da Valeria Grazian | Dic 30, 2021 | Personaggi
di Daniele Vergari
Scienza, intuizione, osservazione: fra le varie donne scienziate dell’agricoltura mondiale Barbara McClintock occupa una posizione di rilievo.
(1902-1992) È a lei che si deve la scoperta degli elementi trasponibili sul mais, ovvero di quei geni che sono in grado di modificare la propria posizione nel genoma (trasposoni o jumping genes). La scoperta fu di fondamentale importanza perché superava i paradigmi della genetica dell’epoca dando una visione molto più flessibile ed elastica del codice genetico che sarebbe stata poi confermata da studi
successivi. Cresciuta in una famiglia che le insegna innanzi tutto a seguire le proprie inclinazioni, la giovane Barbara si iscrisse al Dipartimento di botanica della Cornell University, scegliendo di specializzarsi in citologia. Questo per aggirare la preclusione verso le donne del dipartimento di Miglioramento vegetale. La giovane scienziata era fortemente incline allo studio e all’università ebbe modo di mostrare il suo carattere anticonformista che avrebbe trasposto poi in un approccio alla ricerca aperto e intuitivo.
Nel 1927 conseguì il dottorato e fu assunta dalla stessa Cornell come insegnante non di ruolo, continuando i suoi studi sulla genetica del mais e sulla ricombinazione genetica. Nel 1931 pubblicò i risultati del suo lavoro, in cui dimostrava che la ricombinazione avveniva tramite uno scambio fisico di parti di cromosomi omologhi (crossing over). Negli anni successivi collaborò con altri genetisti come M. Rhoades e G. Beade (Nobel 1958) diventando ben presto un’affermata ricercatrice. Professore a 35 anni, presso l’Università del Missouri, Barbara trovò difficoltà a proseguire la sua attività di ricerca, in un ambiente burocratico e discriminatorio verso le donne e si trasferì all’Istituto Carnegie di Washington dove si dedicò alla ricerca di laboratorio a tempo pieno.
L’ambiente adatto e la sua libertà di pensiero e di analisi la portarono, nel 1951, all’identificazione di geni che, a seconda di dove si spostano su un cromosoma, fanno assumere colori diversi ai chicchi di una stessa pannocchia di mais. Una scoperta che non fu compresa da gran parte dei genetisti suoi colleghi ma che fu fondamentale per lo sviluppo del miglioramento genetico. Le implicazioni dei suoi lavori furono enormi e aprirono nuove strade allo studio della genetica e alla comprensione della diversità all’interno della specie. Due anni dopo, la descrizione della struttura a doppia elica del DNA contribuì a chiarire il meccanismo fisico della trasposizione e, successivamente i suoi lavori furono confermati da altri scienziati di tutto il mondo.
Il riconoscimento delle sue scoperte avvenne 35 anni dopo quando fu tra le prime donne a ricevere il premio Nobel per la medicina (1983). Un riconoscimento tardivo per una scienziata che era stata, fin dal 1944, membro dell’Accademia americana delle scienze, dal 1945 presidente della Genetics Society of America (prima donna) ed aveva ricevuto numerosi premi prestigiosi, decine di dottorati honoris causa e, nel 1981, tre premi che spesso preludono al Nobel: Wolf, Lasker e MacArthur alla carriera.
Se il valore scientifico della MCClintock è enorme, è giusto riconoscere che il suo insegnamento si traduceva nel guardare attentamente la realtà e inseguire le proprie intuizioni: «Bisogna sempre credere alle nostre osservazioni, per quanto bizzarre possano essere. Forse stanno cercando di dirci qualcosa». Un insegnamento quanto mai attuale.
da Valeria Grazian | Dic 3, 2021 | Personaggi
Un chicco di riso pieno di storia: Mario Maratelli, un agricoltore appassionato e un osservatore attento
di Daniele Vergari
(Vercelli 20 novembre 1879 – 20 aprile 1955) Nato da genitori ignoti, Mario Maratelli, divenne un protagonista della risicoltura italiana dei primi del ‘900.
