Il riso è un cereale vestito cioè il chicco appena raccolto (risone) è rivestito da glume e glumelle dure e silicee che devono essere eliminate per renderlo commestibile. La lavorazione del riso, quindi, ha sempre accompagnato la coltivazione e veniva inizialmente effettuata in cascina, pestando il riso in legno (pistone o pilone). Il prodotto ottenuto era riso spezzato che veniva utilizzato per le minestre. Le Piste da riso, messe in serie e divenute molto complesse, vengono ospitate dalle prime pilerie. Il tempo necessario per lavorare 20 kg di risone era di circa un’ora e mezza.
Gli operai della pileria, chiamati piloti o pilarini, estraevano il materiale e lo passavano su crivelli appesi al soffitto con delle funi e separavano la lolla (il rivestimento del chicco), la pula (lo strato più esterno della cariosside) e le rotture (i chicchi rotti per azione meccanica). Restava il riso lavorato, sbiancato in modo più o meno intenso, chiamato “mercantile” perché pronto per la vendita.
Alla fine del 1700 oltre alle piste da riso vengono usati gli Sbramini, simili ai mulini. Una mola orizzontale in granito o in arenaria fissa collegata ad un’altra girevole, fatta in legno e con la faccia inferiore ricoperta da uno strato di sughero. Il movimento rotatorio crea uno sfregamento che decortica il risone. Con gli sbramini si lavora più velocemente e si ottengono meno rotture. Lo Sbramino non sostituisce la Pista, spesso venivano affiancati in linea per migliorare la lavorazione e renderla più omogenea. Il mercato infatti diventa sempre più esigente richiedendo un riso più bianco, meno polveroso e con meno rotture.
Nel tardo 1800 la coltivazione del riso si scinde dalla lavorazione del prodotto. Ai risicoltori si affiancano gli imprenditori risieri, che apportano numerose innovazioni tecnologiche per migliorare i tempi di lavorazione senza perdere la qualità del prodotto finale. Compare la Grolla: una mola in arenaria messa in posizione verticale e posta in una vasca, sollevata di circa 2 cm. Nella vasca viene aggiunta la lolla che favoriva il processo di abrasione.
La tradizione racconta che un pistarolo poco attento abbia messo nella vasca crusca di frumento invece che lolla di riso. Il riso ottenuto risultò bianco e lucido, da cui il termine “brillato”. Si inventa così il Brillone, un blocco di granito di forma ovoidale, con la superficie sagomata, inserito orizzontalmente in un vaso dalla superficie liscia, con un’intercapedine di circa 10 cm in cui si poneva dall’alto il risone e la crusca di frumento.
Nello stesso periodo compare il Lustrino, una spazzolatrice meccanica che toglieva la polvere di lavorazione dal chicco rendendolo bianco e lucido. Era costituito da un tronco di cono in canapa, tela o pelle di montone inserito in un secondo tronco di cono con parete a maglia metallica, da cui fuoriuscivano le polveri di lavorazione.
Nel 1884 venne inventata l’Elica, uno strumento che ricorda l’antica pista, ma aveva un vaso in granito o in ceramica molto grande e una vite di Archimede all’interno che movimentava il risone. Si otteneva riso brillato e durava circa 15 minuti per 150 kg di riso. La crusca di frumento cominciò ad essere sostituita con polvere di marmo o talco e glucosio, che rendevano il riso brillante.
Agli inizi del 900 compare l’Amburgo, che ancora oggi possiamo trovare in alcune riserie. Basata sul meccanismo del Lustrino, è costituita da un tronco di cono in ghisa la cui superficie scanalata è rivestita da cemento magnesiaco. Il secondo tronco di cono è in maglia metallica con dei perni in gomma che frenano il moto vorticoso del riso, favorendone la discesa. Con le Amburgo si riesce a regolare il grado di lavorazione da integrale a bianco.
Una delusione per la Coalizione #CambiamoAgricoltura
La strategia nazionale per la nuova PAC dimentica il Green Deal e le Strategie UE “Farm to Fork” e “Biodiversità 2030”. Grave latitanza del Ministro della Transizione Ecologica, Cingolani
Nella seconda riunione del Tavolo di partenariato, convocata e presieduta dal Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, Stefano Patuanelli, che si terrà online oggi pomeriggio, sarà presentato e discusso il documento delle priorità del Piano Strategico Nazionale (PSN) per l’attuazione della PAC post 2022.
