Nato a Trieste, si laureò in Agraria a Bologna con Francesco Todaro nel 1924. L’anno successivo si trasferì a Firenze presso il Dipartimento di Agronomia che, dal 1931, fu diretto da Alberto Oliva di cui diventò allievo. Attento ai problemi agronomici della montagna Gasparini si trovò ad operare in un periodo, quello fascista, durante il quale si cercò di aumentare la produzione granaria per soddisfare il crescente
fabbisogno nazionale. Furono messe così a coltura anche terre marginali e relativamente poco fertili come quelle montane per le quali erano necessarie tecniche agronomiche specifiche e varietà adatte ai climi e ai suoli montani. Gasparini fu particolarmente attento a questi aspetti e contribuì significativamente sia alla costituzione di nuove varietà frumentarie adatte a terreni acidi e argillosi – come quelli che caratterizzano ancora oggi gran parte dell’appennino toscano – sia allo sviluppo della foraggicoltura montana per la quale propose dei miscugli molto efficaci di trifoglio e ginestrino.Dopo essere stato Professore di Agronomia Generale coltivazioni erbacee a Milano dal 1942, nel 1949 sostituì il maestro Alberto Oliva a Firenze. Preside della facoltà di Agraria e, dal 1963 al 1976, Presidente dell’Accademia dei Georgofili. Il ruolo di Gasparini nello sviluppo della cerealicoltura italiana è legato soprattutto alla costituzione di alcune varietà di grano tenero che ebbero un ruolo fondamentale negli anni del secondo dopoguerra e che oggi – spesso indicate erroneamente come varietà antiche – sono all’attenzione dei coltivatori come il grano Verna e Sieve. A questo scopo, fin dagli anni ’30 del secolo scorso, Gasparini e Oliva avevano iniziato una sperimentazione sessennale (1932-1938) in dodici località della montagna toscana fra i 650 e i 1050 m. di altitudine. Queste osservazioni portarono a identificare alcune utili varietà di segale (come la Cinquecento) ma furono anche la base per sperimentare, negli anni successivi, oltre 79 frumenti di montagna (di cui 47 italiani) raccolti in vari paesi. Fra i vari grani emersero l’Andriolo e il Mottin, originario della Savoia. Da quest’ultimo fu selezionato l’Est Mottin 72, mutico, resistente al freddo e alla ruggine, con levata tardiva, elevato accestimento e notevole capacità produttiva. Da notare che il termine Est rimanda all’Ente interprovinciale Toscano Sementi mentre il numero 72 è una citazione biblica riferita al Salmo 72, versetto 16: “Abbonderà il frumento nel paese, ondeggerà sulle cime dei monti”. Dall’Est Mottin 72 e da una varietà svizzera, Mont Calme 245, nel 1953 venne selezionato il Verna, grano tenero, produttivo “molto rustico, dotato di eccezionale resistenza al freddo ed alle ruggini, nonché all’acidità del suolo”. Nel 1966 sempre per selezione dall’incrocio Est Mottin 72 x Bellevue II venne ottenuto il Frumento Sieve – particolarmente adatto alla coltivazione in montagna – e il frumento Arno (Est Mottin 72 x Reichesberg 39 IV) anch’esso coltivato per anni. Gasparini comprese bene attraverso la sperimentazione che per ottenere grani adatti agli ambienti montani era necessario disporre di materiale genetico di partenza con caratteristiche di rusticità e resistenza al freddo, di operare la selezione in ambienti comparabili con quelli a cui le nuove varietà sarebbero state destinate e, soprattutto, di “adeguare la tecnica colturale alle esigenze delle nuove costituzioni”. Oltre alla sperimentazione, Gasparini fu attento anche all’applicazione pratica della ricerca: con l’intento di fornire agli agricoltori sementi pure, certificate e di qualità, partecipò alla costituzione dell’Ente Consorziale interprovinciale toscano per le sementi che iniziò la sua attività nel 1930-1931 e da cui deriva oggi l’Ente Toscano Semente. Infine, meritano un brevissimo cenno anche i numerosi lavori agronomici e sulle sistemazioni idraulico agrarie effettuati da Gasparini in linea con quella scuola agronomica toscana della quale fu originale interprete.
