Wilhelm Rimpau

Wilhelm Rimpau

di Daniele Vergari


Come identificare le sementi conservate nelle banche

Come identificare le sementi conservate nelle banche

L’importanza dei DOI

di Marco Marsella – Segretariato Trattato

Le banche di germoplasma assegnano da sempre a ciascun’accessione della loro collezione un identificatore locale chiamato Numero di Accessione. Con il diffondersi degli scambi dei materiali genetici vegetali, è emersa l’esigenza di identificare un materiale globalmente e non solo nell’ambito della corrispondente collezione. 

Inoltre, la maggior parte del materiale scambiato a livello internazionale forma parte dei programmi di miglioramento vegetale, che usano ancora altri codici d’identificazione. Per facilitare la circolazione delle informazioni ed evitare errori, il Segretariato del Trattato ha avviato una consultazione globale il cui risultato è stata l’adozione dei Digital Object Identifiers (DOI) come identificatore universale delle risorse genetiche vegetali. Il Sistema Informativo Globale (GLIS) del Trattato è stato progettato attorno ai DOI ed alle loro proprietà.

Un DOI è composto essenzialmente da tre parti:

• i caratteri “10.” che identificano il sistema DOI all’interno di un sistema di identificatori ancora più grande (Handle System). Tutti i DOI iniziano con “10.”;

• una sequenza di caratteri che identifica univocamente il sistema che ha assegnato il DOI seguita da uno slash come separatore. Nel caso di GLIS, questa sequenza è “18730”;

• una sequenza di caratteri assegnata dal sistema identificato dalla sequenza precedente. Il sistema garantisce che tale sequenza è unica al suo interno. La combinazione di parti, ciascuna univoca, produce un identificatore unico globalmente.

Un esempio di DOI assegnato da GLIS è quindi 10.18730/Z1WEM. I DOI assegnati da GLIS sono registrati dall’International DOI Foundation che gestisce il Sistema Globale DOI, decine di server sparsi nel mondo che rappresentano l’asse portante del sistema. In questo modo, oltre a facilitare la ricerca in tutto il mondo dei DOI assegnati da GLIS, si ottiene un’ulteriore verifica della loro unicità. Il Sistema Globale DOI gestisce oltre 200 milioni identificatori ed ogni anno ne vengono aggiunti circa il 16%.

Quando un utente registra un materiale su GLIS, fornendo una serie di informazioni sul materiale stesso, riceve un DOI generato dal sistema che viene associato indissolubilmente a quello specifico materiale. L’assegnazione dei DOI è gratuita e l’unico obbligo che viene richiesto al registrante è proprio di non assegnare in nessun caso il DOI ricevuto ad un materiale diverso da quello originale. Qualora il materiale dovesse risultare non più disponibile, le informazioni associate al DOI potranno essere aggiornate riportando questo fatto, ma il DOI non potrà essere mai eliminato. La ragione di questa indistruttibilità dei DOI è che il materiale non più disponibile potrebbe essere stato oggetto di studi scientifici o magari interessato ad attività di sviluppo che hanno prodotto nuovi materiali derivati da esso. In entrambi i case, è importante poter accedere alle eventuali pubblicazioni o set di dati corrispondenti associati al DOI del materiale.

Una delle informazioni che possono essere fornite quando si registra un DOI è l’indicazione dei DOI dei materiali da cui il materiale in questione è stato ottenuto. Per esempio, se si incrociano due materiali per ottenere una nuova varietà, è possibile indicare i DOI dei “genitori”. In questo modo, GLIS è in grado di “connettere” i DOI in un diagramma che indica come un materiale è stato ottenuto (da quali materiali ed in che modo) ed a quali altri materiali ha dato origine. Un esempio è riportato nella figura.

I cerchi rappresentano i materiali e le frecce indicano il materiale da cui essi sono stati ottenuti. Le etichette sulle frecce indicano che operazione è stata effettuata per ottenere il materiale. Nel caso di FG25, esso è stato ottenuto con una qualche modifica genetica dal G12873. D’altro canto, G12873A è stato derivato da G12873, per esempio con un processo di selezione.

Esistono casi di sistemi analoghi che gestiscono la genealogia dei materiali, per esempio per il riso, ma GLIS è attualmente l’unico sistema a livello globale che offre questa funzionalità per ogni materiale e a prescindere da chi lo conserva.

Questa possibilità di “collegare” dei DOI tra loro torna utile, per esempio quando una pubblicazione cita uno specifico materiale. Esistono dei servizi che raccolgono queste citazioni: GLIS usa uno di questi servizi per ottenere, in modo automatico, la lista delle pubblicazioni e dei set di dati che fanno riferimento ad un certo DOI e presentarla in fondo alla pagina come mostrato qui sotto.

