Il ruolo della ricerca pubblica per contrastare i “Baroni del cibo”

Il ruolo della ricerca pubblica per contrastare i “Baroni del cibo”

I sistemi agroalimentari sono concentrati nelle mani di poche imprese in grado di orientare anche i processi di innovazione

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 255 – Gennaio 2023

A settembre 2022 è stato pubblicato dall’Ong ETC Group il nuovo rapporto sulla concentrazione dei sistemi agroalimentari dal titolo “Food barons 2022. Crisis profiteering, digitalization and shifting power”. Il termine profiteering si può tradurre in italiano con “ultraprofitti”: il concetto cioè che in un periodo di crisi alcuni soggetti traggano guadagni irragionevoli solo per le loro posizioni di monopolio. Come si capisce, un tema d’attualità. La lettura delle 140 pagine del report può indurre uno stato depressivo.

Cominciamo dal settore delle sementi commerciali: le prime due imprese, la tedesca Bayer (che ha inglobato Monsanto) e la statunitense Monsanto Agriscience, controllano il 40% del mercato mondiale, venticinque anni fa la stessa quota era controllata da dieci compagnie. Se si aggiungono la cinese Syngenta group, le tedesche Basf e Kws, e la francese Limagrain, si scopre che sei ne controllano il 58%. Ancora più concentrato il settore dei pesticidi: il 62,3% del mercato è in mano quattro società (le stesse delle sementi ma in ordine diverso: Syngentya, Bayern, Basf e Corteva). Qui la Cina sta diventando il leader mondiale, dopo la fusione tra SinoChem e ChemChina (entrambe controllate dallo Stato) e la nascita del nuovo colosso Syngenta Group.

Situazione non molto diversa nel comparto delle macchine agricole (le prime sei società detengono il 50% del mercato) e nel settore zootecnico (quattro aziende per il 60,5%). Mentre il miglioramento genetico è totalmente in mano a sole tre multinazionali. La vendita al dettaglio e delle commodities agricole vede minore concentrazione, ma comunque alcune multinazionali come Cargill e Archer Daniels Midland (Usa), Cofco (Cina) e Walmart hanno una posizione dominante.

Uno degli aspetti collaterali della creazione di oligopoli o monopoli è l’aumento dei prezzi al consumo. Lo mostra, ad esempio, un’analisi del 2021 realizzata negli Stati Uniti dalla stessa Casa Bianca in cui si affermava che le aziende dominanti nella lavorazione della carne sfruttano il loro potere di mercato per aumentare i prezzi e i margini di profitto.

Il 40% del settore delle sementi commerciali in mano a sole due aziende: Bayern e Corteva; 25 anni fa la stessa quota era controllata da dieci società.

Ma un altro fattore, meno indagato, è potenzialmente più pericoloso per il futuro dei sistemi agroalimentari: l’impatto sulla ricerca. Questi conglomerati economici sempre più grandi ne sostengono un modello intimamente connesso al loro sistema economico capitalistico. Questo si traduce in stringente proprietà intellettuale, uso di tecnologie proprietarie, produzione di piattaforme digitali per assistenza tecnica agli agricoltori (espropriati del loro ruolo primario di conoscitori dei territori) e sostegno a un miglioramento genetico vegetale e animale centralizzato e riduzionista (come dimostra la promozione dei nuovi Ogm).

L’esatto contrario di quello che servirebbe per sviluppare sistemi di ricerca decentralizzata e partecipativa, fondamentali per attuare quella transizione dell’agricoltura verso il biologico o il biodinamico, come espresso nella Strategia europea “Farm to fork”. La concentrazione del mercato impone, quindi, un unico orizzonte per scienza e innovazione in agricoltura. In realtà, come scrive l’antropologo francese Lèvi-Leblond nel libro “La velocità dell’ombra” (Codice edizioni, 2007), “la conoscenza umana è molteplice, evolutiva e interconnessa: merita quindi il più grande rispetto sia la specificità delle sue molteplici forme sia la fecondità dei loro scambi”. È utopistico immaginare un nuovo ruolo per la ricerca pubblica nel contrastare il monopolio del sapere da parte dei Baroni del cibo?

