L’uomo simbionte

Feb 6, 2026 | Articoli, Ricerca azione

Noi e i nostri arcipelaghi invisibili

di Giuseppe De Santis – Rete Semi Rurali

L’affascinante esercizio di comprimere l’intera storia della Terra in un singolo anno solare, con l’uomo apparso negli ultimi istanti del 31 dicembre e i batteri attorno a marzo, costituisce più di una semplice metafora.

In questa scala, il dominio dei microbi è schiacciante e ininterrotto, sancendo l’interdipendenza inscindibile tra l’ecologia della vita umana, animale e delle piante in un ecosistema la cui architettura e regolazione sono profondamente modellate dall’ecologia microbica. Con questa premessa il sopravvalutato Antropocene (la specie umana al centro del sistema terra) rappresenta una brevissima fase di perturbazione di una più grande fase temporale ininterrotta detta Microbiocene, durata oltre tre miliardi di anni, dove il vero protagonista della storia biologica è il mondo invisibile. È in questo quadro che la nostra relazione con i microbi si rivela un paradosso simbiotico profondo, che sfida la narrazione semplicistica di ospiti e inquilini. Dal punto di vista evolutivo, l’essere umano del periodo moderno ha coltivato l’illusione di potersi liberare dal microbico, di sterilizzare il proprio ambiente. Questa prospettiva è un nonsenso biologico. Una stima eloquente suggerisce che il numero di batteri associati a un solo corpo umano superi il numero di stelle visibili nell’universo osservabile. Siamo in ogni istante un mondo di biodiversità microscopica. Per convesso troviamo inaccettabile la verità per cui, di queste decine di migliaia di specie microbiche che ci costituiscono, solo una minuscola frazione, appena un centinaio, e spesso solo in condizioni particolari, ha un potenziale patogeno per la vita dell’uomo e degli animali. La stragrande maggioranza è neutrale o essenzialmente benefica, impegnata in una negoziazione simbiotica millenaria nella relazione tra l’uomo, i nutrimenti, l’acqua e l’aria. La “lotta” contro i microbi è quindi fondamentalmente mal posta: è un tentativo di dichiarare guerra a una parte costitutiva di noi stessi. In questo contesto, appare evidente come il modello epistemologico dominante in ampi settori della ricerca, in particolare quella agricola e industriale, basato su determinismo, universalismo e riduzionismo, sia strutturalmente inadeguato a comprendere una realtà così intrinsecamente relazionale, complessa e contestuale. Questo modello, che isola variabili singole in cerca di risposte universali e lineari, fallisce nel cogliere la logica di rete e la negoziazione dinamica che regolano tanto gli ecosistemi del suolo e delle acque, quanto il nostro microbioma intestinale. Alla luce di questa abbondanza, l’affermazione “noi ospitiamo un microbioma” appare capovolta. L’uomo possiede infatti una combinazione unica di attributi che lo rendono il vettore e l’habitat ideale dal punto di vista microbico: una mobilità globale senza confini, che trasforma ogni viaggio in una migrazione di interi ecosistemi; un corpo che funziona da incubatore termostatico stabile a 36°C, un’oasi metabolica in un pianeta variabile; e una straordinaria diversità di ambienti interni, un vero e proprio arcipelago biologico. Questo arcipelago offre nicchie ecologiche altamente specializzate: la pelle secca del palmo è un deserto, l’ascella umida una foresta tropicale, e l’intestino un mondo anaerobico complesso. Persino in questo microcosmo regna la varietà: le popolazioni microbiche di una singola ascella possono variare sensibilmente nella loro composizione nel tempo e, significativamente, la comunità batterica della mano sinistra differisce da quella della mano destra nello stesso individuo, modellata da differenti interazioni con l’ambiente. La realtà quantitativa di questa simbiosi è tangibile. Il bioma intestinale, da solo, può pesare tra 1 e 2 chilogrammi, peso equivalente a quello del cervello, e si stima che fino al 50% della massa solida delle feci di un individuo sano sia composta da batteri, da cellule morte e dai loro sottoprodotti. Siamo, numericamente, un insieme di cellule microbiche e umane in proporzioni comparabili, ma geneticamente siamo dominati dal microbioma, che contribuisce con un patrimonio genetico milioni di volte più vasto del nostro genoma nucleare. Questo “secondo genoma” non è un passeggero, ma un sistema fisiologico diffuso: un apparato metabolico che estrae energia e sintetizza vitamine; un maestro che allena e modula il sistema immunitario sin dalla nascita; un interlocutore che dialoga con il sistema nervoso attraverso l’asse intestino-cervello. La salute di questo organo esteso non è un fatto privato. Essa è plasmata dalle continue interazioni con l’ambiente esterno: dalla qualità microbiologica del cibo e dell’acqua, dal contatto con gli animali e i loro microbiomi, dalla diversità del suolo e delle piante e dei miceti con cui interagiamo. L’uso massiccio di antibiotici, le diete povere di fibre, l’inquinamento da microplastiche e metalli pesanti non danneggiano solo “noi” in senso astratto, ma destabilizzano questi ecosistemi interiori. L’aumento epidemico di patologie come l’obesità, le allergie, le malattie infiammatorie croniche intestinali e alcune condizioni autoimmuni può essere letto come il sintomo di una rottura di questo antico equilibrio, di una perdita di biodiversità nel nostro microcosmo interno.

Il paradosso iniziale “chi ha scelto chi” si risolve quindi nel riconoscimento di una co-evoluzione senza un autore unico. È un processo di negoziazione reciproca, iniziato nell’avvento della vita sulla terra con la simbiosi primordiale che portò alla cellula eucariota e diversificato poi in milioni di anni di convivenza tra mammiferi e microbi. La linea tra sé biologico e non-sé è porosa e funzionalmente connessa. Siamo olobionti: holos (ὅλος, “intero”, “tutto”) e bios (βίος, “vita”); siamo unità biologiche integrate definite dalla somma del nostro genoma e di quelli dei nostri simbionti. Prendersi cura della biodiversità del pianeta, promuovere un’agricoltura che nutra il suolo e i suoi microbi, usare gli agenti antimicrobici con estrema parsimonia, favorire diete che sostengano la diversità del microbiota intestinale, dei polmoni, della pelle: queste non sono azioni separate. Aprendo il nostro sguardo come il nostro intestino, anche il suolo è un ecosistema fervido di interazioni microbiche. Nutrire la sua biodiversità, ridurre pesticidi e sostenere pratiche rigenerative non è solo agricoltura: è curare il nostro “secondo intestino” che ci lega alla terra. Un suolo sano nutre piante sane, che a loro volta nutrono il nostro microbioma (vedi articolo su One Health in questo numero). Prenderci cura della terra significa prenderci cura di noi stessi, perché siamo nodi indivisibili della stessa rete della vita. Sono tutte manifestazioni di una stessa cura per il sistema interconnesso di cui siamo nodo indivisibile. Proteggere gli ecosistemi macroscopici è, in ultima analisi, un atto di conservazione del nostro stesso ambiente interno. Siamo la prova vivente che la vita non ha trionfato attraverso la sola competizione, ma attraverso l’alleanza e una simbiosi così profonda da definire l’essenza stessa di ciò che significa essere un organismo.

Notiziaro 44

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