Sei un’azienda agricola in Veneto che coltiva cereali?
Se si, ti chiediamo di spendere un po’ del tuo tempo per rispondere ENTRO DOMENICA 11 APRILE alle domande del questionario che trovi su questa pagina.
Il questionario si propone di mappare le coltivazioni di varietà locali, di vecchia costituzione e di miscugli o popolazioni di cereali e indagare sulla propensione delle aziende alla capacità di “fare rete”.
Il progetto CONSEMI oltre a prevedere la costituzione di una Casa delle Sementi già attiva ad Isola Vicentina, PROMUOVE LO SVILUPPO DI FILIERE di prodotti ottenuti dalla gestione dinamica di varietà e popolazioni di cereali e la COSTITUZIONE DI UNA PICCOLA DITTA SEMENTIERA.
Ti ringraziamo in anticipo della tua collaborazione!
L’iniziativa si inserisce nelle attività previste dal progetto “CONSEMI – CONsolidamento di filiere cerealicole innovative basate su SEMI adattati ai sistemi agroecologici” Organismo responsabile dell’informazione: A.Ve.Pro.Bi. Autorità di gestione: Regione del Veneto – Direzione AdG FEASR Parchi e Foreste
Le nuove agricolture alternative ed emergenti hanno bisogno di un sistema di ricerca e assistenza tecnica capace di rispondere alle loro sfide
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 235 – Marzo 2021
Raccontare le pratiche dell’agricoltura oggi non è facile senza finire incasellato in uno dei fronti contrapposti così come presentati nella retorica dominante all’interno del mondo agricolo e della ricerca scientifica. Da un lato “i difensori dell’agricoltura che guardano al passato, che rifiutano l’approccio scientifico, impermeabile a qualsiasi innovazione” (in sintesi tutti i seguaci delle agricolture alternative) e dall’altro il futuro e il progresso, declinati ogni volta con una nuova tecnologia da adottare. Il virgolettato è tratto da un editoriale di gennaio 2021 della rivista agricola L’informatore agrario, a firma dei presidenti delle società italiane di genetica agraria e biologia vegetale. In questa narrazione non è possibile essere scientifici e contemporaneamente avere un approccio critico all’uso delle tecnologie o semplicemente valutarne l’impatto nei diversi contesti. Ieri erano gli Ogm, oggi tocca alle nuove tecniche di genome editing, il succo non cambia: o si sposa la tecnologia o si hanno paure insensate, restando impermeabili a qualsiasi innovazione. Non esiste una terza via.
4,2 milioni sono i fondi dedicati dal ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali alla ricerca per il biologico e il biodinamico per il periodo 2020-2022
Sembra di essere ancora nel secondo Dopoguerra dove, nel nome della produttività per ettaro per ridurre la fame nel mondo, scienza e politica hanno promosso un modello unico di progresso. La soluzione era la stessa dappertutto: industrializzazione, sementi migliorate, uniformità, concimi e pesticidi chimici e liberalizzazione del commercio. Allora non era possibile neanche immaginare un sistema diverso. Oggi, però, siamo nel 2021, abbiamo potuto vedere gli effetti collaterali di questo modello in termini sociali, ambientali e, anche, economici nel lungo periodo. Sociologia e antropologia ci hanno ampiamente spiegato come gli aspetti sociali vadano integrati nelle pratiche scientifiche per migliorarne l’efficacia, mitigare gli effetti indesiderati e favorire l’accettabilità. Ormai, infatti, è chiaro che le tecnologie non sono neutrali e la loro efficacia è legata al sistema di riferimento in cui sono utilizzate.
Tutti questi messaggi, però, fanno fatica a trovare ascolto nelle facoltà di agraria e diventare pane quotidiano dei cittadini. Nell’accademia, infatti, il nuovo non avanza e nella società si fa fatica a parlare di ricerca e innovazione agricola. È come se si creasse una frattura sempre più profonda tra il mondo della ricerca, che non capisce di aver perso il suo ruolo di esperto ex cathedra, e una parte di società che non si fida di questa ricerca. Per colmare questa distanza i centri di ricerca dovrebbero aprirsi e diventare reali luoghi di sperimentazione e innovazione accogliendo gli stimoli che vengono dal mondo esterno, senza restare nel guscio protetto dei loro laboratori. Allo stesso tempo, chi produce innovazione partecipata nelle aziende agricole dovrebbe cominciare a raccontarlo ai cittadini nei prodotti che arrivano sul mercato, creando un nuovo lessico che non faccia più ricorso al passato e alla nostalgia come strumenti di marketing. Le nuove agricolture alternative che emergono ogni giorno di più hanno bisogno di un sistema di ricerca e assistenza tecnica capace di rispondere alle loro sfide e necessità.
