da Manuele Bartolini | Ago 24, 2026 | Personaggi
George Washington Carver è stato uno degli scienziati neri più importanti dei primi del XX secolo.
di Michele Salvan – Rete Semi Rurali
Nato in schiavitù nel 1864 in Missouri, si formò in scuole per soli neri, e si diplomò alla Minneapolis High School, per essere poi ammesso alla Highland University in Kansas, gestendo al contempo un appezzamento in autonomia e acquisendo importanti competenze pratiche in ambito agricolo. A seguire, studiò da primo studente nero all’Iowa State Agricultural College (oggi Iowa State University).
Si laureò con una tesi intitolata “Piante modificatedall’uomo” nel 1894, svolgendo ricerche presso la Iowa Agricultural and Home Economics Experiment Station, dove conseguì il master nel 1896. Divenne in seguito il primo docente afroamericano alla Iowa State.
Nel 1896 ricevette l’invito di Booker T. Washington, primo preside e presidente del Tuskegee Institute (oggi Tuskegee University) a dirigere il suo
Dipartimento di Agricoltura, dove Carver insegnerà per 47 anni, trasformandolo in un solido centro di ricerca di influenza nazionale.
Nello specifico focalizzò l’insegnamento e la sua ricerca sugli utilizzi alternativi per arachidi, patate dolci, soia, cajano, noci pecan e altre colture, sviluppando tecniche per migliorare i terreni impoveriti dalla monocoltura del cotone. In particolare indicò l’importanza di mantenere un buon tenore d’azoto nei suoli attraverso una rotazione sistematica delle colture, portando a miglioramenti delle rese del cotone e fornendo redditi alternativi allo stesso.
Operativamente Carver progettò una classe mobile per portare l’istruzione agli agricoltori e fondò un laboratorio di ricerca industriale, in cui effettuare ricerche originali da cui ricavare innovazioni sul piano pratico. Sotto la sua guida, la Stazione Sperimentale di Tuskegee pubblicò oltre quaranta bollettini pratici destinati in gran parte agli agricoltori poveri del Sud e del Midwest, contenenti indicazioni per contrastare l’esaurimento del suolo, la produzione di raccolti maggiori, e la conservazione e la trasformazione delle derrate agricole.
La fortuna della coltura dell’arachide negli USA, di cui si fece grande promotore e avvocato sino al Congresso americano, è in gran parte suo merito. Durante la Grande Depressione e la crisi del Dust Bowl partecipò a conferenze di chimergia, disciplina dedicata allo sviluppo di nuovi prodotti dalle colture, in un’ottica di tutela dei suoli e valorizzazione agro-industriale dei prodotti.
Oltre al suo lavoro per migliorare la vita degli agricoltori, Carver fu anche una figura di riferimento nella diffusione dell’ambientalismo. Era considerato tra i maggiori esperti nazionali in campo agricolo e ambientale del suo tempo. Diversi dei suoi collaboratori ed ex allievi svolsero la carica di Segretario all’Agricoltura durante il New Deal Roosveltiano. Ad ogni modo ricevette numerosi riconoscimenti per il suo lavoro, tra cui la Medaglia Spingarn della NAACP, e nel 1916 fu nominato membro della Royal Society of Arts in Inghilterra (uno dei pochi americani all’epoca a ricevere questo onore), oltre a tre dottorati Honoris causa.
Nel 1941, la rivista Time soprannominò Carver un “Leonardo Nero”. Morì nel 1943 e la sua tomba riporta: “Avrebbe potuto aggiungere fortuna alla fama, ma non curandosi di nessuna delle due, trovò felicità e onore nell’essere utile al mondo.”
da Manuele Bartolini | Mag 29, 2024 | Notiziari, Personaggi
Una vita spesa per l’agricoltura mondiale
Fra le figure di spicco dell’innovazione varietale e del tentativo di coniugare l’evoluzione delle tecniche con la tutela degli agricoltori troviamo sicuramente M. S. Swaminathan (1925- 2023). Dagli anni ’50 del secolo scorso lo scienziato indiano è stato protagonista in India della Rivoluzione verde, senza però dimenticarne le implicazioni sociali.