Maratelli ebbe una infanzia difficile passando per tre famiglie, prima di giungere ad una adozione definitiva in una famiglia nel paese di Avigliano Vercellese. Dopo le scuole, decise di aiutare lo zio nei lavori agricoli e, con la morte della madre, il giovane si trovò proprietario di alcuni terreni.
Fra il XIX e il XX secolo la risicoltura italiana manifestò una vivacità eccezionale e si espanse notevolmente ma, a causa della presenza di una infezione fungina (brusone), furono introdotte in Italia nuove varietà di riso indiano, giapponese e cinese, per provarne la resistenza.
Nei primi anni del XX secolo fece la sua comparsa il riso “Chinese Originario” apprezzato per la ridotta taglia e per la sua elevata resistenza al brusone. E fu proprio in un campo di riso “Chinese originario” che Maratelli, nell’agosto del 1914, osservò una pianta molto diversa dalle altre. Complice una mutazione naturale, una pianta di riso presentava una maggior quantità di chicchi, spighe più lunghe di colore più intenso e, soprattutto, si presentava già matura per la raccolta. La Grande Guerra interruppe i progetti dell’agricoltore piemontese che, sopravvissuto al conflitto, si sposò e con i quattro figli, nel 1923, acquistò una cascina più grande per poter sostenere la famiglia.
Agricoltore attivo e attento alla comunità locale, Maratelli diventò un punto di riferimento per gli agricoltori della zona. La sua generosità divenne nota e, con l’aiuto della moglie, trasformò la cascina in un luogo ospitale, un centro di incontro per tutta la comunità. Con lo spirito dello “sperimentatore pratico”, Maratelli. fin dal 1914 continuò a seminare quel riso che aveva osservato alcuni anni prima, con ottimi risultati tanto che anche altri agricoltori ne iniziarono la coltivazione.
Nel 1921 la varietà fu finalmente iscritta nel Registro Nazionale diventando, in poco tempo, molto importante: nel 1938 il Maratelli rappresentava una parte importante della superficie italiana coltivata a riso, con produzioni medie di quasi 60 q/ha. Mario Maratelli per la sua coltivazione fu premiato nel 1923 con la Medaglia d’Oro al Concorso nazionale di Selezione sementi dalla Regia Stazione Sperimentale di Risicoltura di Vercelli. I riconoscimenti continuarono negli anni successivi: nel 1930 ebbe il Diploma di Gran Merito e un premio di £. 2.000 dalla Cattedra Provinciale di Agricoltura; nell’anno 1933 fu insignito del diploma di Terza Classe al Merito Rurale e, nel 1952, fu nominato Cavaliere della Repubblica.
Perfetta per minestre, risotti e per la panissa piemontese questa varietà di riso fu protagonista, fino agli anni ’70, nelle tavole degli italiani. In quegli anni però manifestò tutta la sua sensibilità agli antiparassitari. Soppiantato da altre varietà più adatte alla moderna risicoltura, il Maratelli ha rischiato di scomparire fino a che Slow food, e poi un’ Associazione locale, hanno provveduto a valorizzare l’opera e la figura di Maratelli. Dal 2015, la ditta Maratelli, erede dell’azienda agricola di Asigliano Vercellese, è ritornata ad essere la custode in purezza del seme.
