Nato nel 1897 a Fermo, si laureò in Scienze Agrarie all’Università di Bologna nel 1919 dopo aver vissuto una pesante esperienza come ufficiale nella Grande Guerra. Dal 1921 si dedicò a ricerche fitopatologiche presso il laboratorio di patologia vegetale della Scuola di Viticoltura e Enologia di Alba e poi presso l’Istituto Superiore Forestale di Firenze. Nel 1923 divenne assistente straordinario presso l’Istituto Botanico di Pavia dove si dedicò alla micologia. l suo carattere curioso lo spinse ad accettare la proposta di un’attività di ricerca in America latina. Partì nel 1925 per la Repubblica Dominicana dove fondò delle stazioni sperimentali, si recò poi ad Haiti, in Ecuador ma anche in Somalia dove organizzò i servizi tecnico-agricoli e al tempo stesso studiò il comportamento dei cereali di quei climi. Rientrato a Pavia nel 1932 come borsista, vinse nel 1936 la cattedra di professore di Botanica presso l’Università di Firenze che poi trasferì a Pavia nel
1942 dove fu anche direttore dell’Orto botanico e del laboratorio crittogamico. Nonostante avesse aderito al Partito fascista già dal 1920, la sua attività politica fu molto modesta. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 firmato da Badoglio con le forze alleate, iniziò la resistenza italiana con cui Ceferri collaborò da subito, ospitando ebrei e prigionieri in casa sua e organizzando una radio clandestina nell’orto botanico. Sotto la sua protezione poterono trovare rifugio alcuni partigiani come la sua assistente Lia Tomici, protagonista poi del recupero della salma dell’eroe partigiano pavese Leopoldo Fagnani fucilato nel 1944. Scoperto, riuscì a darsi alla macchia mentre le SS devastavano la sua casa e i suoi laboratori. Nel dopoguerra riprese l’attività scientifica con particolare vigore e la continuò fino alla morte nel 1964. Da un punto di vista scientifico i suoi interessi furono molteplici e talvolta curiosi. Accanto a studi micologici, si dedicò alla fitopatologia e alla sistematica delle piante coltivate con importanti contributi, per esempio con studi pioneristici sugli ecotipi di olivo nel Mediterraneo. I suoi studi si caratterizzano per una crescente complessità affrontando temi di carattere ecologico, agronomico, tassonomico e soprattutto fitogeografico e fitosociologico. Fin dagli anni di permanenza in America latina studiò alcune specie tropicali come il cacao, il banano e la manioca, e poi in Africa orientale si dedicò ai cereali e ai frumenti di Rodi. L’esperienza e gli studi di Vavilov ebbero una forte influenza su Ciferri che si concentrò sull’individuazione dei centri di origine delle piante e sulla loro evoluzione, arrivando a pubblicare nel 1941 con Einaudi un’interessante edizione annotata del lavoro di V. P. Malejev L’acclimatazione delle piante. Di singolare interesse anche la Proposta di una formula per la caratterizzazione delle varietà e forme di frumento sulla cerealicoltura italiana editi nel 1939 dal Regio istituto agronomico per l’Oltremare di Firenze e più tardi la Revisione delle vecchie razze italiane in rapporto ai frumenti mediterranei, un catalogo fondamentale per la descrizione delle specie di grano scritto insieme a Mario Bonvicini e pubblicato nel 1960. Sul fronte fitopatologico nel 1955 pubblicò i tre volumi del Manuale di Patologia vegetale. Concludiamo ricordando un aspetto curioso relativo a una comunicazione del 1942 presso l‘Accademia dei Georgofili e relativo alla “truffa” perpetrata quasi 100 anni prima a Cosimo Ridolfi in merito a dei semi di grano provenienti da una mummia conservata a Londra che Ciferri identificò, con competenza e ironia, in semi di un comune grano tenero inglese.
Le funzioni di un canale YouTube possono essere principalmente due. La prima, legata alle dinamiche da youtuber, usa la piattaforma come luogo di incontro di fruitori quotidiani che vanno a costituire un seguito generalmente chiamato ‘community’ che si auto-seleziona in base all’argomento proposto dal protagonista dei video. La seconda è quella di canale di pubblicazione di video facili da trovare anche da chi non ama iscriversi ai social – con l’indirizzo preciso chiunque può vederne uno o seguire una diretta – e di archivio di tutti i contenuti in modo che gli ultimi arrivati possano recuperare quelli che si sono persi riportandosi in passo rispetto alle pubblicazioni più interessanti e/o imperdibili.
