Sulla sovranità alimentare la sinistra ha perso

Sulla sovranità alimentare la sinistra ha perso

Inebriati dalla sbornia neoliberista i progressisti hanno “regalato” il tema alla destra. Oggi è diventata una sterile difesa di un fantasioso “Made in Italy”

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 288 — Gennaio 2026

A novembre 2026 saranno passati trent’anni dalla Conferenza mondiale sull’alimentazione tenutasi a novembre 1996 presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) a Roma, voluta dall’allora neo direttore generale, il senegalese Jacques Diouf, primo africano a presiedere l’Agenzia. Dopo più di due decenni dall’ultima Conferenza del 1974, Diouf riteneva inaccettabile “la tragedia umana di 800 milioni di persone senza un adeguato accesso al cibo” e per questo chiedeva un cambio di passo alla sua organizzazione. Purtroppo, come abbiamo visto anche nell’ultima rubrica del 2025 dedicata alla Fao, da allora la situazione non ha registrato molti progressi.

Di quel momento vorrei però ricordare non tanto l’evento ufficiale ma quello parallelo organizzato dalla società civile, con il coordinamento della Via Campesina, presso la stazione Ostiense. Infatti è in questa occasione che viene coniato il concetto di “sovranità alimentare” che dal 1996 ha animato un fecondo dibattito tra organizzazioni del Nord e del Sud globale e marcato la sua presenza nei vari consessi in cui le istituzioni internazionali si incontravano: dai vari G8 o G20 passando dall’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) fino alle famose Conferenze delle parti (Cop) delle Convenzioni su ambiente e cambiamenti climatici.

Il percorso nazionale, europeo e globale dei movimenti sociali espresso nei social forum di inizio anni Duemila non può essere raccontato senza considerare l’importanza che la sovranità alimentare e i movimenti a essa associati hanno giocato nel muovere le coscienze e mobilitare le persone.

La questione agricola era tornata prepotentemente nell’agenda politica dei movimenti sociali e, con più fatica, si faceva strada anche nella politica. Allora era ancora attivo un canale di comunicazione e reciproco ascolto con una parte della sinistra parlamentare che sosteneva anche economicamente i processi in corso. L’edizione del social forum a Firenze nel 2002 può essere vista come il momento di massimo splendore di questo percorso.

Le persone senza adeguato accesso al cibo nel 1996 erano 800 milioni. Una tragedia umana che dopo trent’anni non si è ancora conclusa

Che cosa resta di quegli anni? Via Campesina ha dedicato tre Forum mondiali alla sovranità alimentare (in Mali, a Nyéléni, nel 2007 e nel 2015 e in Sri Lanka nel 2025) ma questi eventi sono diventati quasi per “addetti ai lavori”, un bel castello arroccato a cui mancano le connessioni vitali con il territorio circostante. I movimenti sociali che la alimentavano e di cui si nutriva sono invecchiati, appassiti nel frattempo.

La sovranità alimentare invece di essere capita, tradotta e praticata dalla sinistra politica, inebriata dalla sbornia neoliberista, è stata sdoganata a destra dando il nome al nuovo ministero dell’Agricoltura coniugata come difesa ideologica, sterile e commerciale di un fantasioso “Made in Italy”.

L’agricoltura è così scomparsa dal dibattito pubblico come tema sociale, animato, vissuto e praticato da chi la crisi agricola, frutto della tensione irrisolta tra tradizione e modernità, la vive tutti i giorni. Non sono scomparsi i conflitti, sono semplicemente diventati invisibili. Le nuove tecnologie, dai droni ai nuovi Ogm, sono diventate l’orizzonte salvifico e mediatico dentro cui è stato incanalato il futuro dell’agricoltura con una saldatura tra mondo sindacale, politico e scientifico. E, ironia della sorte, quasi come una vendetta del capitalismo che tutto mangia e digerisce, la stazione Ostiense che ha dato i natali alla sovranità alimentare oggi è diventata la sede di Eataly, il negozio emblema del “Made in Italy buonista”.

