Il terremoto silenzioso che scuote le campagne

Il terremoto silenzioso che scuote le campagne

Tra il 2010 e il 2020 è diminuito il numero delle piccole aziende a conduzione familiare a favore di un modello imprenditoriale basato sull’efficienza

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 251 – Settembre 2022

Istat ha pubblicato a giugno 2022 il nuovo Censimento generale dell’agricoltura, che aggiorna quello del 2010 ed è riferito all’annata agraria 2019-2020. Da una lettura dei primi risultati emerge un quadro su cui è importante riflettere. Viene descritto un cambiamento importante in atto nelle nostre campagne, legato a quel processo di modernizzazione avviato nel secondo dopoguerra, mai compiuto in Italia a differenza di quanto avvenuto in altri Paesi europei. 

Mi riferisco in particolare ai dati relativi al numero di aziende, alla superficie media aziendale, alla tipologia di possesso dei terreni e alla forma giuridica delle imprese. Finora abbiamo raccontato una struttura agraria italiana composta da piccole o piccolissime aziende (media nazionale cinque ettari), a gestione familiare e di proprietà, in cui lo sfruttamento del lavoro è per lo più a carico dei componenti della famiglia. 

Questa fotografia ha retto quasi 50 anni di Politica agricola comunitaria (Pac) che ha cercato -con varie misure economiche- di accorpare le aziende, ridurne il numero in modo da aumentare la loro competitività, in una visione esclusivamente economica del loro ruolo nella società. L’obiettivo da raggiungere era il modello statunitense. Malgrado questo enorme sforzo, la realtà italiana è cambiata poco in quegli anni: la diversità dei contesti agricoli, la presenza di famiglie contadine con redditi extra-agricoli, e un certo strabismo nell’applicazione delle politiche europee (ricordiamoci che il più grande sindacato del settore si chiama Coldiretti e ha sempre basato la sua forza sul supporto alla piccola azienda familiare) sono stati elementi che hanno limitato l’impatto delle politiche modernizzatrici. Oggi, nel confronto tra 2010 e 2020, sembra che questa tendenza stia cambiando. La superficie agricola utile (Sau) ha superato la soglia dei dieci ettari (11,1 per l’esattezza) e la contrazione della Sau totale è stata molto minore in proporzione del numero di aziende. 

In pratica sono scomparse circa 400mila aziende (-30%), mentre la superficie agricola si è ridotta solo del 2,5%. Rispetto alla proprietà della terra abbiamo assistito a una drastica riduzione della proprietà come forma di conduzione (-44,1%) e a un aumento quasi uguale dei terreni in affitto (+49,7%). Anche le imprese individuali o familiari si sono ridotte (-32%) per fare spazio alle società di persone (+15%), di capitali (+42,4%), cooperative (+5,1%) o a forme di gestione collettiva della terra (+11,7%).

È in atto un terremoto silenzioso nelle nostre campagne, che, sebbene auspicato dalle dottrine economiche in nome dell’efficienza e della competitività, cambierà la geografia e il paesaggio della penisola. Inoltre, disaggregando i dati su base regionale, si vede che l’emorragia è maggiore al Sud e nell’Isole, o più in generale in tutte le Regioni che hanno al loro interno delle aree marginali come colline o montagne. Sta arrivando a compimento quello spopolamento delle aree rurali marginali, dove l’agricoltura è stata per anni non solo capace di gestire territori difficili, ma anche di costruire quei paesaggi oggi venduti nelle cartoline ai turisti. In questi anni non siamo stati in grado di inventare un modello di sviluppo per frenare la loro desertificazione. Le sole politiche assistenziali a pioggia non hanno funzionato: è mancata una visione condivisa in grado di proiettarle nel futuro, al di là degli stereotipi legati al prodotto tipico o tradizionale. 

E in assenza di una visione questi cambiamenti sono arrivati come naturali, causati da un lato dalla scomparsa delle generazioni ancora legate all’agricoltura, dall’altro all’azione continua e pressante del mercato dominato sempre più dalle strategie della grande distribuzione organizzata e dall’hard discount. Sarebbe il momento giusto per organizzare una Conferenza agraria nazionale per capire che cosa sta succedendo e cercare di costruire una nuova visione per l’agricoltura nella società, che superi la mera produzione di materia prima per l’agroindustria.