Il canale YouTube di RSR (www.youtube.com/user/ReteSemiRurali) non può ontologicamente pensare di avvicinarsi al primo caso, ma sicuramente ha nei desiderata quello di essere sempre più sfruttato per poter diventare un canale che accorci le distanze tra Staff, Soci e Amici sostenitori della Rete Semi Rurali.
Nel corso di questo primo anno abbiamo organizzato 7 playlist per un totale di circa 30 video che raccontano pezzi di esperienze e di attività di RSR. Se dobbiamo evidenziare un dato tra gli altri, sicuramente ci preme sottolineare che l’86% delle visualizzazioni dei video del canale provengono da utenti non iscritti.
Per il nuovo anno: prima iscrivetevi al canale e poi guardate i video e condivide quelli che vi son piaciuti di più con chi pensate possa essere interessato.
No, non siamo improvvisamente diventati anche noi schiavi delle dinamiche da “influencer” ma ci sta a cuore che sempre più persone possano conoscere le attività di RSR e le realtà collegate.
Il famoso ‘mantra’ vale anche per il canale YT di RSR: più iscritti ci sono, più condivisioni si fanno dei contenuti del canale e più la piattaforma YT aiuta i video ad essere trovati.
Per comprendere come l’epigenetica potrebbe influenzare le produzioni locali di sementi è attualmente in corso un esperimento che vede la collaborazione tra Rete Semi Rurali, Centro di Ricerca Difesa e Certificazione del Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e Istituto di Biologia e Biotecnologia Agraria del Consiglio Nazionale delle Ricerche.
Iniziamo con una rapida introduzione all’epigenetica, una parola difficile che invece nasconde un concetto semplice. L’epigenetica studia tutti i fenomeni ereditabili di un organismo che non dipendono da cambiamenti della sequenza del DNA che, in via di principio, conserva tutte le informazioni necessarie allo sviluppo e alla riproduzione di un individuo. Il DNA è presente in ogni cellula con una copia completa, quindi nella stessa pianta le cellule che formano una foglia o una radice, pur essendo molto diverse, racchiudono lo stesso identico corredo genetico. Come è possibile che cellule geneticamente identiche riescano a generare tessuti così diversi? E come fa, per esempio, una radice in accrescimento a evitare di diventare una foglia?
Varietà
Anno di rilascio
Villa Glori
1913
Frassineto
1924
Vilmorin
1928
Abbondanza
1950
Leone
1955
Bologna
2002
Solibam tenero Floriddia (popolazione)
2010
Solibam tenero Li Rosi (popolazione)
2010
Qui entra in gioco l’epigenetica, in cui il prefisso epi- sta a significare sopra la- genetica e si riferisce a tutti quei meccanismi biologici che permettono di “annotare” informazioni sul DNA senza modificarne la sequenza. Queste informazioni consentono alle diverse parti del genoma – i geni – di esprimersi nel modo corretto da un punto di vista strutturale (formazione dei diversi tessuti), temporale (fasi di crescita di un organismo) e in risposta ai diversi stimoli ambientali. Per fare un esempio classico possiamo pensare all’epigenetica come alla punteggiatura, senza di essa le informazioni contenute in un libro sarebbero in alcuni casi difficili da interpretare. Facendo un parallelismo le parole rappresentano la genetica mentre la punteggiatura rappresenta l’epigenetica.
Queste “annotazioni” vengono passate alle cellule quando si duplicano, per esempio in una radice che cresce, ma vengono eliminate nel passaggio da una generazione alla successiva. In questo modo una giovane plantula, ma questo vale anche per noi esseri umani, può iniziare la propria esistenza “dall’inizio”. Da recenti studi sui vegetali si è però compreso che non tutte le informazioni epigenetiche vengono cancellate ma, al contrario, è possibile che alcune vengano trasmesse alla generazione successiva in modo da mantenere una certa “memoria” di quello che è successo alle generazioni precedenti. Ne deriva che questo processo potrebbe avere un ruolo nell’adattamento delle piante alle diverse condizioni di crescita. In altre parole, le piante potrebbero adattarsi alle diverse condizioni ambientali anche grazie alle informazioni epigenetiche ereditate dalle generazioni precedenti.
