Varietà da conservazione e mercato, la confusione regna sovrana

Mag 2, 2019 | Articoli, Notiziari

Sono passati più di dieci anni dal 2008 quando la prima direttiva europea sulle varietà da conservazione ha visto la luce (62/2008/CE) e ben 21 da quando il termine è stato coniato andando a definire una nuova tipologia varietale per permettere la vendita di sementi con una maggiore diversità (direttiva 98/95/CE). Come Rete abbiamo seguito da vicino questo percorso, cercando di influenzarne l’implementazione in Italia con l’obiettivo di aprire nuovi spazi di azione per gli agricoltori. In particolare, abbiamo ottenuto una deroga specifica per gli agricoltori che coltivano le varietà da conservazione, permettendo loro di venderne il seme con una procedura semplificata rispetto alle ditte sementiere (art. 19bis della legge nazionale 1096/71 e art.4 del decreto ministeriale del 12 novembre 2009). 

Ma qual è l’impatto, dati alla mano, che le varietà da conservazione stanno avendo sull’agricoltura italiana? Sono uno strumento usato dai vari attori? E se sì in che modo? Le deroghe che abbiamo ottenuto anni fa sono praticate o sono restate lettera morta? Insieme a queste domande sull’effetto diretto di questa normativa, sempre più spesso riceviamo domande preoccupate dagli agricoltori su quello che potremmo chiamare un effetto collaterale non voluto. Il loro dubbio è: possiamo continuare a rifarci il seme in azienda? Possiamo scrivere in etichetta il nome della varietà che coltiviamo? Circola la voce, infatti, che chi si è sempre prodotto la sua varietà locale una volta che diventa varietà da conservazione non possa più rifarsi il seme aziendale, o meglio se vuole continuare a mettere in etichetta il riferimento alla varietà che coltiva è costretto a comprarne il seme e dimostrare di avere la fattura per tracciarne la provenienza. Al massimo, questo dice la voce che circola nel mondo agricolo, può rifarsi il seme per un paio di anni ma poi è costretto a riacquistarlo, pena mettere in etichetta un banale riferimento generico alla specie utilizzata, come ad esempio “prodotto con frumento tenero”. Nel sentire queste preoccupazioni, la mia mente è riandata a una decina di anni fa quando alcuni ricercatori del Ministero si lamentavano del fatto che fosse ancora possibile fare pane e pasta con varietà non iscritte al catalogo, usando semente non certificata. Allora non avevo dato peso a queste richieste, ma non vorrei che questo incubo dovesse realizzarsi oggi. Con questo Notiziario vogliamo fare chiarezza su questa materia, preoccupati che il lavoro di apertura della normativa sementiera, a fatica conquistato, possa essere invalidato da voci o interpretazioni fuorvianti.

Per cominciare a rischiarare il panorama dalla nebbia è necessario fare due premesse. 

Le varietà da conservazione sono iscritte in una sezione dedicata del catalogo europeo delle varietà vegetali, quindi tale sezione esiste solo per quelle specie per cui c’è l’obbligo di un catalogo. Ci sono, infatti, specie minori per cui non esiste l’obbligo di iscrizione al catalogo, come ad esempio il triticum turanicum, per cui di conseguenza non è possibile iscrivere varietà di tali specie come varietà da conservazione. Queste varietà si possono legittimamente vendere senza previa iscrizione.

