Gli scorsi 22 e 25 luglio presso il Rifugio “Saverio Occhi” a Vezza d’Oglio e presso Casa Contadina – Noa a Castione Andevenno, Rete Semi Rurali (RSR) e l’Associazione Himby hanno organizzato con il laboratorio attivo “Spanichiamo la Crisi Climatica”, con particolare attenzione allo Spazio Alpino.
Rete Semi Rurali ha portato il suo dettagliato contributo nell’ambito della promozione della biodiversità alpina, come all’interno dei progetti RevAgroForMed e CEREA+CONNECT, in un contesto di crisi climatica particolarmente evidente e impattante nelle aree montane come quelle alpine, toccando temi cruciali come il cambiamento delle temperature, dei cicli colturali, la scomparsa dei ghiacciai, lo spostamento delle fasce climatiche e della vegetazione e l’adattamento delel filiere territoriali. Il laboratorio ha incluso attività di condivisione e confronto sulle dimensioni emotive, le idee di natura, atmosfera, anidride carbonica e dimensione “fossile”, e la crisi dei tempo,in particolare dell’idea di futuro, a cui hanno fatto seguito momenti di analisi dei dati sugli impatti ambientali e di attivazione secondo metodologie partecipative, offrendo esempi virtuosi rilevanti di esperienze di riconversione ecologica nella transizione agroecologica. In questo senso RSR ha portato le sue conoscenze decennali nell’ambito della biodiversità, così come nelle metodologie di ricerca e animazione territoriale basate sulla partecipazione attiva e il lavoro nelle comunità, incluse quelle alpine in un contesto di rapidi e epocali cambiamenti dettati dal Cambiamento Climatico
Presentato alle aziende in sala consiliare il nuovo progetto riconosciuto dalla Regione Toscana e coordinato da Rete Semi Rurali. Tra gli obiettivi il rafforzamento della filiera locale del cibo, la promozione della biodiversità e la sostenibilità. Oltre a Bagno a Ripoli, ne fanno parte i comuni di Firenze, Scandicci, Lastra a Signa e Signa, Sesto F.no e Campi Bisenzio. Pignotti e Nocentini: “Sempre più al centro territorio e paesaggio, la qualità delle produzioni e la competitività del nostro sistema agroalimentare”
Sostenibilità, filiera locale e tutela del paesaggio: Bagno a Ripoli aderisce al Distretto biologico del territorio fiorentino. Il Distretto, il 13esimo riconosciuto dalla Regione Toscana e coordinato da Rete Semi Rurali ETS con il supporto di Fondazione CR Firenze, oltre a Bagno a Ripoli riunisce i comuni di Firenze, Scandicci, Lastra a Signa e Signa, Sesto F.no e Campi Bisenzio. Il progetto nasce per promuovere un modello di sviluppo sostenibile, valorizzare le produzioni locali e rafforzare il legame tra agricoltura, ambiente e comunità.
Nei giorni scorsi il Distretto è stato presentato ufficialmente alle aziende biologiche ripolesi con un incontro ospitato in sala consiliare “Falcone e Borsellino” alla presenza del sindaco Francesco Pignotti, dell’assessora all’Agricoltura Paola Nocentini, del direttore di Rete Semi Rurali Riccardo Bocci e del coordinatore del Distretto Biologico Daniel Monetti.
Attraverso 18 azioni concrete raccolte nel Programma Economico Territoriale Integrato coordinato da Rete Semi Rurali, Il Distretto punta a sviluppare l’agricoltura biologica e le filiere locali. Tra le iniziative principali ci sono la realizzazione di filiere corte dedicate a partire da quella del pane, per valorizzare il patrimonio agricolo e le sementi del territorio, la tutela dell’agrobiodiversità e delle produzioni biologiche. In primo piano la promozione dell’agroecologia e di modelli di economia circolare capaci di creare connessioni sempre più forti tra produttori e consumatori locali, così come la creazione di uno sportello agroecologico. Grande attenzione sarà dedicata all’attività di formazione per figure professionali del settore. Tra gli obiettivi, inoltre, la creazione dell’Atlante del Distretto, con la mappatura delle diverse realtà che compongono le filiere locali, e la ricerca partecipata del patrimonio genetico e dell’agrobiodiversità locale.
