Nuove “popolazioni” di cereali abitano i campi italiani

Nuove “popolazioni” di cereali abitano i campi italiani

L’impegno dei contadini biologici che sperimentano la coltivazione della diversità. È una rivoluzione, pronta ad arrivare sulle tavole.

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 222 – Gennaio 2020

Popolazioni, miscele, miscugli, materiale eterogeneo. Da qualche anno queste parole stanno facendo breccia tra gli agricoltori biologici e trovano spazio nei loro campi coltivati anche se ancora non sono arrivate all’orecchio, o meglio alla bocca, del grande pubblico. Infatti, a partire dal 2010 in vari Paesi europei il mondo del biologico ha cominciato a lavorare per riportare diversità nei suoi sistemi agricoli e allo stesso tempo mettere in discussione il sistema di regole, costruito negli anni 60 del secolo scorso, che definisce di quali varietà si possono mettere in commercio le sementi e il relativo controllo della qualità. Secondo tali regole una varietà per essere venduta come seme deve essere iscritta al catalogo europeo delle sementi e rispondere a tre requisiti fondamentali: uniformità, stabilità e distinzione. Risulta chiaro che uno degli effetti collaterali di questo sistema è stato di eliminare la diversità dalla nostra agricoltura, relegandola a nicchia quasi illegale perché le interpretazioni più restrittive della normativa consideravano anche lo scambio tra agricoltori una forma di commercio che doveva perciò rispettare le stesse regole. Le varietà locali, adattate nel corso del tempo ai diversi ambienti, tecniche di coltivazione e usi, sono andate scomparendo dal mercato, lasciando il posto alle nuove varietà prodotte dalla ricerca pubblica o privata più performanti per l’agricoltura industriale (in zone pianeggianti con uso di fertilizzanti, pesticidi chimici di sintesi e irrigazione) ma senza quella diversità interna che caratterizzava quelle locali. Per una quarantina d’anni evocare la diversità in agricoltura è stata una specie di bestemmia: il settore era dominato da varietà uniformi, imprenditori agricoli iperspecializzati e aziende monocolturali. Poi, una decina di anni fa, un piccolo spiraglio si è aperto: a partire dalla consapevolezza che l’agricoltura biologica aveva bisogno di altre varietà, che non fossero così uniformi, ma che anzi la diversità poteva ritrovare un suo valore d’uso per la lotta ai patogeni delle piante coltivate, per stabilizzare le rese produttive e anche come strumento
per differenziare il prodotto sul mercato. A livello europeo la chiave di volta di questo cambiamento è stato il progetto di ricerca SOLIBAM (solibam.eu) che, tra le altre cose, ha avuto come ricaduta nel 2014 la possibilità di sperimentare, grazie a una deroga alla normativa sementiera rilasciata dalla Commissione europea, la vendita delle popolazioni, cioè di materiale che per definizione non è uniforme e non si propaga uguale a se stesso nel corso delle generazioni.

400 ettari la superficie che sarà seminata nel 2020 in Italia con materiale eterogeneo (sette popolazioni di frumento tenero, sei di frumento duro, una di orzo) nell’ambito del progetto di ricerca SOLIBAM

Da allora l’Italia ha giocato un ruolo di primo piano in questa rivoluzione sia a livello delle pratiche (agricoltori coinvolti e popolazioni sperimentate), sia a livello delle politiche. Finora questa innovazione è limitata ai cereali, ma dal 2021, con l’entrata in vigore del nuovo regolamento sull’agricoltura biologica, sarà possibile commercializzare popolazioni di tutte le specie agrarie. Nelle semine dell’autunno 2019 è stato commercializzato il seme di sette popolazioni di frumento tenero, sei di frumento duro e una di orzo, per un totale di 99 ettari dedicati alla produzione di semente, circa 80 tonnellate vendute, 17 agricoltori che l’hanno riprodotta e circa 150 agricoltori che ne hanno acquistato il seme. Numeri piccoli, ma in crescita costante nel tempo. Queste quantità serviranno a seminare 400 ettari con materiale eterogeneo, destinato a diventare granella da trasformare in farina o semola per le nostre tavole. La diversità sta cominciando a farsi strada nel nostro sistema agroalimentare: i semi del futuro sono già tra di noi.

