la costruzione della sovranità alimentare delle comunità e territori. In molte regioni rurali del mondo sono questi sistemi a garantire l’accesso a sementi adattate ai contesti locali, la conservazione della biodiversità coltivata e la capacità di risposta a shock climatici sempre più frequenti. Eppure, proprio tali sistemi continuano a operare in una zona grigia dal punto di vista normativo e politico, tanto in Europa come nel continente africano dove Cospe, Terre des Hommes Italia, Rete Semi Rurali (RSR), Sustainable Agriculture Technology (SAT), Community Technology Development Organisation (CTDT) e Women and Land Zimbabwe (WLZ), hanno realizzato e concluso, in Zimbabwe, nella provincia di Masvingo – distretti di Masvingo, Chiredzi, Mwenezi, durante il 2025, il progetto Semi per il futuro – agricoltura sostenibile per la resilienza delle comunità rurali, cofinanziato da AICS.
Condizioni climatiche imprevedibili, kit tecnologici basati su input chimici e sementi migliorate, accesso limitato a risorse finanziarie e a servizi di assistenza tecnica formati in pratiche sostenibili ed agroecologiche, ma soprattutto quadri legislativi pensati quasi esclusivamente per il sistema sementiero formale rendono difficile la sopravvivenza e la valorizzazione delle varietà locali. Le normative nazionali, in Africa come in Europa, continuano infatti a basarsi su criteri di registrazione delle varietà – il sistema basato su Distinzione, Uniformità e Stabilità (DUS) – che mal si adattano a materiali eterogenei e a processi di selezione partecipativa e decentralizzata, pratica che il progetto Semi per il futuro ha voluto sostenere ed ampliare, grazie soprattutto ai partner Rete Semi Rurali e CTDO. In Africa, il paradosso è evidente:
il sistema formale copre mediamente solo il 20% della domanda di sementi, mentre l’80% è soddisfatto dai sistemi gestiti dagli agricoltori, che garantiscono una maggiore diversità genetica e un più forte adattamento locale. È a partire da questa contraddizione che, dal 25 al 27 novembre 2024, ad Harare, si è svolto il workshop regionale promosso dal progetto Seeds for the Future, finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) e coordinato da COSPE, Rete Semi Rurali e CTDT insieme ad altri partner europei ed africani. Il seminario, dal titolo “Dalla selezione per la diversità alle normative sulle sementi: come promuovere un ambiente favorevole ai sistemi sementieri gestiti dagli agricoltori”
, ha riunito agricoltori e agricoltrici, ricercatori, funzionari pubblici e rappresentanti di reti della società civile provenienti da diversi Paesi africani ed europei. L’obiettivo non era solo tecnico, ma apertamente politico: creare uno spazio di dialogo tra livelli locali, nazionali e internazionali per ripensare le regole del gioco che governano l’accesso alle sementi.
Come ha sottolineato Riccardo Bocci, direttore tecnico di Rete Semi Rurali, in apertura dei lavori, “la diversità coltivata non è un residuo del passato, ma una risorsa strategica per il futuro. Se le regole riconoscono solo l’uniformità, finiscono per escludere proprio ciò che rende resilienti i sistemi agricoli di fronte al cambiamento climatico”.
Il workshop si è svolto nel quadro del Trattato Internazionale sulle Risorse Fitogenetiche per l’Alimentazione e l’Agricoltura (ITPGRFA), con il supporto della FAO e del Segretariato del Trattato. Un elemento tutt’altro che formale: infatti, anche se non molti operatori della cooperazione internazionale non ne sono consapevoli, il Trattato riconosce esplicitamente, da un lato, i Farmers’ Rights (Art. 9) e l’uso sostenibile dell’agrobiodiversità (art. 6), e dall’altro il ruolo della cooperazione internazionale e del capacity building (Art. 7) come leve per sostenere sistemi sementieri equi e sostenibili. Durante l’incontro sono emerse convergenze significative tra Africa ed Europa. I modelli legislativi sono sorprendentemente simili, perchè molti
molti Paesi africani hanno storicamente adottato il paradigma europeo tradizionale, centrato su uniformità e certificazione. Tuttavia, mentre diversi Stati africani continuano a rafforzare questo approccio, l’Unione Europea sta attraversando una fase di profonda revisione della propria legislazione sementiera, aprendo – almeno potenzialmente – maggiori spazi per la diversità, le varietà da conservazione e i sistemi gestiti dagli agricoltori, in modo particolare nell’ambito delle normative relative all’agricoltura biologica.