“Non siamo più neanche di fronte ad un tentativo di greenwashing, ma di un vero e proprio patto per l’agricoltura industriale, che relega a contorno gli impegni per l’ambiente e il lavoro”
Lo dichiarano le Associazioni della Coalizione italiana #CambiamoAgricoltura che giudicano il documento deludente e inadeguato per affrontare le complesse sfide della transizione ecologica della nostra agricoltura, inefficace sia sul versante della lotta al cambiamento climatico che su quello dello stop alla perdita di biodiversità.
Il documento è essenzialmente centrato sulla sostenibilità economica del sistema agroalimentare, sottovalutando gli aspetti della sostenibilità ambientale e sociale. La strategia con cui il nostro Governo intende dare attuazione alla nuova PAC indica la priorità di dare “valore” alla transizione ecologica in termini di opportunità di reddito delle aziende, valutando al contempo con attenzione gli impatti economici degli impegni richiesti agli agricoltori per la sostenibilità ambientale. Il documento richiama nelle prime pagine le finalità della Politica Agricola Comune, citando le priorità fissate dal trattato fondativo della CEE nel 1957, come se negli ultimi 70 anni non ci fossero state le riforme che hanno profondamente mutato gli obiettivi di questa politica dell’Unione Europea, che attribuisce analoga importanza e dignità agli obiettivi di sostenibilità ambientale, economica e sociale. Lo stesso nuovo Regolamento UE della PAC post 2022, che sarà votato domani dal Parlamento europeo, indica con chiarezza che i 9 obiettivi per la sostenibilità economica, ambientale e sociale, hanno la stessa dignità ed importanza.
Per le Associazioni della Coalizione #CambiamoAgricoltura la sostenibilità della nuova PAC è basata su compresenza e pari ruolo di tutte e tre le componenti della sostenibilità. Se una componente è più debole il sistema non regge.
Questo vale in particolare per la sostenibilità ambientale, essendo ormai evidenti gli effetti catastrofici dei cambiamenti climatici e perdita della biodiversità sulla stabilità dei nostri sistemi agroalimentari.
Completamente assente nella strategia è il necessario riferimento agli obiettivi delle Strategie UE “Farm to Fork” e “Biodiversità 2030”, ma non ci sono riferimenti neppure alle varie Strategie nazionali: sviluppo sostenibile, biodiversità, transizione ecologica e al piano nazionale energia e clima: è come se il comparto agricolo e zootecnico nazionale si chiamasse fuori dalla transizione ecologica, rinunciando ad affrontare il necessario cambio di modello verso l’agroecologia. Ancora più stonata è l’assenza di risposte puntuali alle esplicite richieste fatte dalla Commissione Europea nelle raccomandazioni inviate al nostro Paese in vista della redazione del Piano e il mancato riferimento ai dati presenti nei policy brief prodotti dallo stesso MIPAAF.
Inoltre la strategia del PSN non indica chiari obiettivi al 2027 (termine della validità del Piano) per l’aumento delle superfici in agricoltura biologica, per la riduzione degli input chimici (pesticidi e fertilizzanti), per il restauro degli agroecosistemi, ma neppure per la riduzione degli sprechi, il miglioramento del benessere animale, il cambio delle diete e dei consumi a favore di alimenti più sostenibili da parte delle famiglie e della ristorazione. La conservazione della natura è relegata in secondo piano, mentre per quanto riguarda le misure sul clima, vengono prospettate azioni prive di efficacia: se è vero che il 70% delle emissioni climalteranti di fonte agricola derivano dalla filiera dell’allevamento intensivo, concentrato nella Pianura Padana, per ridurle occorre avviare una profonda ristrutturazione che riduca i carichi zootecnici favorendo la transizione da produzioni di massa a quelle di qualità. Ma di questa prospettiva non vi è traccia nella proposta di PSN.
Proprio queste carenze fanno sì che il mero elenco generico di interventi del secondo e terzo obiettivo generale non garantiscano il cambiamento necessario. Le associazioni riconoscono, infatti che, nella proposta di PSN, ci sono alcuni spunti che, se sviluppati e adeguatamente finanziati, potrebbero rappresentare delle importanti opportunità: dallo sviluppo dell’agricoltura e zootecnia biologica alla conservazione e ripristino degli agroecosistemi.