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Seminare la resistenza. Dalla Finlandia al Mali.

Seminare la resistenza. Dalla Finlandia al Mali.

C’è un filo rosso che lega un agricoltore scandinavo a uno africano: entrambi sono stati dimenticati dalla ricerca e dalle politiche agricole

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 221 – Dicembre 2019

Dal 7 al 9 novembre la Rete Semi Rurali ha partecipato a Méze, nel Sud della Francia, all’incontro internazionale “Semina la tua resistenza!”, organizzato da Rete Francese sementi contadine (semencespaysannes.org) e Coordinamento europeo Liberiamo la Diversità (liberatediversity.org). Erano presenti circa 250 partecipanti da Europa, Africa, Asia e America Latina per condividere una nuova visione tra agricoltura e sementi, valorizzare il ruolo degli agricoltori nelle nostre società e, soprattutto, costruire relazioni e ponti tra Sud e Nord del mondo. Le tre giornate hanno dimostrato l’importanza di favorire lo scambio di esperienze e pratiche tra mondi e culture diverse. Un esempio: i rappresentanti delle organizzazioni contadine dell’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale, come ad esempio Senegal e Mali, hanno raccontato che questa regione sta riscrivendo la sua legislazione sementiera, copiando di fatto quella europea. Il nostro modello di agricoltura, assieme al suo pacchetto tecnologico fatto di sementi uniformi, pesticidi e concimi e il relativo sistema di regole e politiche, si sta spandendo anche là. Sentendoli parlare emerge chiaramente come la loro classe politica sia culturalmente vittima dell’ideologia della modernizzazione, dal momento che per traghettare verso il futuro i loro Paesi immaginano di avere a disposizione un solo modello di progresso: è quello che abbiamo percorso noi negli ultimi 100 anni. Le politiche di sviluppo diventano un esercizio di copia e incolla. Solo che in questa regione il 90% delle sementi è ancora gestito direttamente dagli agricoltori: non fare politiche di supporto a tali sistemi ma semplicemente ignorarli o favorire la loro scomparsa in nome del progresso non è solo un errore strategico ma un atto contro una parte rilevante della propria società. Tutto ciò è ancora più grave tenuto conto che in Europa stiamo modificando il nostro sistema di regole per dare più spazio alla diversità agricola, anche attraverso pratiche di ricerca partecipata e decentralizzata. Varietà da conservazione, popolazioni, varietà per il biologico, materiale eterogeneo sono novità del panorama europeo che non trovano spazio nelle politiche dei Paesi africani. Criticare quanto sta avvenendo in Africa occidentale non è una questione ideologica ma è l’analisi della realtà: il nostro modello di produzione di varietà e sementi basato sul ruolo dei soggetti privati nell’innovazione varietale e nella produzione sementiera non può rispondere alla loro necessità di avere sementi diverse per tanti agricoltori in ambienti diversificati. Non per cattiva volontà, ma perché non è conveniente: molto meglio fare una varietà che possa essere venduta a tanti agricoltori e recuperare così i costi di ricerca e sviluppo, che farne molte per rispondere alle necessità di tanti tipi diversi di agricolture e agricoltori. Non dobbiamo pensare che questo sia solo un problema dell’Africa. A Mèze lo ha detto un rappresentante della Finlandia: “Nessuno è interessato a produrre varietà adatte ai nostri ambienti nordici, siamo costretti a fare questo lavoro da soli”. Sembra impossibile eppure c’è un filo rosso che lega l’agricoltore scandinavo a quello africano: entrambi sono stati dimenticati dalla ricerca e dalle politiche agricole, lasciati indietro in nome di un presunto progresso dove i vinti sono sempre di più dei vincitori.

90 % la quota di sementi ancora gestita direttamente dagli agricoltori nella regione dell’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale

Sostituite nella frase “ai nostri ambiente nordici” con “alla nostra agricoltura biologica o biodinamica” e capirete la solitudine in cui vivono molti agricoltori anche in Italia.