Alcuni studi hanno mostrato che piante identiche tra loro e discendenti da piante madri vissute in condizioni di stress idrico, tendono a sviluppare da subito un apparato radicale più lungo. Oppure che semi di piante che hanno subito attacchi di insetti defoliatori, danno origine a piante con foglie più pelose, pronte a resistere a futuri attacchi. Un’altra osservazione riguarda piante cresciute all’ombra di numerose infestanti che danno origine a piante capaci di produrre più semi in condizione di ombreggiamento.
Parcelle per la ricerca sull’epigenetica in Emilia-Romagna, primo anno, azienda sperimentale Bagnaresa, Budrio, maggio 2020 # Valentina Moschini/CREA-DC
Queste osservazioni sono state fatte su specie selvatiche o “specie modello” e per il momento si sa ben poco di come e quanto questi fenomeni potrebbero influire sulle produzioni agricole. In questo quadro si può supporre che i semi di una varietà, a seconda dell’ambiente specifico in cui sono stati prodotti, possano generare piante con differenti caratteristiche grazie all’epigenetica. Forse chi autoproduce seme queste cose le ha già intuite ma non è semplice dimostrare da un punto di vista sperimentale. I motivi sono vari, infatti non tutti i caratteri vengono influenzati dai processi epigenetici, inoltre ogni varietà può trasmettere risposte molto diverse alla progenie (addirittura contrastanti!) e talvolta servono varie generazioni di esposizione a una determinata condizione ambientale perché si possano avere effetti misurabili sulle generazioni successive. Infine, la maggior parte dell’informazione epigenetica è rigidamente legata a quella genetica (sequenza di DNA) mentre, al contrario, un’altra parte sembra variare in maniera casuale e slegata dalle condizioni ambientali.
Per questi motivi non è semplice condurre esperimenti che chiariscano quali sono gli effetti prodotti dai meccanismi epigenetici. Le prospettive sembrano comunque molto interessanti e meritano un approfondimento dato che potrebbero migliorare la nostra comprensione sulla produttività di varietà riprodotte anno dopo anno nello stesso ambiente e, più in generale, sulla complessità della vita.
La prova sperimentale iniziata quest’anno prevede di coltivare continuativamente diverse varietà di frumento (tabella 1) – partendo da un identico nucleo iniziale di seme – in ambienti molto differenti. Per questo motivo sono stati allestiti 4 campi di produzione identici in quattro regioni. Le prove sperimentali si trovano in Toscana all’interno del campo catalogo di RSR ospitato dal 2013 dall’Azienda agricola Floriddia, in Sicilia nell’Azienda agricola Li Rosi, in Veneto all’interno del campo di moltiplicazione della Casa delle sementi del Veneto che dall’anno scorso è ospitato nell’Azienda agricola Cortiana e in Emilia-Romagna presso l’Azienda agricola sperimentale Bagnaresa del CREA-DC.
In ogni ambiente la moltiplicazione verrà ripetuta per tre anni usando, in ogni località, sempre il seme ottenuto l’anno precedente. In questo modo eventuali informazioni epigenetiche dovute all’ambiente di coltivazione avranno la possibilità di accumularsi. Il quarto anno verrà eseguito un campo di confronto tra tutte le varietà di frumento provenienti dai 4 campi. Si potranno quindi valutare produttività, morfologia della pianta, profilo genetico ed epigenetico mediante l’utilizzo di marcatori molecolari. Normalmente nel campo di confronto non si dovrebbero osservare grandi differenze all’interno delle singole varietà, ad esempio tra i 4 frassineto coltivati nei 4 differenti ambienti per i 3 anni precedenti. Al contrario, se ci fossero evidenti differenze morfologiche, produttive o epigenetiche, queste potranno essere attribuite a processi di ereditabilità epigenetica indotti dal precedente ambiente di coltivazione.
L’auspicio è che questo esperimento possa contribuire a chiarire come e quanto la variabilità epigenetica indotta dal precedente ambiente di coltivazione possa influire sull’adattabilità e la produttività delle colture in modo da valutare l’importanza di questo fenomeno sulle produzioni agricole e sui sistemi di produzione delle sementi.
