La riduzione dell’uso dei fitofarmaci in agricoltura costituisce la premessa per fermare la perdita di biodiversità e proteggere la salute dei consumatori e operatori agricoli nei paesi membri della UE. La Commissione europea ha proposto di ridurre l’uso dei pesticidi di sintesi fino al 50% entro il 2030 tramite un nuovo Regolamento sull’uso sostenibile dei fitofarmaci. Si tratta della prima azione legislativa della Strategia Farm to Fork che ambisce ad un sistema agroalimentare UE più sostenibile entro il 2030. Il nuovo Regolamento sarà vincolante per gli Stati membri, ma questi dovranno fissare obiettivi nazionali che potranno avere ambizioni più contenute (fino al 25%). La bozza di Regolamento attraverserà la revisione di Parlamento e Consiglio, e sostituirà la fallimentare direttiva del 2009. Nel 2021, la Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) dichiarava che nel 45% degli alimenti analizzati si riscontravano uno o più residui, mentre nel 2% dei campioni si rilevavano residui eccedenti il massimo di legge.
Come sottolinea l’European Environmental Bureau, la proposta appare poco ambiziosa ed ignora la richiesta di più di 1,2 milioni di firmatari della Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE) “Save Bees and Farmers”, in cui si richiedeva la riduzione dei pesticidi di sintesi dell’80% entro il 2030, una graduale eliminazione dei pesticidi sintetici in Europa entro il 2035 e di escludere NBT e agricoltura di precisione dal quadro di incentivazione UE.
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La Commissione europea chiede all’Italia una drastica correzione di rotta per l’attuazione della Pac post 2022 coerente con il Green deal
Ambientalisti, consumatori e agricoltori biologici: “Pronti a dare di nuovoil nostro contributo per un Piano strategico nazionale della Pac che porti finalmentealla giusta transizione agroecologica”
“La Commissione europea ha confermato nelle sue osservazioni molti dei punti critici già evidenziati nelle nostre osservazioni al piano Piano nazionale strategico italiano per la programmazione 2023-2027 della Politica Agricola Comune”. Lo affermano le 17 associazioni che avevano presentato insieme le proprie osservazioni alla bozza di Piano inviata dal nostro Paese lo scorso 31 Dicembre.
Sono infatti della scorsa settimana le attese osservazioni al Piano strategico nazionale italiano pubblicate dal ministero per le Politiche agricole sul sito della Rete rurale nazionale. “Il piano, nella sua forma attuale, non è sufficiente” afferma la Commissione europea.
Le Associazioni danno atto al ministro Patuanelli e alla struttura del Mipaaf di aver garantito un approccio trasparente avendo rese pubbliche le osservazioni ricevute, al contrario di quanto fatto della Commissione europea, che, nonostante le iniziali promesse del Commissario Wojciechowski, aveva deciso di non diffonderle fino alla risposta degli Stati membri.
Attraverso 244 rilievi la Commissione europea traccia l’identikit di un piano indefinito negli obiettivi e scarso a livello di ambizione. “Le note della Commissione rilevano un Piano finalizzato essenzialmente a tutelare storiche rendite di posizione – continuano le associazioni – non si spiega altrimenti il rallentamento sulla obbligatoria convergenza interna del valore dei titoli e l’inadeguata ridistribuzione di risorse, tutto a svantaggio delle aree rurali del Paese più bisognose di rilancio e sostegno.” Senza una correzione di rotta, segnalano i valutatori della Commissione Ue, il flusso di sussidi europei favorirà i territori tradizionalmente più premiati dalla Pac (in particolare le grandi aziende zootecniche della Pianura Padana), accentuando i divari di reddito rispetto alle aree più svantaggiate della penisola, con il conseguente rischio di un ulteriore abbandono delle aree interne.
Sugli obiettivi ambientali il giudizio è ancora più severo, ricalcando le critiche delle organizzazioni ambientaliste, dei consumatori e dell’agricoltura biologica rimaste inascoltate in fase di prima stesura del Piano, quando era stata fatta prevalere la logica dello “status quo” richiesto da una parte del mondo agricolo.
Secondo la Commissione, il Piano non quantifica gli obiettivi da perseguire, benché tale indicazione sia obbligatoria, con l’aggravante che le misure impostate hanno un’efficacia incerta ed indimostrabile, ad esempio per ridurre l’impronta idrica e climatica dell’agricoltura. Appaiono, inoltre, evanescenti e incoerenti le misure per perseguire diversi obiettivi delle strategie Farm to fork e Biodiversità 2030, ad esempio per la riduzione dell’uso di fertilizzanti e pesticidi o per il raggiungimento del 10% di aree naturali negli agroecosistemi.
