Nuovi modelli sono all’orizzonte limitando l’autonomia degli agricoltori e soffocando le realtà che non aderiscono allo “schema”.
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 230 – Ottobre 2020
Si avvicina l’autunno: periodo di scelte per i cereali da seminare per gli agricoltori. Il ventaglio di possibilità è piuttosto ampio. Varietà come Verna, Senatore Cappelli, Saragolla, Frassineto, Autonomia e Gentil Rosso, per citarne solo alcune, sono di nuovo coltivate e trasformate in pane e pasta. Sempre più agricoltori, negli ultimi anni, si stanno riorganizzando a partire da queste varietà per riprodurre il seme in azienda e costruire delle piccole filiere, spesso locali. Rete Semi Rurali, insieme al suo mondo sociale, ha supportato questi processi di crescita collettiva e scambio di saperi e conoscenze, organizzando incontri volti alla costruzione di nuove filiere, chiamati Filigrane. Si tratta di momenti di confronto tra tutti gli attori coinvolti con l’obiettivo di riuscire a gestire rischi e ricavi in maniera più consapevole e equa, uscendo dall’ottica del profitto come unico orizzonte dell’attività economica. Ma la velocità con cui si sta affermando l’interesse commerciale per i cosiddetti grani antichi, aggettivo già criticato in questa rubrica, sta superando la capacità degli attori di costruire filiere realmente inclusive e socialmente ed economicamente sostenibili.
138 sono le varietà da conservazione registrate in Italia. Solo poche si trovano liberamente in commercio come seme
Assistiamo, infatti, a due fenomeni che minano alla base il lavoro fatto finora, rischiando di ridurre gli spazi di autonomia e diversità conquistati. In primo luogo, la costruzione di filiere chiuse dove i soggetti più forti controllano produzione e gestione del seme, dato o venduto solo a quegli agricoltori che accettano di far parte del gruppo di filiera (consorzio, cooperativa o società) e di restituire il raccolto prodotto. In secondo luogo, la pretesa da parte di questi stessi soggetti di avere il monopolio sul nome della varietà e la relativa diffida a chi sta fuori dal gruppo di continuare a usarne il nome sui suoi prodotti. Una mera guerriglia commerciale giocata sulla proprietà intellettuale, senza però averne diritto. Arroganza e potere economico e politico suppliscono alla mancanza di diritti. Due esempi spiegano quanto sta succedendo. Il frumento duro Senatore Cappelli è stato oggetto di un affido in monopolio per la produzione del seme alla società SIS (Società Italiana Sementi) nel 2016. Da allora questa sementiera, insieme alla rete dei Consorzi Agrari con cui costruisce le filiere, ha limitato la vendita del seme solo a quegli agricoltori disposti a restituire il raccolto e ha diffuso la voce che chi non compra il loro seme certificato non può più usare il nome Cappelli nell’etichetta del prodotto.
Storia simile sta succedendo in Toscana intorno al frumento tenero Verna, con l’aggravante questa volta di diffide a usare il nome dirette a tutte quelle piccole realtà che in questi anni hanno coltivato la varietà e messo in piedi filiere locali. Ovviamente, le due varietà sono di pubblico dominio e nessuno può limitarne l’uso del nome anche se ha il monopolio della vendita del seme. Ma in questi casi è la forza del potere economico che ha la meglio sui diritti. Dopo aver aperto spazi per la diversità in agricoltura, grazie all’uso di varietà da conservazione e popolazioni, stiamo assistendo a un processo di appropriazione privatistica da parte di grosse filiere organizzate, capaci di rispondere in maniera più strutturata alla necessità di tracciabilità e certificazione della grande distribuzione, soffocando, però, tutte quelle realtà che restano fuori da questo modello economico. Non basta più scegliere di mangiare la pasta di Cappelli. Come consumatori dobbiamo capire chi la produce e come, scegliendo così il sistema socio-economico che vogliamo promuovere con il nostro acquisto.