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L’innovazione agricola non si valuta dal numero di brevetti registrati

L’innovazione agricola non si valuta dal numero di brevetti registrati

Per favorire modelli alternativi è necessario che il mondo della ricerca riscopra il suo ruolo sociale, smarcandosi dal mercato

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 250 – Luglio/Agosto 2022

Sono passati sei mesi da quando il nuovo regolamento sull’agricoltura biologica è entrato in vigore: il ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali (Mipaaf) deve ancora redarre il facsimile della notifica per il Materiale eterogeneo biologico (Meb) e sembra che questa innovazione per ora non stia interessando il mondo del biologico. Sono pochi gli attori che si stanno organizzando sul lato produttivo/commerciale e ancora meno le ditte sementiere pronte a lanciarsi in questa nuova esperienza. Un interesse maggiore sta nascendo nel mondo della ricerca pubblica più vicino agli agricoltori biologici. Sono diversi, infatti, i centri di ricerca e le università che da alcuni anni stanno sviluppando popolazioni o miscele che, in alcuni casi, sono già in produzione in alcune aziende agricole. 

La diversificazione dei nostri sistemi agricoli, alimentari e delle relative diete non è che agli albori di quella che potrebbe essere una rivoluzione vera e propria del settore. Vediamone alcuni aspetti. Uno dei tratti distintivi della diversità del Meb è che non può essere coperto da proprietà intellettuale, come invece avviene per le normali varietà uniformi. Questo fatto comporta un problema sia per le ditte sementiere sia per la ricerca pubblica. Le prime, infatti, devono rivedere il loro sistema di competizione all’interno del settore, normalmente basato su protezione varietale, accordi di licenza per la commercializzazione delle sementi e royalties per recuperare i costi di ricerca e sviluppo delle varietà. Essendo il Meb in pubblico dominio, tutto questo modello deve essere ripensato.

Stesso discorso si applica alla ricerca pubblica, avvicinata al mercato da anni di riforme liberiste e in balia di un sistema di valutazione della produttività del singolo ricercatore sempre più basato sulla proprietà intellettuale. La sua carriera è ormai in funzione del numero di brevetti ottenuti o di varietà protette iscritte al catalogo, in un’ottica quasi commerciale del ruolo della ricerca pubblica. Vali solo se produci innovazioni “brevettabili” che a cascata portano “soldi” alla ricerca, perdendo completamente di vista il suo ruolo sociale e pubblico, inteso come bene comune della società. Come si capisce, il nuovo mondo legato alla diversità del Meb prevederebbe un supporto completamente diverso da parte della ricerca pubblica: integrata nel processo di ricerca partecipativa e decentralizzata con tutti gli attori delle varie filiere, disposta a investire se stessa nei processi sociali di innovazione, capace di supportare tecnicamente e scientificamente questi processi in un dialogo continuo con gli attori coinvolti.

Un campione di materiale eterogeneo biologico è stato notificato al ministero delle Politiche agricole da Rete Semi Rurali: il frumento tenero 180 sviluppato dall’Associazione veneta dei produttori biologici e biodinamici

La questione però nasce spontanea: come valorizzare quei ricercatori che decidono di seguire questa strada visto che i risultati della loro ricerca non sono quei prodotti brevettabili con cui dovrebbe essere valutati? Come convincere le politiche sulla ricerca agricola che non esiste solo l’innovazione di prodotto (come ad esempio droni e agricoltura di precisione) ma che il pubblico potrebbe svolgere un importante ruolo di supporto e integrazione all’innovazione sociale (e poi anche di processo e prodotto) attuata da molte aziende biologiche? Come far capire che il valore maggiore della ricerca pubblica è il suo capitale sociale e non i prodotti che sviluppa per il mercato? 

In un momento difficile per la ricerca, stretta tra mercato e critiche di affarismo e gestione clientelare, dobbiamo capire che questo è uno spazio sociale da difendere, aprendo un dibattito nella società sul suo ruolo strategico nell’innovazione in agricoltura. Da questa strada passerà il futuro dei modelli agricoli alternativi.