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L’agricoltura dovrebbe imparare dagli Inuit

L’agricoltura dovrebbe imparare dagli Inuit

In Groenlandia alcune popolazioni seppero adattarsi a un ambiente diverso, sopravvivendo. Oggi il modello agricolo va nella direzione opposta

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 254 – Dicembre 2022

Un articolo uscito sulla rivista New Scientist nel 1994 (“Rigide culture caught out by climate change”) merita di essere riportato all’attenzione per la sua attualità nel dibattito sui cambiamenti climatici, la perdita di biodiversità e la necessità di realizzare una transizione delle nostre società verso modelli più sostenibili. L’articolo raccontava la storia della Groenlandia tra il 1100 e il 1500, presa come parabola della situazione attuale. A quei tempi vivevano in questa terra sia popolazioni di Inuit, sia norvegesi, ma il crollo delle temperature intorno a metà del Trecento ha lentamente eroso la capacità agricola del territorio. Nel giro di un centinaio di anni sull’isola non era rimasto più nemmeno un norvegese.

Potrebbe sembrare un processo simile a quello che stiamo vivendo, in cui la forza e l’ineluttabilità dei cambiamenti climatici non lasciano spazio ad altra strategia che non la fuga su altri pianeti o il crollo. 

In realtà l’articolo, citando il fallimento della strategia dei norvegesi (che hanno continuato a sfruttare la terra con il pascolo intensivo e hanno costruito cattedrali confidando nell’intervento divino per risolvere il problema) fa presente che gli Inuit hanno continuato a vivere in Groenlandia malgrado il crollo delle temperature e dei sistemi agricoli. Questi hanno adattato il loro sistema di vita alle nuove condizioni, dedicandosi alla caccia e alla pesca, e ancora oggi abitano quelle terre. 

La morale è evidente: società rigide che non si adattano, invertendo la loro rotta, non riescono a evitare il collasso. Ma questa non è una strada obbligata, la risposta adattativa e flessibile degli Inuit resta come monito a ricordarcelo.

L’articolo “Una cultura rigida colta di sorpresa dai cambiamenti climatici” è stato pubblicato sulla rivista New Scientist nel 1994.

L’abilità e la volontà di una società di rispondere all’ambiente in cambiamento sono le precondizioni fondamentali per determinare la sua capacità di sopravvivenza. È necessaria, però, una reattività fatta di scelte individuali e collettive, in grado di darci la possibilità di produrre risposte di fronte alle incertezze ambientali, su cui non abbiamo una memoria storica personale che possa aiutarci. Conoscenza e innovazione sono parte della soluzione, ma all’interno di processi collettivi di apprendimento fortemente ancorati nei contesti locali. 

Purtroppo in agricoltura stiamo andando nella direzione opposta: riducendo la capacità innovativa degli agricoltori (che sono i primi soggetti in grado di percepire i cambiamenti nei luoghi in cui operano), aumentando la loro dipendenza da input chimici e tecnologie esterne alle aziende, spostando la produzione di conoscenza dal settore pubblico a quello privato. Stiamo sostenendo sempre più un modello scientifico definito come cattedrale, in cui il centro produce ricerca e innovazione con cui irraggia la periferia, dove si fanno le prove di adattamento attraverso il cosiddetto trasferimento tecnologico. 

La nostra fede nell’innovazione è talmente forte che una parte influente della società la vede, in maniera ideologica e acritica, come la soluzione a qualsiasi problema. Senza alcuna necessità di invertire la rotta, di mettere in discussione la nostra epistemologia, le pratiche tecnologiche e organizzative, i nostri sistemi di apprendimento, i nostri sistemi istituzionali e, per finire, le politiche. Cambiare non è facile, ma non è più rimandabile. Sono passati 28 anni dall’articolo di New Scientist, i dati e le evidenze empiriche che abbiamo accumulato in questo periodo testimoniano in maniera netta il baratro che abbiamo davanti, ma ancora non abbiamo risposto alla domanda ineludibile: saremo capaci di evolvere e adattarci come gli Inuit o faremo la fine dei norvegesi in Groenlandia?