Altrettanto marginali risultano gli obiettivi proposti dal Piano per la riduzione degli sprechi, l’utilizzo coordinato delle energie rinnovabili, lo sviluppo dell’economia circolare, la trasformazione delle diete. Per la produzione biologica la Commissione valuta positivamente l’obiettivo del 25% al 2027, ma invita a chiarire le azioni concrete per raggiungere tale obiettivo.
Pesante anche il giudizio sugli eco-schemi, nuovo strumento introdotto in questa riforma della Pac per premiare gli agricoltori che scelgono volontariamente di assumere maggiori impegni in termini di tutela ambientale e azioni per il clima.
La Commissione non ritiene evidenti i benefici che gli eco-schemi proposti dal Psn potranno apportare per la mitigazione e adattamento al cambiamento climatico e per la tutela della biodiversità naturale, poiché gli impegni richiesti non aggiungono molto rispetto alla condizionalità – secondo la quale i beneficiari della Pac devono già rispettare alcuni requisiti ambientali per ricevere i fondi europei.
Critiche, quelle di Bruxelles, molto simili a quelle fatte dalle 17 Associazioni, che avevano già denunciato come gli eco-schemi proposti si risolvessero più in misure compensative per alcuni settori che, con la nuova Pac, perderanno parte dei loro privilegi storici. Tra questi la zootecnia, al quale il Psn dedica circa la metà dei fondi stanziati per tutti gli eco-schemi, per misure che non avvicinano agli obiettivi dichiarati in tema di ambiente e riduzione dell’uso di antimicrobici. Anche l’eco-schema sugli uliveti (che nell’ipotesi del Ministero doveva essere sostenuto anche senza garantire benefici ambientali supplementari) viene definito un intervento settoriale, scollegato dall’obiettivo di tutela degli elementi caratteristici del paesaggio ad elevata diversità.
La Commissione richiama, non da ultimo, l’Italia ad avviare la condizionalità sociale già nel 2023, nonché a prevedere interventi per la tutela dei lavoratori, ricordando l’altissima percentuale di lavoro irregolare nelle campagne italiane.
Le 17 Associazioni, ribadendo i giudizi già espressi al Tavolo del partenariato economico e sociale ed esprimendo preoccupazione per le recenti affermazioni del ministro Patuanelli sulla deroga alle regole ambientali del greening sfruttando la tragedia della guerra in Ucraina, registrano però positivamente il segnale di condivisione delle osservazioni della Commissione Ue da parte del Mipaaf e la convocazione di un nuovo incontro del Tavolo di partenariato, annunciato per il prossimo 19 aprile.
‘Rinnoviamo la nostra disponibilità al dialogo con tutti i soggetti interessati per un confronto costruttivo sulle nostre proposte per far sì che la nuova versione del PianosStrategico nazionale della Pac recepisca al meglio le osservazioni della Commissione Ue, per accompagnare la transizione agroecologica del nostro sistema agroalimentare, sulla strada tracciata dalle Strategie Farm to fork e Biodiversità 2030’ “ concludono le 17 Associazioni.
Roma, 6 aprile 2022
UFFICIO STAMPA LIPU-BIRDLIFE ITALIA: t. 3403642091 – andrea.mazza@lipu.it
Le 17 Associazioni ambientaliste, dell’agricoltura biologica e dei consumatori che inviano questo comunicato condividono la visione di una transizione ecologica dell’agricoltura italiana ed europea, che tuteli tutti gli agricoltori, i cittadini e l’ambiente.
Animal Equality, Associazione Consumatori ACU, AIDA, AIAB, AIAPP, Associazione Italiana Biodinamica, Associazione Terra!, CIWF Italia Onlus, FederBio, Greenpeace Italia, ISDE Medici per l’Ambiente, Legambiente, Lipu-BirdLife, Pro Natura, Rete Semi Rurali, Slow Food Italia, WWF Italia.
Se davvero vogliamo cambiare qualcosa, dobbiamo capire bene che significato vogliamo dare al termine resiliente, soprattutto se utilizzato nei confronti di una filiera di produzione più che millenaria.