La Coalizione, viste le carenze del documento del MIPAAF, sollecita anche le autorità ambientali del nostro Paese, in particolare il Ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, a far sentire forte la propria voce e rivendicare il ruolo che l’articolo 94 del regolamento della PAC affida al suo Ministero.
“La nostra è una valutazione preliminare basata sulle bozze dei documenti sottoposti dal MIPAAF, speriamo quindi in un giudizio finale meno negativo se verranno accolte le nostre osservazioni e proposte”, commentano le Associazioni di #CambiamoAgricoltura, “l’Italia ha solo 39 giorni per consegnare il suo PSN alla Commissione UE, c’è poco tempo per cambiare rotta e non perdere il treno della transizione agroecologica”.
Roma, 22 novembre 2021
CambiamoAgricoltura è una coalizione nata nel 2017 per chiedere una riforma della PAC che tuteli tutti gli agricoltori, I cittadini e l’ambiente. Sostenuta da oltre 80 sigle della società civile è coordinata da un gruppo di lavoro che comprende le maggiori associazioni del mondo ambientalista e del biologico italiane (Associazione Consumatori ACU, Accademia Kronos Onlus, AIDA, AIAB, AIAPP, Associazione Italiana Biodinamica, CIWF Italia Onlus, FederBio, ISDE Medici per l’Ambiente, Legambiente, Lipu, Pro Natura, Rete Semi Rurali, Slow Food Italia e WWF Italia). E’ inoltre supportata dal prezioso contributo di Fondazione Cariplo.
DYNAVERSITY: il consolidamento e l’allargamento del Coordinamento Europeo Liberiamo la Diversità!
Negli ultimi quattro anni i partner del progetto europeo DYNAVERSITY hanno analizzato e descritto le reti e gli attori coinvolti nella gestione dinamica dell’agrobiodiversità. Obiettivo principale è il consolidamento e l’allargamento del Coordinamento Europeo Liberiamo la Diversità!
L’agrobiodiversità deve essere utilizzata: solo così potremo assicurarne la conservazione e la salvaguardia per le generazioni future. Il motto utilizzato dalla FAO già nei primi anni duemila era “Usalo o perdilo”, e ancora oggi, secondo i dati dell’ECPGR (European Cooperative Programme for Plant Genetic Resources), delle 1097 piante edibili (su un totaledi 391.000 specie vegetali conosciute), solamente una minima parte è consumata. Anche nei nostri piatti, quindi, si manifesta l’evidente impoverimento della biodiversità agricola che, oltre all’irreversibile erosione genetica, comporta la totale assenza di alimenti per ottenere diete sane e diversificate. La biodiversità agricola è presente sia nell’ecosistema naturale in-situ (nei progenitori delle piante coltivate), sia all’interno delle 1750 banche delle sementi sparse per il mondo. Ma oltre all’approccio ex-situ, che ne assicura principalmente la conservazione statica all’interno delle banche, l’unico modo per ottenere un efficace mantenimento di questo patrimonio è la coltivazione in pieno campo (in azienda). In poche parole: più la biodiversità agricola viene coltivata, maggiore è la possibilità di garantire la sicurezza alimentare! Per ottenere questo risultato è necessaria una combinazione di approcci di conservazione e usi diversi (in-situ, ex-situ, in azienda) e che tutti, dai produttori ai consumatori, diventino parte attiva di questo processo di recupero dell’agrobiodiversità.
La Storia di
EC-LLD, di cui Rete Semi Rurali è consigliere e promotore attivo, è una ONG con sede legale in Belgio e operativa in Italia e nasce dagli incontri del movimento europeo sulla biodiversità agricola noto come Let’s Liberate Diversity!. Dal 2005 gli incontri annuali promossi da EC-LLD e ospitati nei diversi paesi, sono stati 10. L’obiettivo di questi eventi è stato quello di sviluppare la tematica della diversità agricola mettendo in comunicazione il lavoro e le esperienze dei diversi attori coinvolti e favorendo una diffusione orizzontale delle conoscenze e dei saperi. In parallelo EC-LLD organizza i Let’s Cultivate Diversity! (LCD), momenti di scambio di conoscenze pensati soprattutto per agricoltori, trasformatori e professionisti del settore i quali, all’interno di aziende agricole, e quindi “sul campo”, hanno modo di confrontarsi sul tema dell’agrobiodiversità in tutti i suoi aspetti pratici e teorici.