Un nuovo protagonismo della società civile nella Fao

Un nuovo protagonismo della società civile nella Fao

Il processo di riforma dell’agenzia si concluderà nel 2027. Se si limiterà a un riordino burocratico sarà un’occasione persa. L’Europa, Italia in primis, faccia di tutto per evitarlo. 

a cura di Riccardo Bocci –  Tratto da Altreconomia 286 – Dicembre2025

Il 16 ottobre 2025 la Food and agriculture organisation (Fao), agenzia delle Nazioni Unite con sede a Roma, ha festeggiato gli ottant’anni dalla sua fondazione. Ma al di là di celebrarne l’esistenza a distanza di quasi un secolo, qual è il suo impatto rispetto gli scopi prefissati? Ha ancora un ruolo nel guidare i sistemi alimentari verso le sfide che li aspettano? 

A leggere i numeri del rapporto “The state of food security and nutrition in the world 2025”, pubblicato dalla Fao stessa, la strada per eradicare la fame e l’insicurezza alimentare entro il 2030 (obiettivo di sviluppo sostenibile 2.1) è ancora lunga, così come appare lontano l’obiettivo 2.2 che dovrebbe porre fine a tutte le forme di malnutrizione.

Il documento individua l’elevata inflazione come una delle principali cause dell’aumento dell’insicurezza alimentare e della malnutrizione infantile e chiede azioni coordinate per raggiungere i target nei prossimi cinque anni. Il problema è che sul fronte delle proposte il report resta molto legato al tema della trasparenza dei mercati e relativi prezzi, cioè le politiche monetarie e fiscali da parte degli Stati, senza analizzare la concentrazione dei mercati agricoli, chi li controlla e come immaginare mercati diversi in grado di garantire la sicurezza alimentare a livello locale.

Non è un caso che si limiti a promuovere in maniera generica “un commercio aperto e resiliente che protegga le popolazioni vulnerabili”. I giganti del commercio mondiale Archer Daniels Midland (Adm), Bunge, Cargill e (Louis) Dreyfus non sono considerati, sebbene giochino un ruolo più importante dei singoli Stati grazie alle loro riserve alimentari. 

Il rapporto evidenzia dunque che quanto fatto finora non basta, ma le soluzioni proposte sono molto parziali perché non prendono in considerazione il diritto al cibo e il tema della giustizia sociale.

Se sul fronte dei risultati la Fao non brilla, la sua posizione vacilla anche per gli scossoni che sta ricevendo il sistema multilaterale. I tagli del governo statunitense alle Nazioni Unite, infatti, stanno avendo un forte impatto anche su questa agenzia che vedrà un suo ridimensionamento, a meno che attori come l’Europa non si facciano carico, politicamente ed economicamente, del mancato supporto degli Usa.

Un recente articolo sul sito Food tank scritto da Pat Mooney, Shalmali Guttal e Sofia Monsalve Suarez, membri del Panel internazionale di esperti sui sistemi alimentari sostenibili (Ipes-Food), dal titolo “Il sistema alimentare globale è rotto e ripararlo richiederà più che buone intenzioni”, analizza i motivi degli insuccessi della Fao e delinea una possibile via d’uscita.

Tra 638 e 720 milioni di persone anno sofferto la fame nel 2024 nel mondo. Quasi il 50% sono in Africa.

Il punto centrale secondo gli autori è che “il mandato originario si è disperso tra diverse agenzie, e le collaborazioni con grandi multinazionali dell’agrochimica e dell’agribusiness hanno sollevato dubbi sui conflitti d’interesse, mettendo in discussione l’indipendenza e la credibilità dell’istituzione”.

È necessario ricostruire la sua missione pubblica, rinforzando le relazioni con l’Alto commissariato per i diritti umani e il Relatore speciale sul diritto al cibo, e aprendosi a una partecipazione maggiore della società civile, vista come parte fondamentale del sistema e non come accessorio. 

Il Consiglio della Fao ha avviato il processo di riforma che si concluderà nel 2027 ma avrà successo solo se terrà conto di queste considerazioni e non si limiterà a un riordino burocratico o amministrativo. L’Europa potrebbe giocare un ruolo chiave in questa transizione con l’Italia in prima fila. Non solo perché ospitiamo la sede della Fao ma anche perché da gennaio 2021 il vicedirettore generale della Fao è italiano, nella persona di Maurizio Martina.