Viaggi, popoli e…viti. Giuseppe Acerbi e la sua raccolta scomparsa di vitigni
di Daniele Vergari
Giuseppe Acerbi (Castel Goffredo, 3 maggio 1773 – Castel Goffredo, 25 agosto 1846) è stato un personaggio poliedrico: politico (fu al Congresso di Vienna del 1814), esploratore (alla fine del XVIII secolo fece un lungo viaggio in Svezia e in Finlandia raggiungendo Capo Nord mentre, negli anni successivi, esplorò l’Egitto), archeologo (la sua raccolta di reperti archeologici egiziani è oggi raccolta in un museo a Mantova) e appassionato naturalista. Al ritorno dalle sue deludenti esperienze diplomatiche e dai suoi viaggi, nel 1823, Acerbi pubblicò un interessante “Tentativo di classificazione geoponica” delle viti su la Biblioteca Italiana di cui era il Direttore. Lo scopo dell’articolo era quello di unire l’aspetto classificatorio dei caratteri delle viti al tentativo in quegli anni molto
diffuso (basti pensare ai lavori di Gallesio, di O. Targioni Tozzetti e altri) -di arrivare a una sinonimia condivisa dei nomi delle varietà delle pianteAcerbi, propose, a differenza degli studiosi francesi, un metodo di classificazione basato su pochissimi caratteri essenziali ed emergenti in ogni specie di uva, e contribuì alla scelta di quelle qualità di uva che permisero anche all’Italia una produzione di vini tipici pregiati. Ma la passione di Acerbi si indirizzò anche nella creazione di un vigneto di raccolta delle varietà europee di Vitis Vinifera, nei pressi della sua tenuta de La Palazzina a Castel Goffredo, dove riunì oltre 1500 varietà di vite. Di queste circa 600 venivano dalle zone limitrofe o dai suoi numerosi corrispondenti italiani, agronomi e botanici, sparsi in tutta la penisola che gli inviarono numerosi maglioli. Altre 400 varietà furono regalate all’Acerbi dall’Arciduca Francesco Carlo d’Asburgo in virtù anche dei servigi resi all’Impero asburgico dallo stesso Acerbi. Queste varietà rappresentavano una gran parte del patrimonio viticolo dell’Austria, Ungheria, Slovenia, Croazia, Boemia e di altre parti del vasto Impero Asburgico. Infine, circa 500 varietà provenivano dal resto dell’Europa grazie ad acquisti effettuati da importanti vivaisti come i Burdin di Chambery o da orti botanico come quello di Ginevra il cui Direttore, Augustin De Candolle, era particolarmente generoso nell’inviare campioni di piante in suo possesso (pochi anni dopo, aiutato dal figlio Alphonse, avrebbe inviato all’Orto botanico di Firenze oltre 150 varietà di viti). Questa enorme collezione di cultivar, sviluppatasi con l’aiuto generoso di molti agricoltori e possidenti, è testimoniata dall’elenco minuzioso e diviso per aree di provenienza che accompagna il volume edito nel 1825 presso Silvestri (Milano) dal titolo “Delle viti italiane”. Il volume – così come la collezione dell’Acerbi – è poco conosciuto, e comunque quasi introvabile ma rappresenta un importante punto di partenza per quella scienza ampelografica che avrebbe visto, alcuni decenni dopo, l’opera del Di Rovasenda. La raccolta dell’Acerbi divenne forse una delle più importanti raccolte di biodiversità viticola in Europa ma, come spesso accade, non sopravvisse alla morte del botanico. Già nel 1836 Acerbi si trasferì in Egitto come Console austriaco lasciando, probabilmente a se stesse, le collezioni ampelografiche. Alla sua morte, nel 1846, la sua collezione sembra essere già dispersa in accordo con quella vita, solitaria e a tratti misteriosa, che l’Acerbi aveva sempre condotto. Ad oggi il volume “Delle viti italiane” del 1825 è reperibile su Googlebooks oppure attraverso una rara ristampa anastatica del 1999.