La normativa sementiera (l’iscrizione al catalogo e la certificazione del seme) riguarda solo la messa in commercio delle sementi e non l’autoproduzione del seme aziendale, né l’uso del nome della varietà sul mercato dei prodotti elaborati a partire da questa. L’autoproduzione del seme aziendale può essere limitata solo dalla normativa sulla proprietà intellettuale: le varietà protette (iscritte ad un altro specifico catalogo europeo) possono essere riprodotte in azienda seguendo le regole dettate per le varie specie dal regolamento UE 2100/94 e relative norme attuative contenute nel regolamento 1768/95. Le varietà da conservazione per loro stessa definizione sono in pubblico dominio e non protette da proprietà intellettuale (art. 6.1.b della direttiva 62/2008). Quindi non esistono i presupposti per limitare gli agricoltori nel riprodursi in azienda il seme di tali varietà. Va, però, sottolineato che specifici accordi privati di filiera possono prevedere la fattura di acquisto del seme come certificato di tracciabilità del prodotto, così come alcune norme legate ai contributi pubblici possono chiedere come requisito obbligatorio per l’accesso la presenza del cartellino delle sementi e quindi di fatto obbligare all’acquisto del seme ogni anno e limitare l’autoproduzione del seme da parte degli agricoltori. Ad esempio mentre le Linee Guida Nazionali di Produzione Integrata 2019, approvate nel dicembre 2018, lasciano alle Regioni la facoltà di definire per quali colture e a quali condizioni è consentita l’autoproduzione del materiale di propagazione, la Regione Umbria nel disciplinare sulle pratiche agronomiche (Determinazione Dirigenziale n. 6225 del 15/06/2018) prevede che “il reimpiego del seme aziendale è consentito solo una volta nel periodo di impegno e può essere reimpiegato solo il seme aziendale prodotto in un appezzamento seminato con seme acquistato”. Una richiesta che non ha le sue basi giuridiche nella normativa sementiera, né una particolare giustificazione agronomica, ma piuttosto dimostra la volontà politica di rendere obbligatorio l’acquisto del seme certificato.

L’ESEMPIO DEL RISO – Intervista a Manuele Mussa
Una Garlanda – Cascina dell’Angelo è un’azienda risicola, condotta dalla famiglia Stocchi sita a Rovesenda VC, tra le prime a coltivare e commercializzare le varietà da conservazione curandone l’iscrizione al registro nazionale. La Garlanda ha curato il fascicolo per l’iscrizione depositato alla Regione Piemonte di 8 varietà da conservazione: Bertone e Originario Chinese, Lencino, Chinese Ostiglia, Nano, Dellarole, Precoce Gallina, Precoce 6. Il lavoro di registrazione parte dalla raccolta della documentazione storica. “(…) Non abbiamo trovato particolare difficoltà nella compilazione della modulistica e a seguire l’iter di registrazione, così come nell’ottenere la licenza fitosanitaria. (…) Abbiamo ottenuto di accrescere le nostre competenze su varietà difformi dalle varietà commercializzate ma che hanno dimostrato di sapersi adattare in maniera specifica sia al contesto aziendale di riferimento sia alle pratiche agronomiche che noi abbiamo nel frattempo implementato (…)”. I costi sono contenuti: apertura ditta sementiera: circa 100€, manodopera e selezione in campo: 6€/q di risone, costi relativi alla visita in campo CREA-DC 1€/q, corrente elettrica per la selezione circa 1,5€/q, confezionamento dei sacconi 1€/q, infine l’ammortamento macchinari: 2€/q. Per la selezione del seme di riso occorre disporre di un locale attrezzato con almeno una tarara, un cilindro ad alveoli e uno ad asole. Il controllo in campo da parte del CREA DC verifica che le colture presentino un grado di purezza varietale sufficiente seguito poi dall’analisi dopo la selezione del seme. Terminato l’iter dei controlli è possibile cartellinare e commercializzare la semente. Per la commercializzazione è necessario aprire una ditta sementiera il cui iter è semplice e poco dispendioso, ma occorre avere i macchinari idonei alla selezione del seme. Il mercato delle varietà da conservazione nel caso del riso è ancora molto limitato. Il principale fattore limitante è la mancanza di un mercato attivo e riconosciuto dei prodotti. La costituzione di popolazioni di riso è ancora tutto da sperimentare poiché in maniera peculiare su questa specie c’è il problema della lavorazione del risone in post raccolta che può essere effettuata in maniera efficace ed efficiente solo se i grani hanno più o meno le stesse dimensioni.