Lo stallo internazionale sull’accesso alle sementi di cui non parla nessuno

Lo stallo internazionale sull’accesso alle sementi di cui non parla nessuno

Il settore privato non ha mai pagato le compensazioni previste dal Trattato Fao. A Lima a fine novembre c’è una riunione chiave con 154 Paesi. 

a cura di Riccardo Bocci –  Tratto da Altreconomia 286 – Novembre 2025

Dal 24 al 29 novembre si terrà a Lima, in Perù, l’undicesima riunione dell’Organo di governo del Trattato Fao sulle risorse genetiche vegetali per l’agricoltura e l’alimentazione. L’incontro vedrà la partecipazione di 154 Paesi, riuniti per discutere del futuro della risorsa alla base dei nostri sistemi agricoli: la biodiversità che troviamo espressa nelle piante coltivate e nelle migliaia di varietà di ogni singola specie.

Il Trattato è stato approvato nel 2001 e dalla sua ratifica nel 2004 si occupa di gestire l’accesso alle risorse conservate nei frigoriferi delle banche pubbliche delle sementi con un approccio multilaterale e facilitato. Non bisogna negoziare o stabilire un compenso per avere accesso alle sementi ma semplicemente aderire al cosiddetto Accordo di trasferimento materiale (Atm), che è standard e uguale per tutti.

Grazie a questo sistema specifico per la diversità agricola più di sette milioni di accessioni (campioni conservati nelle banche) sono disponibili e ogni anno vengono firmati più di centomila Atm. Inoltre, il Trattato si occupa di favorire politiche sui diritti degli agricoltori sulle sementi e sulla conservazione e l’uso sostenibile della diversità agricola.

Purtroppo, però, uno degli obiettivi del Trattato in questi venti anni di funzionamento non si è realizzato. Si tratta della compensazione monetaria che dovrebbe arrivare dal settore privato per avere accesso alle sementi conservate e che dovrebbe finanziare il Fondo di ripartizione dei benefici gestito dal Trattato stesso. Una sorta di bilanciamento dei diritti di proprietà intellettuale sulle sementi, pensato anche come risarcimento per aver usato per decenni le varietà locali come materia prima per la ricerca senza nessuna compensazione. Fino ad oggi le risorse arrivate dal settore privato sono irrisorie e il Fondo è stato alimentato da contribuzioni volontarie degli Stati, in particolare Italia e Norvegia.

I Paesi industrializzati hanno sostenuto molto poco questo strumento, non capendo il valore simbolico che avrebbe potuto avere, anche in un’ottica di risarcimento rispetto al nostro passato coloniale estrattivista. Come dire: finora abbiamo usato le risorse del Sud globale in maniera gratuita ma da oggi contribuiamo al Fondo per sostenere lo spirito multilaterale del Trattato e riconoscere il lavoro degli agricoltori nello sviluppo della diversità agricola nel corso della storia.

Sono sette milioni i campioni conservati nelle banche delle sementi e accessibili grazie al Trattato Fao sulle risorse genetiche vegetali per l’agricoltura e l’alimentazione

L’Europa avrebbe dovuto giocare ben altro ruolo, facendo proprie le aspettative dei Paesi del Sud e sostenendo finanziariamente sia il Fondo sia il Trattato con contribuzioni volontarie dei singoli Stati in assenza di quelle del settore sementiero privato. Si è invece limitata a difendere l’accesso facilitato in faticosi negoziati giocati sulle virgole, senza nessuna visione di lungo periodo. E senza capire che la posta in gioco è troppo alta per lasciare queste scelte in mano ad avvocati esperti di proprietà intellettuale che si preoccupano di difendere gli interessi consolidati dei singoli Paesi o dei loro operatori economici.

Sarebbe bastato poco in termini economici ma avrebbe significato tanto in termini politici. Mettere risorse economiche sul Fondo, anche in maniera volontaria, avrebbe permesso di arrivare alla riunione di novembre con meno conflitti tra Paesi del Nord e del Sud del mondo e una visione condivisa sull’importanza del Trattato come strumento multilaterale di accesso alle sementi e ripartizione dei benefici. Al contrario: vedremo le due parti su posizioni sempre più polarizzate, il Nord in difesa dell’accesso alle sementi per la ricerca e il suo mondo sementiero privato e il Sud in difesa della sovranità nazionale sulle risorse genetiche e di una ripartizione economica derivante dal loro uso. Uno stallo da cui è difficile prevedere una via d’uscita.

