Note sulla diffusione del riso in Italia

Note sulla diffusione del riso in Italia

La coltivazione del riso in Italia, così come oggi è conosciuta negli usi, negli areali e nei metodi di coltivazione, è un fenomeno relativamente recente. Il riso fu portato dagli Arabi in Sicilia già nei primi secoli dopo Cristo, quale tappa di un cammino che ha diffuso questa specie dalle zone di domesticazione in Indocina fino al Mediterraneo. Consumato come farina, fino al 1100 il riso era molto commercializzato ma poco coltivato, soprattutto come produzione di “sussistenza” negli areali che ne permettevano la crescita: aree umide e acquitrinose, piane e foci dei fiumi dalla Sicilia, alla Calabria, alla Campania. Era coltivato prevalentemente come coltura di secondo raccolto. Per molti secoli il consumo del riso fu associato all’utilizzo in farmacopea come piante medicinale e nell’uso della pasticceria nobile. La specie si è poi diffusa quale “spezia e medicamento” in Toscana sotto le Signorie dei Medici (dove si hanno notizie di una coltivazione nei dintorni di Pisa verso la metà del XIII secoli), nel Lazio e nelle Marche fino in Lombardia e Veneto. La diffusione fu quindi inizialmente favorita dagli “speziali”, attraendo l’interesse dei “Ducati” e delle “Repubbliche” del Nord Italia. Fu sotto gli Sforza e nella Repubblica di Venezia che, dalla fine XV secolo, il riso inizierà ad essere coltivato in maniera massiva, trovando un proprio areale eletto nelle zone fluviali non ancora bonificate degli affluenti nella sponda nord del fiume Po.

La coltivazione risicola si consolidò tra Lombardia e Piemonte, nell’area dell’attuale Lomellina, dove le bonifiche permisero l’installazione delle prime risaie ad opera di Ludovico il Moro.

Dopo una prima rapida espansione delle superfici coltivate sotto il dominio spagnolo (50.000 ettari), la coltivazione del riso regredì notevolmente. Le evidenze empiriche sullo stato sanitario delle zone risicole collegavano la diffusione di questo cereale con l’espansione del fenomeno del “paludismo” (malaria). Di conseguenza, progressivamente le coltivazioni vennero strettamente regolamentate e i campi allontanati dai luoghi abitati, sfavorendone la coltivazione.

Il riso, specie molto produttiva e alimento di facile digeribilità, divenne di nuovo popolare nel Settecento; la diffusione di più evolute tecniche di coltivazione e il miglioramento delle pratiche di pulizia delle cariossidi, lo fecero diventare, insieme al mais, parte della risposta alle gravi carestie che affamarono i ceti popolari in quel periodo. Con il diffondersi della coltura del riso, compaiono anche le prime pubblicazioni dedicate alla coltivazione e promozione di questo cereale. È attraverso questa prima produzione manualistico-letteraria, redatta in forma di brevi pamphlet, che si promuove la circolazione delle “buone tecniche” agronomiche, soprattutto tra Francia e Piemonte Sabaudo (che condividevano l’uso della lingua), poi tra Lombardia e Veneto. Nel 1758 il libro La coltura del riso del marchese Gian Battista Spolverini di Verona identifica già le malattie del “brusone” o “carbonchio” (Pyricularia) e la competizione con il “sorgo d’acqua” (giavone) come elementi problematici per assicurare una buona resa di questa coltura.

La suscettibilità al brusone, insieme alla necessità di rispondere all’espansione della domanda europea del riso, divenne uno degli elementi che promossero il rinnovamento varietale. Accanto alle varietà di riso locale – genericamente identificate come “nostrale” ma già classificate per scopi commerciali in base alle caratteristiche morfologiche: barbato, giallo, unghia, odoroso – vennero introdotte anche varietà “esotiche” – altrettanto genericamente identificate come “cinesi” o “chinesi” o “d‘oltremare” – provenienti dalla Francia, dall’Egitto, dal Madagascar. A titolo di esempio citiamo le iniziative intraprese nel 1839 dal missionario Calleri che, furtivamente, dalle Filippine importò in Piemonte 43 accessioni di riso – tutte denominate anonimamente “chinese” – e poi “nel 1844 l’importazione, via Trieste, di un’altra (varietà ndr) di Cinese proveniente dall’America” e ancora “nel 1892 di un terzo Cinese (varietà ndr), sempre proveniente dalla Carolina del Sud”.

