da Manuele Bartolini | Dic 5, 2023 | Personaggi
di Daniele Vergari
Sagacia e intelligenza al servizio dell’agricoltura
Al termine della guerra dei Sette anni (1756-1763), un giovane medico, di ritorno dalla sua ennesima prigionia in Prussia, ebbe modo di vedere i disastri di una guerra che scatenata da Federico II, il re filosofo, per conquistare la ricca regione della Slesia, avrebbe insanguinato tutta l’Europa centrale per anni.
Nel corso del suo viaggio Antoine Parmentier, ebbe modo di osservare come la carestia avesse colpito le campagne francesi e avesse ridotto in condizioni miserabili gran parte della popolazione.
Lui ed i suoi commilitoni, nonostante la prigionia, stavano meglio delle popolazioni che non avevano visto il passaggio degli eserciti e l’unica spiegazione possibile era da ricercare in quelle zuppe che i prussiani sembravano apprezzare moltissimo, con
dentro un tubero, la patata, che normalmente costituiva l’alimentazione dei maiali. Il merito non poteva essere che di questo tubero arrivato quasi due secoli prima in Europa. Quest’aneddoto – e la sua vita ne è piena – rivela uno dei tratti caratteristici di questo personaggio dalla intelligenza pronta e sagace, nato a Montdidier – nelle Somme – nel 1737, e morto a Parigi nel 1813.
Arruolatosi come farmacista nell’esercito francese dedicandosi, quando poteva, ad esperimenti di chimica con grande passione. Catturato durante la guerra dei Sette anni per ben cinque volte, grazie al fatto che i farmacisti e medici erano rari nell’esercito francese, venne sempre liberato in occasione di scambi di prigionieri.
La sua detenzione in Prussia fu fondamentale per fargli comprendere il valore nutrizionale della patata. Osservando con cura come i soldati e gli ufficiali incarcerati con lui, alimentati con le patate, non subissero un visibile deperimento fisico con conseguenti malattie mortali, Parmentier ebbe chiaro che questo prodotto così osteggiato nell’area mediterranea poteva avere un importante ruolo alimentare. Purtroppo l’uso della patata, almeno in Francia, era vietato fin dal 1748 perché il tubero era accusato di trasmettere la lebbra.
Abile e scaltro, Parmentier riuscì a convincere la corte di Luigi XVI nel promuoverne prima la coltivazione e poi l’uso nell’alimentazione umana. Nel 1780, in collaborazione con un altro chimico e agronomo francese, Cadet de Vaux, aprì una scuola di panetteria a Parigi usando la farina di patate.
Nel 1786, ebbe l’autorizzazione a provare la coltivazione della patata in un piccolo terreno a Sablons e poi, nel 1787, una grande area di oltre 20 ettari a Grenelle, vicino a Parigi.
Per convincere i paysans che la coltivazione era importante Parmentier la faceva sorvegliare di giorno dalla gendarmeria. La notte, incustodito, il campo veniva saccheggiato e le patate consumate dai contadini. Per accattivarsi Luigi XVI donò un bouquet di fiori di patate dal colore bianco e blu come omaggio alla casa di Borbone che aveva gli stessi colori nello stemma. Negli stessi anni Parmentier provò varie ricette a base di patate invitando al suo tavolo personaggi importanti, come Benjamin Franklin, per convincerli della bontà del consumo di patate arrivando infine a organizzare una cena tutta a base di patate per il Re e la sua ristretta corte.
Celibe e prototipo del filantropo erudito che si dedica al benessere delle classi più deboli, Parmentier dedicò tutta la sua vita alla ricerca sugli alimenti, sull’igiene e sull’agricoltura e fu eletto socio di molte accademie dell’epoca fra cui quella dei Georgofili di Firenze.
da Valeria Grazian | Mag 17, 2023 | Personaggi
Biodiversità, paesaggio planetario e giustizia sociale.
di Daniele Vergari
Argenton-sur-Creuse (1943 – oggi) nella valle della Loira, Trasferitosi ad Orano, in Algeria, grazie a un professore di liceo iniziò ad appassionarsi alle scienze naturali e al paesaggio. Diplomatosi come ingegnieur horticole (1967) e poi come paesaggista nel 1969 presso l’Istituto nazionale di orticoltura e paesaggio di Angers, Clément iniziò una vivace attività professionale affiancata dall’insegnamento alla scuola nazionale di Versailles iniziato fin dal 1979.