“Gli agronomi italiani farebbero buon viso oggi ad un libro che registrasse tutte le varietà delle Uve che si coltivano nella penisola, ne stabilissero dei caratteri, ne determinassero la sinonimia per il variare delle forme e delle proprietà, per le differenze di dialetti, per la corruzione di nomi, e per la introduzione di varietà e di nomi stranieri, poco meno che inestricabile. Il Micheli tentò appunto cotesta impresa nella sua Istoria delle viti”
(Adolfo Targioni Tozzetti)
Pier Antonio Micheli (Firenze 11 dicembre 1679 – 2 gennaio 1737) Di umili origini, si interessò alla botanica fin da giovanissimo manifestando una capacità di osservazione fuori dal comune. Amico di Padre Bruno Tozzi, importante botanico in
contatto con il mondo scientifico europeo, compì fin da giovanissimo numerosi viaggi di erborizzazione nei dintorni di Firenze. Le sue ampie conoscenze e la stima universale che si era guadagnato permisero a Micheli di essere introdotto alla corte di Cosimo III, penultimo granduca e appassionato cultore di botanica. Tuttavia le sue origini ed il fatto di non aver conseguito una laurea e – cosa non di poco conto – di non conoscere il latino, impedirono al Micheli di ottenere importanti cariche universitarie come forse avrebbe meritato. Nel 1706 fu nominato Aiuto Custode dell’Orto dei Semplici dell’Università di Pisa, allora curato da Michelangelo Tilli, nel 1716 fondò la Società Botanica Fiorentina, primo sodalizio botanico del mondo, che trovò da subito ospitalità nel Giardino de’ Semplici di Firenze, del quale ne fu responsabile fino al 1734. Attento osservatore e infaticabile raccoglitore di piante, Micheli contribuì alla diffusione del sistema di classificazione di Tournefort alternando all’attività di responsabile del Giardino de’ Semplici, viaggi ed erborizzazioni in varie parti d’Italia e d’Europa. Le sue osservazioni non si limitarono solo alla botanica o alla micologia – di cui è considerato uno dei fondatori – ma si aprirono allo studio della biodiversità agricola: le sue carte sono preziose perché raccolgono le descrizioni precise di centinaia di varietà di piante fruttifere oggi in parte scomparse o disperse. I suoi manoscritti comprendono oltre 90 specie di fichi, 37 di noci, 44 di castagne, 187 di uva (edite nel 2008 a cura del Consorzio vino Chianti), oltre 100 varietà di agrumi, 52 di susine, 11 di albicocche, 36 di pesche 45 di ciliegie e 94 di mandole (in fase di stampa) oltre a 232 pere e oltre 40 di mele, nespole, e altri fruttiferi ai quali si aggiungono anche le varietà descritte per l’Ulivo (stampate a cura dell’Accademia dei Georgofili nel 1998). A queste descrizioni spesso corredate da disegni acquerellati di ottima fattura, si aggiungono le più brevi descrizioni di specie orticole e graminacee contenute, insieme alle prime, nei dieci tomi delle Enumeratio quarundam plantarum, sibi per Italian et Germaniam observatarum. La ricchezza varietale descritta dal Micheli è peraltro dipinta con estremo dettaglio e precisione da Bartolomeo Bimbi che, con le sue monumentali nature morte realizzate per il Granduca, ci permette di apprezzare in pieno le capacità del Micheli. La vita di Pier Antonio Micheli è raccontata con singolare vivacità e affetto dal suo più caro allievo, Giovanni Targioni Tozzetti (1712-1783), che acquistò ed ereditò gran parte del materiale del botanico fiorentino. All’apice della sua carriera Micheli fu colpito da malattia fulminante e rapidamente morì il 2 gennaio 1737 lasciando incompiute e inedite gran parte delle sue opere.
Prima dell’introduzione del mais nelle campagne venete le granaglie coltivate da polenta erano il grano saraceno (Fagopyrum sagittatum, detto Formentòn) e la saggina (Sorghum vulgare, detta Meliga o più comunemente sorgo). In una pubblicazione del 1549 si trova una nota sulla prima coltivazione del mais in Italia, tra Rovigo e Verona infatti erano coltivate a scopo alimentare una varietà di mais bianco ed una varietà rossa. La sua diffusione in Veneto fu piuttosto veloce giungendo nel 1637 ad essere ampiamente conosciuto in tutto il territorio. Verso il 1890 a Marano Vicentino, l’agricoltore e cavaliere Antonio Fioretti eseguì l’incrocio del mais locale Nostrano di Marano, precoce, con pannocchia conica, corta e non molto colorita, poco produttivo, con il Pignoletto d’Oro coltivato a Rettorgole di Caldogno, leggermente più produttivo del Nostrano e caratterizzato da chicchi vitrei quasi rossi dai quali si traeva una farina di qualità superiore.
