Nuove “popolazioni” di cereali abitano i campi italiani

Gen 2, 2020 | Collaborazioni redazionali

L’impegno dei contadini biologici che sperimentano la coltivazione della diversità. È una rivoluzione, pronta ad arrivare sulle tavole.

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 222 – Gennaio 2020

Popolazioni, miscele, miscugli, materiale eterogeneo. Da qualche anno queste parole stanno facendo breccia tra gli agricoltori biologici e trovano spazio nei loro campi coltivati anche se ancora non sono arrivate all’orecchio, o meglio alla bocca, del grande pubblico. Infatti, a partire dal 2010 in vari Paesi europei il mondo del biologico ha cominciato a lavorare per riportare diversità nei suoi sistemi agricoli e allo stesso tempo mettere in discussione il sistema di regole, costruito negli anni 60 del secolo scorso, che definisce di quali varietà si possono mettere in commercio le sementi e il relativo controllo della qualità. Secondo tali regole una varietà per essere venduta come seme deve essere iscritta al catalogo europeo delle sementi e rispondere a tre requisiti fondamentali: uniformità, stabilità e distinzione. Risulta chiaro che uno degli effetti collaterali di questo sistema è stato di eliminare la diversità dalla nostra agricoltura, relegandola a nicchia quasi illegale perché le interpretazioni più restrittive della normativa consideravano anche lo scambio tra agricoltori una forma di commercio che doveva perciò rispettare le stesse regole. Le varietà locali, adattate nel corso del tempo ai diversi ambienti, tecniche di coltivazione e usi, sono andate scomparendo dal mercato, lasciando il posto alle nuove varietà prodotte dalla ricerca pubblica o privata più performanti per l’agricoltura industriale (in zone pianeggianti con uso di fertilizzanti, pesticidi chimici di sintesi e irrigazione) ma senza quella diversità interna che caratterizzava quelle locali. Per una quarantina d’anni evocare la diversità in agricoltura è stata una specie di bestemmia: il settore era dominato da varietà uniformi, imprenditori agricoli iperspecializzati e aziende monocolturali. Poi, una decina di anni fa, un piccolo spiraglio si è aperto: a partire dalla consapevolezza che l’agricoltura biologica aveva bisogno di altre varietà, che non fossero così uniformi, ma che anzi la diversità poteva ritrovare un suo valore d’uso per la lotta ai patogeni delle piante coltivate, per stabilizzare le rese produttive e anche come strumento
per differenziare il prodotto sul mercato. A livello europeo la chiave di volta di questo cambiamento è stato il progetto di ricerca SOLIBAM (solibam.eu) che, tra le altre cose, ha avuto come ricaduta nel 2014 la possibilità di sperimentare, grazie a una deroga alla normativa sementiera rilasciata dalla Commissione europea, la vendita delle popolazioni, cioè di materiale che per definizione non è uniforme e non si propaga uguale a se stesso nel corso delle generazioni.

400 ettari la superficie che sarà seminata nel 2020 in Italia con materiale eterogeneo (sette popolazioni di frumento tenero, sei di frumento duro, una di orzo) nell’ambito del progetto di ricerca SOLIBAM

Da allora l’Italia ha giocato un ruolo di primo piano in questa rivoluzione sia a livello delle pratiche (agricoltori coinvolti e popolazioni sperimentate), sia a livello delle politiche. Finora questa innovazione è limitata ai cereali, ma dal 2021, con l’entrata in vigore del nuovo regolamento sull’agricoltura biologica, sarà possibile commercializzare popolazioni di tutte le specie agrarie. Nelle semine dell’autunno 2019 è stato commercializzato il seme di sette popolazioni di frumento tenero, sei di frumento duro e una di orzo, per un totale di 99 ettari dedicati alla produzione di semente, circa 80 tonnellate vendute, 17 agricoltori che l’hanno riprodotta e circa 150 agricoltori che ne hanno acquistato il seme. Numeri piccoli, ma in crescita costante nel tempo. Queste quantità serviranno a seminare 400 ettari con materiale eterogeneo, destinato a diventare granella da trasformare in farina o semola per le nostre tavole. La diversità sta cominciando a farsi strada nel nostro sistema agroalimentare: i semi del futuro sono già tra di noi.

credits ALTRECONOMIA

https://altreconomia.it

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