# Tommaso Martinelli, ricercatore presso il CREA – Difesa e Certificazione (Firenze)
# Massimiliano Lauria, ricercatore presso l’Ist. di Biologia e Biotecnologia agraria del CNR (Milano)
La lenticchia è la protagonista di una ricerca sull’agro-biodiversità intraspecifica che dal due anni si sta realizzando sui campi della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.
Tradizionalmente coltivata in Italia, negli ultimi 50 anni la lenticchia ha conosciuto un generale decremento sia delle superfici coltivate che per l’alimentazione umana. Recentemente si sta osservando un aumento dei consumi a livello nazionale, ma questo non è bastato per invertire le tendenze di produzione, tanto che l’Italia importa ogni anno il 98% del suo fabbisogno.
Questa specie, insieme ad altri legumi minori, è molto interessante per diverse ragioni. Da un punto di vista nutrizionale è ricca in proteine ed elementi nutritivi, tra cui ferro e zinco, e il suo profilo amminoacidico è complementare a quello dei cereali. Da un punto di vista agronomico è una coltura che ha una bassa capacità di competere con le infestanti, tuttavia presenta esigenze ridotte in virtù della sua capacità azotofissatrice che la rende una perfetta candidata nella rotazione con colture quali il frumento. Questo ultimo aspetto ha una rilevanza determinante per l’agricoltura biologica in cui la rotazione è pratica imprescindibile per il mantenimento di una buona fertilità del terreno e per il controllo di infestanti e malattie. Inoltre, appare sempre più evidente come un altro compito dell’agricoltura biologica sia quello di promuovere la diversità sia nei campi che in tavola, andando a riscoprire colture e prodotti abbandonati nel periodo della “modernizzazione” agricola ma cruciali alleati per la salute.
È in questo contesto che, insieme ai miei colleghi della Scuola Superiore Sant’Anna e a molti sostenitori che mi hanno aiutata e mi aiutano in questo progetto, dal 2018 studio le differenze tra diverse varietà ed ecotipi di lenticchia nel tentativo di divulgare l’importanza dell’identità genetica di questa coltura.
Questa sperimentazione rientra all’interno del progetto LEGVALUE che è finanziato dall’Unione europea e si occupa di valorizzare le leguminose da granella in diversi paesi europei grazie a programmi di ricerca non solo di tipo genetico e agronomico, ma anche di tipo economico studiandone il mercato ed il loro utilizzo.
La ricerca che sto conducendo è partita dalla valutazione delle potenzialità colturali di un centinaio di varietà locali italiane di lenticchia – tra cui la lenticchia di Calasetta, di Villalba, di Ventotene, di Ustica, di Linosa, di Pantelleria, di Onano, di Viggiano, di Castelluccio – reperite presso agricoltori sparsi sulla penisola, grazie anche all’intervento della Casa delle Sementi di Rete Semi Rurali, e presso alcune banche del seme tra cui CNR di Bari, IPK, ARSIAL, Università di Perugia, Università di Palermo. Il lavoro di studio degli ecotipi italiani è iniziato con una caratterizzazione fenotipica, volta a classificare il materiale in base ad alcuni aspetti quali la grandezza del seme (microsperma ovvero a seme piccolo e macrosperma ovvero a seme grande), l’altezza della pianta, la tendenza ad allettare, la produttività in granella, la quantità di biomassa della pianta, la sensibilità ai patogeni e il contenuto in azoto. Questa caratterizzazione è stata poi accompagnata da una valutazione partecipata di agricoltori, tecnici e studenti per raccogliere le diverse impressioni e valutazioni sulla collezione in campo e suggerire linee di ricerca specifiche con un’attenzione anche alla commercializzazione. Si prevede di concludere il lavoro di caratterizzazione con un’analisi genetica del materiale per poter comprendere più a fondo la natura delle differenze fenotipiche e quindi la loro riproducibilità, oltre che individuare le parentele e le similitudini delle moltissime varietà locali che si coltivano su piccole superfici.