Maggio 2017, Scansano, Grosseto. Avevo un’ora a disposizione per raccontare perché, con Rete Semi Rurali, stavamo lavorando alla reintroduzione di varietà locali di grano sulla base di motivazioni agronomiche, economiche e nutrizionali. Com’è mio uso, ho fatto una breve introduzione per animare un dibattito che mi permettesse di completare l’informazione senza appesantire i presenti. Interviene un anziano in prima fila che chiede “Quanto rendono questi grani?” Cerco conferma negli occhi di chi fra i presenti da qualche tempo aveva adottato qualche varietà locale iniziando a commercializzarne farine e pasta e rispondo che in quelle zone, con notevoli oscillazioni annuali, si può ritenere buona una media di 15 quintali a ettaro. “Ooohh” mi risponde l’anziano “a Pomonte due anni fa ha reso 80 quintali!” Avevo pronta una cartucciera intera da sparare ma è bastata la domanda “A quanto li hanno venduti tutti quei quintali?” Senza alcuna esitazione l’anziano mi risponde che nessuno li aveva ritirati perché non avevano abbastanza proteine. Tanta era stata la felicità per lo straordinario risultato raggiunto che il lavoro e l’energia, i prodotti acquistati e le relative spese per arrivare ad un risultato di quel tipo, pur se andati del tutto sprecati, passavano in secondo piano.
Ho sempre più l’impressione che la nostra sia una missione culturale e sociale prima che di innovazione genetica o agronomica. Se vogliamo cambiare qualcosa, dobbiamo capire bene che significato vogliamo dare al termine resiliente, soprattutto se utilizzato per una filiera di produzione più che millenaria. Ci interessa qui sottolinearne il senso, ormai abusato e strapazzato in qualsiasi scritto o dibattito.
Solo qualche anno fa, nel 2015, quando abbiamo deciso il titolo di quello che è diventato un progetto di grande ispirazione, la parola resiliente era poco usata. A noi, in quel momento, sembrava rappresentare bene l’attitudine delle popolazioni evolutive di frumento ad adattarsi nel tempo alle condizioni ambientali in cui venivano coltivate. Condizioni ormai del tutto instabili e poco prevedibili. Unica certezza: l’aumento delle temperature medie e la diminuzione delle precipitazioni.
Incontro territoriale della MAC Collina presso az. agr. Floriddia, Maggio
Ma quale sia il percorso e in quali termini se ne manifestino gli effetti stagionali, è un mistero per tutti. Avere a disposizione una popolazione, in grado di non soccombere agli eventi imprevedibili e addirittura di stabilizzarsi su una media produttiva, quella sì finalmente prevedibile, ci sembrava un risultato straordinario. Lo scommettere che quel fenomeno, che stavamo osservando a latitudini e climi molto diversi tra loro, come Toscana e Sicilia, potesse verificarsi anche in contesti infra-regionali, ci ha appassionati ed intrigati. Nel frattempo, la Commissione europea sviluppava una linea progettuale per i PSR locali che sembrava adattarsi al nostro mandato di animazione del territorio: i PEI o Gruppi Operativi, quasi pensati e cuciti a nostra immagine e somiglianza. Poter mettere in pratica il proprio immaginario attraverso esperienze concrete è quanto di meglio ci si possa aspettare. Il dibattito applicativo ci ha portati ben presto a comprendere che la gestione di quelle sementi non era affatto scontata e poteva avvenire solamente in un sistema diverso da quello esistente.
La resilienza della semente e dei suoi derivati è condizionata non solo dal clima e dalle caratteristiche del suolo, e dalle infrastrutture presenti sul territorio, ma anche dalle attitudini relazionali delle comunità e dalla psicologia sociale che le contraddistingue e le diversifica.
Il primo pensiero è stato quello di proporre il coinvolgimento e la nascita di ditte sementiere locali. Il termine ditta aveva però un suono che stonava alle nostre orecchie, appariva quasi cacofonico rispetto al fluire delle idee che stavamo elaborando. È stato così che il termine “sistema sementiero” ha iniziato a prender forma, a farsi strada e a raccogliere consensi. Ci è apparso chiaro improvvisamente che un sistema sementiero diffuso sarebbe stata la simbiotica conseguenza della scelta di coltivare popolazioni evolutive, un sistema locale di produzione delle sementi, capace di flessibilità per rispondere alle esigenze degli attori e alle dinamiche organizzative e logistiche caratteristiche dei diversi territori: a ogni terreno il suo seme, a ogni territorio il suo sistema sementiero.
Un passo importante che ci ha permesso di presentarci alle comunità dei vari areali climatici della Toscana portando sì un nuovo seme – probabilmente più performante delle varietà locali – ma altrettanto rispettoso sia del metabolismo del suolo che del metabolismo di chi ne avrebbe acquistato e consumato i prodotti finali.