È in questo scarto temporale e politico che si inserisce il valore strategico del lavoro avviato in Zimbabwe. Il workshop di Harare non si è limitato a un confronto di esperienze, ma ha prodotto raccomandazioni condivise su temi chiave: il riconoscimento giuridico dei sistemi sementieri contadini, il rafforzamento delle case delle sementi comunitarie, il passaggio da sistemi rigidi di registrazione a meccanismi più flessibili e l’adozione di sistemi di qualità e certificazione partecipata.
Secondo Andrew Mushita, direttore di CTDT in Zimbabwe, “in molti Paesi africani il seme contadino è la norma, non l’eccezione. Senza un riconoscimento legale e investimenti mirati, il sistema che oggi garantisce la maggior parte delle sementi rischia di diventare fragile proprio nel momento in cui il cambiamento climatico ne rende il ruolo ancora più cruciale”.
Le raccomandazioni elaborate ad Harare sono state quindi utilizzate come input nel processo in corso dell’Unione Africana sui sistemi sementieri gestiti dagli agricoltori e sono state presentate come buona pratica regionale all’undicesima sessione dell’Organo Direttivo del Trattato FAO, svoltasi a Lima nel novembre 2025. In questo senso, il progetto Seeds for the Future ha contribuito alla nascita di una vera e propria “comunità di pratica” Africa–Europa, capace di dialogare con i processi politici continentali.
È in questa traiettoria che si colloca la prospettiva del nuovo incontro regionale previsto ad Harare tra nel 2026. L’obiettivo non sarà solo fare il punto sui progressi normativi, ma consolidare un’agenda condivisa tra reti contadine, istituzioni pubbliche, organismi regionali e cooperazione internazionale. L’evento punta a rafforzare il legame tra politiche sementiere, adattamento climatico e sicurezza alimentare, creando uno spazio strutturato di confronto tra Africa ed Europa in un momento di profondo cambiamento dei quadri regolatori globali.
Per la Cooperazione italiana, questa prospettiva apre opportunità rilevanti. Come sottolinea Fulvio Vicenzo, responsabile della transizione ecologica di COSPE, “il Trattato FAO non è un tema per addetti ai lavori: parla di cooperazione internazionale, di diritti dei contadini e di responsabilità condivise, e inoltre l’Italia è uno dei principali finanziatori. Oggi, mentre l’Europa riscrive le regole sulle sementi, è fondamentale che il sistema della cooperazione italiana investa su questi processi, costruendo coerenza tra politiche agricole, commercio e sicurezza alimentare nelle relazioni tra continenti”.
In un contesto segnato da crisi climatiche, instabilità dei mercati e tensioni geopolitiche, sostenere sistemi sementieri diversificati e gestiti dagli agricoltori e soprattutto dalle donne protagoniste in tale percorso, non è solo una scelta tecnica, ma una scelta strategica. L’esperienza dello Zimbabwe dimostra che progetti di cooperazione ben radicati possono incidere su politiche regionali e continentali, contribuendo a ridisegnare le regole che governano il futuro del cibo.
L’esperienza avviata in Zimbabwe suggerisce alcune piste operative concrete che la cooperazione italiana potrebbe consolidare nei prossimi anni, in coerenza con le priorità strategiche di AICS su clima, sistemi alimentari sostenibili, parità di genere
e sviluppo territoriale. Una prima direttrice riguarda l’integrazione strutturale dei Farmers’ managed seed systems nei programmi su adattamento climatico e agroecologia, riconoscendoli come infrastrutture chiave per la resilienza dei sistemi agricoli. In termini operativi, ciò dovrebbe tradursi in azioni specifiche all’interno dei bandi su sicurezza alimentare e cambiamento climatico, capaci di sostenere case delle sementi comunitarie, programmi di selezione partecipativa e reti di scambio sementiero a livello territoriale, in sinergia e complementarietà con il Benefit-sharing Fund (Fondo per la condivisione dei benefici) gestito dal Trattato stesso.