È tempo di aprire un dibattito nella nostra società sulla ricerca agricola, non più vista come politica settoriale ma come elemento chiave di una politica interdisciplinare che coinvolge cibo, alimentazione, salute e ambiente con un impatto sulle vite di tutti noi.
Nuove tecnologie si affacciano sulla scena agricola promettendo rivoluzioni genetiche. Un film già visto. Un altro modello di ricerca e innovazione è possibile.
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 234 – Febbraio 2021
Vi ricordate degli Ogm? Sembra un argomento datato, fuori moda, ma una nuova ondata di modernizzazione scientifica sta per travolgere il mondo agricolo. Venti anni fa la retorica degli Ogm prometteva un futuro fatto di colture transgeniche di prima generazione (le piante resistenti agli insetti e tolleranti gli erbicidi), di seconda (resistenti a stress biotici e abiotici) e di terza (produttrici di medicine e vaccini). Poi quella realtà non si è realizzata (solo la prima generazione è arrivata sul mercato) e l’agricoltura è sopravvissuta anche se solo una piccola parte dei sistemi agrari ha sposato il transgenico. Nessuno, però, si è preso la briga di confrontare le profezie con i risultati e oggi una nuova tecnologia è all’orizzonte, venduta anche questa come una rivoluzione inarrestabile e foriera di un radioso futuro per l’agricoltura.
Stiamo parlando delle nuove tecnologie di miglioramento genetico vegetale, note con l’acronimo inglese di Nbt (New plant breeding techniques). Certificato il fallimento degli Ogm classici, gli Nbt stanno entrando con forza nel panorama politico per rinverdire un logorato paradigma riduzionista e, ovviamente, risolvere i problemi mondiali dell’agricoltura. In questa narrazione la ricerca agricola è presentata come un modello lineare verso il progresso, senza spazio per strade alternative. O si scelgono le Nbt o si perde il treno della competizione globale e si chiudono le porte all’innovazione. Ma c’è un problema. La Corte di giustizia europea nel 2018 ha equiparato le Nbt agli Ogm, prevedendo lo stesso iter autorizzativo. Con un’aggravante: legare Ogm a Nbt vuol dire a livello mediatico rischiare di avere la stessa diffidenza da parte dei cittadini. Ecco allora che il mondo scientifico si sta organizzando per evitare gli errori di comunicazione del passato. Intanto un bel cambio di nome per renderle più appetibili: Tea, Tecniche di evoluzione assistita. E poi incontri e pressioni con politici e sindacati per favorirne l’accettabilità e aprire i cordoni della borsa. Non va dimenticato che lo sviluppo di queste tecnologie ha bisogno di forti investimenti in ricerca.
21 milioni di euro: la somma investita dal ministero delle Politiche agricole per sviluppare in Italia la ricerca sugli Nbt
I primi a capitolare sono stati i sindacati. Anche la Coldiretti, ferma avversaria degli Ogm, ha firmato nel gennaio 2020 un accordo strategico con la Società di genetica agraria (Siga) finalizzato a cambiare la normativa europea per non equiparare Nbt a Ogm e aprire alla sperimentazione in campo. Il mondo politico non si è fatto attendere. Nel dibattito parlamentare di fine 2020, su una serie di decreti legislativi sulle sementi è emerso chiaramente l’indirizzo della politica: “Farsi promotore in sede comunitaria di una iniziativa legislativa per poter disciplinare in maniera diversa Ogm e Nbt, come strumento necessario a tutelare il modello di agricoltura del nostro Paese e al tempo stesso a non impedire e anzi sostenere i processi di ricerca e sperimentazione strategici per garantirne prospettiva e sostenibilità”. Le conclusioni dei lavori della Commissione agricoltura del Senato nel luglio 2020, inoltre, impegnano il governo a “indirizzare la ricerca pubblica sulle Nbt nella direzione delle varietà vegetali locali […] al fine di ripristinare e preservare la biodiversità agricola”. La quadratura del cerchio è compiuta: le Nbt non sono solo l’unico progresso possibile ma anche la strada per conservare la diversità agricola.