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Alla FAO una riunione fondamentale per la biodiversità agricola e i diritti degli agricoltori

Alla FAO una riunione fondamentale per la biodiversità agricola e i diritti degli agricoltori

A novembre a Roma si discute di sementi, e le posizioni di Nord e Sud del mondo sono distanti

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 220 – Novembre 2019

Dall’11 al 16 novembre a Roma presso la FAO si tiene la riunione dell’Organo di governo del Trattato sulle risorse genetiche vegetali per l’agricoltura e l’alimentazione (www.planttreaty.org): è l’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa di stabilire politiche e regole per la gestione e lo scambio di quelle che chiamiamo risorse genetiche vegetali, cioè le sementi conservate nelle banche ex situ.

Uno dei temi più caldi in discussione sono i diritti degli agricoltori, definiti nell’articolo 9 del Trattato: malgrado siano passati oltre quindici anni dalla sua entrata in vigore, manca una loro chiara definizione e di conseguenza la messa in pratica da parte degli Stati. O meglio, esistono da tempo esperienze e buone pratiche a riguardo, ma i Paesi sviluppati fanno finta di non sentire da quest’orecchio e si battono per non avere linee guida vincolanti a livello internazionale. Infatti, dalla lettura delle esperienze sui diritti degli agricoltori inviate nei mesi scorsi dagli Stati e dai vari portatori d’interesse, emerge chiaramente che esistono ancora mondi e visioni molto lontane tra Nord e Sud del mondo, forse inconciliabili tra loro. Da un lato i Paesi industrializzati -Germania, Stati Uniti, Canada e Francia in testa-, che considerano tali diritti risolti nelle loro economie, dato che gli agricoltori possono comprare sul mercato sementi fornite da un buon numero di ditte sementiere private, e, quindi, in sostanza, non prevedono nessuna politica positiva in tal senso. Dall’altro i Paesi del Sud, che nel riportare le loro pratiche raccontano di progetti di coinvolgimento degli agricoltori nell’innovazione varietale, di case delle sementi e di iniziative di sostegno a quelli che definiamo sistemi sementieri informali, e vorrebbero dare una dignità e un riconoscimento a tutto ciò nelle politiche internazionali e di sviluppo.

146: il numero dei Paesi che hanno adottato il Trattato sulle risorse genetiche vegetali per l’agricoltura e l’alimentazione. In Italia è in vigore dall’agosto del 2004

Questo novembre, ovviamente, il nodo non sarà sciolto. Sarà solo una tappa di un più lungo negoziato in cui la posta in gioco è definire il modello di innovazione per l’agricoltura di domani. Chi avrà accesso alla diversità conservata, chi potrà innovare per produrre nuove varietà? Quali diritti saranno messi su queste varietà? Diventa, così, evidente che la discussione sui diritti degli agricoltori non è solo un problema dei piccoli agricoltori del Sud del mondo, ma riguarda la nostra società nel suo complesso. Non si tratta di concedere altri diritti di proprietà a singoli agricoltori, ma di tradurre tali diritti in politiche di sviluppo che sostengano altre traiettorie possibili per l’agricoltura e la ricerca al di là dell’unico modello definito finora dalla nostra modernità, basato su monocoltura, specializzazione e industrializzazione. Questa modernità, infatti, ha dimenticato completamente l’importanza del lavoro incrementale e informale nell’innovazione attuato dagli agricoltori, attribuendo diritti individuali di proprietà intellettuale sempre più esclusivi sulle sementi, dalla privativa vegetale ai brevetti. Uno degli effetti collaterali è che invece di promuovere l’innovazione la stiamo soffocando, togliendole l’ossigeno di cui ha bisogno per svilupparsi: lo scambio fisico e simbolico tra soggetti e tra generazioni delle sementi e dei saperi ad esse legati. I diritti di proprietà intellettuale stanno bloccando questo scambio: in nome dell’interesse economico di breve periodo delle ditte sementiere multinazionali, sempre meno e più oligopolistiche, stiamo perdendo di vista l’interesse generale di tutti nel lungo periodo. Ecco perché quanto discusso alla FAO a novembre tocca un po’ anche noi.