Parallelamente svolse attività di progettista di giardini con un approccio moderno e aperto dove il giardino è una struttura vivente che il giardiniere
aiuta solo a strutturare. L’evoluzione e i cambiamenti, le erbe che camminano sono il concetto innovativo dell’approccio di Clément che ha dato origine al “giardino in movimento” (1991), singolare e visionario concetto espresso proprio dal paesaggista francese sia nelle sue opere che nel giardino della sua casa costruita a La Vallée in Nuova Aquitania, un remoto angolo della Francia.
Il “giardino in movimento” – come quello realizzato al Parc André-Citroën di Parigi – è un complesso sistema nel quale si assiste a un continuo mutare dell’organizzazione degli spazi per l’introduzione di nuove piante ma anche per la presenza di visitatori che con i loro comportamenti e preferenze per una zona più che un’altra, delineano con il tempo le aree e i percorsi. È l’esperienza stessa di vita del parco che ne determina il futuro in una visione del tutto originale delle funzioni di giardino pubblico. All’idea di movimento l’agronomo francese affiancò presto anche il concetto di mescolanza planetaria delle specie vegetali tradotta in un’altra sua opera, “Il giardino planetario” (1999). Secondo questa visione la mescolanza planetaria può essere il nuovo paradigma in cui le relazioni tra giardino, paesaggio e natura si articolano secondo una nuova configurazione: il pianeta è un giardino “concluso” nel quale la natura ha i suoi cicli e i suoi comportamenti che vengono solo osservati e assecondati dal giardiniere.
Dopo queste due originali interpretazioni, Clément ha dato un contributo importante e impegnato con il concetto di “terzo paesaggio” (2003) rappresentato dall’insieme degli spazi, rurali e urbani, abbandonati dall’uomo alla natura e quindi diventati rifugio di biodiversità e di particolarità botaniche. Una parafrasi forse del Terzo Stato di Sieyès – l’abate rivoluzionario che formulò l’uguaglianza dei cittadini in un celebre libretto del 1789 poco prima dello scoppio della Rivoluzione nel quale si stabiliva l’uguaglianza di tutti i cittadini e forse anche di tutti i paesaggi, operando così un’equità paesaggistica che è anche sociale.
Un modo diverso di interpretare gli spazi ma soprattutto i rapporti fra uomo e ambiente che travalica gli aspetti puramente tecnici per diventare filosofia di vita. Lontano dai formalismi di un’arte dei giardini che, per Clément, è “figlia ideologica del potere”, gli spazi proposti dall’agronomo francese sono liberi di variare, di trovare nuovi equilibri e di cambiare nel tempo secondo dinamiche nelle quali l’uomo (o il giardiniere) si inserisce “in punta dei piedi”.
Una sua frase può facilmente sintetizzare il suo pensiero e il suo agire: «Fare quanto più con, e quanto possibile meno contro le energie in gioco in un luogo determinato». I temi toccati non si fermano a quelli sopra esposti ma già loro sono sufficienti a delineare, più che un personaggio, un pensiero attento verso le forme di vita e di attenzione estrema verso la diversità – sia essa biologica o culturale. La biodiversità, la migrazione, la contaminazione, rappresentati anche dal giardino in movimento, diventano immagini di un modo di vivere che ha valore planetario.
da Valeria Grazian | Feb 1, 2023 | Personaggi
di Daniele Vergari
Agricoltura, scienza e genetica nella Germania di fine ottocento: fra i protagonisti del dibattito scientifico della seconda metà dell’Ottocento sulla genetica, non possiamo dimenticare Wilhelm Rimpau
(1814-1892) Agricoltore e possidente agrario era figlio di August W. Rimpau, imprenditore agrario e politico tedesco impegnato nella gestione di larghi possedimenti in Sassonia
nel quale aveva applicato i principi agronomici razionali della scuola di Albercht Thaer e Justus von Liebig. Dopo un periodo di formazione superiore
completato all’Università di Berlino, nel 1865, Wilhelm Rimpau divenne gestore della tenuta di Schlandtedt nella Sassonia. Ben presto, mettendo a frutto le esperienze e i viaggi fatti negli anni della formazione e soprattutto spinto dalla lettura deli libri di Darwin, si dedicò a fare esperimenti di selezione massale sulla segale allo scopo di aumentare il numero di fiori sulla spiga.
Dopo un primo periodo di insuccesso dovuto, secondo lo stesso Rimpau, alla sua scarsa attenzione al dibattito scientifico in corso, a partire dal 1876 lo stesso riprese vigorosamente gli esperimenti associando anche altre specie vegetali e pubblicando – nel 1877 – due saggi sul miglioramento genetico dei cereali e sull’autosterilità della segale che raccoglievano il so pensiero e le finalità dei suoi esprimenti.
