Il mondo del biologico e la sfida del successo

Il mondo del biologico e la sfida del successo

Il boom degli ultimi anni obbliga il movimento a nuove sinergie per sostenere l’innovazione e ottenere supporto tecnico oggi mancante

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 241 – Ottobre 2021

Dal 6 al 10 settembre 2021 si è tenuto a Rennes (Francia) il Congresso mondiale del biologico della Federazione internazionale dei movimenti per l’agricoltura biologica (Ifoam, ifoam.bio). Si tratta del momento più importante di scambio di conoscenze, esperienze e politiche organizzato da Ifoam ogni tre anni. La scelta della Francia è stata altamente simbolica perché proprio qui, nel 1972, Ifoam è stata fondata durante un congresso dell’organizzazione francese Nature et progrès. A quei tempi ancora non si parlava di certificazione e nessuno poteva prevedere il boom economico di questi ultimi anni. Nature et progrès ha poi scelto di rimanere fuori dalla certificazione di terza parte, diventata legge con i regolamenti comunitari del 1992, e ha continuato a etichettare i prodotti dei suoi associati con il sistema della garanzia partecipata senza poter mettere il logo del bio europeo. Lo slancio filosofico, sociale ed etico legato alla nascita di Ifoam del 1972 è stato nel tempo assorbito dalla certificazione e (oggi più che mai) dal settore commerciale, che vede nella grande distribuzione organizzata e nell’hard discount il principale volano del biologico ai consumatori.

Nelle intenzioni degli organizzatori le giornate di Rennes avrebbero dovuto essere un momento di riflessione per capire come rispondere alle sfide che il biologico si trova ad affrontare in conseguenza del suo successo. Purtroppo, la gestione ibrida dell’incontro (un po’ in presenza e la maggior parte dei partecipanti online) non ha permesso di avere una riflessione strategica condivisa, lasciando la questione irrisolta sul tavolo: come mantenere intatte le istanze innovative, etiche e sociali del biologico in un mercato che tende a standardizzarlo e convenzionalizzarlo?

Trovare la risposta non sarà facile, ma la strada dovrà passare da un confronto serrato tra pratiche ed esperienze locali e mondo della trasformazione e distribuzione specializzato sul biologico con l’obiettivo di trovare delle sinergie che sostengano l’innovazione, l’animazione e l’assistenza tecnica necessari.

1972
L’anno di fondazione della Federazione Internazionale dei movimenti per l’agricoltura biologica (Ifoam) che oggi ha membri in oltre cento Paesi.

Un dato è emerso chiaramente nella sessione di apertura del Congresso riportato da Nicolas Hulot, ambientalista francese e ministro dimissionario della Transizione ecologica del Governo Macron per manifesta impossibilità a imporre il tema ambientale nell’azione del governo. In Francia e in Europa i fondi pubblici destinati alla ricerca per il biologico sono solo l’1% del totale della ricerca agricola, e la situazione non è diversa in Italia. A fronte di una crescita economica e di superficie coltivata, il sistema di ricerca e assistenza tecnica è rimasto sostanzialmente “convenzionale”: il biologico non ha quel supporto tecnico e scientifico che sarebbe essenziale per svilupparsi. Non è una sfida facile perché si tratta di riorientare le scienze agrarie rispetto agli indirizzi degli ultimi quarant’anni: uscire dalle stazioni sperimentali e dai laboratori per andare incontro alla diversità delle reali condizioni di coltivazione degli agricoltori e ai loro bisogni, favorendo la partecipazione di tutti gli attori coinvolti (anche i cittadini) e decentrando le attività. In ambedue i casi -il mercato e la ricerca- la soluzione andrà cercata nella ricostruzione di quei corpi sociali intermedi che stiamo vedendo lentamente scomparire: non più organizzazioni o sindacati di settore, ma realtà sociali ibride, fortemente connesse con i territori su cui insistono, capaci di parlare “lingue” diverse e mettere in relazione innovazione, mercato e assistenza tecnica in una visione condivisa e inclusiva della società.