Fin da principio l’idea di Fioretti fu molto chiara: ottenere una pianta che portasse almeno due spighe o più, adatta alla coltivazione come secondo raccolto per raggiungere rese più elevate e dare un maggior reddito agli agricoltori. Il mais locale servì da impollinatore e, a partire dal primo raccolto, Fioretti mise in atto negli anni successivi una sistematica selezione di massa con lo scopo di fissarne i caratteri, la qualità e di accrescerne la fertilità e la produttività. Le semine e le selezioni si susseguirono per vent’anni nei campi sperimentali della villa di famiglia dei Fioretti fino ad ottenere una varietà con pannocchie piccole, quasi cilindriche ed allungate, numero di ranghi da 14 a 16 e andamento leggermente a spirale, colore dei
grani quasi rosso con un bellissimo aspetto vitreo e tutolo sottile di colore bianco così da avere una resa in granella sempre elevata. Un altro pregio inconfondibile di questo mais era la sua farina che presentava un maggior contenuto proteico e in sostanze grasse così da assicurare un’ottima polenta dal colore molto acceso. La pianta riusciva a produrre fino a quattro spighe, di cui solo le prime due fertili e produttive, con rese medie di 35 quintali ad ettaro ed fino a 40-50 quintali in condizioni ideali, proprio come voleva Fioretti!Nel 1934 la Stazione Sperimentale di Maiscoltura di Lonigo e l’Ispettorato Provinciale dell’Agricoltura di Vicenza furono incaricate di portare a conclusione la selezione del mais Marano. Già nel 1937 il grande esperto Professor Zapparoli lo definiva un granturco prezioso dai risultati sorprendenti. Negli Itinerari gastronomici vicentini di Eugenio Candiago alla voce polenta scrisse “pregiatissimo è il granturco della campagna di Marano Vicentino”. Nel 1940 il grano marano ottenne finalmente il riconoscimento governativo quale produzione in zona tipica. Alla morte di Antonio Fioretti furono i suoi figli ad occuparsi del Marano, in particolare Daniele Fioretti, agronomo di professione, che pubblicò due articoli sulla rivista L’Agricoltura Vicentina dove spiegava la necessità di coltivarlo al posto degli ibridi. Tuttavia, dall’immediato dopoguerra, l’introduzione degli ibridi soppiantò la coltivazione del Marano fino ad essere cancellato dalle liste varietali nel 1982, compromettendone così la coltivazione e la commercializzazione, anche se ha continuato ad essere coltivato in forma amatoriale da numerosi agricoltori.Nel 1999 è nato il Consorzio di Tutela del Mais Marano per iniziativa di alcuni produttori alto-vicentini e con l’appoggio di Camera di Commercio, Coldiretti, Comune di Marano, Comune di Schio, del gruppo Ristoratori Scledensi e con il sostegno tecnico-scientifico dell’Istituto di Genetica e Sperimentazione Agraria Strampelli. Il Consorzio ha avviato una nuova registrazione presso l’ENSE con il nome Mais Marano Vicentino poi decaduta e non più rinnovata. Lo scopo principale del consorzio infatti è stato fin dall’inizio il recupero di questa varietà di mais, che ha rischiato di andar persa per sempre, la sua contestualizzazione nella storia locale degli uomini che l’hanno vissuta, ma soprattutto la sua messa in produzione perché ancora oggi il Marano può avere un ruolo significativo nell’economia di molte aziende agricole. Nel 2010 è nata quindi la Cooperativa Mais Marano che si occupa della commercializzazione di farina di Marano tipo fioretto macina a cilindri, farina integrale macinata a pietra, polenta “in mattonella“, gallette ed un liquore locale. Il prossimo passo della cooperativa sarà la costruzione di un mulino artigianale per la produzione di farina di mais Marano.