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Sperimentazione partecipativa per il mais: prima esperienza in Italia

Sperimentazione partecipativa per il mais: prima esperienza in Italia

Analysis n. 2 Maggio-Agosto 2021 (XXII)

Riassunto
Lo scopo del miglioramento genetico partecipativo (Participatory Plant Breeding, PPB) è quello di coinvolgere gli agricoltori nella caratterizzazione fenotipica dei materiali in selezione e nella loro valutazione in termini di adattamento ambientale e sostenibilità. Nell’ambito del Progetto MiPAAF “Risorse Genetiche Vegetali”, il CREA Centro di ricerca
Cerealicoltura e Colture Industriali – sede di Bergamo, in collaborazione con Rete Semi Rurali, ha avviato la prima
esperienza in Italia di PPB per il mais. Nel 2017, un set di 173 diallelici ottenuti da incroci tra varietà locali italiane
e straniere è stato distribuito a 38 aziende agricole locate in 12 regioni, seguendo un disegno sperimentale a blocchi
incompleti. Gli stessi genotipi sono stati seminati a Bergamo in due repliche. I risultati raccolti dagli agricoltori hanno
consentito di identificare i diallelici più adatti ai diversi areali di coltivazione, materiali che sono stati riproposti nel
secondo anno (2018). L’utilizzo di genotipi tradizionali di mais per questo approccio ha destato interesse in un ampio
numero di aziende, che si sono rese disponibili a proseguire la sperimentazione. Un altro risultato interessante di questa
collaborazione è stata l’organizzazione di incontri tecnici di formazione con gli agricoltori.

Abstract
Participatory Plant Breeding (PPB) aims to involve farmers in the selected materials’ phenotypic characterisation and in their evaluation of environmental adaptability and sustainability. In the framework of the Project “Plant Genetic Resources”, funded by the Ministry of Agriculture, CREA Research Center for Cereal and Industrial Crops (Bergamo), in collaboration with Rete Semi Rurali (RSR), launched the first maize PPB experience in Italy. In 2017 a set of 173 populations derived from crosses among 25 Italian and foreign landraces was sown in 38 organic and low-input small farms located in 12 regions, following an alpha design with incomplete blocks.
The same genotypes were sown in Bergamo using a row-column design in two replications. The results collected
by farmers allowed the identification of the most adapted materials for each environment, which were grown in the
second year (2018). Using traditional genotypes for this breeding approach raised a large interest among many
farmers, who decided to continue to grow them. Another interesting output of this collaboration was the organization of
technical and educational meetings with the farmers

L’articolo completo qui

La riscossa di legumi e leguminose

La riscossa di legumi e leguminose

Editoriale a cura di Claudio Pozzi | Rete Semi Rurali

Nell’epoca dell’industrializzazione e in particolare modo nel secondo dopoguerra la coltivazione di legumi ha subito una drastica flessione: l’intensificazione dell’impiego di prodotti azotati nelle campagne italiane e la drastica conversione delle famiglie all’utilizzo quotidiano della carne in tavola ha comportato la riduzione delle superfici coltivate.

Negli ultimi decenni si è per fortuna manifestata una inversione di tendenza: l’attenzione mediatica alla urgente mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici ed il necessario ricorso a strumenti di adattamento per prevenirne le conseguenze fa sì che i richiami delle sinora snobbate avanguardie a nuovi stili di vita e di consumo trovino un consenso sempre più vasto. E’ ancora lunga la strada da percorrere ma legumi e leguminose tornano ad essere protagonisti sia nelle pratiche agronomiche, grazie all’utilizzo sempre più diffuso di rotazioni, sovesci e bulature o consociazioni, sia sulla tavola grazie ad un più razionale consumo di carne nelle famiglie più attente all’etica del cibo.
Legumi e leguminose contribuiscono alla qualità del suolo e dell’aria grazie alla capacità azotofissatrice e di “ingabbiamento” della CO2 andando a ridurre l’azione nefasta dell’agricoltura industriale, ancora purtroppo preponderante e annoverata fra le maggiori cause di alterazione del clima e della capacità dei suoli di svolgere una funzione di assorbimento delle precipitazioni.

L’apporto proteico alla dieta garantito dai legumi favorisce d’altra parte stili di vita più attenti e una drastica, razionale riduzione del consumo di carne che tanti danni ha prodotto e continua a produrre agli equilibri pedoclimatici di vaste zone della nostra penisola e del mondo più in generale.
Benvenga quindi l’apertura di progetti che consentono ai nostri agricoltori di sperimentare nuove opportunità dal punto di vista delle pratiche agronomiche e della scelta di varietà / popolazioni che li aiutano a rendere più efficace il loro lavoro e a diversificare le produzioni garantendo una migliore qualità del suolo, una riduzione delle lavorazioni e una più complessa capacità di reazione agli eventi climatici inattesi.