Giornata di valutazione in campo delle parcelle di varietà italiane di lenticchia, Scuola Superiore Sant’Anna, San Piero a Grado, 4 luglio 2019 # E. Lorenzetti/SSSA
Un altro filone fondamentale di questa ricerca è la valutazione della risposta della lenticchia alla tecnica colturale della miscela varietale. Le varietà locali italiane che stiamo studiando e caratterizzando saranno oggetto di un ulteriore esperimento per osservarle non più come coltura pura, bensì come miscugli e provare a capire se migliorano le loro performance quando sono mischiate insieme nello stesso campo. Il prossimo anno, quando il materiale sarà in quantità sufficiente, costituiremo diversi tipi di miscele scegliendo le lenticchie in base alle loro caratteristiche morfologiche (microsperme e macrosperme, precocità e tardività, ecc..), ai punteggi ricevuti rispetto a differenti tipologie colturali (coltura pura e consociazione) ma anche alle prove di cottura. Quest’anno abbiamo intanto testato delle miscele di varietà commerciali. Quattro tipi di lenticchie microsperme – 2 selezionate e vendute nel centro Italia, la Screziata gialla e la Robin; 2 selezionate e vendute nel sud Italia, la nera e la Turca – sono state coltivate insieme, in diverse combinazioni, per valutarne la produttività, la nodulazione, la risposta alle infestanti, la biomassa e il contenuto in Azoto.
A causa delle limitazioni dovute alla pandemia, quest’anno non siamo stati nella condizione di svolgere le giornate di campo per la valutazione partecipativa e gli approfondimenti sui dati raccolti fino ad oggi. Tuttavia, abbiamo provato a raccontare il nostro lavoro in due brevi video che potete trovare sul canale Youtube della Scuola Superiore Sant’Anna (www.youtube.com/user/ScuolaSantanna/videos). Il primo, dal titolo Miscugli varietali: una prova LEGVALUE sulle lenticchie italiane, racconta la prova sulle miscele varietali. Il secondo, dal titolo Varietà di lenticchie italiane: una prova LEGVALUE sulla biodiversità in campo, mostra la collezione in campo delle varietà locali di lenticchia.
# Elisa Lorenzetti
Dottoranda al gruppo di Agroecologia,
Istituto di Scienze della Vita, Scuola Superiore Sant’Anna
Dal 2018 Rete Semi Rurali è coinvolta in un progetto finanziato dalla misura 16.2 del PSR della Regione Umbria dal titolo SELIANTHUS ‘Selezione evolutiva e partecipativa di grano e girasole per l’autoriproduzione in agricoltura biologica’.Il progetto è iniziato con il recupero e lo studio di varietà di girasole ormai abbandonate con l’obiettivo di costituire una o più popolazioni in grado di adattarsi ai diversi ambienti di coltivazione del centro Italia e di soddisfare alcune caratteristiche nutrizionali ed organolettiche che rendono il girasole una coltura molto interessante nel mondo del biologico.
In questi anni molti sono stati gli aspetti innovativi, dalla ricerca e la rimessa in campo di varietà che si adattano a un contesto di agricoltura biologica tramite l’allestimento di campi di confronto varietale, alla formazione degli agricoltori sulla gestione della semente in azienda, snodo fondamentale per una corretta riappropriazione di un patrimonio varietale abbandonato, fino all’approccio partecipativo delle giornate in campo aperte alla valutazione delle parcelle delle varietà in sperimentazione da parte di agricoltori e altri stakeholder.
Giornata di valutazione e selezione in campo con gli agricoltori presso l’az. agr. Torre Colombaia. Alfredo Fasola segna con un nastro rosso le piante “migliori”, progetto SELIANTHUS, San Biagio della Valle (PG), 29 agosto 2019 # foto Livia Polegri
Da oltre dieci anni l’azienda agricola Torre Colombaia coltiva la varietà Elena, reperita presso un’azienda dell’est Europa che ancora conserva semente non ibrida, per la produzione di olio spremuto a freddo e di seme decorticato. L’interesse verso questa varietà stava proprio nella sua duplice attitudine: ottima sotto il profilo degli acidi grassi (principalmente acido linoleico, un grasso omega-6) e dal seme grosso e facilmente decorticabile. Il motivo per cui Torre Colombaia ha dovuto rivolgersi così lontano per il reperimento del seme è molto semplice: dall’arrivo degli ibridi in Italia le varietà di girasole sono state completamente abbandonate, tanto da risultare introvabili. Anche le banche del germoplasma e le università italiane non ne conservano pressoché alcuna, eppure il patrimonio varietale di girasole italiano era vasto.
