Il collo di bottiglia è la manodopera, non la terra

Ott 29, 2026 | Articoli, Collaborazioni redazionali, Seminare il cambiamento

Il clima renderà coltivabili aree oggi inospitali. Senza lavoratori però la sfida è già persa. È ora di ripensare la sovranità alimentare.


di Riccardo Bocci Tratto da Altreconomia 296 – Ottobre 2026

Il Centro per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (Crea) ha appena pubblicato l’Annuario dell’agricoltura italiana 2024 che descrive in termini quantitativi il peso del settore nella penisola. Uno dei dati pubblicati riguarda la percentuale di occupati che registra una riduzione del 3,3% rispetto al 2023, attestandosi a 820mila lavoratori di cui un quinto stranieri.

Questo andamento non è una novità e riflette le politiche di sviluppo economico attuate dal secondo Dopoguerra. Per diventare un Paese avanzato bisogna affrancarsi dal lavoro agricolo e, non a caso, l’economia prende come indicatore del progresso di una nazione la percentuale di agricoltori rispetto agli occupati negli altri settori: meno sono, maggiore è l’indice di sviluppo. La fotografia del 2024 è perfettamente in linea con questo dogma che suggerisce che siamo nella direzione giusta.

Questa incrollabile certezza delle scienze economiche è, però, messa in dubbio da un recente articolo e relativo commento pubblicati quest’estate su Nature sustainability. Gli autori dello studio “Agricultural workforce as a potential bottleneck of future cropland availability” analizzano l’impatto dei cambiamenti climatici sulla disponibilità di terra agricola da qui al 2100 e, per la prima volta, mettono in evidenza un elemento finora non considerato negli scenari e nei modelli.

Se il cambiamento climatico renderà potenzialmente coltivabile un’ampia area di terre oggi non disponibili, soprattutto alle alte latitudini, in realtà gran parte di queste terre saranno non coltivate a causa della mancanza di manodopera. Per arrivare a questa conclusione lo studio stima l’offerta di terreno coltivabile secondo due parametri. Il primo è l’idoneità ambientale, cioè l’area che potrebbe essere coltivata al mutare del clima. Il secondo è la capacità della forza lavoro in quelle determinate zone, cioè l’area gestibile in modo plausibile dalla manodopera agricola prevista, tenendo conto anche della possibile crescita della produttività legata alla tecnologia.

Quello che emerge è che le nuove aree potenzialmente coltivabili sono proprio quelle dove la forza lavoro agricola è destinata a ridursi e con un problema di accesso alla terra. Il collo di bottiglia diventa la manodopera e non la terra. Ecco allora che il tema del lavoro in agricoltura acquista una nuova luce perché dobbiamo mettere in atto delle politiche positive che favoriscano un ritorno alla terra. Migliorare salari e condizioni di lavoro, rafforzare formazione e riqualificazione, ridurre l’esposizione a rischi e fluttuazioni economiche potrebbero essere alcune delle politiche in grado di ridare dignità al lavoro agricolo.

Lo studio ridimensiona anche l’idea che la tecnologia sostituirà inevitabilmente il lavoro umano: meccanizzazione e strumenti digitali possono aumentare la superficie gestibile per lavoratore, ma la loro adozione richiede capitali e infrastrutture e può accelerare la concentrazione fondiaria, sollevando interrogativi su chi ne beneficia e chi venga escluso.

Ma un altro tema emerge come rilevante in questo panorama al 2100: quello delle migrazioni. Se come ci racconta l’Annuario Crea nei Paesi cosiddetti sviluppati la forza lavoro agricola si contrae e diventa sempre più straniera, le migrazioni saranno uno dei meccanismi che ci permetteranno di continuare a coltivare la terra nei prossimi anni. Non sarà la chiusura all’interno della fortezza europea a salvarci dai cambiamenti climatici ma la nostra capacità di aprirci ai flussi migratori, costruendo nuove politiche di accesso alla terra e a favore dell’occupazione agricola. Da qui passerà la sovranità alimentare del nostro continente.

Tratto da Altreconomia 296

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