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In agricoltura i brevetti soffocano l’innovazione

In agricoltura i brevetti soffocano l’innovazione

Il sistema della proprietà intellettuale minaccia l’agro-biodiversità nel settore delle sementi. Il caso del “salvataggio” di Verisem

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 240 – Settembre 2021

In maniera subdola e silenziosa il brevetto si sta imponendo nel settore delle sementi. Sempre di più le multinazionali lo usano per proteggere le nuove varietà, sconvolgendo il mondo agricolo e mettendo in crisi i due pilastri del sistema della proprietà intellettuale usati finora per proteggere le varietà (la cosiddetta privativa vegetale): l’esenzione della ricerca e il privilegio dell’agricoltore. Infatti, la privativa data a chi produce nuove varietà ha due “garanzie” che non si trovano nel brevetto: chiunque può usare l’innovazione come base per produrre nuove varietà e l’agricoltore può riseminare in azienda le sementi prodotte da varietà protette (con una serie di limitazioni). Il brevetto, in più, si applica non solo alle sementi, ma arriva a coprire i prodotti ottenuti da queste. Insomma, un super monopolio dal campo al piatto.

Il rapporto 2021 della campagna “No patents on seeds” (no-patents-on-seeds.org) ci racconta questo processo, evidenziando come le big companies stiano usando lo strumento brevettuale per proteggere le nuove varietà, anche quelle prodotte da miglioramento genetico classico senza l’uso delle biotecnologie. Nel 2020 delle circa 300 domande presentate all’Ufficio europeo dei brevetti, 50 riguardano varietà derivate da procedimenti classici di miglioramento genetico.

Come avrebbe detto lo scrittore Eduardo Galeano, viviamo in un mondo alla rovescia: chi propaganda il libero mercato allo stesso tempo vuole una tutela della proprietà intellettuale sempre più forte e monopolistica. Così monopolistica che finisce per asfissiare il processo innovativo invece di favorirlo. Eppure, non è stato sempre così. Nella prima metà dell’Ottocento i pensatori liberali, in nome del libero mercato, non volevano riconoscere un monopolio agli innovatori: il loro unico vantaggio sarebbe stato il fatto di arrivare prima sul mercato.

300 domande di brevetto su varietà vegetali depositati nel 2020 all’Ufficio europeo dei brevetti.

Mentre si racconta la favola del libero mercato, l’innovazione varietale in agricoltura viene rinchiusa dentro monopoli, detenuti da compagnie sempre più grandi e accorpate in grado di determinare e controllare tutta la filiera fino a noi cittadini. Questo modello, inoltre, sta favorendo lo sviluppo di ditte sementiere multinazionali che agiscono di fatto a scapito di un sistema di piccole imprese locali. Il gioco di scatole cinesi tra società multinazionali finirà per distruggere il già debole tessuto economico della nostra industria sementiera. Qualche anno fa è stato il caso della Produttori Sementi Bologna, storico marchio specializzato nei cereali, finito prima in pancia a Syngenta e poi a ChemChina.

In questi mesi è in corso un dibattito per “salvare” Verisem, conglomerato che nasce come italiano, che detiene marchi storici come Franchi e Hortus sementi, ma che ormai è una multinazionale. La già citata ChemChina ha messo sul piatto 200 milioni di euro, ma si sta costruendo un consorzio per

mantenere l’italianità dell’impresa con capofila Bonifiche Ferraresi. Ma è veramente garantire l’italianità la soluzione? In realtà i buoi sono già scappati dal recinto da un pezzo, Verisem è già sotto controllo di un fondo di investimenti. Non è tanto importante garantire l’italianità della proprietà, quanto ripensare dalle fondamenta il processo di innovazione varietale e i diritti di proprietà intellettuale a esso legati. Va rimesso in discussione il sistema monopolistico di protezione legato al brevetto e con esso a cascata il business model delle ditte sementiere. Solo così potremo costruire nuovi sistemi sementieri locali diversificati e immaginare un futuro di ditte locali in grado di valorizzare l’agrobiodiversità prodotta dalla ricerca partecipata e decentralizzata.