Il 2016 è stato l’Anno Internazionale dei Legumi e da allora l’ONU ha deciso di consacrare il 10 febbraio ai legumi, istituendo la Giornata Mondiale dei Legumi sotto la gestione della FAO. Nel 2016 così scriveva il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali:

 “In definitiva, le coltivazioni di leguminose consentono all’agricoltore di attuare un ordinamento produttivo più razionale e di qualità, che coniughi l’aspetto economico con le esigenze pedoclimatiche, ossia un’agricoltura più sostenibile e biologica. Inoltre, i legumi, avendo un patrimonio genetico antico e ricco di peculiarità, hanno anche un grande potenziale per l’adeguamento ai cambiamenti ambientali che consentirà ai ricercatori di selezionare nuove varietà, idonee ad essere coltivate nelle più svariate zone della Terra.”

Una popolazione di lupino per l’agricoltura biologica

Una popolazione di lupino per l’agricoltura biologica

Una valida alternativa per la diversificazione delle leguminose da granella ad alto contenuto proteico

di Matteo Petitti | Rete Semi Rurali

La dipendenza dall’importazione di soia rappresenta un elemento di fragilità per l’UE, che sta orientando le proprie strategie verso una maggiore autosufficienza nelle colture proteiche.

Il lupino bianco (Lupinus albus) è una leguminosa da granella caratterizzata da un elevato contenuto proteico (38.5%) e di lipidi (9.5%) rendendola una concreta alternativa alla soia, per le aziende e le filiere zootecniche. Non si adatta bene a terreni sub-alcalini (pH > 7,5), soprattutto in presenza di calcare attivo e ha un suo batterio azotofissatore specifico (Bradyrhizobium lupini) con cui si raccomanda l’inoculazione se nel terreno non è stato coltivato per lungo tempo.

Un requisito fondamentale per l’utilizzo del lupino bianco nell’alimentazione umana e animale è il basso contenuto dell’alcaloide amaro (<0,02- 0,05%). Mutazioni spontanee del gene responsabile possono avvenire anche in varietà dolci, richiedendo un monitoraggio del contenuto di alcaloidi nelle colture da seme.

Nell’ambito del progetto LIVESEED, il CREA-ZA di Lodi ha sviluppato una popolazione di lupino bianco, incrociando quattro varietà locali a seme amaro (Italia, Grecia e Madeira) con quattro linee in selezione a seme dolce (Italia, Francia e Marocco). Il materiale di partenza è stato selezionato per le sue caratteristiche di rusticità (tolleranza alla siccità, ai terreni calcarei e ai freddi invernali), aspetti qualitativi della granella (alto contenuto di proteine, grassi e gamma-conglutina), caratteri agronomici (resistenza all’allettamento) e una grande variabilità fenologica. Dai 16 incroci F1 iniziali, sono state ottenute circa 600 F5, da cui sono state selezionate circa 180 linee dolci. Queste, oltre a essere state valutate in purezza, sono state combinate, con egual numero di semi, per costituire una popolazione evolutiva. Dopo due cicli di moltiplicazione, nel 2020 la popolazione è stata distribuita a vari partner del progetto: in Svizzera, Olanda e Danimarca è in fase di adattamento a semina primaverile sotto diversi profili pedologici, mentre in Francia la cooperativa bio UBIOS sta sviluppando due popolazioni adattate a semina autunnale e primaverile. In Italia, Rete Semi Rurali ha distribuito la popolazione a due aziende biologiche in Sicilia (Catania, Enna) e due in Sardegna (San Nicolò Gerrei e Az. sperimentale AGRIS Donori-Ussana), per l’adattamento a semina autunnale e condizioni di bassa piovosità.

Nel 2021, grazie al progetto CORE Organic DIVERSILIENCE è stato possibile proseguire con le semine nelle due aziende sarde, nell’azienda siciliana di Enna e nell’azienda Floriddia di Peccioli che ospita il campo catalogo di Rete Semi Rurali. A giungo 2022, prima della raccolta, si è svolta la selezione partecipativa presso la cooperativa San Nicolò Gerrei (SU).

Il piano per la campagna 2022/23 è di procedere con un secondo ciclo di adattamento e selezione.  