Tutto inizia nel 2011 ad Avignone quando i partner italiani e francesi del progetto di ricerca europeo SOLIBAM delineano le attività di sperimentazione, tra cui generare nuova agrobiodiversità per il pomodoro biologico da mensa, concentrandosi sulle tipologie cuor di bue e marmande, per arrivare a costituire una popolazione così come si stava facendo sui cereali.
Grazie a INRA-GAFL Avignon, Civiltà Contadina, Arcoiris e Hortus vengono recuperate diverse varietà locali con cui sono allestiti 4 campi dimostrativi in Francia e in Italia (presso le aziende agricole biologiche Ca’ del Santo a San Leo e Iob Mauro a Vetralla). In ciascun campo vengono coltivate 35 varietà locali, in parcelle di 6 piante con 2 repliche, per compiere una valutazione partecipativa sui caratteri agronomici, morfologici (architettura della pianta) e organolettici. I risultati permettono di scegliere le varietà da incrociare per generare nuove popolazioni con molta diversità e capacità di adattamento e da utilizzare come materiale di partenza per selezionare nuove varietà.
Nel 2012 in Italia Arcoiris e AIAB proseguono le attività di valutazione delle varietà locali selezionate l’anno precedente, mentre in Francia Gautier Semences esegue gli incroci delle 4 varietà che sono risultate migliori, 2 pomodori cuor di bue (uno liscio francese e uno costoluto italiano) e 2 pomodori spagnoli (il marmande Muchamiel e l’Alicante, di forma allungata).
Pomodoro SOLIBAM, Campo sperimentale ALSIA “Pollino”, progetto LIVESEED, Rotonda (PZ), agosto 2019, # foto M. Petitti/RSR
Dai 4 parentali si ottengono 6 incroci che vengono coltivati separatamente e autoimpollinati grazie a 2 cicli di coltivazione nello stesso anno. Nel 2013 arriva quindi la prima popolazione (la progenie di seconda generazione degli incroci) che viene coltivata in 4 località: da Gautier Semences nella propria azienda sperimentale (convenzionale), da PAIS-IBB (biologico) in Bretagna, da Iob in pieno campo (biologico) e da Il lombrico felice a Città di Castello come coltura protetta (biologico). In ciascuna località vengono confrontate 400 piante della popolazione SOLIBAM Cuor di Bue con le 4 varietà di partenza e con un ibrido commerciale. Alla raccolta, nell’azienda Il lombrico felice, Antonio Lo Fiego (Arcoiris) e Bruno Campion (CREA di Montanaso Lombardo) eseguono la selezione delle bacche da seme in base alla salute e alla produttività della pianta ma anche alla forma del frutto. Nel 2014 viene allestito un solo campo sperimentale di popolazione SOLIBAM presso la cooperativa Orti Colti di Sant’Arcangelo di Romagna e viene di nuovo effettuata la selezione delle bacche da seme con gli stessi criteri dell’anno precedente. Si arriva così a raccogliere la quarta generazione di semi (F4) ma la sperimentazione, con la chiusura del progetto, viene sospesa fino a che, nel 2017 Rete Semi Rurali è partner di un nuovo progetto europeo di ricerca sulle sementi per l’agricoltura biologica, LIVESEED. Nel 2018 la sperimentazione sul pomodoro riparte dall’Italia e coinvolge anche la Spagna con l’Università Politecnica di Valencia che organizza la valutazione partecipativa di una ampia collezione di varietà locali di pomodoro spagnole e italiane in 2 aziende biologiche in ambienti pedoclimatici diversi (Valencia e Andalusia).
Nome
Allungato di Alicante
Muchamiel
Cuor di Bue
Cuor di Bue
Origine
Spagna
Spagna
Italia
Francia
Maturazione
Tardivo
Medio
Precoce
Medio
Sviluppo
Indeterminato
Determinato
Indeterminato
Indeterminato
Peso dei frutti
150-190
190-250
190-250
190-250
Criterio di selezione
Omogeneità
Consistenza del frutto
Forma del frutto
Forma del frutto
Tabella: le 4 varietà all’origine della popolazione di pomodoro SOLIBAM e le principali caratteristiche che ne hanno determinato la selezione.