Entrato in contatto con i principali scienziati dell’epoca – come Darwin, De Vries, Muller, Körnicke – con cui tenne una costante corrispondenza, Rimpau iniziò nel 1875 a incrociare due cultivar di grano cercando di combinare l’alto produttività dei grani inglesi con la buona resistenza invernale e la qualità panificabile delle varietà tedesche. L’agricoltore tedesco comunico con lettere gli esperimenti a Darwin e a De Vries spiegando come i caratteri si esprimessero diversamente in F1, in F2 e nelle generazioni successive, mostrando il suo approccio alla trasmissione dei caratteri ereditari molto pratico. Alla fine degli anni ’80 del XIX secolo Rimpau arrivò a selezionare una varietà ibrida tedesca di grano Rimpaus früher Bastard (1889), che fu coltivata per oltre 50 anni in Germania – e soprattutto costituì il primo ibrido fertile fra segale e grano (1888), Triticosecale Rimpaui Wittmack, conosciuto poi come Triticale.
Il suo impegno scientifico a favore del miglioramento dell’agricoltura, fu riconosciuto con un dottorato Honoris causa dell’università di Halle conferito nel 1894 mentre è doveroso ricordare il suo impegno nella fondazione della Società agraria tedesca nel 1885.
Rimpau fu tra i primi a comprendere correttamente il significato genetico del termine “ereditarietà” e grazie ai risultati della sua ricerca è stato possibile realizzare la coltura su larga scala di ibridi artificiali in pieno campo permettendo costruendo così le basi per il progresso della scienza e della genetica in Germania nel corso del XX secolo. Anche se i suoi studi lo avvicinano a Mendel, probabilmente ebbe conoscenza dei suoi lavori solo al momento della riscoperta dello scienziato boemo agli inizi del XX secolo.
Percorsi differenti, quelli di Mendel e Rimpau, che però ci permettono di comprendere come lo sviluppo della genetica negli ultimi due secoli non sia rimasto relegato ai laboratori ma abbia avuto bisogno anche dell’intuizione, del lavoro e della fattiva collaborazione anche degli agricoltori. Un modello collaborativo e partecipativo che forse è il caso di riprendere in esame.
da Valeria Grazian | Nov 23, 2022 | Personaggi
di Daniele Vergari
(1822 – Brno 1884) Chi ha una preparazione scientifica ricorderà il primo incontro con Mendel avvenuto sui banchi di scuola o dell’università studiando gli esperimenti con i piselli gialli e verdi, lisci e rugosi, arrivando così a capire la prima legge di Mendel sulla dominanza. Dopo un altro paio di leggi (quella sulla segregazione e sull’assortimento indipendente) la figura di Mendel spariva all’orizzonte. Eppure il ruolo di questo frate agostiniano, nato nell’Impero asburgico (oggi Repubblica Ceca), è stato fondamentale per la scienza moderna grazie alla elaborazione delle regole essenziali dell’ereditarietà dei caratteri fenotipici. Tuttavia la vita di Mendel non fu quella
di uno scienziato classico. Appassionato fin dal ginnasio di scienze naturali e di fisica entrò negli Agostiniani anche per la loro vocazione allo studio. Nel monastero di Brünn (ora Brno) fin dal 1857 iniziò a fare esperimenti sulle piante, e in particolare i piselli, cercando, attraverso una analisi rigorosa dei dati e l’osservazione, di comprendere i meccanismi di trasmissione dei caratteri ereditari.
Quando presentò i suoi risultati alla locale Società di studi naturalistici, nel 1865, la sua relazione fu ascoltata – ma non compresa – e pubblicata negli atti della Società dell’anno successivo. È singolare se non altro che l’altro testo fondamentale per la storia della moderna genetica, The Variation of Animals and Plants under Domestication di Charles Darwin, venisse pubblicato a Londra solo nel gennaio 1868. Darwin ignorò gli studi di Mendel che, ne abbiamo certezza, aveva avuto occasione di leggerne l’edizione tedesca – edita anch’essa nel 1868. L’articolo di Mendel, invece, era apparso su un periodico locale, troppo modesto , e questo non assicurò certo la risonanza che ebbe il testo di Darwin.
