La solitudine del consumatore e il potere dell’industria alimentare

Mag 1, 2021 | Collaborazioni redazionali

Il mercato cambia le attitudini verso il cibo con impatti sulla nostra salute. La dieta è uno strumento per tutelarci

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 237 – Maggio 2021

Il modello di consumo moderno si basa su quello che si definisce scambio senza accordo: da un lato la merce esposta sugli scaffali dei supermercati, dall’altro il consumatore che l’acquista. Non c’è dialogo tra questi due atti unilaterali, e chi decide cosa mettere sullo scaffale e dove è il soggetto forte di questo scambio. Per cercare di supplire a tale asimmetria informativa e di potere abbiamo inventato l’etichetta: strumento in grado di far fare al consumatore scelte razionali mentre sta comprando. A livello europeo dal 2011 il regolamento 1.169 definisce come e cosa scrivere sull’etichetta, distinguendo tra informazioni obbligatorie (indicazioni delle materie prime o delle proprietà nutrizionali) e facoltative, i cosiddetti claim che qualificano il prodotto e invogliano all’acquisto. Queste informative non devono indurre in confusione o trarre in inganno. Risulta evidente dall’impianto scelto dal legislatore europeo che la responsabilità dell’acquisto resta sulle spalle del consumatore.

Non sono le politiche pubbliche che decidono di promuovere o meno determinati prodotti in base al loro impatto sulla salute o sull’ambiente. Per capire il problema basta andare con la memoria alle discussioni di alcuni mesi fa sulla possibilità di tassare maggiormente le bevande gassate per scoraggiarne il consumo da parte di bambini e adolescenti. Discussioni finite in un nulla di fatto. Si dà per scontato che il consumatore sia capace di districarsi nel mare di messaggi presenti sui prodotti, tanto che alcuni economisti scrivono che fare il consumatore è diventato un mestiere. Leggere l’etichetta, capire gli ingredienti, interpretare i codici oscuri di additivi e aromi naturali non è, però, un mestiere facile. E ancora più complesso è capire l’impatto di tutto ciò sulla nostra salute.

90%: in Italia il 90% delle pubblicità di snack dolci e salati, trasmesse durante i programmi televisivi per bambini, non sono conformi con le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità

Sarebbe necessario un serio programma di educazione alimentare a partire dalle scuole, anzi dovremmo cominciare a guardare all’educazione alimentare come una parte dell’educazione civica e dei nostri diritti di cittadinanza. Purtroppo, non è così. Se la politica abbandona il consumatore a sé stesso, l’industria alimentare spende in pubblicità per disinformarlo e influenzarne le scelte di consumo, fin dalla più tenera età. Nel 2001 una stima prudenziale delle spese in pubblicità alimentare nel mondo fissava la cifra a 40 miliardi di dollari. Marion Nestlé, professoressa alla New York University e autrice dell’interessante libro “Food Politics”, racconta che negli Stati Uniti nel 1999 la sola McDonald’s spendeva 627 milioni di dollari in pubblicità e Kellogs dedicava 278 milioni per convincerci a mangiare corn flakes a colazione. Un prodotto non a caso visto che il costo della materia prima, il mais, incide per meno del 10% sul prezzo pagato al supermercato.

I bambini sono i target principali del bombardamento comunicativo. Un articolo uscito nel 2020 analizza la pubblicità alimentare in Italia durante i programmi televisivi per bambini e conclude che il 90% delle pubblicità di snack dolci e salati non sono conformi con le linea guida dell’Organizzazione mondiale della sanità. L’industria alimentare non spende solo per cambiare le nostre attitudini verso il cibo ma investe, anche, pesantemente per influenzare il mondo della politica e della ricerca. Ancora Marion Nestlé riporta che negli Stati Uniti nel 2009 sono stati versati più di 57 milioni di dollari ai lobbisti. La dieta è la medicina più importante a disposizione di tutti noi, scrive Tim Spector in “Presi per la gola”. Dobbiamo capire, noi cittadini, che agricoltura, cibo, alimentazione e salute sono elementi strettamente connessi e non possono essere lasciati nelle mani del mercato o degli interessi dell’industria. Ne va della nostra vita.

credits ALTRECONOMIA

https://altreconomia.it

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