La partita, però, è appena iniziata. Il diverso modello di ricerca e innovazione -partecipato, decentralizzato e non riduzionista- che sta emergendo nelle campagne è lì a dimostrare che una narrazione alternativa esiste. Va solo ascoltata.
Ai negoziati di Bruxelles sulla nuova Pac 2023-2027 hanno prevalso vecchi interessi, opposti al Green Deal. Ora la palla passa agli Stati.
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 232 – Dicembre 2020
La Politica agricola comunitaria (Pac) è storicamente il bilancio più importante dell’Unione europea e ha modellato i nostri sistemi agricoli e relativi paesaggi. Nata per sostenere la modernizzazione dell’agricoltura europea e il reddito delle aziende, oggi la Pac si trova schiacciata tra il vecchio che non cambia e il nuovo che non riesce a imporsi. Infatti il nuovo modello agricolo frutto delle positive interazioni tra produttori e cittadini, basato su biologico, biodinamico, agroecologia, filiere corte, riscoperta e valorizzazione della diversità coltivata fa fatica a emergere nelle politiche. Ristrutturare le filiere agroalimentari non è impresa facile e soprattutto non è indolore. La Pac potrebbe svolgere un ruolo positivo nell’accompagnare la transizione verso un modello agroecologico ma per farlo sarebbe necessaria una maggiore consapevolezza degli attori in gioco (sindacati agricoli, Stati membri, mondo scientifico) che ancora non si intravede all’orizzonte. Negli anni Cinquanta e Sessanta quando la Pac ha cominciato a essere negoziata, l’emergenza produttiva post-bellica, la necessità di garantire un’uscita programmata di forza lavoro verso il crescente settore industriale e, allo stesso tempo, di avere prezzi bassi al consumo, hanno permesso di creare quello che a oggi è stato il più ambizioso patto sociale del continente europeo: un’alleanza tra cittadini e agricoltori per garantire un settore economico particolare come quello agricolo. Allora era semplice mettere d’accordo i vari attori, tutti puntavano alla stessa cosa: modernizzare l’agricoltura in un’ottica produttivista. Politica e corpi sociali (i sindacati) avevano questo obiettivo comune, e scienza e tecnica fornivano gli strumenti con cui attuare il passaggio dal mondo contadino a quello industriale.
365 miliardi di euro è il budget che avrà a disposizione la prossima Pac 2023-2027, pari a circa il 29% del futuro bilancio complessivo dell’Unione europea
Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti. Abbiamo visto produzioni in eccedenza andare al macero, lo spreco alimentare crescere a dismisura, agricoltori pagati anche se non producevano più, le esportazioni europee causare concorrenza sleale nei Paesi del Sud del mondo. L’esplosione delle biotecnologie e l’avvento degli Ogm, inoltre, hanno cambiato e decostruito il ruolo della scienza nelle nostre società, non considerando più il fare scienza come un processo neutrale e predeterminato. Insomma, il quadro si è complicato, siamo diventati una società complessa dove la stessa funzione dell’agricoltore si è evoluta mettendo in crisi il sistema delle rappresentanze.
Purtroppo i negoziati a Bruxelles nei mesi di ottobre e novembre 2020 volti a costruire la Pac 2023-2027 ci raccontano che la politica non ha ancora imparato a gestire questa complessità e considera l’agricoltura un tema meramente settoriale. Le innovazioni contenute nella strategia Farm to Fork, nel programma Green Deal della Commissione e nella strategia europea per la biodiversità al 2030, infatti, non sono diventate strumenti operativi della nuova Pac. La visione di una nuova agricoltura si è impantanata nella palude dei vecchi interessi che puntano a rispondere alla crisi ambientale, economica e sociale dei sistemi agroalimentari nel solito modo come se fossimo sempre negli anni Sessanta: aumentare l’intensificazione a livello tecnologico, economico, produttivo e sociale. Ora la partita verrà giocata a livello degli Stati membri per elaborare i futuri piani strategici nazionali. Saremo capaci in Italia di immaginare un nuovo patto sociale tra mondo agricolo e società nel suo insieme in grado di costruire una politica alimentare e non solo agricola basata sull’interrelazione tra diversità, agricoltura, dieta e salute?