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La biodiversità agricola e la salute del Pianeta

La biodiversità agricola e la salute del Pianeta

Ridurre le agricolture diversificate in monocolture industriali equivale a tagliare le radici dell’albero su cui viviamo. La trasformazione non è più rinviabile.

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 219 – Ottobre 2019

Nel corso del 2019 sono stati pubblicati due rapporti, rispettivamente dalla FAO e dalla Commissione EAT della rivista medica Lancet, che da angolazioni diverse affrontano lo stesso problema: l’insostenibilità dell’attuale modello agricolo e della dieta, che, purtroppo, si stanno diffondendo in tutto il mondo come unico orizzonte possibile.
Il volume della FAO presenta i dati disponibili sullo stato di tutta la biodiversità per l’agricoltura e l’alimentazione (piante, animali, insetti, pesci, foreste), analizzando l’impatto su di essa delle attività dell’uomo. “Cibo nell’antropocene”, della Commissione EAT, affronta invece il problema dal lato del consumo e della insostenibilità per la salute delle diete attuali, dando alcune indicazioni su come riformare i sistemi di produzione di cibo e le diete, così da incidere positivamente sulla salute delle persone. Queste letture fanno capire come l’attuale crisi agricola non abbia più solo una dimensione settoriale, ambientale e sociale, ma coinvolga sempre di più la salute pubblica. Come scrive Lancet c’è “una sostanziale evidenza scientifica che lega le diete con la nostra salute e la sostenibilità ambientale”. Per questo motivo è necessaria una radicale trasformazione del sistema agricolo e alimentare a livello mondiale: l’uniformità di agricolture e diete sta compromettendo non solo la salute del Pianeta ma anche quella delle persone. Infatti, la ricchezza che vediamo nei supermercati non è altro che una grande illusione che la pubblicità contribuisce a mantenere.
Le statistiche FAO dicono che delle oltre 50.000 piante potenzialmente commestibili, ne usiamo solo poche centinaia e che il 90% della nostra alimentazione a livello globale si basa solo su 15. Tra queste riso, mais e frumento coprono circa il 66% del nostro supporto energetico. Ma i dati raccontano anche altro: “La diversità presente nei campi degli agricoltori è diminuita e le minacce alla diversità si stanno rafforzando”. Ovvero non solo la nostra alimentazione si basa su poche specie ma all’interno di queste diminuisce la diversità: sono sempre meno le varietà coltivate e queste sono sempre più simili tra loro. In un’epoca storica in cui le incertezze e i rischi sono in aumento, come dimostrano i cambiamenti climatici e le fluttuazioni dei prezzi e dei
mercati, stiamo rendendo tutte le agricolture più uniformi e uguali tra loro. Una strategia senza logica. Infatti, questi sistemi agricoli uniformi e monocolturali sono molto più fragili, incapaci di reagire a eventi imprevisti (un particolare insetto o malattia) e non più in grado di produrre diversità nel tempo. Quella diversità frutto dell’adattamento tra pianta, ambiente, patogeni e sistemi sociali e culturali che sarà essenziale per l’agricoltura di domani. Sempre la FAO afferma che “i paesaggi agricoli diversificati, in cui i terreni coltivati si alternano a zone incolte come i boschi, i pascoli e le zone umide sono stati, o sono in fase di sostituzione, con grandi superfici a monocoltura, coltivate utilizzando grandi quantità di input esterni come pesticidi, fertilizzanti minerali e combustibili fossili”. Ridurre le agricolture diversificate nel Pianeta in monocolture industriali equivale a tagliare le radici dell’albero su cui viviamo. I due report confermano che gli 800 milioni di persone che ancora soffrono la fame e i 2 miliardi che, mangiando male, soffrono di obesità o sono in sovrappeso, sono due facce della stessa medaglia del nostro sistema agricolo e alimentare. Come scriveva Eduardo Galeano: viviamo sempre più in un mondo in cui
“chi non ha paura della fame, ha paura del cibo”.

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