“Dobbiamo sfamare il mondo”. Anche basta

“Dobbiamo sfamare il mondo”. Anche basta

Non è vero che il modello agricolo intensivo permette di coltivare meno terra e produrre più cibo. Continuare a ripeterlo chiude a confronti più profondi e orientati.

a cura di Riccardo Bocci –  Tratto da Altreconomia 285 – Ottobre2025

A luglio 2025 la rivista marxista americana Spectre ha pubblicato un interessante articolo dal titolo “La persistente fantasia di ‘sfamare il mondo’”. Si tratta di una risposta a un editoriale del New York Times di dicembre 2024 che in maniera provocatoria afferma: “Che piaccia o no, questo è il futuro del cibo”. L’autore Michael Grunwald propone la classica narrazione: definire “l’agricoltura industriale” come “cattiva” non riconosce che questo modello è quello che ci sfama e che impedisce all’umanità di mangiarsi il Pianeta. Quindi secondo lui gli allarmisti devono capire che “l’agricoltura industriale ha un vero vantaggio: produce enormi quantità di cibo su porzioni relativamente modeste di terra. E questo sarà il compito più vitale dell’agricoltura nei prossimi decenni. Entro il 2050 il mondo avrà bisogno di disponibilità ancora più enormi di cibo, circa il 50% in più di calorie per nutrire adeguatamente quasi dieci miliardi di persone”. Inoltre aggiunge che “gli allevamenti intensivi sono la migliore speranza per produrre il cibo di cui avremo bisogno senza distruggere ciò che resta dei nostri tesori naturali e senza rilasciare nell’atmosfera il loro carbonio”.
Il solito ritornello che difende lo status quo e bolla qualsiasi trasformazione come naif o non basata sulla scienza, con in più un tocco ambientale: il modello industriale ci permetterà di coltivare meno terra che quindi resterà “naturale”. Un sillogismo che ritroviamo ripreso e raccontato dal mondo dell’agrobusiness, come dimostra il Rapporto ambientale, sociale e di governance di Syngenta del 2022 in cui si legge che “ridurre la quantità di terra arabile necessaria per unità di coltura è la chiave per nutrire una popolazione in crescita. I guadagni di produttività permettono di lasciare la terra incontaminata esistente nel suo stato naturale”. Come rispondere a questo paradigma produttivista che riconduce il problema agricolo a maggiore produzione con colture e cibo più economici? Alcune indicazioni le propone l’articolo di Spectre che sottolinea come non esista un “ventre globale” -un anonimo magazzino di cereali- dove immettere calorie e non ci sia una semplice correlazione tra resa e sicurezza alimentare. L’accesso al cibo è regolato da diverse politiche di distribuzione legate a fattori sociali, economici, politici e istituzionali

118 Gli studi su cui si fonda una recente meta-analisi che mette a confronto 51 Paesi e dimostra come, contrariamente alla credenza comune, le rese sono più elevate nelle piccole aziende agricole rispetto alle grandi.

Inoltre il problema della resa andrebbe disaggregato per gli ambienti in cui il cibo si produce, andando a vedere dove oggi è possibile aumentarla e con quali tecnologie. Mi spiego: in Pianura padana il mais industriale ha raggiunto un picco di produttività difficilmente migliorabile, per quanti sforzi si possano immaginare, con un costo ambientale ormai insostenibile. Al contrario la produttività della coltura di mais in collina avrebbe margini di miglioramento, ma non c’è nessuna ricerca -pubblica o privata- che lavori per questi ambienti. Né le nuove tecnologie all’orizzonte sono progettate per funzionare in questi contesti. Andrebbe ripensata la ricerca agricola, andando a lavorare in quelle aree marginali, finora dimenticate, in cui ci sono effettive possibilità di miglioramento. Purtroppo un sistema simile non è conveniente per il mercato né per il sistema di distribuzione incentrato sulla grande distribuzione organizzata. Inoltre l’unico soggetto che potrebbe avere un ruolo, la ricerca pubblica, è sempre meno finanziato e culturalmente succube del modello privato, come dimostra la fede cieca nella tecnologia di cui i nuovi Ogm sono solo l’ultima moda. Abbandonare la narrazione “dobbiamo sfamare il mondo” potrebbe aprire lo spazio a confronti più profondi orientati a pensare sistemi agricoli diversificati, in grado di coniugare valori ambientali, culturali e politici. Purtroppo la strada da fare è ancora lunga.