Juliana Ferraz da Rocha Santilli, giurista e socioambientalista, di cui va ricordato in particolare l’impegno ultradecennale sul tema dell’agrobiodiversità e dei diritti degli agricoltori, lo scorso 18 novembre ci ha lasciato dopo una lotta di quasi due mesi contro le sequele di un’ictus. Assieme al marito Marcio Santilli, fu socia-fondatrice dell’Instituto Socioambiental (ISA), ong brasiliana di rilievo e riferimento nazionale ed internazionale.
Pubblico Ministero del Distretto Federale (sede della capitale Brasilia), Juliana aveva 50 anni, era dottore di ricercain Diritto Socioambientale (Pontificia Università Cattolica del Paraná), ed autrice di diversi articoli su temi inerenti ai diritti socioambientali, nonché di libri tra cui vanno ricordati: Socioambientalismo e novos direitos: proteção jurídica à diversidade biológica e cultural e e direitos dos agricultores,frutto della tesi di dottorato ed opera di riferimento sul tema agrobiodiversità e diritti degli agricoltori, sia in Brasile che in ambito internazionale, anche a partire dalla versione aggiornata successivamente pubblicata in inglese:Agrobiodiversity and the Law: regulating genetic resources, food security and cultural diversity. Juliana era inoltre ricercatrice associata al programma di ricerca franco-brasiliano PACTA – Popolazioni locali, agrobiodiversitá e saperi tradizionali, sviluppatoin collaborazione tra l’Institut de Recherche pour le Développement (IRD) e la Universidade Estadual de Campinas (UNICAMP). Vedasi: https://projetopacta.wordpress.com/ Attivista instancabilenella difesa di agrobiodiversità,sovranità alimentare, saperi tradizionali, lascia unfiglio, Lucas, di 19 anni. A Lucas, oltre che a suo padre Marcio, compagno di vita e militanza di Juliana, il forte abbraccio solidale della RSR e di quanti, in Italia, si sentono partecipi degli ideali e delle battaglie comuni a quelle che erano di Juliana.
Condividiamo le parole a lei dedicate dagli agricoltori brasiliani del Centro di Agricoltura Alternativa (CAA) del Nord di Minas Gerais, con cui Juliana aveva lavorato più intensamente negli ultimi anni:
Juliana (Santilli) esteve no sertão e nunca mais se foi. Com ela aprendemos os valores imensuráveis que se escondem no germe de uma semente. Com ela a agricultura deixou o singular e saltou ao plural, mesmo mantendo sua singularidade. Sua diversidade nunca se fez só, pois sempre havia um povo, uma comunidade, uma família, uma agricultora ou um agricultor se fazendo – juntos. Juliana se apoiou na delicadeza de uma semente que se escondia sob um simples grão e nos desvendou os complexos subterrâneos jurídicos de tentativa de aprisionamento daquilo que, por natureza, se fez por ser livre; com ela ousamos trilhar os caminhos inseguros, pantanosos, onde os direitos dos agricultores se chocavam com os poderosos interesses das corporações. Com Juliana Santilli, os sertanejos do Norte de Minas e do Vale do Jequitinhonha se descobriram participantes de um mundo muito maior do que podíamos supor pois, como ela mesma nos disse, são imbricados os patrimônios genético e cultural presentes no planeta. Foi nessas ousadias que Juliana aportou nos corações de tantos e tantas que no sertão vivem, que do sertão vivem. Acompanhamos desde aqui, no silêncio das noites sem fim, sua luta que, de repente, mudou de planos, como a nos dizer a todos que a vida, como um sopro, continua como frutos, que também continuam como sementes e vão germinar em outros mundos, deixando em nossas memórias o aroma do seu encantamento. Juliana esteve no sertão e nunca mais se foi, pois as sementes que por aqui espalhou frutificaram. E seguem todas em seu mundo encantado. Juliana esteve na aldeia e nunca mais se foi. Juliana esteve na floresta e nunca mais se foi. Juliana esteve onde esteve e ficou para sempre. Leva o carinho e o reconhecimento de centenas e centenas de pessoas, famílias e comunidades que tiveram a honra de conhecer Juliana Santilli. Carlos Dayrell, Centro de Agricultura Alternativa do Norte de Minas