Un secondo ambito riguarda il rafforzamento del dialogo tra ricerca, politiche pubbliche e pratiche di campo. Attraverso partenariati strutturati FAO–AICS e collaborazioni con università, centri di ricerca, come il CIHEAM per esempio, specializzato nell’agricoltura biologica, e reti contadine, la Cooperazione italiana potrebbe sostenere linee guida operative su FMSS e agroecologia, utili sia ai progetti che ai decisori pubblici nei Paesi partner. Questo approccio consentirebbe di collegare in modo più sistematico gli interventi locali ai processi normativi nazionali e regionali, contribuendo a riforme legislative più inclusive e coerenti con i farmers’ rights.
Un terzo asse strategico riguarda il nesso tra biodiversità, genere e inclusione socio-economica. In molti contesti, le donne svolgono un ruolo centrale nella selezione, conservazione e circolazione delle sementi locali. Rendere questo contributo visibile e sostenuto – ad esempio attraverso criteri di genere espliciti nei bandi, supporto a organizzazioni di donne e giovani e investimenti mirati nelle economie locali – permetterebbe di rafforzare l’impatto sociale degli interventi su FMSS e agroecologia.
Infine, collegarei sistemi sementieri gestiti dagli agricoltori allo sviluppo territoriale e alle filiere locali rappresenta una leva fondamentale per rendere la biodiversità un motore di sviluppo e la trasformazione agroecologica dei sistemi agroalimentari a livello locale, e non solo un tema di conservazione. Il sostegno a catene del valore territoriali, mercati locali e sistemi alimentari sostenibili può trasformare i semi in un punto di ingresso per politiche integrate su clima, occupazione rurale e coesione sociale. In questo quadro, AICS con l’intero sistema Italia, avrebbe l’opportunità di posizionarsi come attore di riferimento nel promuovere un approccio ai sistemi alimentari che tenga insieme biodiversità, agroecologia e giustizia sociale, rafforzando il ruolo della cooperazione italiana nei processi regionali e multilaterali in corso.
Le 12 Associazioni italiane evidenziano il serio rischio che, si possa verificare una pericolosa riduzione delle garanzie a tutela della salute dei cittadini e dell’ambiente nelle norme europee che regolamentano le autorizzazioni e l’uso dei pesticidi
Mercoledì scorso gli agricoltori europei sono tornati a protestare con i loro trattori davanti alla sede del Parlamento europeo, riunito per l’approvazione dell’accordo di libero scambio commerciale tra Unione europea e Mercosur. Preoccupati per gli effetti negativi che l’accordo potrebbe avere sulle filiere agroalimentari europee gli agricoltori hanno chiesto l’applicazione del principio di reciprocità rispetto alle normative ambientali e sociali adottate dall’UE, a tutela della salute dei consumatori e dei diritti dei lavoratori.
In particolare, gli agricoltori sottolineano che nei prodotti agroalimentari provenienti dai Paesi del Mercosur, è autorizzato l’utilizzo di molti pesticidi pericolosi giustamente vietati nei 27 Stati dell’UE, con il rischio che possano arrivare sulle nostre tavole attraverso le importazioni, che rappresentano una parte rilevante degli scambi commerciali con il Sud America.
La richiesta di reciprocità delle normative ambientali e sociali è legittima e condivisibile, soprattutto nel settore agroalimentare, dove riguarda in particolare l’utilizzo delle sostanze chimiche impiegate nella produzione, trasformazione e commercializzazione dei prodotti che arrivano sulle nostre tavole.
Gli agricoltori europei chiedono, pertanto, l’applicazione del principio di reciprocità ma nel caso dei pesticidi, la richiesta è a senso unico: infatti, nessuno ha evidenziato che, tra i prodotti che l’UE potrà commercializzare con maggiori agevolazioni, ci sono anche i pesticidi con principi attivi oggi vietati per le aziende agricole dei 27 Paesi membri. Ne deriva un autentico paradosso: da un lato si vieta l’uso di sostanze pericolose in Europa per proteggere salute e ambiente, dall’altro si permette la loro vendita ai Paesi extra UE, senza considerare che questi pesticidi potrebbero ritornare indirettamente sul mercato europeo attraverso i prodotti agroalimentari importati. Tutto a esclusivo vantaggio dell’industria agrochimica, che continua a trarre profitto dalla commercializzazione di sostanze nocive.