Il petrolio che continuiamo a mangiare

Il petrolio che continuiamo a mangiare

I sistemi agroalimentari industriali si nutrono di combustibili fossili. Il 15% viene infatti usato per l’agricoltura. La trasformazione ecologica è lontana.

a cura di Riccardo Bocci –  Tratto da Altreconomia 284 – Settembre 2025

A giugno 2025 il Panel di esperti internazionali sui sistemi del cibo sostenibili (Ipes-food) ha pubblicato un rapporto sulle relazioni tra combustibili fossili e sistemi agricoli (Fuel to fork. What will it take to get fossil fuels out of our food systems?), che delinea come senza petrolio il nostro sistema agroindustriale non starebbe in piedi.

I numeri sono abbastanza impietosi: il 15% dei combustibili fossili (carbone, petrolio e gas fossile) viene usato per l’agricoltura, con il 42% assorbito dalla trasformazione alimentare e dal packaging, il 38% dalla ristorazione pubblica e dalle cucine private, e solo il 20% dalla produzione agricola.

Se si considerano i prodotti petrolchimici, derivati dalla lavorazione dei combustibili fossili, il 40% viene usato in agricoltura, suddiviso tra produzione di fertilizzanti (34%) e plastica (6%). L’impatto dell’uso di quest’ultima in agricoltura, pesca e acquacoltura non è da sottovalutare, rappresentando il 3,5% di tutta quella globale.

Una parte la possiamo vedere nei campi, soprattutto nelle zone di orticoltura intensiva, sotto forma di pacciamatura, sistemi di irrigazione a goccia o vassoi e vasi per le piantine, ma una crescente porzione risulta invisibile alla nostra vista. Si tratta di microplastiche legate a sementi e fertilizzanti plastificati, responsabili di 22.500 tonnellate di inquinamento all’anno, pari al 62% di quelle rilasciate intenzionalmente in Europa.

Secondo il rapporto “Fuel to fork” l’accumulo di micro e nano-plastiche nel suolo, e la lisciviazione (dissoluzione, ndr) chimica degli additivi plastici, può modificare negativamente la salute del suolo, dei microbi, delle piante e degli animali, e quindi la fertilità. Complessivamente gli studi suggeriscono che ci sono più microplastiche contenute nei nostri terreni agricoli che negli oceani.

Se l’uso dei combustibili fossili per macchinari e impianti delle aziende agricole è l’aspetto più visibile dell’importanza del petrolio per far funzionare il sistema, meno evidente è realizzare che tutta la produzione di input chimici di sintesi, soprattutto fertilizzanti azotati, e di alimenti ultra-lavorati sia dipendente dai prodotti petrolchimici.

La quota dei gas serra prodotta dai fertilizzanti di origine fossile che viene emessa nelle aziende agricole è pari al 59%

Questi alimenti sono prodotti fabbricati industrialmente, costituiti da formulazioni di ingredienti che sono a loro volta il risultato di una serie di processi industriali, particolarmente intensivi dal punto di vista energetico, in quanto utilizzano da due a dieci volte più energia nella loro produzione rispetto agli alimenti interi. Questi beni -sovvenzionati, promossi, redditizi e progettati per indurre al consumo eccessivo- costituiscono già una porzione significativa (fino al 60%) delle calorie totali consumate in molti Paesi ricchi.

Insomma un panorama desolante dove emerge come la trasformazione dei sistemi agroalimentari sia centrale per attuare una politica energetica carbon free in grado di far fronte ai cambiamenti climatici.

Il rapporto analizza anche le alternative già disponibili, ma la domanda che dobbiamo farci è come mai siamo ancora così lontani dal promuovere la trasformazione necessaria. Infatti, già nel 2004, oltre vent’anni fa, il giornalista Richard Manning aveva scritto un articolo su Harper’s magazine dal titolo “Il Petrolio che mangiamo”, in cui scriveva: “Oggi sono tutti convinti che noi usiamo le armi per assicurarci il petrolio, non il cibo […] ma il nostro cibo è il petrolio. Dietro ogni singola caloria che ingeriamo c’è almeno una caloria di petrolio, più probabilmente dieci”.

I dati e le informazioni non mancano per indicarci la strada da percorrere ma ancora siamo in attesa di politiche pubbliche che favoriscano la transizione, e il tempo a nostra disposizione si sta riducendo.