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Chi ha paura della crescita del biologico. E chi si affida al mercato

Chi ha paura della crescita del biologico. E chi si affida al mercato

La conversione agricola non dovrebbe essere appaltata “solo” ai privati. Eppure l’Ue ha rinunciato alle politiche pubbliche.

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 239 – Luglio/Agosto 2021

In questi mesi abbiamo raccontato la crescita del biologico e come la Grande distribuzione organizzata (Gdo) e l’Hard discount siano diventati il principale volano di questo mercato che continuerà a crescere nei prossimi anni. Punta al biologico anche la strategia “Farm to Fork” della Commissione europea, con l’obiettivo di raggiungere nel 2030 il 25% della superficie agricola coltivata con questo metodo. Al 2018 (dati Eurostat) la media europea a biologico è del 7,5%, con l’Austria prima in classifica (24,1%) e Romania (2,4%), Bulgaria e Irlanda (2,6%) in coda. Mentre l’Italia è al 15,2%. Paesi agricoli come la Francia e la Spagna oscillano tra l’8% e il 10% della superficie agricola utilizzata.

I primi dati del 2019 riportano un incremento di appena l’1% a livello europeo. Come fare, allora, a triplicare questa percentuale nei prossimi otto anni? Non è una risposta facile. La sfida lanciata dalla Commissione al mondo agricolo è impegnativa e avrebbe bisogno di un concerto di politiche, strumenti e incentivi, oltre che del supporto degli attori (agricoltori e loro rappresentanze) e del mondo della ricerca e dell’assistenza tecnica.

Purtroppo i segnali visti in questi mesi vanno in un’altra direzione. Uno strumento potente a disposizione dell’Unione europea per orientare le pratiche agricole è la Politica agricola comunitaria (Pac). Si tratta storicamente della fetta più importante del bilancio della Ue, che continuerà a pesare per il 30% sul totale nel periodo 2021-2027. Ma se andiamo a vedere come stanno andando i negoziati sulla futura Pac ci si rende conto che le innovazioni delle strategie “Farm to Fork” e “Biodiversità” fanno fatica a tradursi in azioni e incentivi agli agricoltori per le resistenze al cambiamento interne al settore.

Le stesse industrie, produttrici di mezzi tecnici come sementi o fitofarmaci, stanno facendo campagne stampa in cui denunciano la loro preoccupazione verso un’Europa agricola biologica, lamentando il crollo delle rese e la potenziale crisi del settore. Se la nascita della Pac nel secondo Dopoguerra aveva il forte appoggio del mondo agricolo, oggi questi attori rappresentano un freno al suo cambiamento e spingono per mantenere lo status quo in termini di destinazione dei fondi e soggetti che li percepiscono.

25%: l’obiettivo della Commissione europea è che un quarto della superficie agricola dell’Unione sia coltivata con metodo biologico entro il 2030. Ora siamo poco oltre il 7,5%

Come fare a trasformare questo settore se dall’interno non ci sono margini di cambiamento? Una recente intervista al Commissario europeo all’agricoltura mostra la soluzione trovata. Saranno i consumatori gli attori del cambiamento, grazie alle loro scelte di consumo. La domanda trainerà l’offerta, portando il settore agricolo verso il biologico non perché effettivamente ci creda, ma perché il mercato richiederà quei prodotti. E diventa fin troppo facile capire quale sarà la cinghia di trasmissione di questa trasformazione: la Gdo e l’Hard discount, i soggetti economici più vicini ai consumatori in grado, grazie soprattutto alle loro filiere certificate con marchio proprio, di rispondere alle nuove esigenze di consumo.

Senza il necessario supporto delle politiche pubbliche che avrebbero potuto orientare in qualche modo lo strapotere di questi attori della distribuzione, favorendone una maggiore diversificazione. Si sancisce così il fallimento della politica come luogo di composizione di interessi e forze anche discordanti, per raggiungere un benessere sociale collettivo. Non ne siamo più capaci. Non siamo riusciti a costruire una visione condivisa di un futuro modello agricolo, in cui gli stessi agricoltori potessero riconoscersi e capire che in gioco non c’era solo il loro reddito, ma anche l’alimentazione dei cittadini e la salute pubblica.