La lista in basso riporta le pubblicazioni ed i set di dati associati a 10.18730/9KYC, il DOI che identifica un’accessione di patata conservata dall’International Potato Center in Peru. La lista al centro della pagina mostra invece i collegamenti (link) a siti web esterni che offrono informazioni di passaporto e di caratterizzazione, a seconda di quanto indicato nella colonna Keywords.

In GLIS è possibile cercare un materiale semplicemente digitando il DOI nell’apposita scheda di ricerca (questa operazione si chiama risoluzione del DOI o resolution). Alternativamente, se non si conosce il DOI, è possibile inserire uno o più dei suoi attributi, per esempio il genere ed il paese di provenienza, ed ottenere la lista dei DOI corrispondenti (scoperta o discovery). 

Il ruolo della ricerca pubblica per contrastare i “Baroni del cibo”

Il ruolo della ricerca pubblica per contrastare i “Baroni del cibo”

I sistemi agroalimentari sono concentrati nelle mani di poche imprese in grado di orientare anche i processi di innovazione

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 255 – Gennaio 2023

A settembre 2022 è stato pubblicato dall’Ong ETC Group il nuovo rapporto sulla concentrazione dei sistemi agroalimentari dal titolo “Food barons 2022. Crisis profiteering, digitalization and shifting power”. Il termine profiteering si può tradurre in italiano con “ultraprofitti”: il concetto cioè che in un periodo di crisi alcuni soggetti traggano guadagni irragionevoli solo per le loro posizioni di monopolio. Come si capisce, un tema d’attualità. La lettura delle 140 pagine del report può indurre uno stato depressivo.

Cominciamo dal settore delle sementi commerciali: le prime due imprese, la tedesca Bayer (che ha inglobato Monsanto) e la statunitense Monsanto Agriscience, controllano il 40% del mercato mondiale, venticinque anni fa la stessa quota era controllata da dieci compagnie. Se si aggiungono la cinese Syngenta group, le tedesche Basf e Kws, e la francese Limagrain, si scopre che sei ne controllano il 58%. Ancora più concentrato il settore dei pesticidi: il 62,3% del mercato è in mano quattro società (le stesse delle sementi ma in ordine diverso: Syngentya, Bayern, Basf e Corteva). Qui la Cina sta diventando il leader mondiale, dopo la fusione tra SinoChem e ChemChina (entrambe controllate dallo Stato) e la nascita del nuovo colosso Syngenta Group.

Situazione non molto diversa nel comparto delle macchine agricole (le prime sei società detengono il 50% del mercato) e nel settore zootecnico (quattro aziende per il 60,5%). Mentre il miglioramento genetico è totalmente in mano a sole tre multinazionali. La vendita al dettaglio e delle commodities agricole vede minore concentrazione, ma comunque alcune multinazionali come Cargill e Archer Daniels Midland (Usa), Cofco (Cina) e Walmart hanno una posizione dominante.

Uno degli aspetti collaterali della creazione di oligopoli o monopoli è l’aumento dei prezzi al consumo. Lo mostra, ad esempio, un’analisi del 2021 realizzata negli Stati Uniti dalla stessa Casa Bianca in cui si affermava che le aziende dominanti nella lavorazione della carne sfruttano il loro potere di mercato per aumentare i prezzi e i margini di profitto.

Il 40% del settore delle sementi commerciali in mano a sole due aziende: Bayern e Corteva; 25 anni fa la stessa quota era controllata da dieci società.

Ma un altro fattore, meno indagato, è potenzialmente più pericoloso per il futuro dei sistemi agroalimentari: l’impatto sulla ricerca. Questi conglomerati economici sempre più grandi ne sostengono un modello intimamente connesso al loro sistema economico capitalistico. Questo si traduce in stringente proprietà intellettuale, uso di tecnologie proprietarie, produzione di piattaforme digitali per assistenza tecnica agli agricoltori (espropriati del loro ruolo primario di conoscitori dei territori) e sostegno a un miglioramento genetico vegetale e animale centralizzato e riduzionista (come dimostra la promozione dei nuovi Ogm).

L’esatto contrario di quello che servirebbe per sviluppare sistemi di ricerca decentralizzata e partecipativa, fondamentali per attuare quella transizione dell’agricoltura verso il biologico o il biodinamico, come espresso nella Strategia europea “Farm to fork”. La concentrazione del mercato impone, quindi, un unico orizzonte per scienza e innovazione in agricoltura. In realtà, come scrive l’antropologo francese Lèvi-Leblond nel libro “La velocità dell’ombra” (Codice edizioni, 2007), “la conoscenza umana è molteplice, evolutiva e interconnessa: merita quindi il più grande rispetto sia la specificità delle sue molteplici forme sia la fecondità dei loro scambi”. È utopistico immaginare un nuovo ruolo per la ricerca pubblica nel contrastare il monopolio del sapere da parte dei Baroni del cibo?