12 Associazioni italiane evidenziano il serio rischio che, in assenza del recepimento delle richieste degli agricoltori europei da parte del Parlamento, si possa verificare una pericolosa riduzione delle garanzie a tutela della salute dei cittadini e dell’ambiente nelle norme europee che regolamentano le autorizzazioni e l’uso dei pesticidi.
In aggiunta a questo, le 12 Associazioni ribadiscono anche la necessità e l’urgenza di estendere il divieto di utilizzo dei pesticidi pericolosi per la salute e l’ambiente anche alla loro produzione e commercializzazione, in attuazione del principio di prevenzione del rischio che oggi viene evidenziato per l’accordo UE-Mercosur.
Con la scusa di compensare la delusione e la frustrazione degli agricoltori, le Istituzioni europee sembrano disposte a sacrificare, ancora una volta, le normative più avanzate a tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini. Non potendo garantire una reale applicazione del principio di reciprocità e il rafforzamento delle garanzie di salubrità delle produzioni agroalimentari, cresce il rischio di riduzione delle norme oggi in vigore nell’Unione europea, in nome di una maggiore competitività e sostenibilità economica delle produzioni comunitarie.
Un rischio che si è già concretizzato con la proposta di provvedimento Omnibus per l’agricoltura, che prevedeautorizzazioni a tempo indeterminato per l’uso di pesticidi, ignorando i risultati della ricerca scientifica che ne attestano la pericolosità per la salute delle persone e per l’ambiente.
Si tratta di una vera deregolamentazione, che va nella direzione opposta all’aumento delle tutele che era previsto con il Regolamento SUR sulla riduzione dell’uso dei pesticidi, poi ritirato dalla Commissione UE in risposta alle manifestazioni dei trattori nel 2024. Un precedente pericoloso, che oggi rischia di essere replicato con il provvedimento Omnibus in risposta alle proteste degli agricoltori di questa settimana, mettendo nuovamente a rischio le garanzie di sicurezza ambientale e sanitaria, senza risolvere i reali problemi delle aziende agricole.
Roma, 23 gennaio 2026
Le 12 Associazioni: ACU – Associazione Consumatori e Utenti; AIAB – Associazione Italiana Agricoltura Biologica; AIDA – Associazione Italiana di Agroecologia; Associazione Italiana Agricoltura Biodinamica; Federazione Nazionale Pro Natura; Greenpeace Italia; Lipu; Osservatorio Fairwatch; UPBIO – Unione Produttori Biologici; Rete Semi Rurali ETS; Terra!; WWF Italia
Votazione in plenaria del Parlamento europeo domani 8 ottobre: 13 Associazioni dicono no all’ulteriore “semplificazione” della PAC che danneggia la natura, il suolo e la salute Le Associazioni hanno inviato una lettera agli europarlamentari per chiedere un voto responsabile e lungimirante.
13 organizzazioni della società civile, impegnate a promuovere una transizione agroecologica, hanno inviato una lettera agli europarlamentari italiani in vista del voto di domani nella plenaria del Parlamento europeo sulla proposta della Commissione che modifica ulteriormente i regolamenti della PAC 2023-2027: la Commissione continua l’opera di demolizione di tutte le misure a protezione della natura e della salute in agricoltura. Gli ultimi emendamenti adottati dalla Commissione Agricoltura del Parlamento (COMAGRI) aprono la strada alla distruzione delle aree Natura 2000, le aree più preziose d’Europa per la protezione della natura, e indeboliscono le azioni della Politica Agricola Comune (PAC) per la tutela della fertilità dei suoli, ipotecando così anche il futuro degli agricoltori. Quella che viene presentata come una “semplificazione” dalla Commissione europea è in realtà un grave indebolimento della protezione ambientale nelle produzioni agricole: una proposta avanzata senza alcuna valutazione degli impatti climatici o ambientali e senza un’adeguata consultazione con tutte le parti sociali ed economiche interessate. In definitiva, l’ennesima picconata alla sostenibilità ambientale e sociale dell’agricoltura europea. La relazione adottata dalla COMAGRI consente agli agricoltori che operano nei siti Natura 2000 di essere automaticamente considerati conformi alle norme ambientali di base della PAC, eliminando in particolare la norma che garantisce la protezione dei prati più preziosi di Natura 2000 (GAEC 9).