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Le affascinanti sfide che attendono l’agricoltura

Le affascinanti sfide che attendono l’agricoltura

Un altro modello di ricerca e innovazione, sementi non uniformi e sistemi sementieri diversificati. C’è un mondo nuovo, dal campo alla società.

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 238 – Giugno 2021

Ai primi di maggio il settore agricolo è stato interessato da una serie di decisioni prese a Bruxelles che avranno un impatto sul panorama delle nostre agricolture. Si tratta di due documenti di lavoro della Commissione e degli atti delegati del nuovo Regolamento sul biologico. Cerchiamo di capire meglio gli scenari che aprono.

Il primo documento è uno studio sull’impatto della legislazione sementiera che, dopo indagini con i vari attori del settore, evidenzia alcuni punti di criticità del sistema. Come, ad esempio, la necessità di chiarire la differenza tra scambio e vendita di sementi e armonizzare gli obiettivi della normativa sementiera con quelli del Green Deal e della strategia “Farm to Fork”.

Si tratta di un passaggio importante che nei prossimi mesi aprirà un nuovo dibattito europeo per modificare il sistema di regole attuali sulla commercializzazione delle sementi. Sarà un’occasione da non perdere per costruire sistemi sementieri diversificati. Il secondo riguarda le nuove tecniche di miglioramento genetico note come Nbt (New breeding techniques) o in italiano Tea (Tecniche di evoluzione assistita).

La diatriba è legata alla sentenza della Corte di giustizia europea che nel 2018, facendo seguito a un quesito del sindacato francese Confederation Paysanne, ha stabilito che queste tecniche sono assimilabili agli Ogm e quindi devono seguire la stessa normativa per la messa in commercio. Dalla lettura del report della Commissione emerge come i pareri siano ancora molto discordanti sulla materia tra mondo scientifico e società civile, e si avverte l’avanzare della solita ideologia riduzionista e modernizzatrice della ricerca agricola: per rendere più sostenibile la nostra agricoltura dobbiamo fare ricorso, prima o poi, alle nuove tecnologie. La possibilità che ci sia un altro modello di ricerca da mettere in campo per cercare di rispondere ai problemi della sostenibilità dei sistemi agricoli non è neanche presa in considerazione dal report. 

L’orizzonte in cui si discute di innovazione è dato solo dalla tecnologia: le Nbt, i droni, i big data stanno delineando l’agricoltura 4.0 e il ministro Stefano Patuanelli in una recente intervista de Il Sole24 Ore già presenta il futuro con l’agricoltura 5.0 gestita dall’intelligenza artificiale. Tutto questo dimostra che c’è molta strada da fare a livello culturale nel mondo scientifico e politico, in Italia mancano anche i luoghi in cui fare questo dibattito.

5.0 La nuova evoluzione dell’agricoltura gestita dall’intelligenza artificiale prospettata dal ministro Stefano Patuanelli in un’intervista a Il Sole 24 Ore

Il terzo documento riguarda la pubblicazione delle regole sulla vendita delle sementi delle popolazioni, o meglio del materiale eterogeneo così come lo definisce la legge, che entreranno in vigore da gennaio 2022. Da due anni il mondo del biologico stava aspettando questo momento. È un evento epocale perché mette in crisi il paradigma dell’uniformità varietale che ha dominato la ricerca e l’agricoltura fino ad oggi, con il suggello della legislazione sementiera e di quella sulla proprietà intellettuale.

A gennaio prossimo si aprirà un mondo nuovo ancora tutto da esplorare. Infatti, sarà più facile vendere le sementi di varietà locali, di popolazioni e miscele, ma allo stesso tempo dovremo mettere in pratica dei sistemi di controllo della qualità che garantiscano le sementi che circoleranno in questi circuiti e nelle relative filiere produttive che nasceranno. L’affermazione di un altro modello di ricerca e innovazione, basato su sementi non uniformi e sistemi sementieri diversificati, è una sfida affascinante che per essere affrontata avrà bisogno di nuove connessioni e alleanze tra il mondo della produzione e del consumo, in grado di disegnare insieme la società di domani.