CREDITS ALTRECONOMIA

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L’agricoltura dovrebbe imparare dagli Inuit

L’agricoltura dovrebbe imparare dagli Inuit

In Groenlandia alcune popolazioni seppero adattarsi a un ambiente diverso, sopravvivendo. Oggi il modello agricolo va nella direzione opposta

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 254 – Dicembre 2022

Un articolo uscito sulla rivista New Scientist nel 1994 (“Rigide culture caught out by climate change”) merita di essere riportato all’attenzione per la sua attualità nel dibattito sui cambiamenti climatici, la perdita di biodiversità e la necessità di realizzare una transizione delle nostre società verso modelli più sostenibili. L’articolo raccontava la storia della Groenlandia tra il 1100 e il 1500, presa come parabola della situazione attuale. A quei tempi vivevano in questa terra sia popolazioni di Inuit, sia norvegesi, ma il crollo delle temperature intorno a metà del Trecento ha lentamente eroso la capacità agricola del territorio. Nel giro di un centinaio di anni sull’isola non era rimasto più nemmeno un norvegese.

Potrebbe sembrare un processo simile a quello che stiamo vivendo, in cui la forza e l’ineluttabilità dei cambiamenti climatici non lasciano spazio ad altra strategia che non la fuga su altri pianeti o il crollo. 

In realtà l’articolo, citando il fallimento della strategia dei norvegesi (che hanno continuato a sfruttare la terra con il pascolo intensivo e hanno costruito cattedrali confidando nell’intervento divino per risolvere il problema) fa presente che gli Inuit hanno continuato a vivere in Groenlandia malgrado il crollo delle temperature e dei sistemi agricoli. Questi hanno adattato il loro sistema di vita alle nuove condizioni, dedicandosi alla caccia e alla pesca, e ancora oggi abitano quelle terre. 

La morale è evidente: società rigide che non si adattano, invertendo la loro rotta, non riescono a evitare il collasso. Ma questa non è una strada obbligata, la risposta adattativa e flessibile degli Inuit resta come monito a ricordarcelo.

L’articolo “Una cultura rigida colta di sorpresa dai cambiamenti climatici” è stato pubblicato sulla rivista New Scientist nel 1994.

L’abilità e la volontà di una società di rispondere all’ambiente in cambiamento sono le precondizioni fondamentali per determinare la sua capacità di sopravvivenza. È necessaria, però, una reattività fatta di scelte individuali e collettive, in grado di darci la possibilità di produrre risposte di fronte alle incertezze ambientali, su cui non abbiamo una memoria storica personale che possa aiutarci. Conoscenza e innovazione sono parte della soluzione, ma all’interno di processi collettivi di apprendimento fortemente ancorati nei contesti locali. 

Purtroppo in agricoltura stiamo andando nella direzione opposta: riducendo la capacità innovativa degli agricoltori (che sono i primi soggetti in grado di percepire i cambiamenti nei luoghi in cui operano), aumentando la loro dipendenza da input chimici e tecnologie esterne alle aziende, spostando la produzione di conoscenza dal settore pubblico a quello privato. Stiamo sostenendo sempre più un modello scientifico definito come cattedrale, in cui il centro produce ricerca e innovazione con cui irraggia la periferia, dove si fanno le prove di adattamento attraverso il cosiddetto trasferimento tecnologico. 

La nostra fede nell’innovazione è talmente forte che una parte influente della società la vede, in maniera ideologica e acritica, come la soluzione a qualsiasi problema. Senza alcuna necessità di invertire la rotta, di mettere in discussione la nostra epistemologia, le pratiche tecnologiche e organizzative, i nostri sistemi di apprendimento, i nostri sistemi istituzionali e, per finire, le politiche. Cambiare non è facile, ma non è più rimandabile. Sono passati 28 anni dall’articolo di New Scientist, i dati e le evidenze empiriche che abbiamo accumulato in questo periodo testimoniano in maniera netta il baratro che abbiamo davanti, ma ancora non abbiamo risposto alla domanda ineludibile: saremo capaci di evolvere e adattarci come gli Inuit o faremo la fine dei norvegesi in Groenlandia?

CREDITS ALTRECONOMIA

www.altreconomia.it

Rapporto e risoluzioni della nona sessione dell’Organo direttivo del ITPGRFA

Rapporto e risoluzioni della nona sessione dell’Organo direttivo del ITPGRFA

Dal 19 al 24 settembre si è tenuta a New Delhi in India la nona sessione dell’Organo direttivo del ITPGRFA – International Treaty on Plant Genetic Resources for Food and Agriculture.

Il rapporto finale e le diciassette risoluzioni adottate dalla nona sessione dell’Organo direttivo del Trattato Internazionale sono ora online in tutte le lingue ufficiali e possono essere consultate all’indirizzo

www.fao.org/plant-treaty/meetings/meetings-detail/en/c/1259571/

e qui scaricate: Notifica Report