Altre sorprese e consapevolezze ci aspettavano al varco. L’incontro con le piccole comunità di coltivatori della zona collinare rivelava attitudini relazionali completamente diverse da quelle degli areali di montagna o costa. La resilienza della semente e dei suoi derivati era quindi condizionata non solo dal clima e dalle caratteristiche del suolo, non solo dalle infrastrutture presenti sul territorio, ma anche dalle attitudini relazionali delle comunità e dalla psicologia sociale che le contraddistingue e le diversifica. Diventava quindi necessario costruire un sistema di regole che fossero univoche e riconoscibili anche su territori diversi ma che, allo stesso tempo, permettessero una grande flessibilità di adattamento ai cangianti contesti psicosociali.
Dall’osservazione e dalla riflessione su queste necessità siamo giunti ad uno dei primi risultati tangibili di questo progetto: l’etichetta che accompagna le prime prove di vendita di una semente eterogenea non riconducibile ad una varietà da conservazione. È la prima volta che un’azienda agricola, in collaborazione con Rete Semi Rurali, vende semente di popolazione, mantenuta e selezionata nei propri campi, ufficialmente cartellinata dal CREADC e accompagnata da un’etichetta che sancisce diritti e doveri di chi apre quel sacco. Diritti e doveri sicuramente interessanti di per sé ma ancor più innovativi perché del tutto inattesi all’interno del sistema legale. Riconducibili invece ad un mondo in cui la fiducia reciproca torna ad essere il valore fondante riconosciuto. Si chiude il cerchio. La resilienza non sta solo nell’indiscutibile e fondamentale valore della variabilità genetica delle popolazioni evolutive. La resilienza trova la sua validazione nella ricostruzione di una collettività che si riconosce in un sistema relazionale ed organizzativo che, dal seme alla tavola, porta il segno della fiducia e della corresponsabilità dei soggetti che la animano e la sostengono.
Sara conduce l’azienda-madre per la MAC Pianura ed è partner del progetto. Dal 2017, primo anno di semina, riproduce in azienda la popolazione evolutiva che è arrivata al suo quinto anno di adattamento. Già dal primo raccolto ha avviato prove di trasformazione e ha introdotto l’utilizzo in etichetta del logo di progetto e di un testo che racconta cosa sono le popolazioni. Le rivolgiamo alcune domande per capire come ha fatto le sue scelte.
Da quando coltivi le popolazioni evolutive che tipo di trasformati hai sperimentato? Coltivo le popolazioni evolutive da quando, ad un incontro di Rete Semi Rurali, venni a conoscenza del progetto Cereali Resilienti. È stato un “amore a prima vista”. Quello che mi aveva colpito era proprio il concetto di “diversità”, di “mescolanza”, di “forza adattativa”. Idee che sono per me di fondamentale importanza, al di là dell’agricoltura. Negli anni ho già potuto osservare dei cambiamenti nella mia popolazione, delle evoluzioni, anche da un anno all’altro. All’inizio non è stato facile introdurre la farina di popolazione sul mercato. Le persone facevano fatica a capire e preferivano rimanere sul terreno conosciuto. Ma una volta “osato” l’assaggio, molti clienti non l’hanno più abbandonata, sia privati che forni e pizzerie, soprattutto per la panificazione. Quello che colpisce in particolare sono i profumi ed i sapori, diversi da qualsiasi altro impasto. Questo incoraggiamento mi ha spinto a fare altre prove, partendo dalla pastificazione, che mi hanno lasciata piuttosto soddisfatta. E poi si è aperta la grande porta della birra.
Le collaborazioni che hai avviato per le trasformazioni su che basi si fondano? Le collaborazioni più belle, così mi piace chiamarle perché non sono anonimi “clienti”, sono quelle con persone e realtà con cui condivido valori e approcci. Le più significative, al momento, direi che sono 4: il Birrificio San Gimignano, che con la popolazione produce alcune delle sue birre; la CSA Mondomangione di Siena, che da circa un anno ha avviato un bellissimo progetto di panificazione; il Mulino Parrini, un mulino recuperato e gestito dall’omonima associazione a Sant’Agata in Mugello; la Divina Pizza di Firenze. La farina viene prodotta da Macinazioni Valdichiana di Bettolle, gli esperimenti sulla pasta dal Mulino Val d’Orcia. Sono realtà che hanno la propria unicità e una storia interessante, strettamente legate al nostro territorio, e che mettono alla base del loro lavoro un’attenzione alla qualità, alla socialità, alla costruzione di legami tra le persone, alla bellezza di quello che ci offre la Natura e che le mani dell’uomo sanno trasformare con la coscienza di essere collaboratori di materie vive, che comunicano e che pulsano. Persone che hanno capito che con le popolazioni hanno a che fare con un chicco che ha molto da condividere e da raccontare. Lo stimolo di manipolare una vita che ogni anno sarà diversa, che a seconda del luogo di provenienza sarà diversa, ma anche che sarà diversa a seconda del proprio unico modo di rapportarvisi.