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La solitudine del consumatore e il potere dell’industria alimentare

La solitudine del consumatore e il potere dell’industria alimentare

Il mercato cambia le attitudini verso il cibo con impatti sulla nostra salute. La dieta è uno strumento per tutelarci

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 237 – Maggio 2021

Il modello di consumo moderno si basa su quello che si definisce scambio senza accordo: da un lato la merce esposta sugli scaffali dei supermercati, dall’altro il consumatore che l’acquista. Non c’è dialogo tra questi due atti unilaterali, e chi decide cosa mettere sullo scaffale e dove è il soggetto forte di questo scambio. Per cercare di supplire a tale asimmetria informativa e di potere abbiamo inventato l’etichetta: strumento in grado di far fare al consumatore scelte razionali mentre sta comprando. A livello europeo dal 2011 il regolamento 1.169 definisce come e cosa scrivere sull’etichetta, distinguendo tra informazioni obbligatorie (indicazioni delle materie prime o delle proprietà nutrizionali) e facoltative, i cosiddetti claim che qualificano il prodotto e invogliano all’acquisto. Queste informative non devono indurre in confusione o trarre in inganno. Risulta evidente dall’impianto scelto dal legislatore europeo che la responsabilità dell’acquisto resta sulle spalle del consumatore.

Non sono le politiche pubbliche che decidono di promuovere o meno determinati prodotti in base al loro impatto sulla salute o sull’ambiente. Per capire il problema basta andare con la memoria alle discussioni di alcuni mesi fa sulla possibilità di tassare maggiormente le bevande gassate per scoraggiarne il consumo da parte di bambini e adolescenti. Discussioni finite in un nulla di fatto. Si dà per scontato che il consumatore sia capace di districarsi nel mare di messaggi presenti sui prodotti, tanto che alcuni economisti scrivono che fare il consumatore è diventato un mestiere. Leggere l’etichetta, capire gli ingredienti, interpretare i codici oscuri di additivi e aromi naturali non è, però, un mestiere facile. E ancora più complesso è capire l’impatto di tutto ciò sulla nostra salute.

90%: in Italia il 90% delle pubblicità di snack dolci e salati, trasmesse durante i programmi televisivi per bambini, non sono conformi con le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità

Sarebbe necessario un serio programma di educazione alimentare a partire dalle scuole, anzi dovremmo cominciare a guardare all’educazione alimentare come una parte dell’educazione civica e dei nostri diritti di cittadinanza. Purtroppo, non è così. Se la politica abbandona il consumatore a sé stesso, l’industria alimentare spende in pubblicità per disinformarlo e influenzarne le scelte di consumo, fin dalla più tenera età. Nel 2001 una stima prudenziale delle spese in pubblicità alimentare nel mondo fissava la cifra a 40 miliardi di dollari. Marion Nestlé, professoressa alla New York University e autrice dell’interessante libro “Food Politics”, racconta che negli Stati Uniti nel 1999 la sola McDonald’s spendeva 627 milioni di dollari in pubblicità e Kellogs dedicava 278 milioni per convincerci a mangiare corn flakes a colazione. Un prodotto non a caso visto che il costo della materia prima, il mais, incide per meno del 10% sul prezzo pagato al supermercato.

I bambini sono i target principali del bombardamento comunicativo. Un articolo uscito nel 2020 analizza la pubblicità alimentare in Italia durante i programmi televisivi per bambini e conclude che il 90% delle pubblicità di snack dolci e salati non sono conformi con le linea guida dell’Organizzazione mondiale della sanità. L’industria alimentare non spende solo per cambiare le nostre attitudini verso il cibo ma investe, anche, pesantemente per influenzare il mondo della politica e della ricerca. Ancora Marion Nestlé riporta che negli Stati Uniti nel 2009 sono stati versati più di 57 milioni di dollari ai lobbisti. La dieta è la medicina più importante a disposizione di tutti noi, scrive Tim Spector in “Presi per la gola”. Dobbiamo capire, noi cittadini, che agricoltura, cibo, alimentazione e salute sono elementi strettamente connessi e non possono essere lasciati nelle mani del mercato o degli interessi dell’industria. Ne va della nostra vita.