La figura di Maratelli non ci racconta la storia di un grande scienziato ma quella di un attento osservatore, di un agricoltore appassionato che ha messo a disposizione di quella comunità, che lo aveva accolto da orfano, la scoperta di un riso dalle qualità eccezionali.
da Valeria Grazian | Ago 7, 2021 | Personaggi
La biologa americana scomparsa dieci anni fa ha formulato la teoria della simbiogenesi. Storia di una eretica un po’ hippy che ha rivoluzionato la biologia evoluzionistica
di Marco Boscolo
(1938-2011) Per avere un saggio del carattere di una persona, a volte bastano le parole che sceglie. Quando nel 1994 le chiesero un capitolo per un libro divulgativo, lei lo intitolò “Gaia è un osso duro”. O così è stato tradotto. L’originale era meno politicamente corretto: “Gaia is a Tough Bitch”… Non aveva peli sulla lingua Lynn Margulis, la biologa americana che Richard Dawkins, l’autore de Il gene egoista e suo acerrimo nemico, definiva “apostola della simbiogenesi”. Proprio tra questi due termini, ‘Gaia’ e ‘simbiogenesi’, si è sviluppata la sua carriera scientifica eterodossa, rivoluzionaria e un po’ hippy. Nata a Chicago in una famiglia
ebraica, Lynn Petra Alexander (questo il nome da nubile) si appassiona presto alla biologia, in particolare allo studio degli organismi unicellulari. Termina gli studi proprio mentre si sta consolidando la cosiddetta nuova sintesi darwiniana, ovvero un aggiornamento della teoria dell’evoluzione di Charles Darwin alla luce delle nuove scoperte, il DNA e la genetica.
A partire dalle sue ricerche, che Margulis ricorda per tutta la vita essere rimaste sempre all’interno di una visione evoluzionista, comincia a farsi avanti un’idea originale. La teoria di Darwin sostiene che sono le mutazioni causali a favorire o meno gli esseri: è la selezione naturale a determinare chi sopravvive e ha prole, e chi invece no. Margulis comincia a pensare che per la formazione di nuovi organi, tessuti, comportamenti o metabolismi possa avere un ruolo un altro meccanismo: la simbiosi. Con i suoi studi riesce a dimostrare che non è solamente un’idea eretica: alcuni degli organelli delle cellule eucariotiche di oggi erano un tempo degli organismi indipendenti che sono stati inglobati in una nuova forma di vita simbiotica. Margulis arriva a ipotizzare che sia proprio la simbiogenesi, il meccanismo da lei descritto, a essere il vero motore dell’evoluzione e non, come sostengono Dawkins e gli altri neo-darwinisti, la selezione naturale, che al massimo sfavorisce alcuni tratti, ma non ha la forza di determinarne di nuovi. I suoi avversari la accusano di non credere alle evidenze della scienza e che la sua sia solamente una fede, da apostola appunto. Oggi, dopo che Margulis è stata sempre impegnata a difendere le proprie idee, la simbiogenesi è dimostrata in diverse specie animali e vegetali, e la si insegna in qualsiasi corso di laurea in biologia del mondo.
Dallo studio dell’evoluzione della vita e dalla sua grande passione per conoscere culture diverse nasce anche la sua adesione all’ipotesi di Gaia formulata da James Lovelock. L’idea è in sé abbastanza semplice: la Terra nel suo insieme di flora, fauna e sistemi naturali si può considerare complessivamente un essere vivente essa stessa. Gaia è quindi un sistema complesso, come lo sono i viventi, che reagisce alle perturbazioni cercando di mantenere un equilibrio che permetta di sopravvivere. Mantenere senza alterare questo equilibrio è il compito che ha l’uomo, perché non è dominatore della Terra, ma solamente parte di un condominio che deve essere tutto in salute per permettere anche la sua sopravvivenza come specie. Greg Hinkle, un ex studente di Margulis, ha riassunto l’ipotesi Gaia mostrando quanto sia in armonia con l’idea della simbiogenesi: “Gaia è semplicemente la simbiosi vista dallo spazio”. Accanto alle sue ricerche, Margulis ha avuto anche un’altra grande passione, quella per l’insegnamento. Sono moltissimi gli studenti che ha formato nel corso dei 22 anni di corsi alla Boston University e che hanno contribuito a diffondere le sue idee nelle università di mezzo mondo.
da Valeria Grazian | Mag 1, 2021 | Personaggi
Pace, poesia e passione fra giardini e orti sociali
di Daniele Vergari
Mi è cara anche l’uva sui tralci a filari maturata su un pendio. Bellezza della mia fertile valle, gioia d’autunno dorato.