DYNAVERSITY
Facilitare il dialogo di conoscenze e pratiche tra le varie realtà coinvolte nella conservazione della biodiversità agricola è stato l’obiettivo principale del progetto europeo. All’interno delle tante attività, l’aspetto maggiormente innovativo è stato studiare il fattore sociale nella gestione della biodiversità agricola. Fino ad allora questa tematica era infatti rimasta all’interno delle comunità scientifiche, con poco coinvolgimento degli attori sociali. DYNAVERSITY, invece, ha voluto coinvolgere nel dibattito anche agricoltori, seed savers, ONG, giardinieri, hobbisti e i cittadini, affiancando alla ricerca scientifica il coinvolgimento sociale, componente necessaria per promuovere un cambiamento che non sia solamente sulla carta ma in campo. Sono state realizzate tantissime attività e materiali divulgativi tra cui: un glossario, 10 videoscribes, 3 manuali sulla gestione delle Case dei Semi, la mostra fotografica ed innumerevoli momenti di scambio di pratiche, conoscenze e semi tra agricoltori, cittadinanza e stakeholder.
I membri EC-LLD dal 2012 a oggi
La costruzione della rete europea
Il progetto ha permesso al Coordinamento Europeo Liberiamo La Diversità! (EC-LLD) per la prima volta di avere un Segretariato retribuito per seguire tutte le attività di animazione, facilitazione e messa in rete. Infatti, prima le attività di segreteria e coordinamento erano coperte dal lavoro volontario dei soci. All’interno di questo quadro, EC-LLD ha effettuato una mappatura di tutti gli attori e comunità sociali che, a livello europeo, utilizzano e riproducono vecchie varietà, varietà locali o popolazioni. In tre anni di progetto sono state mappate in oltre 32 paesi circa 56 diverse realtà che si occupano di biodiversità agricola. Dalla mappa è possibile vedere il percorso di EC-LLD nel tempo, i suoi soci attuali e le altre realtà individuate, che saranno coinvolte in futuro. Tutte queste sono reti di reti o organizzazioni con soci individuali, che vanno dalle 100 alle 7000 persone nelle associazioni più strutturate! Grazie agli incontri Let’s Liberate Diversity! alcune organizzazioni sono state invitate a partecipare alle attività di DYNAVERSITY con l’obiettivo di mettere in relazione tra di loro tali attori. Alcune hanno chiesto di aderire a EC-LLD e questo ha portato ad un aumento del numero dei membri (da 12 a 16) e alla copertura di 12 paesi della regione europea: oltre all’area dell’Europa centrale, sono stati coinvolti molti paesi scandinavi e dell’Europa orientale, andando a raggiungere un bacino più ampio rispetto ai soci fondatori di EC-LLD. Diventare membri effettivi della rete non rappresenta solamente il coronamento di un percorso sociale di fiducia, ma anche il riconoscimento dell’importanza del lavoro svolto per la salvaguardia e l’uso in azienda dell’agrobiodiversità. EC-LLD organizza dei webinar multilingue mensili chiamati “Seed Policy Dialogue”, il cui tema di apertura è la newsletter redatta da Fulya Batur, esperta di politiche sementiere. Vengono affrontate le diverse tematiche politiche, legali e tecniche riguardanti semi e biodiversità, come la nuova riforma della legge sementiera europea, le NBT, la strategia Farm2Fork, l’obiettivo Biodiversità 2030.
Siamo cresciuti in un paese con una grande cultura agricola e alimentare, nei nostri ricordi vivono storie antiche che profumano di ruralità, vita contadina e autoproduzione che ci ricordano quanto è virtuoso rinfrescare quotidianamente il legame con la natura.