Lo stato dell’arte

La situazione italiana presenta un panorama in forte evoluzione negli ultimi due anni, dopo un periodo di quasi inattività, con poche domande di iscrizione. Nel caso delle specie agrarie sono iscritte e in corso di iscrizione 80 varietà da conservazione, così ripartite: frumento duro (24), tenero (23), mais (14), riso (13), segale (1), patata (2), spelta (1), e farro monococco (1) e dicocco (2) (vedi tabella 1). Nel caso delle ortive sono state iscritte 42 varietà da conservazione (tabella 3) e 16 come prive di valore intrinseco (tabella 2). Quindi, se si considera il numero di varietà iscritte, si potrebbe affermare che un buon numero di varietà sta trovando spazio sul mercato sementiero, aumentando le scelte a disposizione degli agricoltori e la diversità di tutto il sistema. Se andiamo a vedere le superfici di produzione seme indicate nelle domande di iscrizione delle specie agrarie, scopriamo che sono previsti circa 1.340 ettari per un totale produttivo di circa 2.500 tonnellate di seme. Sarebbero numeri interessanti se non fosse che la realtà è molto diversa. 

Infatti, passando dalla carta al campo, i dati del 2018 riportano che la superficie di seme certificato totale per frumento duro, tenero e riso è stata irrisoria attestandosi a miseri 64,96 ettari, e che comunque le domande per la certificazione hanno riguardato solo 126,67 ettari. Proviamo a fare un riepilogo: dei circa 1.340 ettari possibili la richiesta di controllo in campo ha riguardato 126 ettari e di questi circa la metà sono stati ammessi per la produzione di seme (tabella 4). Questi numeri raccontano che meno del 5% del potenziale del seme producibile come varietà da conservazione è stato utilizzato e che esiste un problema di capacità degli attori di produrre un buon seme se il 50% dei campi non è stato trovato conforme. Ma emerge anche un altro dato interessante: quasi tutta la superficie interessata dalla certificazione del seme si trova in Sicilia, ben 55 ettari sul totale, come se il resto d’Italia ancora non fosse interessato da questo fenomeno. Sempre la Sicilia racconta una prassi che potrebbe essere interessante perché smonta uno dei principali fraintendimenti sulle varietà da conservazione, il tema della proprietà. Sono tanti che pensano che chi diventa responsabile della conservazione in automatico ne diventa “proprietario”. Al contrario la situazione siciliana insegna che a partire da un agricoltore responsabile nella prima domanda di iscrizione, altri si possono aggiungere, a patto di dimostrare di avere una fonte certa del seme di quella varietà. Infatti, esistono più responsabili della conservazione per la stessa varietà: il Perciasacchi ne conta ben 15 e la Timilia a reste nere 10 (tabella 4). Il punto critico di questo processo è il momento dell’iscrizione al catalogo quando va indicato l’areale storico della varietà.  Questo dato deve essere riferito alla storia della varietà e non alla regione dove si deposita la domanda o all’areale di chi fa la prima domanda d’iscrizione. Ad esempio, per Frassineto e Sieve era stata indicata come zona di origine la Regione Toscana, mentre poi il Gruppo di Lavoro Sementi del Ministero della Politiche Agricole, grazie a una nostra sollecitazione, ha indicato tutta l’Italia centro settentrionale, non limitando la sua diffusione futura alla sola Regione Toscana.

Con questi dati, le temute restrizioni quantitative della direttiva europea non sono certo un problema. Nella tabella 5 abbiamo provato a fare alcuni calcoli per frumento duro e tenero e capire quali sarebbero le massime produzione consentite per specie e singola varietà. La normativa prevede per il frumento che, al massimo, si possa commercializzare il 10% del totale del seme utilizzato nell’annata agraria e lo 0,3% per singola varietà. Stimando 200 kg come quantità di seme usata a ettaro, nel 2018 sarebbe stato possibile commercializzare circa 25.500 tonnellate di duro e 10.000 di tenero, con un massimo per varietà rispettivamente di 767 e 325 tonnellate. Ad oggi l’unica varietà che potrebbe raggiungere questo limite potrebbe essere il frumento tenero Maiorca, perché la superficie per la produzione di sementi indicata nelle domande di iscrizione ammonta a 145 ettari che corrisponderebbero a una produzione di 290 tonnellate, stimando una produzione di 20 q. ad ettaro. Ovviamente stiamo sempre parlando di ipotesi perché nel 2018 la superficie certificata era di 10,4 ettari per una produzione stimata di sementi pari a 20 tonnellate (vedi dati tabella 4), quindici volte inferiore ai limiti della direttiva.