Non c’è spazio per il dialogo sui nuovi Ogm

Non c’è spazio per il dialogo sui nuovi Ogm

Ogni voce fuori dal coro viene silenziata e bollata come antiscientifica. Non solo nell’accademia. Un problema per la ricerca agricola e per tutti.

a cura di Riccardo Bocci –  Tratto da Altreconomia 283 – Luglio/Agosto 2025

Dove sta andando la ricerca agricola pubblica italiana? Risposta non facile in un momento come questo in cui il dibattito pubblico si è polarizzato sui nuovi Ogm o sulle Tecniche di evoluzione assistita (Tea).

Questa nuova tecnologia ha assunto il ruolo taumaturgico e salvifico sul futuro della ricerca: se le regole faciliteranno il suo uso il progresso sarà garantito, altrimenti finiremo in un’epoca oscurantista. Ogni dialogo è interrotto e ogni voce fuori da questo coro silenziata e bollata come antiscientifica. Fa effetto leggere sulle riviste di settore articoli di commento alla prossima Politica agricola comune (Pac), che, nelle rivendicazioni politiche per dare un futuro all’agricoltura, mettono anche l’approvazione del nuovo regolamento sulle New genomic techniques (Ngt).

Il sillogismo è semplice nella sua banalità: volete ridurre i pesticidi e far fronte ai cambiamenti climatici? Allora l’unica strada sono le Ngt. Un’affermazione che dimentica che da anni modelli agricoli alternativi come il biologico coltivano senza input chimici di sintesi e come la sfida climatica sia legata alla diversificazione dei sistemi agroalimentari, all’interno della transizione verso l’agroecologia.

La stessa retorica la ritroviamo nelle affermazioni della senatrice Elena Cattaneo che, dalle pagine di D di Repubblica nello speciale “Food” del 7 giugno scorso, ammonisce quanti hanno paura dell’innovazione e della ricerca. La sua narrazione è anch’essa semplice e banale: abbiamo sempre fatto miglioramento genetico delle piante e non dobbiamo temere queste nuove tecnologie che sono precise e sicure. Questo approccio, riduzionista e scientista, dimentica come la questione della ricerca agricola sia un tema complesso e socialmente costruito, che coinvolge diversi e variegati attori: gli agricoltori, che dovrebbero usare le innovazioni, i cittadini, che dovrebbero accettarle nei loro piatti, e in generale la società.

Non tiene in considerazione, inoltre, dell’evoluzione della genetica negli ultimi trent’anni, che ha disegnato un genoma sempre più fluido e in interazione continua con il suo ambiente, ben lontano dal dogma centrale della biologia in cui un gene codifica una proteina. Nel 2025 non è più possibile immaginare questo tema lasciato solo nelle mani degli esperti, sempre più settoriali e, nel caso della genetica agraria, sempre più lontani dal campo. Non è accettabile relegare nell’angolo del pensiero oscurantista quanti si permettono di criticare la scienza ufficiale, e allo stesso tempo, portano avanti nuovi modelli di ricerca e azione. Manca, purtroppo, un luogo in cui questo dialogo possa avvenire, ma non nell’ottica classica con cui molti studiosi fanno comunicazione della scienza.

La dotazione finanziaria del Pnrr destinata all’innovazione e alla meccanizzazione nel settore agricolo e alimentare è pari a mezzo miliardo

Il fine del dialogo, infatti, non è convincere i non scienziati della bontà della tecnologia ma valutarne insieme la sua efficacia e accettabilità. Avendo come opzione anche la scelta di non usarla. Varrebbe la pena domandarsi quante promesse dei “vecchi” Ogm degli anni Novanta del secolo scorso siano state mantenute per capire il contesto in cui quell’innovazione ha funzionato e quale modello agricolo ha promosso.

Nel frattempo, dopo la pandemia da Covid-19, la ricerca agraria ha vissuto un periodo d’oro, forse come mai nella sua storia, inondata dalle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che ha favorito una proliferazione di progetti, attività e contratti precari. Tutti rigorosamente in scadenza a fine 2026. Purtroppo questi fondi non sono serviti per ristrutturare il sistema della ricerca agricola, mettendo un po’ di ordine tra i troppi enti suddivisi tra Cnr, Crea, Enea e università, e facenti capo a due ministeri diversi. Il Pnrr ha tappato e mascherato deficienze pregresse, mancando, però, di rispondere alle domande di fondo. Per chi e con chi si fa la ricerca? Quale modello agricolo si vuole promuovere?