Le 13 Associazioni sono convinte che gran parte degli agricoltori sono consapevoli della necessità di mantenere misure rigorose di protezione dell’ambiente e della natura, per garantirsi i servizi ecosistemici indispensabili per mantenere le produzioni agricole. Ma purtroppo questi loro interessi non sono oggi rappresentati dai dirigenti delle maggiori Associazioni agricole che sollecitano la cancellazione delle norme europee per la tutela dell’ambiente e della salute, come risulta evidente dai documenti prodotti da Coldiretti e Confagricoltura in occasione della recente consultazione pubblica sulla revisione della normativa ambientale dell’Unione Europea.
Le aree agricole all’interno dei siti della Rete Natura 2000 saranno così ancora più a rischio di speculazione e accaparramento da parte dei grandi proprietari, danneggiando i piccoli agricoltori virtuosi. Essere all’interno di un sito Natura 2000 non significa che un’azienda agricola soddisfi automaticamente le norme per la tutela dell’ambiente. Alcuni di questi siti sono degradati, privi di piani di gestione adeguati e senza la definizione e l’applicazione di misure di conservazione efficaci. L’Italia per questi motivi è sotto procedura d’infrazione comunitaria dal 2015, con il rischio di pesanti sanzioni che pagherebbero tutti i cittadini. Considerando le aziende agricole nelle aree Natura 2000 come automaticamente conformi agli standard di base di protezione ambientale (GAEC) e rimuovendo la protezione esplicita per i prati di valore (GAEC 9), si rischia di dare carta bianca a pratiche dannose, in particolare la distruzione di prati di pregio. Inoltre, il rischio è anche quello di accaparramento a fini speculativi di terre fino ad oggi custodite dai piccoli agricoltori. Inoltre, la relazione COMAGRI arriva a chiedere l’eliminazione dell’obbligo di adottare misure contro l’erosione del suolo (GAEC 5). Ciò è in forte contrasto con l’urgente necessità di proteggere la fertilità dei suoli, una risorsa vitale per l’agricoltura. In tutta l’Unione europea, il 60-70% dei suoli è degradato e il suolo fertile perduto è stimato in 1 miliardo di tonnellate all’anno. Gli europarlamentari domani saranno di fronte a un bivio: proteggere i suoli europei e salvaguardare le preziose aree naturali, tutelando agricoltori, natura e salute dei consumatori, oppure permettere la distruzione del nostro capitale naturale attraverso una falsa “semplificazione”. Le 13 Associazioni auspicano un voto responsabile e lungimirante del Parlamento europeo che tuteli le risorse naturali indispensabili per garantire, nel medio e lungo periodo, un reddito adeguato degli agricoltori, tutelando così anche la credibilità delle Istituzioni europee.
Roma, 7 ottobre 2025
Le 13 Associazioni ambientaliste,e dei consumatori che inviano questo comunicato rappresentano un’ampia alleanza che sostiene le Strategie UE del Green Deal, Farm to Fork e Biodiversità 2030. Le 13 Associazioni (ACU, AIAB, AIDA, AIAPP Associazione Italiana Architetti Pianificatori e Paesaggisti, Associazione Italiana Agricoltura Biodinamica, CIWF Italia Onlus, Greenpeace, Lipu BirdLife, Pro Natura, Rete Semi Rurali, UPBio, Terra! e WWF Italia) condividono la visione di una transizione agroecologica dell’agricoltura italiana ed europea, che tuteli tutti gli agricoltori, i cittadini e l’ambiente.
Un gruppo di importanti organizzazioni ambientaliste – BirdLife Europa e Asia Centrale, l’Ufficio Europeo dell’Ambiente (EEB), Greenpeace e WWF – ha unito le forze per analizzare la proposta della Commissione europea per la futura Politica Agricola Comune (PAC), presentata a luglio 2025. La loro valutazione è chiara: la proposta attuale è gravemente carente e rischia di perpetuare un modello agricolo insostenibile, invece di guidare la necessaria transizione ecologica.