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La nuova legge sul biologico e gli albori di un nuovo mondo sementiero

La nuova legge sul biologico e gli albori di un nuovo mondo sementiero

Le aziende avranno un ruolo chiave per valorizzare l’innovazione varietale partecipativa. Coinvolgendo agricoltori e cittadini

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 249 – Giugno 2022

Il 9 marzo scorso, dopo un iter lungo e faticoso, finalmente ha visto la luce la legge italiana dedicata a tutela, sviluppo e competitività del biologico (Legge 23/2022). È un momento simbolicamente importante perché sancisce la centralità del metodo di produzione biologico per lo sviluppo di un’agricoltura sostenibile in Italia. Per questo motivo la sua approvazione è stata difficile: puntare sul bio vuol dire, tra le altre cose, ridurre l’impiego di prodotti chimici e quindi il mercato per chi li produce.

L’Italia è il terzo Paese europeo per consumo di pesticidi (circa 60mila tonnellate l’anno), con una riduzione dei consumi del 14%, tra il 2016 e il 2021, parallela alla crescita del bio. L’articolo 8 della legge istituisce il Piano nazionale delle sementi biologiche. Vediamo più in dettaglio il significato politico e l’importanza strategica di questo testo.

Un nuovo piano sementiero bio era atteso da anni, l’ultimo risale a dieci anni fa e non era riuscito a rispettare le molte aspettative che aveva generato. A quei tempi cominciava ad affacciarsi timidamente in Italia il tema del miglioramento genetico partecipativo, legato al pensiero, ancora quasi eretico a quei tempi, di avere sementi adatte al bio prodotte specificamente per questo modello. Alcune azioni sperimentali erano state finanziate in tal senso, ma sostanzialmente alla fine del piano la disponibilità di sementi bio non era aumentata e le deroghe erano rimaste lo strumento più usato dagli agricoltori per accedere alle sementi.

L’articolo 8 cita espressamente il miglioramento genetico partecipativo come strumento per fare ricerca varietale in bio, finalizzata a sviluppare sementi “adatte all’agricoltura biologica e biodinamica e ai diversi contesti ambientali e climatici, e ai diversi sistemi colturali”. Si tratta di un cambiamento di paradigma scientifico quasi epocale. Infatti nel 2008 il precedente piano sementiero nazionale aveva solo un’azione riferita al biologico che si occupava di “valutazione dell’idoneità di varietà alla coltivazione con il metodo biologico” e non di miglioramento genetico per il bio. E le conclusioni di allora, supportate dalla maggior parte del mondo scientifico, erano che le migliori varietà in convenzionale sono anche le migliori in biologico. Da questo punto di vista la legge rappresenta un importante passo in avanti.

In un anno in Italia vengono utilizzate mediamente 60mila tonnellate di pesticidi. Il nostro è il terzo Paese europeo per consumo di questi prodotti. 

Adesso il ministero delle Politiche agricole dovrà adottare entro ottobre il nuovo Piano, sperando che l’innovazione presente nella legge venga tradotta in azioni pratiche con un impatto reale sul mondo sementiero, includendo anche gli agricoltori. La difficoltà starà nel capire che lavorare nel biologico prevede un cambiamento del modello economico classico delle ditte sementiere: l’obiettivo è di avere tante varietà adatte a tanti contesti diversi e non poche da vendere a più clienti possibili. Ovviamente nel secondo caso i costi di ricerca e sviluppo si riescono ad ammortizzare mentre nel primo no.

Quindi dovremo ripensare il rapporto tra ditte private e agricoltori. Finora le politiche agricole e l’ideologia economica liberista hanno pensato a questo rapporto come a una mera relazione di vendita, con l’agricoltore semplice consumatore di sementi. Oggi dobbiamo immaginare un sistema diverso, riportando le ditte sementiere nei contesti locali di sviluppo varietale e produzione delle sementi e legandole inoltre a gruppi decentralizzati di ricerca dove coinvolgere agricoltori, ricercatori e cittadini. L’innovazione varietale partecipata così prodotta viene veicolata sul mercato dalle ditte sementiere, ma senza patenti di proprietà. La ditta diventa uno dei soggetti economici in grado di animare il tessuto rurale su cui insiste. Siamo solo agli albori di un nuovo mondo, ma l’orizzonte comincia a delinearsi.