Per 35 anni gli esperimenti di Mendel furono praticamente trascurati fino a che Hugo de Vries (Olanda), Carl Correns (Germania) ed Erich von Tschermak (Austria) confermarono i suoi esperimenti con diverse ricerche dando così piena dignità al lavoro di quest’uomo. Negli anni successivi al 1900 anche Nazareno Strampelli dedicò, con quella grande visione della scienza che lo contraddistinse, un grano tenero a Mendel (il Gregorio Mendel).
Al di là dei tanti aneddoti sulla vita di Mendel forse viene da interrogarsi su perché i suoi studi non ebbero la fortuna che avrebbero meritato. Quando il suo articolo di 44 pagine fu pubblicato sulla rivista della Società di Brunn, Mendel cercò di diffonderlo e farlo conoscere ad una più ampia cerchia di scienziati inviandone diverse copie a importanti esperti di biologia e botanica ma solo il Professor Carl Nägeli dell’Università di Monaco gli rispose stimolando Mendel a continuare i suoi studi ma, nel 1873, la loro corrispondenza si interruppe. Come tanti scienziati “invisibili” i motivi del suo scarso successo nel mondo scientifico furono diversi. Alcuni autori suggeriscono che gli articoli di Mendel – uno dei primi a applicare la matematica alla biologia – erano troppo ricchi di “numeri”, con i quali molti naturalisti non avevano grande dimestichezza essendo più portati all’esperienza dell’osservazione (la base del successo di Darwin). Inoltre Mendel era molto timido e introverso e nonostante abbia cercato di pubblicizzare le sue scoperte non ha perseverato nel promuovere le sue idee negli anni successivi. Infine, cosa non trascurabile, Mendel era un ecclesiastico e non apparteneva alla comunità scientifica del periodo.
Ricordare oggi Mendel a 200 anni dalla nascita può farci riflettere sul progresso della scienza e la trasmissione della conoscenza.
da Valeria Grazian | Mag 2, 2022 | Personaggi
di Riccardo Bocci
“Quando tagliate una foresta non state solo rimuovendo un sacco di grandi alberi e qualche uccello che svolazza. Mettete drasticamente in pericolo una vasta gamma di specie nel raggio di pochi chilometri quadrati. […] Molte di loro sono ancora sconosciute alla scienza, che non ha ancora scoperto il ruolo chiave senza dubbio giocato nel mantenimento di quell’ecosistema.”
(1929 – 2021) Non potevamo non dedicare il personaggio del Notiziario di maggio, che esce nel mese della Giornata Nazionale della Biodiversità Agraria (20 maggio) e della Giornata Mondiale della Biodiversità (22 maggio), a chi fu uno degli autori di questo neologismo. Infatti, prima del 1986 la parola “biodiversità” non esisteva. La comunità scientifica usava “diversità biologica” per riferirsi a ciò che oggi intendiamo con biodiversità e al grande pubblico era sconosciuta. È con il Forum Nazionale sulla BioDiversità tenutosi negli Stati Uniti a Washington dal 21 al 24 settembre del 1986 che “la biodiversità” fa la sua prima apparizione in pubblico. Uno degli organizzatori di questo incontro era il biologo statunitense Edward Osborne Wilson (Birmingham, 10 giugno 1929 – Burlington, 26 dicembre 2021), che, curando la pubblicazione degli atti del simposio nel 1988, diventerà uno dei padri nobili della biodiversità.
Da allora la biodiversità si è fatta strada nella comunicazione pubblica, anche grazie all’estate del 1992 quando, all’interno delle Nazioni unite, è stata approvata la Convenzione sulla Diversità Biologica, più nota come convenzione sulla biodiversità. Come scrive Wilson nel libro Biodiversity II nel 1998, uscito per fare il punto a dieci anni dagli atti del simposio del 1986, “durante gli anni ’80 abbiamo cominciato a percepire quanto il declino della biodiversità sulla Terra fosse serio e che, a differenza dell’inquinamento e del buco dell’ozono, questa perdita non potesse essere reversibile”.
Come biologo il nome di Wilson è indubbiamente legato allo studio delle formiche, la mirmecologia, anche se la sua fama è dovuta alla creazione di un nuovo filone filosofico all’interno del pensiero evoluzionista del secolo scorso: la sociobiologia. Si tratta di un ambizioso tentativo intellettuale di studiare dal punto di vista dell’evoluzionismo darwiniano il comportamento sociale, partendo dal presupposto che il comportamento degli animali (quindi anche dell’uomo) sia il prodotto dell’interazione tra ereditarietà genetica e stimoli ambientali. Incandescenti sono state le sue dispute con un altro evoluzionista darwinista e divulgatore scientifico, Richard Dawkins, autore de Il Gene Egoista. Oggetto del contendere era il principio ultimo del meccanismo evolutivo.