Accanto all’introduzione varietale si moltiplica la produzione di materiale divulgativo dedicato al miglioramento delle tecniche di coltivo e al contenimento delle malattie – ad esempio il Saggio sul Riso Bertone redatto da Carlo Ormea nel 1833 – ma anche al miglioramento della salubrità degli areali e dei modi di coltivazione come il saggio di Giovanni Capsoni (1831) Della influenza delle risaje sulla salute umana. Questi testi, a carattere pratico-letterario superavano la disciplina agronomica per compendiare temi sanitari e commerciali.

Negli anni successivi la pratica di coltivazione del riso assume un carattere più “disciplinare”, la cultura viene descritta in maniera esaustiva e con intenti divulgativi in compendi enciclopedici dedicati alle specie agrarie. Nel Trattato completo di agricoltura compilato dietro le più recenti cognizioni scientifiche e pratiche del dottor Gaetano Cantoni (1855) le varietà coltivate sono già dettagliate e classificate con nomi derivanti da toponimi (es. Riso Novarese, Riso d’Ostiglia), con riferimento allo “sconosciuto” costitutore (es. Riso Fantoni), della morfologia distintiva della varietà (es. Riso senza barbe). La circolazione sempre più capillare di queste informazioni agevola e rende più efficace il lavoro dei primi costitutori, che per molto tempo continueranno ad essere gli stessi risicoltori. Attraverso il loro lavoro di selezione “in campo” della diversità delle varietà locali si sono selezionati i capostipiti delle varietà disponibili ancora oggi. È il caso di Vitale Ranghino di Oldenico, (Vercelli) che nel 1887 seleziona la varietà che porta il suo nome e che progenitore della più conosciuta varietà del Vialone Nero o la varietà Greppi (1906), selezionata da Guglielmo Greppi di Casanova Elvo (Vercelli).

Nel 1908 la fondazione dell’Istituto di Risicultura Sperimentale di Vercelli offre la possibilità di lavorare in maniera sistematica sulla selezione e l’ibridazione del riso su vasta scala. Tra i primi risultati si menziona la selezione del Dellarole (1912) del Chinese Originario, Lencino e del Nero di Vialone (1915), quest’ultimi alla base della costituzione del Carnaroli. I progressi della “genetica” e le soluzioni agrotecniche “moderne” (negli stessi anni iniziano le sperimentazioni della tecnica di trapianto del riso) non arrestano la stagione di protagonismo degli agricoltori nella selezione in campo delle varietà. Emblematica è stata la collaborazione tra l’Istituto di Vercelli e la “comunità” di agricoltori della Baraggia” (Consorzio di Bonifica tra Biella e Vercelli ndr). Tra gli altri ricordiamo l’esperienza di agricoltori come Silvio Baldi di Salussola (Biella) che porta a selezionare la varietà Rosso Gorei (1922), Giuseppe Barbero di Oldenico (Vercelli) padre della varietà Barbero (1929), Domenico Marchetti che costituisce il riso Arborio (1946), e poi il lavoro di Pietro Corbetta di Rovasenda con il Precoce Corbetta (1954) e ancora Marchetti che nel 1964 seleziona la varietà Rosa Marchetti, riso caratterizzato dalla cariosside piccola e dal ciclo precoce, “battezzato” dal costitutore in onore della moglie Rosa. In quegli anni la produzione italiana si attesterà intorno ai sette milioni di tonnellate su una superficie coltivata di 130-140 mila ettari.

di Giuseppe De Santis, Daniela Ponzini, Mara Stocchi

L’importanza di relazioni costruttive

L’importanza di relazioni costruttive

di Claudio Pozzi

Questo numero del notiziario ci conduce in un viaggio attraverso i colori, le forme e i sapori. Abbiamo avuto modo di affrontare più volte il tema delle popolazioni di frumento che impegna sempre più numerosi attori: le filiere si vanno costituendo o consolidando ad ogni latitudine. Oggi sono 13 le popolazioni di frumento registrate in Italia e una di orzo. Ma non è che l’inizio. Tutto lascia presupporre che i numerosi processi di adattamento in corso ne vedranno apparire molte di più nei prossimi anni anche grazie alle importanti novità introdotte dal Regolamento Europeo sul Biologico la cui entrata in vigore è slittata al 2022: è il riconoscimento del valore della diversità nel favorire coltivazioni a basso impatto ambientale e ad alto valore nutrizionale.