Dopo una laurea in zoologia, studiò agraria presso l’Università di Madras e svolse i primi lavori di ricerca all’Indian Agricultural Research Institute (IARI) di Nuova Delhi, dedicandosi in particolare allo studio delle patate. Giunto in Europa alla fine degli anni ‘40, Swaminathan lavorò per 8 mesi a Wageningen cercando di adattare alcune varietà di patate a resistere ai nematodi manifestatisi durante il conflitto mondiale. Nello stesso anno si trasferì a Cambridge e conseguì il dottorato
con una tesi sulla differenziazione delle specie e la poliploidia nel genere Solanum. A questo punto il giovane scienziato fece il grande salto e spostatosi negli Stati Uniti contribuì a costruire una stazione di ricerca sulla patata presso il laboratorio di genetica dell’Università del Wisconsin guidato dal premio Nobel Joshua Lederberg. Tornato in India nel 1954, lavorò presso il Central Rice Research Institute di Cuttack come assistente botanico nelle ricerche sull’ibridazione del riso Indica con il riso Iaponica. Sulla base di questi studi, nei mesi successivi, si dedicò ad ottenere varietà nane di grano da adottare in India e per questo nel 1954 tornò presso lo IARI di New Delhi. È qui che Swaminathan incontrò Norman Borlaug con il quale iniziò una proficua collaborazione scientifica che portò all’incrocio di varietà a bassa taglia di grano, messicane e giapponesi, per l’agricoltura indiana. A metà degli anni ‘60, si arrivò a semine in pieno campo di alcune nuove varietà con ottimi risultati: nel 1968 la produzione granaria indiana arrivò a 17 milioni di tonnellate, 5 in più rispetto al raccolto precedente. La Rivoluzione verde aveva dato i suoi frutti e nel giro di pochi anni, l’India si avviò verso un percorso di autosufficienza alimentare che fu raggiunto in poco tempo, fermo restando lo sforzo di lavorare su accesso e disponibilità di cibo per i cittadini indiani.
Nel frattempo, la carriera di Swaminathan prese ulteriori strade. Nel 1972 fu nominato direttore generale del Consiglio indiano per la ricerca agricola e, nel 1979, Segretario del governo. Fu, anche, vicepresidente del WWF e dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN), mentre, nel 1987, vinse il World Food Prize, e utilizzò il premio per costruire la MS Swaminathan Research Foundation. Nel 2007 divenne presidente della Commissione Nazionale sugli agricoltori dell’India, dando ulteriore impulso al riconoscimento del lavoro degli agricoltori, anche attraverso la prima normativa a livello internazionale sui Diritti degli agricoltori, sanciti dal Trattato FAO sulle Risorse Genetiche per l’Agricoltura e l’Alimentazione.
Il suo sforzo scientifico, orientato alla creazione di nuove varietà per ridurre la fame nel mondo, ha lasciato un profondo segno nell’agricoltura indiana e mondiale, ma Swaminathan sarà anche ricordato per l’enorme contributo per la difesa del ruolo degli agricoltori nella conservazione dell’agrobiodiversità.
da Giuseppe de Santis | Gen 29, 2018 | Personaggi
Viaggi, popoli e…viti. Giuseppe Acerbi e la sua raccolta scomparsa di vitigni
di Daniele Vergari
Giuseppe Acerbi (Castel Goffredo, 3 maggio 1773 – Castel Goffredo, 25 agosto 1846) è stato un personaggio poliedrico: politico (fu al Congresso di Vienna del 1814), esploratore (alla fine del XVIII secolo fece un lungo viaggio in Svezia e in Finlandia raggiungendo Capo Nord mentre, negli anni successivi, esplorò l’Egitto), archeologo (la sua raccolta di reperti archeologici egiziani è oggi raccolta in un museo a Mantova) e appassionato naturalista.
Al ritorno dalle sue deludenti esperienze diplomatiche e dai suoi viaggi, nel 1823, Acerbi pubblicò un interessante “Tentativo di classificazione geoponica” delle viti su la Biblioteca Italiana di cui era il Direttore. Lo scopo dell’articolo era quello di unire l’aspetto classificatorio dei caratteri delle viti al tentativo in quegli anni molto
diffuso (basti pensare ai lavori di Gallesio, di O. Targioni Tozzetti e altri) -di arrivare a una sinonimia condivisa dei nomi delle varietà delle pianteAcerbi, propose, a differenza degli studiosi francesi, un metodo di classificazione basato su pochissimi caratteri essenziali ed emergenti in ogni specie di uva, e contribuì alla scelta di quelle qualità di uva che permisero anche all’Italia una produzione di vini tipici pregiati.
Ma la passione di Acerbi si indirizzò anche nella creazione di un vigneto di raccolta delle varietà europee di Vitis Vinifera, nei pressi della sua tenuta de La Palazzina a Castel Goffredo, dove riunì oltre 1500 varietà di vite. Di queste circa 600 venivano dalle zone limitrofe o dai suoi numerosi corrispondenti italiani, agronomi e botanici, sparsi in tutta la penisola che gli inviarono numerosi maglioli. Altre 400 varietà furono regalate all’Acerbi dall’Arciduca Francesco Carlo d’Asburgo in virtù anche dei servigi resi all’Impero asburgico dallo stesso Acerbi. Queste varietà rappresentavano una gran parte del patrimonio viticolo dell’Austria, Ungheria, Slovenia, Croazia, Boemia e di altre parti del vasto Impero Asburgico. Infine, circa 500 varietà provenivano dal resto dell’Europa grazie ad acquisti effettuati da importanti vivaisti come i Burdin di Chambery o da orti botanico come quello di Ginevra il cui Direttore, Augustin De Candolle, era particolarmente generoso nell’inviare campioni di piante in suo possesso (pochi anni dopo, aiutato dal figlio Alphonse, avrebbe inviato all’Orto botanico di Firenze oltre 150 varietà di viti).