Costruzione compostiera e area ortaggi – Aprile 2021
Oggi i luoghi più popolosi sono rappresentati dalle città, spazi in cui la vita si configura in verticale, lontana dal contatto con la terra e con ciò che di invisibile regna al di sotto. Tale distanza ha portato ad una profonda e rapida alterazione del rapporto diretto tra uomo e natura, modificando radicalmente la nostra relazione con cibo e agricoltura. Esperienze a contatto con spazi verdi e ricchi di biodiversità diventano oggi un bisogno sempre più urgente per chi vive in città densamente urbanizzate e caotiche. L’orticoltura urbana rappresenta una soluzione innovativa e trasformativa in città, in grado di riqualificare spazi pubblici da un punto di vista sociale, ambientale e paesaggistico. L’orto sociale in città diventa luogo dove coltivare piante con alto valore ambientale e nutrizionale, dove stringere relazioni e fare azioni significative per la cura dell’ambiente, inteso come spazio e bene comune. Così un progetto sociale e agricolo in città diviene protagonista di un significativo cambiamento culturale, necessario per il recupero di semi di conoscenza, autodeterminazione e partecipazione cittadina.
L’esperienza degli Orti della Diversità nel quartiere di Vingone a Scandicci è coordinata da un’ATS (Associazione Temporanea di Scopo) che riunisce vari soggetti che da anni riproducono biodiversità in campo e portano avanti un discorso sull’agricoltura sostenibile a livello socio-culturale. L’ATS è composta da: Rete Semi Rurali come capofila, Società Toscana di Orticultura, Eticamente Onlus, Seed Vicious, Cooperativa Sociale Gaetano Barberi Onlus, Cooperativa Sociale il Giglio del Campo, Associazione la Fierucola, Associazione Terra! L’iniziativa rientra nel progetto “Centomila Orti in Toscana”, uno strumento dell’Amministrazione Regionale per facilitare la realizzazione di nuovi orti e/o il recupero di quelli già esistenti.
A seguito dell’assegnazione dello spazio da parte del Comune di Scandicci nel 2020, l’ATS ha aperto il bando per accogliere e selezionare le richieste da parte dei residenti, rispettando i principi di inclusività. È stata posta attenzionead aspetti quali parità di genere, inter-generazionalità, composizione del nucleo familiare e stato occupazionale. È stato quindi selezionato un gruppo di partenza composto da 29 cittadini, che dall’estate 2020 hanno lavorato non solo alla messa in coltura dei singoli appezzamenti, ma anche alla progettazione degli spazi comuni, in uno spirito di condivisione e scambio. La modalità di gestione degli Orti è del tutto innovativa: prevede infatti la costituzione di un’Assemblea degli ortisti e del relativo Comitato di Gestione che si occuperà del funzionamento, dell’apertura e della manutenzione ordinaria dello spazio, ma anche di promuovere un programma di iniziative pubbliche.
Seed Vicious è un’associazione no profit di custodi di semi che annovera soci in tutta Italia. È nata spontaneamente su internet ed è cresciuta in breve tempo. Forte della sua predisposizione ai moderni mezzi di comunicazione ha un ottimo seguito sulle piattaforme social, rimanendo sempre radicata alla terra e alle sue tradizioni locali. I soci più esperti producono semi di varietà orticole, aromatiche e officinali, ne salvaguardano le peculiarità e la biodiversità. L’associazione poi mette in condivisione le sementi e promulga la formula della condivisione con chi vuole iniziare la carriera di custode di semi. Ogni socio infatti può scegliere dalla lista sociale fino a 12 varietà diverse, che potrà riprodurre e a sua volta condividere con altri. Con la velocità dei media moderni in sinergia alla posta “analogica” ormai in disuso, Seed Vicious effettua almeno 500 spedizioni a stagione. L’associazione sta inoltre collaborando in svariati progetti con altre associazioni impegnate sul tema, sta distribuendo semi e formando nuovi produttori. Sta coinvolgendo aziende agricole, ma anche cittadini e semplici appassionati. Seed Vicious è un mezzo per opporsi alla frenesia del mercato e alle scelte della grande distribuzione, un’idea di resistenza attiva basata sul seme, fulcro della vita sulla terra.