“L’adesione al Distretto – afferma il sindaco Pignotti – rappresenta un’opportunità per Bagno a Ripoli e per le tante aziende agricole che ogni giorno contribuiscono a custodire e valorizzare il nostro territorio. Entrare a far parte di questa rete significa investire in un modello di sviluppo che mette al centro la sostenibilità, la qualità delle produzioni e la tutela dell’ambiente, creando nuove occasioni di crescita per il comparto agricolo locale.
“Il Distretto – aggiunge l’assessora Nocentini – sarà un supporto concreto e fondamentale per tutte le aziende biologiche del nostro territorio. Lavorare insieme agli altri Comuni e alle realtà agricole coinvolte consentirà di rafforzare le filiere locali, promuovere le produzioni biologiche e sostenere l’innovazione, valorizzando al tempo stesso le tradizioni e le eccellenze che caratterizzano Bagno a Ripoli”.
Il direttore di Rete Semi Rurali, l’agronomo Riccardo Bocci, afferma: “I distretti biologici stanno crescendo in Italia e in Toscana, segno dell’interesse degli attori del settore a costruire nuovi sistemi territoriali più sostenibili e attenti all’ambiente, per ripensare politiche e pratiche agricole in chiave locale, per valorizzare territori e comunità, ma anche a creare nuovi modelli economici legati all’agricoltura biologica e più a misura di cittadino”.
Daniel Monetti, biologo e responsabile del Distretto Biologico del Territorio Fiorentino, aggiunge: ” il Distretto è il risultato di un lavoro condiviso tra amministrazioni, realtà agricole, associazioni e istituzioni del territorio, che hanno scelto di investire su un modello di sviluppo fondato sulle produzioni agroecologiche, sulla tutela della biodiversità e la valorizzazione delle filiere corte. Con l’adesione di Bagno a Ripoli, il Distretto acquisisce un valore aggiunto in termini di superfici a biologico ed eccellenze alimentari”.
La Francia usa l’approccio One health, traducendo in pratiche la sovranità alimentare. Nel nostro Paese il concetto è prigioniero della difesa del Made in Italy.
Anche in Francia il ministero dell’Agricoltura ha aggiunto al proprio nome la “sovranità alimentare” ma le similitudini con l’Italia si limitano a questo. Infatti a febbraio 2026 il ministero francese ha elaborato la Strategia nazionale per l’alimentazione, la nutrizione e il clima (Snanc) con la visione di legare agricoltura, alimentazione e salute secondo l’approccio One health. Passaggio non semplice e banale a livello di concertazione con le parti sociali perché ha dovuto vincere le resistenze dei sindacati agricoli. In Italia siamo lontani dall’elaborare una strategia simile: agricoltura e salute pubblica restano due ambiti ben separati.
Ma perché la Francia ha fatto questo passaggio? Di seguito alcune risposte: aumento del diabete del 160% negli ultimi venti anni; 16% della popolazione che soffre di insicurezza alimentare mentre il 17% è obesa e un terzo degli adulti in sovrappeso; 437 pozzi d’acqua potabile abbandonati negli ultimi anni per inquinamento da nitrati e pesticidi; 19 miliardi di euro di costi collaterali stimati causati dal sistema alimentare; presenza di due terzi di prodotti ultra processati negli scaffali della Grande distribuzione organizzata (Gdo); 4,3 milioni di tonnellate di spreco alimentare. L’agricoltura francese è inoltre responsabile del 58% del consumo di acqua totale del Paese e del 24% dell’impronta di carbonio.