Con la strategia Farm to Fork l’Ue promuoverà la transizione a modelli più sostenibili. Saprà il mondo scientifico italiano raccogliere la sfida?
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 231 – Novembre 2020
Il 22 settembre 2020 si è aperto ufficialmente il bando dedicato al Green Deal europeo, una delle sei priorità della Commissione europea per i prossimi cinque anni, declinato nel settore agricolo dalla strategia Farm to Fork (dal produttore al consumatore). Se leggiamo la premessa del bando, ben si comprende la crisi in cui vive il sistema agricolo europeo. In estrema sintesi così appare la fotografia fatta dal Green Deal: l’agricoltura è responsabile del 10,3% delle emissioni di gas serra dell’Unione europea; il cibo è una fonte significativa di emissioni di gas serra che contribuisce a circa il 17% delle emissioni delle famiglie dell’Ue in modo simile alle abitazioni (22%); i cicli dell’azoto e del fosforo sono alterati con conseguente inquinamento diffuso degli ecosistemi terrestri, acquatici e atmosferici; i pesticidi hanno un effetto negativo sugli impollinatori e si dilavano nel suolo e nell’acqua causando una più ampia perdita di biodiversità e un impatto sulla salute umana; la resistenza agli antibiotici legata al loro uso eccessivo e inappropriato nell’assistenza sanitaria animale e umana porta a circa 33mila decessi nella Ue ogni anno e a costi sanitari considerevoli; circa il 20% degli alimenti prodotti viene sprecato; un adulto europeo su cinque è obeso e la metà è in sovrappeso, con in media quasi un bambino su otto di età compresa tra i sette e gli otto anni obeso. Non a caso nella strategia Farm to Fork la Ue chiaramente parla di transizione dal sistema attuale a uno più sostenibile e pone tra gli obiettivi quello di avere almeno il 25% di agricoltura biologica in Europa entro il 2030 perché essa “ha un impatto positivo sulla biodiversità, crea posti di lavoro e attira giovani agricoltori”. Su queste basi, dunque, annuncia un imminente Piano di azione europeo per il biologico. La strategia promuove anche l’importanza di costruire sistemi del cibo sostenibili basati sulla diversità agricola, impegnandosi ad “adottare misure per facilitare la registrazione delle varietà di sementi, anche per l’agricoltura biologica, e garantire un più facile accesso al mercato per le varietà tradizionali e quelle adattate a livello locale”.
1 miliardo di euro è la dotazione del bando dedicato al Green Deal europeo per progetti di ricerca e innovazione che contribuiscano ad affrontare le sfide ambientali e climatiche in Europa
A supporto di questa strategia e in aggiunta allo specifico bando del Green Deal, la Ue sta preparando il nuovo programma per la ricerca Horizon Europe che dal 2021 servirà a sostenere innovazione e approfondimento in grado di favorire la transizione verso un’agricoltura più ecologica. Una potenza di fuoco non da poco che in Italia rischia di restare una possibilità non realizzata. Infatti da noi il dibattito non tocca neanche lontanamente la visione espressa a livello europeo. La discussione pubblica, purtroppo, è ancorata a una sterile contrapposizione ideologica tra “biologico” e “scienza”, come testimonia l’appello lanciato da alcuni scienziati che ha bloccato al Senato la legge quadro per promuovere l’agricoltura biologica e biodinamica o il fatto che non si riesca a far partire finalmente un serio Piano nazionale sementiero per il biologico. Anche la diversità agricola di cui l’Italia è ancora ricca, infatti, viene considerata dalla maggior parte del mondo scientifico nazionale una piccola nicchia museale in cui relegare agricoltori custodi e varietà antiche senza nessun impatto sull’agricoltura.
I prossimi mesi saranno fondamentali per costruire progettazioni, piani e alleanze che dovrebbero traghettare l’agricoltura italiana verso un nuovo modello. Saprà il mondo della ricerca agricola pubblica raccogliere la sfida, aprendosi alla complessità senza paure ideologiche?