Che prospettive vedi per i trasformati delle popolazioni evolutive? Credo che le popolazioni siano davvero il grano del domani. Senza nulla togliere alle varietà locali che vanno sempre più recuperate, protette e valorizzate poiché anch’esse sono parte dei nostri territori e della diversità dell’agricoltura. Tuttavia, le popolazioni consentono una versatilità di utilizzo ed un adattamento anche a diversi tipi di trasformazione, oltre ad apportare alla dieta una parte di quella importante varietà di elementi nutrizionali che in gran parte abbiamo smarrito con l’agricoltura industriale. Servono professionisti della trasformazione che abbiano voglia di sperimentare ponendosi in ascolto della materia che manipolano, comprendendo il valore e la vitalità di ciò che prende forma sotto le loro mani. Le popolazioni evolutive non sono solo grano tenero, sono anche orzo e grano duro, e tante altre coltivazioni seminative e orticole. Trasformarle non è solo produrre un pane, un dolce, una birra, una pasta, una salsa. È prima di tutto comprendere, e poi comunicare a chi si nutre dei prodotti, l’immenso contenuto di significato, di nutrimento, di relazione che le popolazioni racchiudono in sé.
Per 17 Associazioni ambientaliste, dell’agricoltura biologica e dei consumatori il documento di programmazione inviato alla Commissione UE dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali è molto deludente: l’Italia perde l’occasione per l’avvio di una vera transizione ecologica della sua agricoltura e dei sistemi agro-alimentari, ostaggio delle potenti corporazioni agricole e dell’agro-industria.
Una valutazione della Commissione UE coerente con le Strategie “Farm to Fork” e “Biodiversità 2030” sarà l’occasione per modificare un Piano non adeguato per un vero Green Deal dell’agricoltura nel nostro Paese.
Il Piano Strategico Nazionale della PAC 2023-2027 (PSN), inviato dal Ministro dell’agricoltura, Stefano Patuanelli, alla Commissione UE il 31 dicembre scorso, ripropone e rilancia l’attuale modello di agricoltura e gestione dei sistemi agro-alimentari non sostenibile, affossando la transizione agroecologica auspicata dalle Strategie europee “Farm to Fork” e “Biodiversità 2030”, richiesta dai cittadini-consumatori europei.
E’ questo il giudizio impietoso delle 17 Associazioni ambientaliste, dell’agricoltura biologica e dei consumatori che hanno inviato ai Ministeri italiani, MIPAAF e MITE, e ai funzionari delle DG Envi e DG Agri della Commissione UE, un dettagliato documento di commenti, osservazioni e proposte in vista della valutazione del documento di programmazione prevista dal percorso finale per la sua definitiva approvazione entro l’estate 2022 (la nuova PAC diventerà operativa nel gennaio 2023 e per l’Italia vale circa 34 miliardi fino al 2027, che possono arrivare a quasi 50 miliardi considerando il cofinanziamento nazionale dei fondi destinati allo sviluppo rurale).
Le osservazioni della Commissione Europea saranno l’occasione per correggere i contenuti più controversi del PSN italiano, che le 17 Associazioni nazionali hanno evidenziato nel loro documento, dopo che il Ministero ha accantonato un approfondito confronto nel Tavolo di partenariato con tutti gli attori istituzionali, economici e sociali. Nonostante le rassicurazioni del Ministro, Stefano Patuanelli, sulla possibilità di modifiche dei contenuti del PSN le Associazioni temono che solo specifiche osservazioni critiche della Commissione UE renderanno possibile sostanziali cambiamenti del testo inviato dal Governo italiano.