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La crisi ucraina e la minaccia all’agricoltura sostenibile

La crisi ucraina e la minaccia all’agricoltura sostenibile

Lo spettro di una crisi alimentare ha ridato voce a chi vuole aumentare a tutti i costi la produttività. L’Unione europea deve resistere

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 248 – Maggio 2022

Devo ammettere che per un po’ ci avevo creduto, avevo sperato che, finalmente, ci fosse una visione unanime sulle politiche agricole a livello europeo. Che le sudate strategie “Farm to Fork” e “Biodiversità”, approvate dal Parlamento europeo, potessero diventare i paletti entro cui costruire i sistemi agricoli del futuro. Purtroppo mi sbagliavo. È bastata la paura della crisi alimentare dovuta alla guerra in Ucraina a riportare le lancette indietro di almeno dieci anni. In queste settimane, infatti, è stato un fiorire di voci e pareri su cosa occorre fare per risolvere il probabile futuro problema di approvvigionamento alimentare per l’Italia.Siamo stati tempestati di dati sulle nostre importazioni, sul fatto che non siamo autosufficienti per semi oleosi, cereali, mais e quant’altro, dimentichi che è il nostro sistema economico-politico che si è organizzato in questo modo. L’iperspecializzazione monocolturale in agricoltura ci ha portato ad abbandonare terre e colture dove non eravamo competitivi con altre aree del mondo. Niente di nuovo sotto il sole. 

Questi dati sono serviti a ridare fiato al paradigma modernizzatore e produttivista, che finora aveva male accettato le aperture degli ultimi anni a pratiche come biologico, biodinamico, permacoltura o banalmente l’agricoltura sostenibile. La logica che viene portata avanti è di una banalità imbarazzante nella sua incapacità di capire come funzionano i sistemi agricoli-alimentari: siamo dipendenti dall’esterno per i prodotti agricoli, quindi dobbiamo aumentare la produttività ad ettaro, rimettere in colture le terre a riposo, riconsiderare la strategia “Farm to Fork”, aumentare l’uso di fertilizzanti e mezzi chimici, in barba alle richieste di riduzione della strategia “Biodiversità”.

Questa ricetta, ovviamente, prevede anche una revisione completa dell’approccio precauzionale sul tema degli Ogm e delle nuove Tecnologie di miglioramento genetico (New breeding techniques, Nbt): basta con i lacci della politica e della burocrazia, dobbiamo aprire l’agricoltura europea agli Ogm americani, anche non autorizzati da noi, e promuovere l’uso delle future varietà Nbt. Queste sono, ad esempio, le indicazioni espresse nell’audizione alla Camera il 22 marzo scorso da parte del comitato tecnico-scientifico della casa editrice Edagricole e dall’Associazione italiana società scientifiche agrarie.

Nel 2020 la Commissione europea ha approvato la strategia “Farm to Fork” con l’obiettivo di rendere più sostenibile il sistema alimentare europeo.

Stessa retorica ha animato lo scorso 27 marzo una pagina del supplemento culturale del Sole 24 Ore che, con perizia scientifica, ha cercato di dimostrare che non esistono tante agricolture, ma solo una: quella basata sulla scienza, ovviamente declinata al singolare perché un solo modello scientifico è riconosciuto. Il resto delle agricolture sono frivolezze da cittadini agiati che si possono permettere simili illusioni. Un’unica narrazione per convincere che non c’è più spazio per il dubbio, per sperimentare alternative al modello agricolo-industriale, per mettere definitivamente a tacere ogni discussione in nome dell’emergenza.

È come se il paradigma scientifico produttivista (sviluppatosi nel secondo dopoguerra e in questi anni sopraffatto da agricoltori, cittadini e politici che stanno cercando delle alternative) riprendesse fiato con una minaccia: finora vi siete permessi di giocare ad essere alternativi, olistici o sostenibili perché non c’era la crisi. Ora non possiamo più permettercelo. Non è neanche all’orizzonte l’eventualità che questa crisi sia anche frutto di quel modello industriale e che i cambiamenti climatici e i problemi ambientali sono i nuovi limiti dentro cui muoversi. Speriamo che l’Ue e la politica abbiano la forza e la visione necessarie per resistere a questa spallata.