In Italia, RSR coinvolge nuovamente Arcoiris e, grazie al coordinamento scientifico di Salvatore Ceccarelli, si organizza un’attività triennale di ricerca sulla popolazione SOLIBAM: due anni consecutivi di selezione partecipativa in 4 regioni diverse (Veneto, Emilia-Romagna, Molise e Basilicata) e un anno finale comparativo. Le aziende coinvolte sono state molte, anche se non per tutto il triennio: azienda Alle Fontanine di Daniele Merlini (Sestola, MO), azienda agricola di Silvano Di Leo (Castronuovo di Sant’Andrea, PZ), azienda sperimentale Pollino dell’ALSIA (Rotonda, PZ), azienda agricola di Battezzato Vincenzo (Campobasso), azienda agricola di Modesto Petacciato (San Giuliano di Puglia, CB), azienda Primo Sole (Montagano, CB) e associazione Diversamente Bio (Rubano, PD).
LE POPOLAZIONI DI POMODORO COLTIVATE IN ITALIA
La popolazione SOLIBAM si è diffusa tra gli agricoltori a partire dal 2014. Oltre alle attività legate al progetto LIVESEED, tra il 2019 e il 2020, selezioni partecipative sulla stessa popolazione sono state fatte in Lazio dalla Cooperativa Aria di Roma in cooperazione con ARSIAL e in Sardegna nell’azienda Su Niu De S’Achilli. La ditta sementiera ISI Sementi, in cooperazione col CREA-OF, ha sviluppato una popolazione di pomodoro MAGIC a partire da 8 linee moderne di pomodoro da mensa selezionate per le resistenze alle malattie fungine, batteriche e virali e agli stress abiotici. Nella stazione sperimentale biologica del CREA di Monsampolo del Tronto, i ricercatori hanno svolto valutazioni fenotipiche e genotipiche per individuare marcatori molecolari per la selezione del pomodoro in biologico. La popolazione è coltivata anche in tre aziende biologiche in tre regioni diverse (Padova, Fermo e Matera) dove si sono svolte giornate di campo con selezione partecipativa da parte degli agricoltori. Nel 2016 l’associazione bolognese Campi Aperti ha costituito una popolazione di pomodoro da salsa partendo da 9 ibridi e 14 varietà a impollinazione aperta e dal 2017 ha messo la semente a disposizione delle aziende della propria rete.
Il primo anno, in 5 aziende, vengono coltivate 400 piante rispettando le pratiche agronomiche e colturali di ciascuna azienda. Nell’estate, poco prima della raccolta, si svolgono le giornate di valutazione: ogni partecipante assegna un punteggio da 1 (per niente soddisfacente) a 4 (molto soddisfacente) a ognuna delle 400 piante in campo.
Silvano e Peppino Di Leo allestiscono il campo sperimentale di pomodoro, progetto LIVESEED, Castronuovo di Sant’Andrea, maggio 2019, foto M. Petitti/RSR
Al momento della raccolta, in ogni azienda, si prende una bacca per ognuna delle 400 piante per mantenere la popolazione completa, ma anche una bacca dalle 20 piante che hanno ricevuto il maggior gradimento e il più ampio consenso nelle giornate in campo così da ottenere una sub-popolazione costituita unicamente dalle scelte degli agricoltori. Mescolando i semi di tutte e 400 le piante si ottiene quindi la popolazione Selezione Naturale 2018 per ciascuna azienda. Mescolando in parti uguali i semi delle migliori 20 piante per ogni località si ottiene la popolazione Selezione Agricoltori 2018 per ciascuna azienda.
Nel 2019 vengono riseminate 400 piante per ciascuna delle 2 popolazioni, nell’estate si ripete la selezione partecipativa cosicché la raccolta si effettua come l’anno precedente. Si ottengono le popolazioni Selezione Agricoltori 2019 e Selezione Naturale 2019 per ciascuna azienda.