Il problema di fondo Il settore agricolo si trova in una posizione cruciale: è sia vittima dei cambiamenti climatici e della perdita di biodiversità, sia uno dei responsabili. L’attuale crisi geopolitica ha inoltre messo in luce la fragilità del nostro sistema alimentare. La PAC, che rappresenta una fetta enorme del bilancio UE, ha il potenziale per trasformare l’agricoltura europea in una forza positiva, a beneficio degli agricoltori, della natura e della sicurezza alimentare a lungo termine. Purtroppo, la proposta della Commissione, nonostante alcuni timidi passi avanti, non coglie questa opportunità.
Le associazioni identificano quattro grandi aree critiche
1. Finanziamenti inefficaci per l’ambiente: La proposta non garantisce che una quota sufficiente del budget sia dedicata concretamente alla protezione del clima e della natura. Il sistema per tracciare questa spesa è definito “profondamente imperfetto” e rischia di trasformarsi in un mero esercizio di “greenwashing”. Ad esempio, considera automaticamente come “spesa per il clima” alcune misure di sostegno al reddito senza che queste abbiano reali benefici ambientali. Inoltre, scompare il monitoraggio specifico per la biodiversità.
2. Sostegno al reddito ingiusto: Il sistema dei pagamenti diretti, basato principalmente sulla superficie coltivata, rimane largamente inalterato. Questo significa che la maggior parte dei fondi continua a fluire verso le aziende agricole più grandi e ricche (l’1% più ricco), invece di essere indirizzata verso chi ne ha realmente bisogno o pratica un’agricoltura più sostenibile. I criteri per rendere il sostegno più equo sono troppo deboli e non tengono conto delle diverse realtà agricole tra gli stati membri.
3. Sussidi dannosi persistono: La proposta non introduce misure abbastanza forti per eliminare i sussidi che danneggiano l’ambiente. Le norme per impedire che i fondi pubblici finanzino pratiche intensive dannose (come l’allevamento intensivo o l’uso eccessivo di pesticidi) sono vaghe e lasciano troppa discrezionalità agli stati membri, rischiando una “corsa al ribasso” negli standard ambientali.
4. Scarsa responsabilità e trasparenza: Manca un solido sistema per misurare i veri risultati della PAC. Senza indicatori chiari che misurino l’impatto concreto sulle emissioni di gas serra, sulla biodiversità o sulla riduzione dei pesticidi, è impossibile sapere se la politica sta funzionando. Anche il meccanismo per garantire che gli stati membri rispettino gli obiettivi UE è considerato troppo debole.
Per trasformare la PAC in uno strumento di vera transizione, le organizzazioni propongono una serie di cambiamenti radicali:
° Finanziare la transizione ecologica: Destinare in modo vincolante almeno il 50% del budget della PAC ad azioni concrete per il clima e l’ambiente, con fondi dedicati per aiutare ogni azienda agricola nella transizione verso pratiche sostenibili. ° Rendere il sostegno più equo: Eliminare gradualmente i pagamenti basati solo sulla superficie e privilegiare il sostegno alle aziende che forniscono benefici ambientali e sociali (come l’agricoltura biologica o quelle situate in aree protette). ° Porre fine ai sussidi dannosi: Introdurre un “elenco negativo” che escluda chiaramente il finanziamento di pratiche dannose, come gli investimenti in allevamenti intensivi in gabbia o in sistemi di irrigazione in zone a scarsità idrica. ° Garantire risultati e responsabilità: Stabilire indicatori di performance rigorosi per misurare i progressi reali (ad esempio, l’indice di abbondanza degli uccelli nei campi agricoli) e dare alla Commissione Europea il potere di bloccare i piani nazionali che non rispettano le regole.
Il messaggio è forte e chiaro: l’attuale proposta di PAC non è all’altezza delle sfide del nostro tempo. Per avere una possibilità di raggiungere gli obiettivi climatici e di biodiversità dell’UE, e per garantire un futuro prospero agli agricoltori europei, è essenziale che i legislatori modifichino profondamente il testo durante i negoziati.
Per supportare i negoziati e sviluppare la loro visione comune , questo briefing presenta i cambiamenti chiave che BirdLife Europe, EEB, Greenpeace e WWF raccomandano alle istituzioni dell’UE per migliorare il quadro giuridico proposto e fornire gli incentivi necessari al settore per effettuare una transizione significativa verso la sostenibilità e la resilienza.