Mentre Dwakins immaginava un mondo di soggetti in competizione tra loro; Wilson, al contrario, vedeva nella coesione sociale (della comunità di soggetti) uno strumento in grado di aumentare la fitness dei singoli. Non a caso scriveva che “l’altruismo è necessario per la sopravvivenza delle società umane”, probabilmente influenzato in questo dallo studio delle sue amate formiche. Sono proprio le formiche il soggetto del suo romanzo Anthill (2010), riflessione sull’esistenza di Dio a partire da una diatriba tra formiche atee e credenti, in cui lo scienziato Wilson ci dice che in fondo non importa dimostrare l’esistenza di Dio perché credere può dare un vantaggio evolutivo. Ecco che così genetica, ambiente e cultura si fondono in un unicum dove è difficile separare le singole parti.
da Valeria Grazian | Feb 23, 2022 | Personaggi
di Daniele Vergari
Personalità di spicco dell’agricoltura italiana della prima metà del ‘900 Alberto Oliva resta uno dei pionieri della cerealicoltura italiana per il suo contributo allo sviluppo di nuove varietà di grano adatte soprattutto agli ambienti appenninici.
(1879-1953) Mantovano, Oliva studiò a Pisa dove si laureò nel 1902 e successivamente vinse una borsa di studio che lo portò a studiare in Germania, Danimarca, Belgio Olanda e Svizzera.
Nel 1904 entrò a far parte di quella complessa e interessante esperienza che furono le Cattedre ambulanti di agricoltura, unico strumento allora per la diffusione dell’innovazione agraria in Italia.
Dopo una breve esperienza a Mantova, passò alla cattedra di Borgotaro prendendo confidenza con le particolarità dell’agricoltura montana e delle sue potenzialità soprattutto per la coltivazione dei cereali.
Dal 1913 al 1918 fu Direttore della Cattedra ambulante di Siena per poi assumere il ruolo di Direttore generale dei possedimenti Ricasoli-Firidolfi uno dei patrimoni fondiari più estesi e importanti di Toscana.
In questo ruolo tecnico riorganizzò le tenute e si dedicò in particolare alle sistemazioni idraulico agrarie di collina rivitalizzando il dibattito tecnico scientifico su queste pratiche agronomiche che nel corso dell’800 avevano avuto una enorme importanza nell’agricoltura toscana. E infatti ancora oggi, in un momento in cui il problema della gestione dei versanti è tornato di attualità, il suo volume sulle sistemazioni dei terreni rappresenta un testo tecnico di riferimento.
Con la morte di Adolfo Bellucci, nel 1931, Oliva fu chiamato a ricoprire la cattedra di Agronomia all’Università di Firenze dando a questa disciplina quella unione fra scienza e pratica a cui la scuola agronomica toscana deve la sua peculiarità.
Ma la sua meritata fama si deve agli studi sulla granicoltura montana eseguiti a partire dagli anni ’30 in un’ottica di miglioramento generale delle condizioni economiche della montagna italiana. Dopo aver studiato il comportamento del grano in montagna, Oliva iniziò la sua opera di carattere genetico, per costituire tipi di grano adatti alle condizioni pedoclimatiche della montagna appenninica.
Partendo da una selezione della varietà Andriolo, decise di scegliere popolazioni di grano resistenti al freddo, indagando per oltre due anni un tratto delle Alpi Franco-Svizzere dove, non essendo stato ancora effettuato alcun lavoro selettivo, ritenne fosse possibile trovare dei biotipi di grano desiderati. La perseveranza di Oliva fu premiata, secondo le sue stesse parole, quando nei pressi di Chamonix, identificò un campo di frumento “brutto, mescolato, sporco” i cui campioni dettero origine alla varietà Est Mottin 72 (1937), altamente rustico, resistente al freddo e adatto ai terreni subacidi di montagna. Con la collaborazione dell’allievo Marino Gasparini, dall’incrocio fra Est Mottin 72 e Mont Calme 245 venne ottenuto il Verna (1953) e da Est Mottin 72 x Bellevue II il Sieve (1966).
L’opera e il pensiero di Oliva si possono trovare sintetizzati nel suo Trattato di agricoltura generale nel quale il suo pensiero “olistico” riuscì ad unire l’approccio scientifico alla più concreta condivisione dei problemi dell’agricoltura e al coordinamento dei mezzi per risolvere i problemi agricoli del periodo. Un approccio che ancora oggi è di stupefacente modernità.