PROSPETTIVE PER MODELLI DI MIGLIORAMENTO GENETICO PARTECIPATIVO-EVOLUTIVO BASATI SULLE POPOLAZIONI E SUI TERRITORI
Il lavoro svolto da Rete Semi Rurali e da altre organizzazioni italiane e europee sulla ricerca e diffusione delle popolazioni evolutive in Europa nell’arco degli ultimi dieci anni, oltre a raccogliere l’interesse di agricoltori, tecnici e ricercatori, ha contribuito a creare aperture nella regolamentazione sementiera comunitaria. I 5 anni di attività all’interno dell’esperimento temporaneo della Commissione europea sulla commercializzazione di sementi di popolazioni di cereali (2014/150/EU) ha portato alla definizione del Materiale Eterogeneo Biologico, una nuova categoria di sementi, all’interno del nuovo regolamento europeo per l’agricoltura biologica (2018/848/EU). Nel 2022, quando entrerà in vigore, le procedure semplificate per la registrazione e certificazione di semente di popolazioni, senza restrizioni di specie, consentiranno alle ditte sementiere e alle aziende agricole con licenza sementiera in deroga di commercializzarne la semente. Si aprono pertanto nuove e interessanti opportunità per la creazione di sistemi sementieri decentralizzati a misura di agricoltura biologica, con il vantaggio di poter sfruttare le capacità di adattamento specifico e ai cambiamenti climatici delle popolazioni.
Nel 2020, ultimo anno di progetto, in ciascuna azienda si confrontano le popolazioni ottenute gli anni precedenti per valutare due aspetti: l’adattamento di una popolazione all’ambiente in cui viene coltivata e la differenziazione della popolazione selezionata rispetto a quella naturale e adattata. Per poter osservare queste differenze, oltre alle popolazioni, vengono coltivate 4 varietà locali scelte dagli agricoltori e due ibridi moderni come controlli (uno scelto dagli agricoltori e uno fornito da ISI Sementi) per un totale di 28 parcelle (14 entrate con due repliche, 20 piante per parcella). Anche l’ultimo anno, si organizzano le giornate di campo per la valutazione partecipativa per i seguenti caratteri: resistenza alle malattie, vigore delle piante, produttività, livello di uniformità e giudizio finale complessivo. Alla raccolta, gli agricoltori hanno annotato peso e numero di bacche fino al terzo palco per tutte le piante. I dati sono ancora in fase di elaborazione ma è già possibile trarre un bilancio molto positivo sulla partecipazione da parte delle comunità locali nel corso di questi tre anni. Oltre 200 agricoltori, ricercatori e cittadini hanno partecipato alle giornate di campo e alle selezioni. Grazie a loro abbiamo ottenuto delle popolazioni che possono essere liberamente coltivate da chi ne farà richiesta.
Giornata di valutazione partecipativa in campo con gli agricoltori, progetto LIVESEED, Montagano (CB), agosto 2020,# foto M. Petitti/RSR
Resilienza. Non è un neologismo, anche se il termine fino a qualche anno fa era confinato nei manuali universitari. Oggi sta diventando una parola di moda: usata ed abusata in trasmissioni televisive o radiofoniche, sulla carta stampata e nei post sui social. Voglio pensare che stiamo vivendo un salto di qualità nella percezione più genuinamente popolare di un fenomeno fra i più centrali nella storia della vita biologica: la capacità di reazione e adattamento verso un nuovo equilibrio vitale. Ma, allo stesso tempo, sento la necessità di chiedermi se questo spalmare resilienza anche sui fiocchi della prima colazione non finisca per svilirne il significato, per celarne la necessaria azione partecipativa rendendolo un atteggiamento passivo nuovamente consumistico. Ecologico, Biologico, Agroecologico e Resiliente. Scelte di vita o marchi di fabbrica? Nell’introdurre questo secondo numero del notiziario dedicato alle “altre” popolazioni (altre per distinguerle dalle onnipresenti popolazioni di frumento) ho voluto concedermi questa riflessione che si riallaccia ad altre già fatte e ripetute nei precedenti editoriali. Il lavoro sperimentale e di ricerca di cui avete letto nei precedenti numeri e che troverete descritto negli articoli di questo fascicolo ha sicuramente un grande valore dal punto di vista della resilienza dei sistemi agronomici: la scommessa sulle capacità di adattamento di una semente la cui base genetica si amplia per trovare nuove capacità di resistenza ai fattori avversi (ambientali, climatici, biologici ed economici) è una scommessa interessante con alta probabilità di riuscita, soprattutto se il risultato sarà socializzato ed utilizzato per il benessere collettivo. Sarebbe però un errore cedere sul più bello e far sì che a vincere torni ad essere il banco. Evitiamo di costruire su questa innovazione leggende, marchi o diritti che non siano limpidi, cristallini e forieri di benessere per l’intera comunità. Lavoriamo collettivamente perché cambi l’atteggiamento psicologico verso l’economia legata al nostro agire. Non sia la legge del profitto o del potere a guidarci ma la cura del bene comune. La trasversalità delle scelte agricole è talmente ampia che dietro ad una popolazione di pomodoro o di avena si possono celare grandi opportunità di ritorno alla circolarità energetica ed ambientale della produzione. Lavoriamo alacremente, ma con grande attenzione alla possibile deriva verso la resa alle leggi contorte del falso liberismo di mercato. Studiamo piuttosto modalità di condivisione di regole che ci aiutino a giocare nella complessità dei territori, spesso così diversi ma sicuramente interdipendenti. Che siano regole semplici, chiare, universali ma allo stesso tempo liberamente interpretabili dalle comunità chiamate ad applicarle nei più diversi contesti. Qualche buona intuizione c’è, si tratta di testarla in collettività ampie, spogliati da interessi di parte ma determinati nel riconoscere la singolarità di ogni territorio.
Semina delle parcelle di moltiplicazione di girasole presso l’az. agr. Janas, progetto SELIANTHUS, Porano, maggio 2019, foto Livia Polegri
Rappresentanza e partecipazione dal dopoguerra agli anni ottanta
di Emanuele Bernardi
Donzelli Editore, € 28
La Coldiretti è ancora oggi largamente rappresentativa del mondo agricolo italiano ma la sua storia, iniziata nel 1944 e intrecciata inestricabilmente alle vicende del nostro paese, è ancora poco conosciuta. Dedicato agli anni della presidenza di Bonomi (1944-1980), basato su un’amplissima gamma di fonti e ricco di suggestioni, spunti e curiosità, il volume ripercorre sia la dimensione locale della Coldiretti che i legami internazionali che contribuirono alla sua crescita. Tra locale, nazionale e globale, la Coldiretti si vide coinvolta nei momenti più significativi della storia d’Italia: dagli appuntamenti elettorali alle crisi internazionali (le rivolte nel mondo sovietico del 1956 e 1968; il Muro di Berlino; la strage di piazza Fontana), dai problemi della produzione a quelli dell’ambiente e del welfare state; dalla centralità della quantità del cibo a quella della qualità, con l’affermarsi del «mangiare italiano». Ne emerge il profilo di un’organizzazione capace di seguire i propri associati dalla culla alla tomba, ma anche in grado di influenzare la storia nazionale.
All’inizio del Novecento, il genetista russo Nikolaj Vavilov girò mezzo mondo e studiò metodi per produrre nuove varietà di piante che rendessero di più e fossero adatte ai diversi climi dell’Unione Sovietica che in quegli anni stava conoscendo un notevole aumento della popolazione. In un vero e proprio racconto on the road che ripercorre alcune tappe dei viaggi di Vavilov, Marco Boscolo ed Elisabetta Tola sono andati a conoscere i “guardiani” della biodiversità agricola che hanno imparato la sua lezione: ricercatori, contadini e nuovi artigiani che oggi stanno innovando l’agricoltura recuperando le varietà e i semi locali che rischiano di scomparire, sostituiti da prodotti industriali uguali in tutto il mondo ma poco adatti a far fronte agli effetti del cambiamento climatico. Non c’è traccia di nostalgia in questo viaggio, bensì una nuova idea di innovazione alimentata da una rete globale – che include anche tutti i Paesi visitati: Senegal, Etiopia, Iran, Indonesia, Francia, Stati Uniti e Italia – che sta proponendo modelli di produzione e filiere diverse per garantire, nel segno di Vavilov, che nonostante gli stravolgimenti climatici che dovremo affrontare nessuno debba soffrire la fame.