Il mondo agricolo chiede dazi “ambientali” e “sociali” contro l’accordo di libero scambio tra Ue e Mercosur. Facendo emergere l’ipocrisia sui pesticidi.
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 276 – Dicembre 2024
Hanno fatto discutere a fine novembre le trattative per la conclusione dell’accordo di libero scambio tra Unione europea e Mercosur, dopo circa un quarto di secolo di trattative. L’Ue creerebbe così un’area di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay con all’interno più di settecento milioni di persone.
Si tratta di un altro tassello verso quel processo di apertura dei mercati e globalizzazione commerciale che un tempo era oggetto di critica del pensiero altermondialista. Oggi si fa fatica anche solo a scoprire che questo accordo era in agenda nel G20 che si è tenuto in Brasile dal 14 al 19 novembre.
Le uniche voci contrarie sono rimaste quelle del mondo agricolo che, questa volta compatto, chiede la revisione di un accordo che viene visto come la pietra tombale sull’agricoltura europea a causa dell’eliminazione dei dazi alle importazioni dei prodotti agricoli del Mercosur.
Infatti, come al solito, l’Unione europea negozia l’apertura dei mercati altrui a beni industriali e servizi europei e offre l’ingresso di materie prime agricole nel proprio mercato. Il tutto è perfettamente funzionale con il modello di sviluppo nel quale siamo immersi: l’agricoltura è un settore residuale destinato a scomparire dalle economie a capitalismo avanzato, fatta salva la nicchia del cosiddetto prodotto di qualità (variamente etichettato), che però lega sempre più la materia prima alle zone dove il costo della manodopera è basso e limita la mera trasformazione al territorio europeo.
Insomma non è un errore per i funzionari di Bruxelles negoziare un accordo di questo tipo, è esattamente quello che hanno imparato nelle business school che hanno frequentato e quello che gli insegnano ogni giorno. Dominati da questo pensiero unico liberista, ai sindacati non resta che difendere una battaglia di retroguardia, affermando che l’accordo non è equo perché gli agricoltori del Mercosur non devono rispettare le regole ambientali europee e quindi i nostri cittadini si troverebbero dei prodotti con bassi standard qualitativi.
Le firme raccolte dalla petizione del Pesticide action network Europe e presentate alla Commissione europea sono 260mila
In questo caso, il Green deal e le norme ambientali, tanto avversate in altre occasioni dai sindacati agricoli, tornano a essere un utile appiglio per difendere la richiesta di dazi “ambientali” e “sociali”. È però difendibile una simile posizione che da un lato protegge il nostro mercato, ma dall’altro ha come orizzonte commerciale l’esportazione e quindi le aperture dei mercati altrui ai nostri prodotti? Senza mai rimettere in discussione il modello agricolo industriale.
Anche un altro problema emerge nelle relazioni Ue/Mercosur: la nostra falsa coscienza riguardo i pesticidi. Infatti se in Europa dopo anni di lotte le politiche agricole cominciano timidamente a parlare di una loro riduzione e della messa al bando di quelli “troppo” tossici (vedi anche la petizione lanciata dal Pesticide action network Europe con più di 260mila firme e presentata a novembre alla Commissione), in Sud America la situazione è molto diversa.
In Brasile, ad esempio, il loro uso è quadruplicato negli ultimi dieci anni. Si tratta in molti casi di principi attivi che da noi non sono più ammessi, ma che sono prodotti in Europa e poi esportati in America Latina. Quindi, ricapitolando, l’Ue attua delle politiche ambientali (che però si guardano bene dal bandire la produzione dei pesticidi non commercializzabili in Europa) per rendere più green l’agricoltura, ma allo stesso tempo promuove con le politiche commerciali un’apertura dei mercati che favorisce le importazioni agricole a basso costo da zone dove queste politiche non sono attuate e per di più esporta in questi Paese quei pesticidi che mette al bando sul territorio comunitario.
A prima vista potrebbe sembrare un’incoerenza o lo strabismo frutto di competenze e direzioni diverse della Commissione europea. Ma, in realtà, tutto ciò ha un nome: capitalismo.