Sperimentato il lavoro sul frumento e verificatone il successo, ci è parso naturale andare a testare un analogo processo di diversificazione su altre specie. Rete Semi Rurali, anche grazie a protocolli di intesa sottoscritti con alcuni Centri di Ricerca, sta lavorando alacremente su pomodoro, girasole, mais, riso e avena. Altre iniziative sono in corso su fagioli, zucchine e segale, spesso per iniziative locali da parte dei Soci e dei loro sodali.

Cosa ha di speciale questa attività? Si svolge quasi esclusivamente nelle aziende agricole permettendo, se tutto procede nel giusto verso, una rapida ricaduta sulla qualità del lavoro e delle relazioni degli agricoltori. Certo non è tutto regalato, è necessario l’impegno ad acquisire competenze di vario tipo: 

  • agricole: soprattutto nella rinnovata capacità di osservazione e di conseguente adattamento delle pratiche di campo ma anche della organizzazione della selezione, sanificazione e conservazione delle sementi;
  • organizzative: soprattutto nello stoccaggio e nella trasformazione del raccolto (specialmente per le specie agrarie);
  • relazionali: soprattutto nell’acquisizione di nuove forme di collaborazione fra i vari soggetti protagonisti della filiera ed in particolare con chi sostiene il processo attraverso l’acquisto.

Proprio una diversa visione e competenza nelle abilità relazionali è la chiave di volta che permette a tutto il processo di manifestarsi in forme concretamente innovative, foriere di benessere diffuso e duraturo nel tempo. Con la mancanza di tale attenzione l’innovazione sociale, tecnica e economica costituita dalle popolazioni ricascherebbe in una logica di mera competizione sul mercato, con il rischio di essere rapidamente vanificata dalla legge del più forte tipica di quel contesto. La strada che stanno prendendo i cosiddetti “grani antichi”, sempre più in balia della retorica e delle logiche di profitto del mercato convenzionale, sta a dimostrare che questo rischio è dietro l’angolo anche per le popolazioni. Solo coloro che nel tempo avranno costruito e mantenuto relazioni costruttive con la comunità di riferimento riusciranno a ridurre gli effetti della competizione e ad investire nella crescita del benessere della collettività.

Gli accadimenti di questi ultimi mesi sempre più ci confermano nella scelta compiuta in questo percorso. Se è vero che niente deve più essere come prima, che è necessario evitare di riprodurre le cause della crisi ambientale e delle sue conseguenze epidemiologiche, una agricoltura sempre più attenta alla riduzione degli sprechi energetici e del degrado del territorio, costruttrice di comunità che sappiano vivere la globalità con competenza organizzativa nella costruzione di economie locali responsabili e rispettose dei bisogni e dei diritti delle comunità vicine e lontane è l’unica possibile.

Formazione in campo sui cereali con la Rete dei produttori del Biodistretto Val Camonica, Edolo (BS), 20 luglio 2020 foto C. Benaglio/RSR
Riso resiliente