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La privatizzazione dei saperi che danneggia l’agrobiodiversità

La privatizzazione dei saperi che danneggia l’agrobiodiversità

Sigle come Dop, Igp, Stg e Pat rischiano di essere gusci vuoti che nascondono prodotti ormai integrati con la filiera agroindustriale

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 247 – Aprile 2022

Prodotti agricoli tradizionali (Pat), Denominazioni di origine protetta (Dop), Indicazioni geografiche protette (Igp), Specialità tradizionali garantite (Stg) sono solo alcuni dei loghi, marchi e sigle di qualità, tradizione e identità territoriale che sempre di più affollano gli scaffali, con l’obiettivo di differenziare alcuni prodotti rispetto al modello di consumo industriale e massificato. Senza che ce ne rendessimo conto anche la nostra identità nazionale ha cominciato a essere ricostruita nelle narrazioni pubblicitarie attraverso il cibo che mangiamo: il made in Italy e l’italianità sventolate nelle etichette diventano l’unica certezza cui aggrapparci per ridare senso al concetto di cultura nazionale, ormai annacquato nella nostra società fluida e post-ideologica. Il cibo, il prodotto tipico (la cui tipicità è tutta dimostrare) rimangono l’unico baluardo con cui proteggerci di fronte al pensiero unico globalizzante. 

Dal livello comunale a quello regionale, gli Enti locali fanno a gara a chi vanta più indicazioni geografiche (Dop, Igp e Stg) o Pat, in una battaglia che prima è nazionale (dove le Regioni competono tra di loro) e poi europea (dove i vari Stati sono in competizione tra loro). È in atto un processo di patrimonializzazione e privatizzazione di saperi, conoscenze, tecniche, ricette e prodotti elaborati dalle collettività locali nel corso del tempo. Che oggi vengono cristallizzati in specifici disciplinari per essere lanciati nella competizione sui mercati mondiali.

Sono 5.128 i Prodotti agricoli tradizionali (Pat) inclusi in un apposito elenco, istituito dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali in collaborazione con le Regioni

Due sono gli elementi di cui tener conto in questo processo. L’uso di questi strumenti, se da un lato dovrebbe tutelare quelle tradizioni locali non in grado altrimenti di reggere la competizione, dall’altro diventa un mezzo di esclusione tra chi è dentro e fuori dal sistema di regole. Si creano comunità chiuse con poca o nessuna capacità di dialogare con l’esterno. L’evoluzione è cancellata dalla storia dell’alimentazione, dimenticando che la nostra gastronomia è così ricca perché frutto di incontro e contaminazione diverse. Inoltre, il marchio e il disciplinare diventano, spesso, gusci vuoti che rappresentano l’idea del prodotto da proteggere (il suo nome o localizzazione geografica) ormai integrato completamente nella normale filiera agroindustriale.

Ad esempio, le tecniche di produzione vengono modificate per favorire una loro industrializzazione o le varietà locali vengono sostituite con quelle commerciali, più produttive e facili da gestire. Questo è possibile perché i cittadini consumatori non sono più in grado di “capire” le supposte qualità intrinseche di quel prodotto. Il libro “Gastronazionalismo” (peoplepub, 2021 – ne avevamo parlato nell’inchiesta dedicata all’aceto), cerca di fare il punto su questa situazione, definita heritage fever, che nel nostro Paese gioca un ruolo fondamentale nello sviluppo delle politiche agricole.  Così scrivono gli autori: “Costruire un valore attorno alla cultura, nel bene e nel male, si traduce in un’opera di mercificazione, traducendo la conoscenza in moneta, ma anche in una mummificazione della conoscenza stessa, che si assume derivata da un processo continuo di sviluppo antropologico, al quale però viene posto un limite temporale. Per difendere il patrimonio vivente lo si mette in formalina, ovvero se ne decreta la morte”.

E la mummificazione la vediamo tutti i giorni all’opera nel marketing dell’agrobiodiversità a partire dai termini usati: gli agricoltori custodi delle antiche varietà sono un ossimoro che riflette questa contraddizione tra tradizione e modernità. Non è facile uscire da questa impasse culturale: bisogna battere strade nuove per ricostruire culture, colture e comunità locali in grado di evolvere nel tempo in un sistema aperto di scambio di conoscenze, saperi, pratiche e varietà.