Il percorso formativo, rappresentato da un ciclo di 10 incontri, è stato centrale nel progetto. Purtroppo la pandemia di COVID-19 ha reso necessario una serie di modifiche e ripensamenti, soprattutto nel calendario degli incontri in campo. Con un ottimo lavoro dell’intera ATS e un notevole interesse ed entusiasmo da parte degli assegnatari, le lezioni si sono svolte dapprima online e poi, quando le condizioni sanitarie lo hanno permesso, anche in presenza direttamente in campo. La Società Toscana di Orticultura, in quanto referente del percorso di progettazione partecipata e responsabile della formazione, ha offerto supporto sia tecnico che organizzativo. I partecipanti sono stati dotati di numerosi strumenti teorici e pratici per la gestione del proprio orto: dal semplice riconoscimento e uso degli attrezzi agricoli alla conoscenza delle colture locali e stagionali; dalla costruzione di un sistema di irrigazione automatizzato all’auto-produzione di piantine a partire da seme, e tanto altro. Gli incontri pratici, in particolar modo, sono stati la linfa vitale e la spinta necessaria per la crescita e l’aggregazione sociale dell’intero gruppo di ortisti. La nostra idea iniziale – la creazione di un gruppo unito ed eterogeneo di persone – si è dimostrata vincente soprattutto nelle giornate di lavoro di gruppo negli spazi comuni all’interno dell’intera struttura. Gli spazi interni adibiti a magazzino per gli attrezzi sono stati riorganizzati, e soprattutto grazie alla manualità, all’impegno e alla creatività degli ortisti sono stati realizzati gli arredi interni ed esterni, tutti a partire da oggetti di recupero, quali assi di legno e bancali.
Arredo aree comuni – progettazione partecipata – Aprile 2021
L’obiettivo finale è quello di costruire e curare degli spazi che possano diventare sia un area relax per coloro che hanno l’orto, sia un punto di incontro adibito ad accogliere iniziative e attività organizzate direttamente dagli ortisti e aperte alla cittadinanza.
Grazie al secondo finanziamento da parte della Regione Toscana, a fine 2021 è previsto un ampliamento dell’intero complesso (con l’aggiunta di un frutteto, un’area compostaggio, uno spazio dedicato alle attività di sperimentazione e ricerca, una serra, una spirale aromatica) e una serie di interventi migliorativi quali l’adeguamento della recinzione esistente, l’estensione dell’impianto d’irrigazione e il potenziamento dell’illuminazione.
Gli Orti della Diversità mirano a diventare un luogo di socialità, incontro e conoscenza, uno spazio aperto ai cittadini e un punto di riferimento per il quartiere e la sua comunità.
Realizzazione viabilità interna all’orto – Marzo 2021
Nel 2019 RSR ha aderito alla coalizione chiamata Global Open Source Seed System Initiatives (GOSSI), che promuove una strategia di gestione collettiva delle sementi sul modello “open source”.
I semi “open source” sono semi la cui distribuzione è accompagnata da un impegno formale a preservare i diritti dei contadini e dei tecnici ad usarli, conservarli, ripiantarli e migliorarli liberamente; questa responsabilità è estesa alla loro progenie e ai derivati.
In sintesi, chiunque può usare liberamente il seme open source – coltivarlo, propagarlo, riprodurlo e commercializzarlo, a patto che accetti di passare queste libertà ad altri e non applichi restrizione di uso.
Questa attribuzione di “copyleft” è la premessa per la definizione di un bene comune protetto utile ad assicurare che i semi possano essere usati e condivisi senza che il materiale genetico possa essere privatizzato e/o monopolizzato. Gli aderenti a GOSSI si impegnano a perseguire una serie di principi fondamentali:
• ognuno può usare liberamente i semi “open source”: coltivandoli, propagandoli e sviluppandoli in nuove varietà attraverso il breeding
• chi riceve semi “open source” non può appropriarsene o limitare l’accesso alla progenie tramite privativa vegetale o altre forme di proprietà intellettuale
• chi riceve semi “open source” deve assegnare le stesse regole alle sementi allorquando le diffonde
• il breeder di varietà “open source” deve avere il giusto riconoscimento per il suo lavoro
• i benefici del miglioramento devono essere distribuiti equamente lungo tutta la filiera
Da gennaio 2019 la Banca Dati Sementi Biologiche (BDS) è diventata lo strumento per la gestione delle deroghe in agricoltura biologica.
Il D.M. n. 15130 del 24 febbraio 2017, che ha formalmente istituito la BDS, ha introdotto importanti novità nel panorama delle sementi bio e delle deroghe:
• la semaforizzazione delle specie e dei gruppi commerciali in base alla disponibilità di sementi bio;
• l’istituzione di un sistema informatizzato automatizzato, integrato con il Sistema d’Informazione Nazionale sull’Agricoltura Biologica (SINAB) per gestione e consultazione disponibilità di sementi bio, richiesta e consultazione di deroghe da parte di fornitori, agricoltori e organismi di controllo;
• la creazione di un gruppo di esperti (art 3.4 DM 15130) che supporti il Ministero per la predisposizione e l’aggiornamento delle liste rossa, gialla e verde, predispone raggruppamenti commerciali per l’identificazione di varietà equivalenti.