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Parole Contadine

Parole Contadine

Tra il 2005 e il 2009 RSR ha collaborato con Controradio alla realizzazione e messa in onda di due cicli di trasmissioni radiofoniche dedicate al rinnovamento delle pratiche agricole a partire dal racconto fatto da alcuni loro protagonisti in Toscana.

L’idea nacque in una cena. Tra i commensali Sabrina Sganga e Raffaele Palumbo, giornalisti di Controradio, Gianluca Tavanti e Marco Cassini, al tempo allevatori in biologico, Esther Metais, biologa paesaggista, Giacomo Nardi, agronomo, Riccardo Franciolini, social sommelier nella carovana t/Terra e libertà Critical Wine e già collaboratore della nascente RSR.

Gli ingredienti con i quali lavorare erano: la scelta di reinsediamento in campagna, l’innovazione in agricoltura biologica e soprattutto motivazioni e aspettative dei protagonisti. Si convenne che le interviste sarebbero state realizzate nelle aziende agricole, che i contenuti sarebbero stai soprattutto il racconto, piuttosto che la rivendicazione, che le musiche di accompagnamento avrebbero seguito i gusti degli intervistati. Riccardo Franciolini avrebbe impostato, puntata per puntata, visita per visita, il contenuto, Sabrina Sganga ne avrebbe curato la parte tecnica.

2005 – 1° edizione. Viaggio alla scoperta della piccola agricoltura toscana, 12 trasmissioni

Il primo ciclo di trasmissioni andò in onda nel 2005 grazie al contributo di Regione Toscana ad un progetto a cui contribuirono Coordinamento Toscano Produttori Biologici, AIAB, GAS No OGM di Ponte ad Elsa Empoli e naturalmente Controradio.

1 – Nelle vigne di Paterna – Terranova Bracciolini
2 – Vigne, olivi, asini nella Fattoria Montiani – San Polo in Chianti
3 – Gli ortaggi di Gino Zucchino per i GAS di Pisa
4 – Tra gli olivi del Montalbano
5 – Tra i banchi del Pagliaio di Greve in Chianti
6 – Nel Caseificio di Claudio Cavazzoni – Sovicille
7 – Il Caciaio di Mengrano
8 – Azienda Agricola Cortevilla – Suvereto
9 – Tradizione contadina sulle colline di Scandicci
10 – Tra gli alveari di Alain – Montopoli Valdarno
11 – In Mugello tra gli animali della azienda agricola Morelli
12 – Allevare in biologico in Casentino
13 – Puntata finale

2008 – 2° edizione. Viaggio alla scoperta delle biodiversità agricola toscana, 9 trasmissioni

Anche il secondo ciclo di trasmissioni ricevette il contributo di Regione Toscana. Al partenariato si aggiunse il Laboratorio di studi rurali Sismondi dell’Univesità di Pisa e il progetto venne coordinato dalla ormai nata RSR.

1 – Biodiversità, ricerca, agricoltori
2 – Azienda agricola biologica Floriddia
3 – Aazienda agricola Pruneti
4 – Podere La Cerreta
5 – Azienda agricola Pardini
6 – Vivaio Canciulle
7 – Podere del Grillo
8 – GAS NoOGM di Ponte ad Elsa
9 – Rete Semi Rurali

Sabrina Sganga intervista il Segretario del Trattato FAO Dr Shakeel Bhatti

poi a Szeged…

Parole contadine per noi di RSR è Sabrina Sganga. Sabrina ha poi condotto la realizzazione del reportage su Let’s Liberate Diversity! Szeged, in Ungheria il cui montaggio ci sorprese per come riuscì a coinvolgere le voci della redazione tutta di Controradio nelle traduzioni delle molte interviste in lingua originale che compose in quella trasmissione radiofonica. Ci ha lasciato troppo presto, l’Associazione Sabrina Sganga la ricorda promuovendo ogni anno un premio giornalistico.

Let’s Liberate Diversity! Szeged