(A. S. Puškin, L’uva)
Pia Pera (Lucca 1956-2016) è stata una slavista e un’affermata traduttrice dal russo – curando alcuni importanti testi di autori come Puškin o Čechov. Dopo le prime esperienze da scrittrice e di insegnamento all’Università di Trento, si trasferì a Milano per poi tornare verso il 2000 a Lucca. Idealista, libera e vitale Pia Pera si dedicò alla scrittura con un libro sulla comunità di Longo maï (L’arcipelago di Longo maï, 2000), un progetto di vita comunitaria iniziato nel 1972 in Provenza e diffusosi poi in vari paesi, volto a far sviluppare a “ciascuno le varie sfaccettature della propria personalità”.
Ed è proprio questo aspetto che vorremmo ricordare di questa straordinaria figura.
Nel messaggio della comunità si trova l’anticipazione della passione per il giardino (e il giardinaggio) della scrittrice lucchese che nel lavoro del giardiniere vede il “sovraintendere al benessere di ogni essere senziente, permettendo a ogni specie di prosperare ma non al punto di compromettere le possibilità di esistenza di ogni altra”. Ma accanto al giardino, forse proprio nella sua accezione più antica di “paradiso”, Pia si occupa dell’orto – senza fare distinzioni ontologiche fra il primo e il secondo – e in questa dimensione, unica, sente di aver trovato la sua collocazione nel mondo. Curare il proprio spazio verde (orto o giardino che sia) è un modo per curare se stessi ma anche per curare gli altri in una dimensione solidale e comunitaria. Dopo aver pubblicato L’orto di un perdigiorno. Confessioni di un apprendista ortolano (2003) nacque l’esperienza degli orti didattici prima nelle scuole, poi nelle carceri e in altre realtà, fino agli orti sociali. Il tutto sotto un cappello sintetizzabile in Orti di pace (www.ortidipace.org), dove per pace si deve intendere però più la serenità che l’alternativa alla guerra. Il giardino diventa un posto dove la stessa Pia si sentiva felice e anche un rifugio così come Puškin – da lei tradotto e studiato – trovava rifugio nella natura per potersi esprimere liberamente. Il suo pensiero verrà espresso in Giardino e ortoterapia (2010) ma tutti i suoi libri sono pervasi dalla passione e dalla poesia che il giardino riesce a esprimere.
Il viaggio pratico e letterario attraverso il suo giardino si interromperà con la malattia. Colpita da sclerosi multipla, Pia Pera confida il suo amore per la vita ad un ultimo libro Al giardino non l’ho ancora detto (2016), un testamento commovente, e allo stesso tempo gioioso, della sua passione.
Pia Pera non ha costituito nuove varietà di piante, non ha trovato né salvato antiche varietà ma ha contribuito a dare una nuova dimensione anche culturale, piena di bellezza, di serenità e di speranza, al giardinaggio e all’orticoltura. Il giardino per lei “è qualcosa di inafferrabile”, un luogo dove gli esseri hanno un ciclo: i semi germogliano, le piante crescono, i frutti maturano per poi morire o entrare nella quiescenza dell’inverno. Lo stesso scorrere del tempo e delle stagioni è da rispettare e da accettare così come le fasi della vita. Così come osserva Lara Ricci nel suo profilo sull’Enciclopedia delle donne, “nella sua ultima e più intensa vita, Pia Pera, con grazia stupefacente, ha fatto il giardinaggio come se fosse letteratura, e ha fatto del giardinaggio una forma di letteratura”.