Alla ricerca delle varietà da conservazione

Abbiamo visto che all’interno del catalogo delle varietà vegetali quelle da conservazione hanno cominciato a essere presenti, alimentando tutto un sistema di carta e di burocrazia necessario per arrivare all’iscrizione: preparazione del dossier, domanda alla Regione, validazione del Ministero e infine pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Anche se l’iscrizione è gratuita, tutto il processo richiede tempo e risorse per essere realizzato. A fronte di queste energie spese, sorge spontanea una domanda: se le varietà non sono state iscritte per poterne vendere il seme, come dimostra la discrepanza tra seme potenziale e seme certificato, per quale motivo si trovano ora nel catalogo?

Una prima risposta è legata alla poca conoscenza dello strumento: chi nelle Regioni ha seguito il dossier era il personale che si occupa di biodiversità agricola, con una ridotta competenza sulla normativa sementiera. A questo aspetto si è aggiunto un fenomeno tutto italico di competizione regionale/territoriale tra enti locali, per cui avere varietà da conservazione iscritte nella propria zona è diventato un bollino di qualità, un trofeo da aggiungere nella bacheca; in una gara di marketing territoriale (a livello comunale, provinciale o regionale) in cui quello che conta è arrivare primi non tanto mettere in piedi degli strumenti in grado poi di incidere sulla realtà o di fare economia. 

Vi è poi una risposta che riguarda gli attori agricoli. In questo caso le varietà da conservazione sono state generalmente viste come uno strumento di protezione del nome, utile alla creazione di filiere. Si iscrive per primi, non si vende il seme sul mercato, si organizza la filiera su quella particolare varietà che oggi ha un interesse di mercato con contratti di fornitura sementi e ritiro prodotti. Quindi, essere nel catalogo europeo, precondizione per poter essere venduta sul mercato, non vuol dire che quella data varietà è accessibile a tutti. Al contrario le varietà si trovano a circolare sempre di più dentro filiere chiuse in cui chi gestisce il seme controlla anche la vendita dei prodotti finali, come dimostra il caso della varietà Cappelli (vedi Notiziario n. 20). O si fa parte di queste filiere o non si avrà accesso alle varietà da conservazione, con il conseguente problema di capire chi le controlla e come le gestisce. 

Dalla varietà al prodotto

Entriamo ora nell’ultimo aspetto che riguarda l’etichetta. Se come abbiamo detto prima non c’è nessuna norma che impedisca all’agricoltore di rifarsi il seme aziendale nel caso delle varietà da conservazione, può l’agricoltore citare in etichetta il nome della varietà che usa? Secondo il nuovo regolamento europeo sulle informazioni sugli alimenti ai consumatori (n. 1169/2011) l’operatore è responsabile di quello che scrive, così come il consumatore della sua scelta consapevole. Scrivere il nome della varietà non rientra tra le informazioni obbligatorie ma tra quelle volontarie (art. 36 e 37) che non devono indurre in errore il consumatore, né essere ambigue o confuse, e, in caso, essere basate su dati scientifici pertinenti. La nostra interpretazione è che un agricoltore che, in buona fede, indica la varietà che coltiva ha tutto il diritto di farlo, salvo poi essere multato se quello che dice non corrisponde a verità. Scrivere che sto utilizzando, ad esempio, la varietà Saragolla non induce in errore il consumatore (anche se non è proprio “quella” Saragolla si tratta di una varietà non moderna con tutto ciò che ne consegue), non è un’informazione ambigua ma specifica il tipo di agricoltura praticata, e non ha bisogno di una validazione scientifica dell’informazione, cioè non sto dicendo che fa bene alla salute. Ovviamente se esistesse un sistema di tracciabilità o certificazione cui riferirsi il consumatore potrebbe essere può tutelato, ma non è questo il caso del mercato locale o di prossimità dove esiste un legame di conoscenza o fiducia tra operatore e consumatore. Infatti, la circolazione di questi prodotti avviene in mercati locali e di prossimità dove il consumatore si fida o conosce il produttore o il prodotto e dove, quindi, dovrebbero venire meno tutti i problemi legati al principio dello “scambio senza accordo” tipici del nostro sistema alimentare basato sulla grande distribuzione organizzata, che ha ispirato il regolamento europeo 1169/2011/UE.

di Riccardo Bocci

Notiziaro 21

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