Leggendo questi numeri presentati nell’introduzione alla Snanc sembra di essere in una guerra silenziosa e invisibile. Una guerra giocata sui nostri corpi di cui non siamo consapevoli. La politica non può più restare a guardare e lasciare la discussione sul futuro dell’agricoltura europea ai sindacati o agli addetti ai lavori. Ecco perché la Francia, dopo aver lanciato nel 2017 gli Stati generali dell’alimentazione, ha elaborato nel 2019 il Programma nazionale per l’alimentazione e la nutrizione. Inoltre in seguito alle proposte della Convenzione dei cittadini per il clima di approfondire l’integrazione della dimensione ambientale nella politica alimentare, ha previsto l’elaborazione della Snanc, coordinata da un comitato interministeriale.
Tra gli obiettivi della Snanc ci sono promuovere un’alimentazione salutare e rispettosa dell’ambiente, favorire la giustizia sociale e ridurre le disuguaglianze nell’accesso a un’alimentazione sana e sostenibile, promuovere la sovranità alimentare rafforzando l’autonomia dei sistemi alimentari e il loro ancoraggio territoriale, garantire condizioni di produzione economicamente e socialmente accettabili, stimolare le sinergie con i diversi strumenti politici relativi ai temi dell’alimentazione sostenibile, della nutrizione e del clima.
Il 58% del consumo d’acqua totale in Francia è causato dall’agricoltura
Uno degli strumenti chiave della Strategia sono i Progetti alimentari territoriali (Pat), iniziative locali concertate che, dopo aver sviluppato una diagnosi condivisa e il quadro della produzione agricola e alimentare e del fabbisogno alimentare locale, censendo gli attori coinvolti e le iniziative già presenti sul territorio, sviluppano azioni collettive in cui l’alimentazione diventa l’asse integratore e strutturante per la messa in coerenza delle politiche settoriali sul territorio.
I livelli tenuti in considerazione sono quattro: economico (strutturazione e consolidamento delle filiere territoriali, contributo all’insediamento di agricoltori); ambientale (accompagnamento della transizione ecologica, lotta contro lo spreco alimentare e diversificazione delle fonti proteiche); salute pubblica (promozione e accesso a un’alimentazione favorevole alla salute e all’attività fisica quotidiana); sociale (dall’educazione alimentare alla lotta contro la precarietà alimentare).
Si sono concluse con successo due importanti giornate dedicate alla biodiversità e alla valorizzazione della cerealicoltura lombarda. Nell’ambito del Progetto CEREA + CONNECT, le giornate di martedì 7 e mercoledì 8 luglio hanno segnato il momento clou della stagione agraria con la raccolta delle collezioni varietali in situ di segale e frumento.
Due giornate sul campo: dalla segale al frumento
Le attività di raccolta, accompagnate da attente valutazioni varietali sulla pianta matura, si sono articolate in due tappe principali:
Martedì 7 luglio (Segale): Presso la CSA L’OCO, si è svolta la raccolta delle varietà e popolazioni di segale. Questo lavoro permetterà di conservare materiale diversificato sia in situ (sul territorio), sia ex situ presso le Banche del Germoplasma di Scandicci e Cerveno. L’obiettivo è gettare le basi genetiche per la conservazione futura e per lo sviluppo di nuove popolazioni di segale fortemente adattate al contesto locale.
Mercoledì 8 luglio (Frumento): Presso la Fondazione Minoprio, l’attenzione si è spostata sulle collezioni di frumento. In questo caso sono state raccolte piante intere e future sementi. Oltre alla conservazione presso la Banca del Germoplasma di Scandicci, il materiale fungerà da prezioso supporto didattico e divulgativo per lo studio di sistemi colturali agro-ecologici locali.
Un passo avanti per la divulgazione e la biodiversità
Questi due appuntamenti non hanno rappresentato solo il coronamento di un anno di duro lavoro in campo, ma aprono la strada a cruciali attività future. Il materiale raccolto sarà infatti utilizzato per iniziative di disseminazione, divulgazione e valutazione partecipativa.
L’obiettivo a lungo termine resta quello di far conoscere a un pubblico sempre più ampio il patrimonio varietale dei cereali lombardi e italiani – una ricchezza ancora poco nota, ma fondamentale per i suoi molteplici usi e funzioni nel rispetto della sostenibilità ambientale.