Particolarmente grave è l’impostazione degli eco-schemi che rivelano la finalità prevalente di compensare la riduzione dei contributi ai settori ritenuti penalizzati dalla revisione dei titoli storici e dalla convergenza interna. La logica adottata dal MIPAAF è stata quella di assicurare un’adeguata compensazione delle perdite di reddito, privilegiando la zootecnia del nord Italia e l’olivicoltura del centro-sud: i due eco-schemi destinati a questi settori impegnano il 58,5% delle risorse destinate a tutti e 5 gli eco-schemi previsti dal PSN. Gli eco-schemi dovrebbero invece premiare gli impegni volontari degli agricoltori per il contrasto dei cambiamenti climatici, per la tutela della biodiversità e dell’ambiente, motivo per cui le 17 Associazioni ritengono questa impostazione del PSN errata e particolarmente grave, anche in considerazione dell’analogo approccio con cui sono stati definiti i pagamenti accoppiati.
In linea generale, nel PSN, si riscontra una forte disparità tra i premi attribuiti agli eco-schemi e quelli previsti per gli impegni agro-climatico-ambientali dello sviluppo rurale, che prevedono spesso analoghi impegni con finalità simili, ma con premi decisamente inferiori, creando una vera e propria competizione, a discapito delle pratiche più efficaci per la transizione agroecologica.
Nel PSN non vengono esplicitati gli obiettivi quantitativi che si intendono raggiungere entro il 2027, sia con gli eco-schemi sia per gli interventi previsti nello Sviluppo Rurale. Questa mancanza dovrà essere risolta nella versione definitiva del Piano, in particolare indicando gli obiettivi di riduzione dell’uso dei prodotti fitosanitari, dei fertilizzanti chimici, degli antibiotici e l’incremento delle aree destinate alla conservazione della biodiversità naturale e al mantenimento del paesaggio rurale.
Solo per l’agricoltura biologica viene indicato un obiettivo quantitativo, con il 25% di superficie agricola certificata entro il 2027, una percentuale che probabilmente arriverà al 30% entro il 2030. Le 17 Associazioni esprimono soddisfazione per l’attenzione riservata all’agricoltura biologica, ma ritengono che l’Italia avrebbe potuto aspirare all’obiettivo più ambizioso, ma realistico, del 30% di SAU in biologico entro il 2027 per arrivare al 40% entro il 2030, considerato che il nostro Paese parte con una percentuale del 15,8% al 2021.
Il tema della conservazione della natura, attraverso la tutela e ripristino della biodiversità naturale, viene incredibilmente sottovalutato nel PSN, non considerando adeguatamente i risultati dell’analisi dei fabbisogni, con l’indicazione arbitraria di priorità in palese contrasto con i dati scientifici disponibili emersi anche dall’ultimo rapporto dell’ISPRA che indica l’agricoltura come principale causa della perdita di specie e habitat. Questa scarsa attenzione è confermata dall’assenza di un eco-schema dedicato al mantenimento delle aree funzionali alla tutela della biodiversità e degli elementi naturali del Paesaggio, lacuna che mette in seria discussione il target del 10% indicato dalla Strategia UE Biodiversità 2030.
Anche il tema della mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici risulta sostanzialmente assente nella programmazione della PAC fino al 2027, sebbene questa si collochi in un periodo di tempo cruciale (l’orizzonte al 2030) per gli obiettivi fondamentali di riduzione delle emissioni dei gas climalteranti. Questo risulta evidente nella decisione del PSN di sostenere ancora un modello di zootecnia intensiva, rinunciando ad una ristrutturazione del settore rispetto alla reale potenzialità di produzione mangimistica e foraggiera del nostro Paese, per ridurre le emissioni che il settore zootecnico “esternalizza” in paesi extra UE attraverso l’importazione di colture proteiche, come la soia. Analoga sottovalutazione si ha anche per la biodiversità agricola, altro tassello chiave per la svolta agroecologica e la resilienza del sistema alla crisi climatica
In definitiva il Piano Strategico Nazionale della PAC post 2022 all’esame della Commissione UE è molto lontano dall’essere uno strumento efficace per promuovere una vera transizione ecologica della nostra agricoltura, affrontando le crisi ambientali del millennio. Una mancanza di visione che va a discapito anche della stessa agricoltura, prima “vittima” dei cambiamenti climatici e conseguenti eventi estremi catastrofali.
Con questo documento di programmazione della PAC il Governo italiano, nonostante il giro di poltrone tra i diversi titolari del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali negli ultimi anni, conferma la sua posizione conservatrice, ostile al cambiamento dei modelli di produzione in agricoltura e consumo nei settori agro-alimentari, per tutelare gli interessi delle potenti corporazioni agricole, che hanno accolto con commenti positivi i contenuti di questo Piano, compiacendosi di aver sventato una pericolosa “deriva ambientalista”. .