Le riflessioni di Pia Pera e i suoi libri non sono solo uno stimolo ad approfondire le tecniche di giardinaggio e orticoltura ma rappresentano un invito rivolto a ciascuno di noi su come ritrovare un dialogo armonico con se stessi e ci insegnano come la bellezza può curare il mondo.
da Valeria Grazian | Ott 1, 2020 | Personaggi
Nato nel 1897 a Fermo, si laureò in Scienze Agrarie all’Università di Bologna nel 1919 dopo aver vissuto una pesante esperienza come ufficiale nella Grande Guerra. Dal 1921 si dedicò a ricerche fitopatologiche presso il laboratorio di patologia vegetale della Scuola di Viticoltura e Enologia di Alba e poi presso l’Istituto Superiore Forestale di Firenze. Nel 1923 divenne assistente straordinario presso l’Istituto Botanico di Pavia dove si dedicò alla micologia.
l suo carattere curioso lo spinse ad accettare la proposta di un’attività di ricerca in America latina. Partì nel 1925 per la Repubblica Dominicana dove fondò delle stazioni sperimentali, si recò poi ad Haiti, in Ecuador ma anche in Somalia dove organizzò i servizi tecnico-agricoli e al tempo stesso studiò il comportamento dei cereali di quei climi. Rientrato a Pavia nel 1932 come borsista, vinse nel 1936 la cattedra di professore di Botanica presso l’Università di Firenze che poi trasferì a Pavia nel
1942 dove fu anche direttore dell’Orto botanico e del laboratorio crittogamico. Nonostante avesse aderito al Partito fascista già dal 1920, la sua attività politica fu molto modesta. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 firmato da Badoglio con le forze alleate, iniziò la resistenza italiana con cui Ceferri collaborò da subito, ospitando ebrei e prigionieri in casa sua e organizzando una radio clandestina nell’orto botanico. Sotto la sua protezione poterono trovare rifugio alcuni partigiani come la sua assistente Lia Tomici, protagonista poi del recupero della salma dell’eroe partigiano pavese Leopoldo Fagnani fucilato nel 1944. Scoperto, riuscì a darsi alla macchia mentre le SS devastavano la sua casa e i suoi laboratori. Nel dopoguerra riprese l’attività scientifica con particolare vigore e la continuò fino alla morte nel 1964.
Da un punto di vista scientifico i suoi interessi furono molteplici e talvolta curiosi. Accanto a studi micologici, si dedicò alla fitopatologia e alla sistematica delle piante coltivate con importanti contributi, per esempio con studi pioneristici sugli ecotipi di olivo nel Mediterraneo. I suoi studi si caratterizzano per una crescente complessità affrontando temi di carattere ecologico, agronomico, tassonomico e soprattutto fitogeografico e fitosociologico. Fin dagli anni di permanenza in America latina studiò alcune specie tropicali come il cacao, il banano e la manioca, e poi in Africa orientale si dedicò ai cereali e ai frumenti di Rodi. L’esperienza e gli studi di Vavilov ebbero una forte influenza su Ciferri che si concentrò sull’individuazione dei centri di origine delle piante e sulla loro evoluzione, arrivando a pubblicare nel 1941 con Einaudi un’interessante edizione annotata del lavoro di V. P. Malejev L’acclimatazione delle piante.
Di singolare interesse anche la Proposta di una formula per la caratterizzazione delle varietà e forme di frumento sulla cerealicoltura italiana editi nel 1939 dal Regio istituto agronomico per l’Oltremare di Firenze e più tardi la Revisione delle vecchie razze italiane in rapporto ai frumenti mediterranei, un catalogo fondamentale per la descrizione delle specie di grano scritto insieme a Mario Bonvicini e pubblicato nel 1960. Sul fronte fitopatologico nel 1955 pubblicò i tre volumi del Manuale di Patologia vegetale.