Il potere è nelle mani della Gdo e dei sindacati. Mentre proliferano distretti privi di forza decisionale. Senza ricambio generazionale il rischio è la paralisi
Il mondo agricolo vive una fase storica strana: da un lato stiamo assistendo al proliferare di nuovi strumenti di gestione territoriale, dall’altro mai come oggi c’è una concentrazione di potere nella filiera agroindustriale, dalle sementi fino alla Grande distribuzione organizzata (Gdo), che si esercita nella riduzione degli spazi di dialogo pubblico e nelle decisioni prese all’interno di processi politici sempre meno trasparenti e partecipativi.
Ad esempio la discussione sulla Politica agricola comunitaria (Pac) non riesce a uscire dai classici meccanismi sindacali in cui si difende acriticamente la categoria e le sue rendite di posizione senza allargarsi alla società per delineare il futuro dell’alimentazione nel continente. Eppure sono almeno vent’anni che si parla delle strette connessioni tra agricoltura, alimentazione e salute pubblica.
Dopo il Green deal, al contrario, i sindacati agricoli hanno ripreso il ruolo di comando e giocano a separare gli agricoltori dalle associazioni ambientaliste, orchestrando una finta battaglia ideologica dove si perde di vista l’obiettivo comune: cambiare i sistemi agricoli dal seme al piatto, non solo in un’ottica di renderli più sostenibili da un punto di vista ambientale ma anche di modificare le nostre diete. In parallelo in questi anni il mondo associativo legato alle agricolture alternative soffre un deficit di partecipazione e l’assenza di ricambio generazionale.
Il risultato è che se anche ci fossero i famosi “tavoli verdi regionali” per discutere di politiche agricole e finanziamenti, come si usava vent’anni fa, mancherebbero le persone in grado di sedervisi, a parte i sopra citati rappresentanti dei sindacati agricoli. In questo quadro, dove la democrazia scompare piano piano sotto i colpi di monopoli e scarsa partecipazione, c’è anche un altro fenomeno: la nascita incontrollata di strumenti istituzionali di gestione territoriale. Vediamone alcuni esempi.
La legge 194 sull’agrobiodiversità sta sostituendo le associazioni locali con le tanto amate “comunità del cibo” e ha inventato una strada che mancava al novero del “Made in Italy”: gli “itinerari della biodiversità”. Varie leggi regionali e nazionali stanno dando vita a distretti rurali, del cibo o biologici, tutti elencati in un albo dedicato del ministero dell’Agricoltura. Le università e il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria lavorano allo sviluppo di politiche del cibo nelle varie città, appoggiandosi alle già deboli amministrazioni locali.
Inoltre la ricerca agricola, spinta dalla nuova politica di Bruxelles, dà vita ai cosiddetti “living lab” o a Gruppi operativi nel territorio rurale e altre aggregazioni di attori che si occupano di sviluppo dell’innovazione. Insomma due processi opposti -monopoli e ipertrofia degli strumenti territoriali- e nessuno che ha ancora cominciato a porsi delle domande su quanto stiamo facendo. Dovremmo chiederci ad esempio quale potere decisionale abbiano tutti questi nuovi processi territoriali; dovremmo capire se sono in grado di incidere realmente sulle dinamiche oligopolistiche in atto o, almeno, di ampliare il bacino di chi detiene il potere decisionale.
I distretti rurali e biologici, le strade e le comunità del cibo riconosciuti nel Registro nazionale istituito presso il ministero dell’Agricoltura sono 241
Oppure nel caso non abbiano questa capacità, come sembra, se potrebbero servire almeno per aumentare le opportunità di accesso a finanziamenti o risorse. Purtroppo anche in questo caso la realtà racconta di dinamiche molto estrattive, funzionali ad attrarre risorse il cui flusso arriva molto poco agli attori locali. Ancora potremmo indagare se questi processi aumentino la democrazia alimentare o includano più persone, facendo fronte in qualche modo ai problemi del mondo associativo citati prima.
Partecipazione e creazione di comunità sono processi costosi in termini di tempo e risorse di cui dovrebbero farsi carico la politica e i corpi intermedi in nome della democrazia reale. A partire da una rinnovata capacità di ascolto.