Roma, 3 Febbraio 2022
Le 17 Associazioni ambientaliste, dell’agricoltura biologica e dei consumatori che inviano questo comunicato rappresentano un’ampia alleanza tra la Coalizione #CambiamoAgricoltura* e Associazioni come Greenpeace e Terra! che hanno condiviso l’analisi ed i commenti delle oltre 1500 pagine del Piano Strategico Nazionale della PAC post 2022. Le 17 Associazioni condividono la visione di una transizione ecologica dell’agricoltura italiana ed europea, che tuteli tutti gli agricoltori, i cittadini e l’ambiente.
*(Associazione Consumatori ACU, Accademia Kronos Onlus, AIDA, AIAB, AIAPP, Associazione Italiana Biodinamica, Associazione TERRA, CIWF Italia Onlus, FederBio, Greenpeace Italia, ISDE Medici per l’Ambiente, Legambiente, Lipu-BirdLife, Pro Natura, Rete Semi Rurali, Slow Food Italia e WWF Italia).
Ad aprile 2021 una serie di organizzazioni europee ha inviato una lettera comune alla Commissione evidenziando i punti seguenti.
Le regole esistenti per la produzione e la commercializzazione delle sementi favoriscono l’uniformità e la produttività a breve termine a spese della diversità delle piante coltivate, dell’ambiente e della diversità degli attori che sviluppano le sementi e le rendono disponibili. Trascurano i diritti definiti dalla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei contadini e delle altre persone che lavorano nelle zone rurali (UNDROP) e il Trattato internazionale sulle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura (ITPGRFA), e dividono gli attori in categorie artificiali di “utenti” e “produttori” di sementi.
Alla luce delle crisi del clima e della biodiversità, abbiamo bisogno di politiche che riconoscano, proteggano e sostengano il potenziale della diversità coltivata per favorire sistemi alimentari resilienti e garantire la nostra sicurezza alimentare futura. La diversità delle piante coltivate è il fondamento per guidare la transizione dei sistemi alimentari e invertire la perdita di biodiversità.
La pandemia Covid-19 ha rafforzato questa necessità, e ha portato ad un aumento della domanda di semi ad impollinazione aperta adattati a livello locale e di prodotti locali. Il miglioramento genetico locale, la produzione e la gestione dinamica delle sementi, e la diversità dell’offerta commerciale di sementi, forniscono agli agricoltori opportunità di alto valore per attingere a questa domanda crescente, per esempio offrendo prodotti biologici, varietà tradizionali, specie trascurate e sottoutilizzate, e/o specialità regionali.
Tuttavia, l’attuale quadro normativo sta deludendo gli agricoltori che operano al di fuori dell’agricoltura industriale, per esempio quelli che lavorano in condizioni agro-ecologiche o biologiche, quelli che vogliono lavorare con varietà ad impollinazione aperta, e quelli che lavorano in piccole superfici con stretti legami con i consumatori finali, poiché semplicemente non hanno accesso a varietà adatte alle loro esigenze e agli ambienti produttivi. Alla luce delle numerose sfide che l’agricoltura deve affrontare, è inaccettabile che il quadro di commercializzazione delle sementi discrimini quanti desiderano perseguire alternative caratterizzate da pratiche rispettose dell’ambiente e del clima.
Qualsiasi riforma della legislazione sulla commercializzazione delle sementi deve realizzare il Green Deal europeo, le sue strategie per la biodiversità e Farm to Fork, e gli obiettivi dell’UE in materia di cambiamento climatico, promuovendo i diritti degli agricoltori alle sementi. Deve rispettare e sostenere gli sviluppi stimolanti del nuovo regolamento biologico, e anche riconoscere i considerevoli e costosi oneri imposti alla produzione e alla circolazione delle sementi dal nuovo regolamento fitosanitario, in particolare per i piccoli operatori. Deve essere coerente con gli impegni presi nell’ambito dell’ITPGRFA e della Convenzione sulla diversità biologica. Infine, ma non meno importante, deve far rispettare il diritto alle sementi e gli obblighi degli Stati di facilitare e rispettare questo diritto secondo l’UNDROP.
Ci sono stati alcuni miglioramenti nell’ultimo decennio, in particolare con le direttive sulle varietà da conservazione, e più recentemente nel nuovo regolamento del biologico. Tuttavia, la diversità è ancora limitata a nicchie, ognuna delle quali ha la sua serie di restrizioni, e la complessità del quadro stesso è proibitiva per molti piccoli attori. Le crisi del clima e della biodiversità, così come i cambiamenti sociali, economici e tecnologici nei decenni successivi all’adozione delle regole negli anni ’60, richiedono un ripensamento fondamentale.