Riso resiliente

Si è concluso il primo anno di ricerca sperimentale sul riso, grazie al progetto Riso Resiliente finanziato da Fondazione Cariplo, che ha visto coinvolte quattro aziende agricole biologiche e biodinamiche: Cascine Orsine a Bereguardo (PV), Az. agr. di Marco Cuneo ad Abbiategrasso (MI), Az. agr. Una Garlanda ssa di Stocchi fratelli e C. a Rovasenda (VC) e Az. agr. Terre di Lomellina a Candia Lomellina (PV). In ogni azienda RSR, con la collaborazione degli agricoltori e la supervisione scientifica del Prof. Salvatore Ceccarelli, ha allestito un campo sperimentale di 40 parcelle con 16 varietà o miscugli. A settembre si sono svolte le visite in campo e le valutazioni delle parcelle sperimentali da parte degli agricoltori e dei tecnici delle differenti zone. Le valutazioni, così come i dati raccolti durante i rilievi in campo (altezza della pianta, lunghezza della pannocchia, precocità, suscettibilità alle malattie) sono stati analizzati e presentati agli agricoltori della sperimentazione in una riunione a dicembre. Da una prima analisi è emerso che le 4 aziende sono molto diverse fra loro rispetto alla conduzione della coltivazione e che, proprio per le rispettive specificità, necessitino di varietà o miscugli adatti alle proprie realtà, cosa che il sistema sementiero attuale non è in grado di fornire dal momento che privilegia la standardizzazione. Il coinvolgimento di tutti gli attori è stato molto alto, la sola valutazione delle parcelle ha visto la partecipazione di 58 persone, così come l’attesa per i risultati del secondo anno di sperimentazione. Presso l’azienda dei fratelli Stocchi a Rovasenda, RSR ha allestito anche un interessante campo catalogo con 246 varietà di riso provenienti sia dagli agricoltori della sperimentazione (29) che dalla banca internazionale del germoplasma IRRI (217). L’International Rice Research Institute si trova nelle Filippine e conserva 130.000 accessioni di riso da tutto il mondo, a loro ci siamo dovuti rivolgere per ricostituire un’ampia collezione di varietà italiane di riso, e nel 2018 abbiamo ricevuto 5 grammi di 230 accessioni che negli anni gli sono arrivate dall’Italia. Il campo catalogo alla raccolta era spettacolare, pieno di forme e colori differenti, ed è così che abbiamo potuto mostrare a tanti agricoltori che anche nel riso c’è una enorme diversità! Quest’anno abbiamo quindi moltiplicato i piccoli quantitativi ricevuti e chiesto agli agricoltori che hanno partecipato alle giornate di campo di segnalarci le loro preferenze. Il prossimo anno, per riportare velocemente diversità in campo, abbiamo pensato di fare due miscugli di quello che è piaciuto di più e coltivarlo nelle aziende che ospitano i campi sperimentali. Ma vorremmo anche moltiplicare di nuovo alcune delle varietà locali più interessanti e cominciare a valutarle così da individuare i genitori per la costituzione di una popolazione di riso. E, non appena i quantitativi di varietà e di miscuglio saranno sufficienti, potremo iniziare una Campagna di semina dedicata al riso!

Campo sperimentale di riso 2019 con le 246 parcelle di varietà di riso ricevute dagli agricoltori e dall’IRRI e le 40 parcelle della prova sperimentale del progetto di ricerca partecipata Riso Resiliente, 13 settembre 2019, Azienda Agricola Una Garlanda, Rovasenda # foto Cristian Benaglio/RSR

Riso Resiliente

Riso Resiliente

Partire dal seme, adattarsi al cambiemento climatico

Tra i maggiori problemi che affliggono il pianeta oggi ci sono la biodiversità, i cambiamenti climatici, la povertà, l’acqua, e la fame nel mondo. A questi si è aggiunto, in questi ultimi anni, il problema dell’obesità (di per sé non una malattia, ma condizione che predispone a molte malattie tra cui il diabete di tipo 2) e del diabete che hanno, ormai, una rilevanza pandemica.
Questi problemi, sebbene siano spesso affrontati separatamente, sono invece collegati tra loro e hanno un unico comune denominatore: i semi. Comincia infatti ad emergere una relazione tra la crescente uniformità di cibo, conseguenza della uniformità varietale perseguita negli ultimi 50 anni dal miglioramento genetico, e le malattie. La conseguenza di questa relazione è che una dieta non sana è oggi una delle cause principali di cattiva salute nelle economie sviluppate .
Il Programma di ricerca RISO RESILIENTEo intende contribuire ad affrontare questo tema attraverso lo sviluppo di sementi che, grazie anche la loro capacità di adattarsi ai cambiamenti climatici, possano produrre cibo sano per le popolazioni presenti e future.

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