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L’invincibile armata che minaccia il biologico

L’invincibile armata che minaccia il biologico

Industria, scienza, politica e mercato spingono per usare i nuovi Ogm nelle coltivazioni bio. È una battaglia da combattere in campo

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 246 – Marzo 2022

Se la forza di un settore e la sua capacità di innovazione si vedono nei momenti difficili, i prossimi mesi saranno cruciali per il biologico. Una pericolosa insidia si nasconde dietro il suo successo. L’Unione europea ha stabilito nella strategia “From farm to fork” l’obiettivo del 25% della superficie a biologico nel 2030: significa un quarto dell’agricoltura europea che smette di usare prodotti chimici di sintesi. Il mondo industriale ha già risposto sottolineando come non sia possibile questo cambiamento senza mettere a rischio la produttività e sta, con sempre più forza, proponendo l’alternativa: al posto della chimica è necessaria l’innovazione tecnologica legata alle biotecnologie.

Solo usando quelle che si definiscono come Tecnologie per l’evoluzione assistita, Nuove tecnologie di miglioramento genetico o più semplicemente nuovi Ogm, a seconda del punto di vista di chi ne parla, l’agricoltura europea potrà essere produttiva, sostenibile e competitiva. È una narrazione potente che, saldando industria e scienza, ha già convinto i sindacati agricoli. C’è solo un piccolo problema, a oggi il biologico non può far uso di Ogm, così dice la legge e così vogliono le organizzazioni di settore rappresentate dalla Federazione internazionale dei movimenti per l’agricoltura biologica. Per risolvere questo dettaglio stiamo assistendo a due operazioni con l’obiettivo di mettere in un angolo il biologico e costringerlo ad accettare questa tecnologia. La prima lavora sul piano politico. In questi mesi a Bruxelles si deciderà se i nuovi Ogm saranno regolamentati come i vecchi (controlli stringenti basati sul principio di precauzione) o se avranno un loro sistema semplificato. In tal caso, non essendo Ogm, potranno essere usati nel biologico.

È pari al 25% la percentuale di superficie a biologico, stabilita dalla strategia “From farm to fork”, da raggiungere nel 2030

La seconda operazione è culturale. Nelle varie conferenze sul tema sono invitate a partecipare singole voci del biologico che, senza rappresentare nessuno se non loro stessi, esprimono il loro favore alle nuove tecnologie con le motivazioni di sempre: non si può perdere il treno del progresso, senza tecnologia non saremo in grado di competere con Paesi come la Cina, queste tecnologie risolveranno il problema della fame nel mondo. L’obiettivo è incrinare dall’interno le resistenze del biologico agli Ogm, vecchi e nuovi, e presentare ai decisori politici un biologico moderno e innovativo, pronto a lanciarsi nelle sfide tecnologiche, e uno passatista e antiscientifico. Non sarà facile resistere alla doppia morsa.

Nella peggiore delle ipotesi il biologico dovrà darsi degli standard privati per garantire l’assenza di nuovi Ogm dalle sue coltivazioni, ma come tracciarli se saranno deregolamentati? Quando sono arrivati i primi Ogm, a metà anni Novanta del secolo scorso, la mobilitazione sociale ha forzato la mano della politica portando di fatto a una moratoria della coltivazione in Europa. A quei tempi uno dei motori nascosti di questo successo è stata la grande distribuzione organizzata (Gdo), che da subito ha percepito il malessere dei cittadini e ha promosso campagne pubblicitarie contro gli Ogm.

Il risultato delle campagne ha portato al blocco degli Ogm, ma allo stesso tempo ha consentito alla Gdo di lanciare i prodotti a marchi proprio (private label), gli unici garantiti come Ogm free. Dietro gli Ogm è avvenuta una battaglia nella filiera agroindustriale che ha portato al consolidamento della Gdo. Sui nuovi Ogm, fino a oggi, nessun gigante dell’agroalimentare si è mosso ma sembra che questa volta la Gdo resterà a guardare la partita da spettatore, il suo risultato l’ha già ottenuto. Come potrà il biologico da solo con il suo mondo sociale di riferimento vincere l’invincibile armata, composta da industria, scienza, politica e mercato?

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