Il progetto COPASUDI

Il progetto COPASUDI

Sviluppo di soia per alimentazione umana e animale in biologico

di Piercarlo Tivano – Scuola Agraria Salesiana di Lombriasco

Copasudi, progetto di cooperazione tra piccole aziende agricole sulla soia ad utilizzo diretto nasce, ancor prima di essere ammesso a finanziamento dalla misura 16.1.1 del PSR della Regione Piemonte, da una reale necessità delle piccole aziende a conduzione prevalentemente biologica di poter utilizzare la soia, per i propri allevamenti, direttamente prodotta in azienda senza doverla sottoporre a trattamenti fisici (deoleazione e tostatura) difficilmente realizzabili in piccole realtà.

Il progetto mette in rete aziende agricole con o senza allevamenti, ricadenti in provincia di Torino, al fine di costituire una popolazione eterogenea evolutiva di soia partendo da nove varietà non OGM, costituite prevalentemente in Italia dall’Ersa, a basso fattore antinutrizionale e quindi utilizzabili direttamente per l’alimentazione animale. Oltre alle aziende agricole partecipano al progetto Rete Semi Rurali, Università di Padova, Università di Udine e la Scuola Agraria Salesiana di Lombriasco (TO). La cooperazione riguarda anche l’utilizzo di attrezzature presenti o acquistate dai partecipanti al progetto e messe a disposizione delle aziende oltre alla condivisione dei saperi e delle esperienze.

Tra le realtà che si occupano della coltivazione, l’azienda Savarino Gianfranco di Fiano (TO) si avvale della trazione animale con il cavallo per l’espletamento di alcune operazioni, tra cui la semina e la sarchiatura della coltura. La trazione animale ha condizionato la distanza di semina tra le file che è stata portata a 70-75 cm per permettere il passaggio del cavallo per le successive operazioni di pulizia dalle infestanti dell’interfila. L’azienda si è dotata, tramite il finanziamento del progetto, di un portattrezzi a cui si possono applicare le seminatrici e gli organi sarchianti. Questo attrezzo può essere trainato anche con piccole trattrici.

Il progetto COPASUDI si concluderà a fine autunno 2023: produrrà una miscela da cui si svilupperà una popolazione di soia e si avrà un riscontro con dei dati su produzioni zootecniche di piccola scala.

Le quattro aziende che si occupano della coltivazione, al momento al secondo anno di produzione, si sono trovate ad affrontare la gestione delle erbe infestanti che nella coltura della soia hanno dato non poche difficoltà. Altra problematica che si è riscontrata nel primo anno di coltivazione è stata la sindrome dello stelo verde che ha creato difficoltà nella trebbiatura che si effettua con una piccola trebbiatrice. Alcune risposte sulla gestione della coltura e delle infestanti si sono avute dalla recente visita in Friuli nel mese di agosto, presso aziende biologiche che si confrontano da decenni con la coltivazione della soia attivando tecniche di rotazioni e con l’ausilio di attrezzature studiate e realizzate sulle reali necessità colturali. Confronto e condivisione con altre realtà, punto fondamentale del progetto, hanno innescato delle riflessioni tra i partecipanti evidenziando la necessità di apprendere maggiori informazioni tecnico pratiche che sono frutto di anni di esperienza in campo. Inoltre in questo secondo anno sono state eseguite le prime prove di appetibilità della soia prodotta che è stata schiacciata con una schiacciatrice acquistata dal progetto dall’azienda l’Altromercato di Luca Ferrero. La soia così schiacciata in tre granulometrie differenti e miscelata con altre granaglie è stata sottoposta al “gradimento” di un gruppo di galline e il consumo comparato con l’alimentazione tradizionale. Si è così avuta la risposta alla granulometria migliore per le prove di somministrazione che si attiveranno, dopo l’analisi della granella prodotta e la formulazione di una razione idonea, nell’autunno-inverno prossimo con gruppi di galline ovaiole e polli da ingrasso, oltre a un gruppo di ovini da ingrasso, al fine di verificarne anche una risposta produttiva.

La conclusione del progetto che sarà a fine autunno 2023 produrrà una miscela da cui si svilupperà una popolazione di soia e si avrà un riscontro con dei dati su produzioni zootecniche di piccola scala.

Le aziende che partecipano al progetto sono: l’Altromercato di Luca Ferrero, l’azienda Savarino Gianfranco, La Gallinella, l’azienda Mellano Emanuele, l’azienda Paolo Cabiati, l’azienda della Scuola Agraria Salesiana.