Con l’avvio del progetto Selianthus, RSR si è attivata per richiedere le accessioni di girasole di origine italiana conservate presso alcune banche del germoplasma in Europa e Nord America e in prova presso alcune realtà associative. Nel corso del primo anno siamo riusciti a recuperare 25 varietà di cui: 16 dall’IPK (Germania), 2 dalla USDA (U.S.A), 2 dall’Università di Udine, 3 dall’associazione francese “Agrobio-Perigord” che ha in prova alcune varietà dell’est Europa, 1 dalla ditta sementiera Arcoiris che da qualche anno ha recuperato una varietà dell’est Europa, e 1 da un agronomo abruzzese che ha selezionato e riprodotto in campo un fuoritipo di una varietà che sembra interessante. Nei campi di confronto varietale sono state testate anche alcune varietà reperite in occasione degli scambi semi, purtroppo nessuna di queste era accompagnata da una scheda informativa o tecnica. Le informazioni sull’origine del seme, tuttavia, erano scarse anche per quelli provenienti dalle banche del germoplasma: paese di costituzione o località in cui è stato recuperato il seme, anno di ingresso nella Banca o di introduzione in azienda da parte dell’agricoltore.
Nel corso delle annate agrarie 2019 e 2020, presso le 3 aziende agricole, sono stati allestiti campi di moltiplicazione della semente. In questo caso, considerato che il girasole è una specie a libera impollinazione, si è proceduto alla moltiplicazione in isolamento spaziale di 3 varietà presso l’azienda agricola Janas – con una distanza minima tra le parcelle di 1000 metri – e in isolamento meccanico di 16 varietà presso l’azienda agricola Melagrani attraverso l’utilizzo di reti antinsetto. Presso l’azienda agricola Torre Colombaia invece è stato allestito un campo sperimentale di 27 parcelle con 7 varietà in prova e 2 ibridi come confronto tramite un disegno randomizzato con 3 repliche.
Grazie al lavoro di sperimentazione e moltiplicazione delle piccole quantità ricevute, nel corso del 2020, è stato possibile distribuire un pò di seme agli agricoltori interessati che abbiamo incontrato nel corso delle attività di campo, raccogliere informazioni agronomiche delle varietà provenienti dalle Banche del Germoplasma e confrontare alcune delle varietà più interessanti tra loro in regime di agricoltura biologica.
La raccolta dei dati è di primaria importanza per poter avviare la costituzione di una popolazione di girasole, siamo quindi partiti dall’individuazione dei parametri considerati di interesse per gli agricoltori coinvolti nella sperimentazione. Questi dati di campo (di tipo agronomico e genetico) saranno opportunamente incrociati con quelli provenienti dalla fase finale del progetto: analisi di laboratorio per la definizione del profilo degli acidi grassi e del contenuto di vitamine, dati di tipo tecnologico sulla facilità della decorticazione, dati di tipo produttivo e organolettico sulla resa e la qualità dell’olio.
I principali dati di campo rilevati sulle varietà testate sono stati:
Precocità. Questo è forse il parametro più importante perché definisce i giorni che intercorrono tra la semina e la fioritura. In un ambiente di bassa collina del Centro Italia, dove raramente le aziende possono ricorrere all’irrigazione, è fondamentale concentrarsi su varietà precoci o medio precoci e scartare quelle tardive, in modo che il periodo molto delicato della fioritura non si trovi in corrispondenza della stagione più secca;
Altezza della pianta e grandezza della calatide. Questi due parametri andrebbero considerati congiuntamente perché una vigoria troppo elevata della parte vegetativa della pianta potrebbe andare a scapito della grandezza della calatide. Allo stesso tempo una calatide grossa e pesante potrebbe spezzare un fusto troppo alto, alcune delle varietà testate hanno raggiunto i 2,5 m di altezza;
Numero e grandezza dei semi (acheni). Questi due parametri sono ovviamente collegati alla produttività ma anche alla facilità di decorticazione.
L’analisi dei dati di questi parametri – raccolti nel corso dei due anni – è alla base di considerazioni che portano all’individuazione di quelle varietà che riuniscono il maggior numero di requisiti richiesti, solo a quel punto si potrà procedere alla costituzione di popolazioni attraverso il loro incrocio. In seguito, sarà necessario valutare l’adattamento di una nuova popolazione a contesti ambientali e agricoli differenti. Un percorso certamente lungo ma che ci trova ad un buon punto grazie alla realizzazione di questo progetto che non potrà che essere il punto di partenza per ulteriori approfondimenti.