Giuseppe Acerbi

Gen 29, 2018 | Personaggi | 0 commenti

Viaggi, popoli e…viti. Giuseppe Acerbi e la sua raccolta scomparsa di vitigni
Giuseppe Acerbi (Castel Goffredo, 3 maggio 1773 – Castel Goffredo, 25 agosto 1846) è stato un personaggio poliedrico: politico (fu al Congresso di Vienna del 1814), esploratore (alla fine del XVIII secolo fece un lungo viaggio in Svezia e in Finlandia raggiungendo Capo Nord mentre, negli anni successivi, esplorò l’Egitto), archeologo (la sua raccolta di reperti archeologici egiziani è oggi raccolta in un museo a Mantova) e appassionato naturalista.

Al ritorno dalle sue deludenti esperienze diplomatiche e dai suoi viaggi, nel 1823, Acerbi pubblicò un interessante “Tentativo di classificazione geoponica” delle viti su la Biblioteca Italiana di cui era il Direttore. Lo scopo dell’articolo era quello di unire l’aspetto classificatorio dei caratteri delle viti al tentativo – in quegli anni molto diffuso (basti pensare ai lavori di Gallesio, di O. Targioni Tozzetti e altri) – di arrivare a una sinonimia condivisa dei nomi delle varietà delle piante. Acerbi, propose, a differenza degli studiosi francesi, un metodo di classificazione basato su pochissimi caratteri essenziali ed emergenti in ogni specie di uva, e contribuì alla scelta di quelle qualità di uva che permisero anche all’Italia una produzione di vini tipici pregiati.
Ma la passione di Acerbi si indirizzò anche nella creazione di un vigneto di raccolta delle varietà europee di Vitis Vinifera, nei pressi della sua tenuta de La Palazzina a Castel Goffredo, dove riunì oltre 1500 varietà di vite. Di queste circa 600 venivano dalle zone limitrofe o dai suoi numerosi corrispondenti italiani, agronomi e botanici, sparsi in tutta la penisola che gli inviarono numerosi maglioli. Altre 400 varietà furono regalate all’Acerbi dall’Arciduca Francesco Carlo d’Asburgo in virtù anche dei servigi resi all’Impero asburgico dallo stesso Acerbi. Queste varietà rappresentavano una gran parte del patrimonio viticolo dell’Austria, Ungheria, Slovenia, Croazia, Boemia e di altre parti del vasto Impero Asburgico. Infine, circa 500 varietà provenivano dal resto dell’Europa grazie ad acquisti effettuati da importanti vivaisti come i Burdin di Chambery o da orti botanico come quello di Ginevra il cui Direttore, Augustin De Candolle, era particolarmente generoso nell’inviare campioni di piante in suo possesso (pochi anni dopo, aiutato dal figlio Alphonse, avrebbe inviato all’Orto botanico di Firenze oltre 150 varietà di viti).
Questa enorme collezione di cultivar, sviluppatasi con l’aiuto generoso di molti agricoltori e possidenti, è testimoniata dall’elenco minuzioso e diviso per aree di provenienza che accompagna il volume edito nel 1825 presso Silvestri (Milano) dal titolo “Delle viti italiane”. Il volume – così come la collezione dell’Acerbi – è poco conosciuto, e comunque quasi introvabile ma rappresenta un importante punto di partenza per quella scienza ampelografica che avrebbe visto, alcuni decenni dopo, l’opera del Di Rovasenda.
La raccolta dell’Acerbi divenne forse una delle più importanti raccolte di biodiversità viticola in Europa ma, come spesso accade, non sopravvisse alla morte del botanico. Già nel 1836 Acerbi si trasferì in Egitto come Console austriaco lasciando, probabilmente a se stesse, le collezioni ampelografiche. Alla sua morte, nel 1846, la sua collezione sembra essere già dispersa in accordo con quella vita, solitaria e a tratti misteriosa, che l’Acerbi aveva sempre condotto. Ad oggi il volume “Delle viti italiane” del 1825 è reperibile su Googlebooks oppure attraverso una rara ristampa anastatica del 1999.

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