Concludiamo ricordando un aspetto curioso relativo a una comunicazione del 1942 presso l‘Accademia dei Georgofili e relativo alla “truffa” perpetrata quasi 100 anni prima a Cosimo Ridolfi in merito a dei semi di grano provenienti da una mummia conservata a Londra che Ciferri identificò, con competenza e ironia, in semi di un comune grano tenero inglese.
da Valeria Grazian | Mag 1, 2020 | Personaggi
Abbiamo affidato a Salvatore Ceccarelli il ricordo di Martin Wolfe, un amico inglese che si è sempre battuto per la diversità.
di Salvatore Ceccarelli
Il Professore Martin Wolfe è morto serenamente nella sua casa il 10 marzo 2019 all’età di 81 anni. Era stato ricoverato d’urgenza in ospedale dopo che il 28 febbraio gli era stato diagnosticato un tumore al pancreas in fase terminale che non lasciava speranze. Insieme a Martin avevo scritto “The need to use more diversity in cereal cropping requires more descriptive precision” che verrà pubblicato prossimamente su Journal of the Science of Food and Agriculture.
Martin si è preoccupato della sottomissione elettronica del manoscritto l’11 febbraio, due settimane prima di essere ricoverato in ospedale.
Martin aveva lavorato come patologo vegetale presso il Plant Breeding Institute a Cambridge dal 1960 al 1988 quando l’Istituto venne chiuso.
In seguito, occupò la cattedra di Patologia vegetale allo Swiss Federal Institute of Technology a Zurigo fino al 1997. Fin dal 1994 ha sviluppato Wakelyns
Agroforestry in Suffolk, che rappresenta uno dei primi centri di ricerca sull’agroforestry nel Regno Unito ed è anche il centro dove Martin ha svolto un lavoro pioneristico sullo sviluppo di popolazioni di cereali. Dal 1998 ha contribuito allo sviluppo del programma di ricerca dell’Organic Research Centre prima di diventarne il principale consulente scientifico continuando a partecipare ad alcuni progetti. Nel 2017 è diventato professore di Miglioramento genetico per l’agricoltura sostenibile e resiliente all’Università di Coventry.
Martin ha dedicato gran parte della sua carriera scientifica allo studio e promozione dell’agrobiodiversità. Già a metà degli anni 80 Martin Wolfe era una voce molto critica sull’approccio usato nel miglioramento genetico per la resistenza alle malattie basato sull’uso di singoli geni per la resistenza. Di fronte all’obiezione che il problema poteva essere superato combinando diversi geni per la resistenza in una singola pianta rispondeva “state creando le condizioni ideali per un disastro perché il patogeno si adatterà molto rapidamente alla resistenza combinata dell’ospite”.
Martin Wolfe fu tra i primi ad esplorare il vantaggio dei miscugli nell’allora Europa dell’Est usando miscugli di orzo da birra che si diffusero rapidamente in Polonia su oltre 10.000 ettari e particolarmente nella Germania dell’Est dove vennero introdotti nel 1984. Il successo fu dovuto al fatto che i miscugli erano stati formulati in modo specifico per la resistenza all’oidio e per la loro qualità maltaria. Alla fine degli anni 80 i miscugli coprivano pressoché tutta la superfice coltivata ad orzo primaverile da birra (oltre 300.000 ettari) con una riduzione dell’incidenza della malattia dal 50% al 10% mentre l’uso dei fungicidi si era ridotto ad un solo trattamento su oltre 100.000 ettari. Non vi fu una diminuzione della produzione mentre la qualità del malto era considerata soddisfacente.
Con l’unificazione delle due Germania, il progetto fu abbandonato per la preferenza delle malterie dell’Europa dell’Ovest per il malto ottenuto da singole varietà anche se trattate con fungicidi! Anche se quel progetto fu abbandonato, la visione del Professore Martin Wolfe è più viva che mai in un periodo in cui, come mai prima, l’idea di tornare a coltivare diversità è ritornata prepotentemente alla ribalta.
Mi piace ricordarlo così insieme a voi: in un letto di ospedale, sapendo di avere i giorni contati, intratteneva dottori e infermiere sull’importanza dell’agroforestry.