Una legislazione riformata deve sostenere la diversità intraspecifica e intra-varietale, sostenendo così l’adattamento al cambiamento climatico, la transizione verso un’agricoltura più rispettosa dell’ambiente, la produzione locale di sementi e cibo, i diritti degli agricoltori e diete più sane. Dovrebbe anche riconoscere e sostenere veramente la molteplicità dei sistemi sementieri, e offrire più scelta agli agricoltori.
Per raggiungere questo obiettivo, la riforma deve riconoscere, proteggere e premiare il ruolo fondamentale giocato dai sistemi sementieri informali nella conservazione, nell’uso sostenibile e nella gestione dinamica della diversità, e nel garantire la resilienza dei nostri sistemi alimentari. Parallelamente alla legislazione e i diritti di proprietà intellettuale non devono danneggiare i diritti degli agricoltori. Tutti i quadri giuridici devono essere migliorati per evitare l’appropriazione indebita della diversità, compreso attraverso l’uso di informazioni digitali sulle sequenze genetiche.
I 34 FIRMATARI DELLA LETTERA
EU / REGIONAL
Biodynamic Federation Demeter Int European Coordination Via Campesina Reseau Meuse-Rhin-Moselle
AUSTRIA
Arche Noah / ÖBV-Via Campesina Austria
BELGIO
Boerenforum, Vitale Rassen
CROAZIA
Biovrt-u skladu s prirodom – Biogarden Croatian Org. Farmers’ Associations Alliance Život – Association of Croatian family farms ZMAG – Community Seed Bank
REPUBBLICA CECA
Demeter Czech & Slovakia / Permasemnika
CIPRO
Cyprus Seed Savers
DANIMARCA
Demeterforbundet i Danmark Frøsamlerne – Danish Seed Savers
ESTONIA
Maadjas – Estonian Seed Savers
FRANCIA
Demeter France Mouvement de l’Agriculture Bio-Dynamique Le Réseau Semences Paysannes
GERMANIA
D.V. Kulturpflanzen- und Nutztiervielfalt e.V.
GRECIA
Aegilops / Peliti
UNGHERIA
Magház – Seed House
IRLANDA
Irish Seed Savers Association
ITALIA
Associazione per l’Agr. Biodinamica in Italia Demeter Associazione Italia Rete Semi Rurali
LETTONIA
Latvian Permaculture Association
LUSSEMBURGO
SEED Luxemburg
MALTA
Nadir for Conservation
NORVEGIA
Biodynamic Association Norway
POLONIA
Foundation AgriNatura for Agricultural Biodiversity
PORTOGALLO
GAIA – Environmental Action and Intervention Group
SVIZZERA
Getreidezüchtung Peter Kunz ProSpecieRara
Proposte specifiche per una possibile riforma:
– Il campo di applicazione della legislazione dovrebbe essere delineato da una definizione rigorosa di commercializzazione limitata alle attività commerciali rivolte agli utilizzatori professionali di sementi. La legislazione, quindi, non dovrebbe regolare conservazione, uso sostenibile e gestione dinamica della diversità, compresi gli scambi di sementi tra agricoltori e hobbisti che sono gratuiti o che prevedono solo il rimborso delle spese. In particolare, non dovrebbe esistere un registro degli operatori. Questi sistemi sementieri, come sancito dall’UNDROP, devono essere fuori dal campo di applicazione della normativa.
– La legislazione deve garantire la libertà di scelta degli agricoltori sia per quanto riguarda le sementi (specie, varietà, popolazioni) che per quanto riguarda gli standard di produzione.
– Ci deve essere una chiara distinzione tra i regimi che concedono i diritti di proprietà intellettuale sulle nuove varietà vegetali e quelli che permettono l’accesso al mercato. La registrazione basata deve essere adattata e proporzionata ai bisogni e alle realtà della diversa gamma di attori, così come dei loro clienti.
– La legislazione deve garantire la trasparenza sui metodi di miglioramenti usati e sui diritti di proprietà intellettuale per tutte le varietà sul mercato.
– Le norme sulla sanità delle sementi e i meccanismi di controllo devono essere adattati ai rischi e alla scala di commercializzazione delle sementi, riconoscendo le diverse aspettative degli utenti e dei clienti riguardo ai criteri di qualità.