Questa enorme collezione di cultivar, sviluppatasi con l’aiuto generoso di molti agricoltori e possidenti, è testimoniata dall’elenco minuzioso e diviso per aree di provenienza che accompagna il volume edito nel 1825 presso Silvestri (Milano) dal titolo “Delle viti italiane”. Il volume – così come la collezione dell’Acerbi – è poco conosciuto, e comunque quasi introvabile ma rappresenta un importante punto di partenza per quella scienza ampelografica che avrebbe visto, alcuni decenni dopo, l’opera del Di Rovasenda.
La raccolta dell’Acerbi divenne forse una delle più importanti raccolte di biodiversità viticola in Europa ma, come spesso accade, non sopravvisse alla morte del botanico. Già nel 1836 Acerbi si trasferì in Egitto come Console austriaco lasciando, probabilmente a se stesse, le collezioni ampelografiche. Alla sua morte, nel 1846, la sua collezione sembra essere già dispersa in accordo con quella vita, solitaria e a tratti misteriosa, che l’Acerbi aveva sempre condotto. Ad oggi il volume “Delle viti italiane” del 1825 è reperibile su Googlebooks oppure attraverso una rara ristampa anastatica del 1999.
da Giuseppe de Santis | Ott 11, 2017 | Personaggi
“Noi andremo al rogo, moriremo bruciati, ma non rinunceremo mai alle nostre convinzioni”.
Vavilov (1887-1943) considerato uno dei più grandi botanici-genetisti, fu il primo a riconoscere che il futuro del cibo dipende dai “minuscoli semi dei campi di tutto il mondo” e, ironia della sorte, a morire in carcere proprio di fame.
A capo di un grandioso programma teso a far fronte alla grave situazioni agricola russa nei primi decenni del XX secolo, Vavilov partì dal presupposto che per migliorare i rendimenti delle colture agrarie fosse necessario arricchirne la base genetica e poi operare la selezione. Con il fine di scoprire, collezionare e conservare le basi genetiche di specie spontanee e coltivate per
per garantire alle generazioni future la “sicurezza alimentare”, spedizioni in tutto il mondo (G.P. Nahan, Where our food comes from, 2009). A capo di un grandioso programma teso a far fronte alla grave situazioni agricola russa nei primi decenni del XX secolo, Vavilov partì dal presupposto che per migliorare i rendimenti delle colture agrarie fosse necessario arricchirne la base genetica e poi operare la selezione. Con il fine di scoprire, collezionare e conservare le basi genetiche di specie spontanee e coltivate per garantire alle generazioni future la “sicurezza alimentare”, guidò una serie di straordinarie spedizioni in tutto il mondo (G.P. Nahan, Where our food comes from, 2009).
In Russia il suo lavoro mise sotto una nuova luce le idee sull’origine delle piante coltivate permettendo lo studio della variazione del rapporto fra ambiente e piante, fra genoma e fenotipo “la possibilità di ogni progresso della conoscenza della fisiologia organica del vegetale è affidata in via primaria all’analisi del genotipo e al meccanismo di trasmissione ereditaria dell’insieme delle innumerevoli caratteristiche di cui si compone e che compaiono a livello fenotipico: i caratteri”. Vavilov come fondatore dell’Accademia di Lenin e presidente del VIRV, mise a disposizione di biochimici e selezionatori una grandissima quantità di materiale genetico e comparò le diverse tecniche di coltivazione messe a punto in altri sistemi agricoli di diversi paesi.
Se Lenin aveva premiato il suo lavoro, nonostante prevedesse anni di sperimentazioni, prima di selezionare una varietà interessante dal punto di vista produttivo, Stalin lo condannò. Vavilov fu oggetto di una pesante campagna diffamatoria iniziata nel 1931, da parte di un pupillo del regime staliniano: il biologo Lysenko, capace purtroppo di interpretare più le ragioni politiche che le leggi genetiche. Dal 1930 fio al 1940, a niente valsero i tentativi di difesa da parte di numerosi biologi e genetisti russi della validità e dignità scientifica del lavoro svolto da Vavilov e dal VIRV; nel 1940 fu arrestato, nel 1941 accusato, tra le altre cose, di cospirazione di “destra” e quindi condannato a morte. Vavilov morì nel 1942 nella prigione russa di Saratov. Morto Vavilov, Lysenko, considerato da molti pazzo e capace di crimini contro l’umanità (A.Papi, L’ideologia nella scienza: il caso Lysenko, Roma, 1998), indebolì gli studi di genetica classica divenendo così “il grande padre russo della biologia progressista”. Lysenko, come riportato dal grande fisico Andrey Sacharov (Memorie, 1990) fu poi accusato nel 1964, durante le elezioni del Presidente dell’Accademia delle scienze dell’URSS, di essere stato “responsabile del vergognoso ritardo della biologia sovietica nel campo della Genetica Scientifica […] e della persecuzione della scienza autentica e dei veri scienziati”.
Ciò segnò la sua definitiva condanna da parte della comunità scientifica russa e l’ufficiale riabilitazione di scienziati come N.I.Vavilov.