Giuseppe Di Rovasenda
Un protagonista dell’ampelografia fra il XIX e il XX secolo

Giuseppe Di Rovasenda (Verzuolo 1824-1913), protagonista della vitivinicoltura italiana del XIX secolo, è nota solo agli studiosi di ampelografia storica ma meriterebbe, invece, un maggiore approfondimento storico e biografico. In attesa di questi studi provvediamo a dare alcune brevi indicazioni biografiche.
Nato a Verzuolo nel 1824, da una antica casata piemontese, intraprese gli studi di giurisprudenza che lasciò per dedicarsi all’agricoltura e, in particolare, alla viticoltura. Dopo i primi studi sulle varietà di vite, effettuati nella villa di uno zio a Sciolze, nel 1860 iniziò a raccogliere campioni di vitigni piemontesi costruendo un primo campo di collezione presso la sua fattoria di Verzuolo.
Nel tempo incrementò questo primo nucleo di collezione ampelografica aggiungendovi anche le varietà coltivate di origine italiana e, grazie ad una fitta corrispondenza con studiosi, appassionati e scienziati, anche quelle francesi, tedesche e spagnole.
In pochi anni dal piccolo nucleo iniziale di vitigni, Di Rovasenda costituì una raccolta enorme di livello mondiale per mantenere la quale dovette acquistare un ulteriore area in una collinetta vicino a Verzuolo, “La Bicocca”, che divenne ben presto celebre nel mondo viticolo proprio per la collezione ampelografica impiantata. Nelle intenzioni del Di Rovasenda c’era il progetto di pubblicare tutte le schede delle varietà della collezione consistente, in quel momento, a 3.350 varietà di vite. La prima pubblicazione – estremamente rara e ricercata – uscì nel 1877 con il titolo di Saggio di una Ampelografia Universale (Torino, Loerscher. L’opera è stata ristampata in edizione anastatica nel 2008).
Purtroppo di quest’opera che secondo l’autore avrebbe dovuto essere composta di tre parti contenenti tutti i suoi studi ampelografici fu dato alle stampe solamente il primo volume ma l’impegno e gli studi dello scienziato piemontese trovarono spazio in altre luogo: solo due anni dopo, nel 1879 sempre a Torino, iniziò la pubblicazione dell’Ampelografia italiana, corredata di testo e bellissime tavole litografate a colori a cura del Comitato centrale ampelografico di cui Di Rovasenda era membro dal 1875. Anche quest’opera tuttavia rimase incompleta.
Resta indubbio che il Saggio di ampelografia universale ebbe un notevole successo all’estero e fu accolta con favore dall’ambiente scientifico francese tanto che la traduzione, a cura di Cazalis e Foëx, uscì nel 1881 (la versione in francese è disponibile al seguente link http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k5436711v).
Nel frattempo la collezione ampelografica del Di Rovasenda crebbe ulteriormente raggiungendo le 3.666 varietà ognuna di esse descritta minuziosamente in schede e quaderni. La collezione del Conte era seconda solo a quella del Barone Antonio Mendola di Favara (1828-1908) che raccolse circa 4.000 vitigni nella sua collezione.
Nel 1903, il nobile piemontese, dispose che la sua collezione di vitigni fosse trasportata ad Alba presso la Reale scuola di viticoltura e di Enologia fondata, alcuni anni prima, da un altro protagonista del progresso vitivinicolo italiano della fine del XIX secolo: Domizio Cavazza.
Parte degli studi e delle schede ampelografiche del Di Rovasenda servirono per la descrizione di alcuni vitigni nel Bullettino ampelografico del Ministero dell’agricoltura ma gran parte di esse sono, ancora inedite, nelle sua carte che, insieme all’archivio, alla corrispondenza, sono conservate dal 1965 all’Istituto di coltivazioni arboree dell’Università di Torino.
A completare la figura di questo scienziato vale la pena ricordare la sua passione per l’alpinismo che lo portò, il 26 agosto 1863 con il fratello Luigi, a raggiungere la vetta al Monviso, a soli 14 giorni di distanza dalla prima spedizione italiana guidata da Quintino Sella.
Di Rovasenda morì a Verzuolo il 7 dicembre 1913.
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