Deroga per Ricerca e Sperimentazione
Gli agricoltori certificati bio che svolgono attività sperimentali di campo devono richiedere la deroga se il materiale riproduttivo vegetale impiegato non è certificato bio. Dall’introduzione della Banca Dati Sementi Biologiche occorre fare la richiesta di deroga selezionando nel menù a sinistra del portale “Richiesta Deroga per Ricerca / Sperimentazione”. Per ogni varietà, linea o accessione sarà necessario fornire le seguenti informazioni:
Denominazione e partita IVA ente/organizzazione con cui si collabora per la sperimentazione (nel caso si siano ricevuti i semi dalla Casa delle Sementi di Rete Semi Rurali, indicare gli estremi che si trovano sul sito rsr.bio)
Specie a cui appartengono i semi in oggetto (menù a tendina)
Varietà: scegliere dal menù a tendina se si tratta di varietà iscritta ai registri varietali, o compilare manualmente in caso si tratti di varietà locale, linea in selezione o popolazione non presenti nel menù
Motivazione: scegliere “Varietà da utilizzarsi in prove sperimentali per ricerca scientifica”
La gestione della banca dati spetta all’ufficio agricoltura biologico del Ministero, con il supporto dell’unità di Milano del CREA-DC (ExENSE) che coordina il funzionamento tecnico-operativo della BDS e mantiene aggiornate le liste di varietà rispetto alregistro varietale comunitario. A fianco del gruppo di esperti istituzionale di 12 membri, che comprende Ministero e CREA-DC, rappresentanti di Regioni e associazioni di categoria (Aiab, FederBio, Anabio, ecc.), esiste un gruppo di esperti tecnico coordinato dal CREA-DC nell’ambito del progetto Bioseme-SIB, cui partecipano esperti delle ditte sementiere (Assosementi, Asseme, Coams, Assovivai, ecc.), gli informatici che hanno sviluppato e mantengono il sistema e Rete Semi Rurali.
Uno degli scopi della BDS è aumentare la trasparenza del mercato di sementi bio e disincentivare la deroga. Per gli agricoltori bio “virtuosi” la deroga risulta l’eccezione in casi particolari come ricerca o conservazione della diversità agricola.
In fase di avvicinamento al lancio della BDS (seconda metà del 2018) il gruppo tecnico ha testato il sistema informatico della BDS in pre-esercizio e da gennaio 2019 ne ha monitorato il funzionamento suggerendo modifiche e miglioramenti. Le analisi e i suggerimenti emersi in seno al gruppo tecnico Bioseme-SIB, venivano portate all’attenzione del gruppo esperti istituzionale per essere discusse e votate. Un bilancio dei primi otto mesi di attività della BDS è stato presentato da CREA-DC e Ministero durante un incontro nazionale organizzato da Rete Semi Rurali nell’ambito del progetto LIVESEED presso il CREA-DC di Firenze nel 2019.
Novità 2021
A fine 2020, sulla base dell’analisi dei dati storici delle deroghe e di valutazioni tecniche e di mercato, il Ministero ha deciso di attivare la “lista rossa” (specie per cui non è concessa la deroga) per erba medica e trifoglio alessandrino.
Tuttavia, per consentire al settore di adeguarsi al nuovo regime, è stata anche istituita la funzione “ordina in tempo utile” che permette agli agricoltori di pre-ordinare per l’anno successivo il proprio fabbisogno di semente in lista rossa. In questo modo le ditte sementiere ricevono un’indicazione precisa sulla reale necessità di semente, mentre gli agricoltori avranno la possibilità di richiedere una deroga se la semente non risultasse poi effettivamente disponibile in BDS l’anno successivo.
Le prossime specie che saranno valutate per ingresso in lista rossa sono: frumento tenero, frumento duro e avena, mentre per il mais si valuta l’istituzione di “liste di equivalenza” tra varietà con le stesse caratteristiche. L’istituzione delle liste di equivalenza potrebbe consentire l’ingresso in lista rossa di determinate classi commerciali, per le quali sia dimostrata la sufficiente disponibilità di sementi bio.