A fine settembre la Rete Semi Rurali sarà alla conferenza “Eu Agri 2040”. Per offrire alternative alle Nuove tecniche genetiche.
di Riccardo Bocci per Altreconomia 295 – Settembre 2026
Il 24 e 25 settembre a Bruxelles si terrà la conferenza sul futuro della ricerca agricola europea (“The Eu Agri 2040 conference”), organizzata dalla Direzione generale per l’Agricoltura e lo sviluppo rurale (Dg Agri). Si tratta di un passaggio importante che serve a sviluppare i modelli di ricerca e innovazione di supporto alla Visione per l’agricoltura e l’alimentazione presentata dal nuovo commissario Christophe Hansen nel febbraio 2025.
Questo evento si inserisce nel percorso politico che porterà all’approvazione del “Nuovo approccio strategico alla ricerca e all’innovazione per agricoltura, silvicoltura, aree rurali e sistemi alimentari competitivi, resilienti e sostenibili” che aggiornerà il documento prodotto nel 2016.
A dicembre 2025 la Dg Agri ha lanciato un questionario per chiedere ai vari portatori di interesse i loro punti di vista su cinque aree principali: ricerca e innovazione come fattore abilitante della Visione; rafforzamento dell’ecosistema europeo di ricerca e innovazione; accelerazione dell’adozione di nuove conoscenze e innovazioni; cooperazione più forte in Europa; future priorità tematiche.
Hanno ricevuto 701 risposte da agricoltori, silvicoltori, attori rurali, ricercatori, imprese, Ong, cittadini e autorità pubbliche, di cui 44 dall’Italia. È interessante notare che tra le richieste arrivate (12,7%) c’è la necessità di affrontare le disparità regionali nella ricerca e nell’innovazione all’interno dell’Unione europea, di incoraggiare la partecipazione della società (inclusa la citizen science), di riconoscere le iniziative guidate dalle comunità e di tenere maggiormente conto della sovranità alimentare, delle esigenze del mercato e della catena del valore più ampia al di là del livello aziendale.
Un numero di risposte minore (6%) ha sottolineato l’importanza di sostenere innovazioni pratiche e a basso costo, chiedendo di riconoscere gli agricoltori come co-produttori dell’innovazione e di sostenere progetti pilota a lungo termine ed esperimenti pluriennali in azienda per raccogliere solidi set di dati reali.
Il coinvolgimento degli agricoltori, e degli altri attori della filiera, dovrebbe avvenire potenziando l’approccio multi-attore dei progetti di ricerca, con un più ampio ricorso ai finanziamenti a cascata e ai Living lab, e a una maggiore integrazione con i Gruppi operativi del Pei-Agri (Partenariati europei per l’innovazione) della Politica agricola comune.
Va ricordato che ad oggi la parte del Programma di ricerca Horizon europeo dedicata ad agricoltura, cibo e ambiente, il cluster 6 su “Prodotti alimentari, bioeconomia, risorse naturali, agricoltura e ambiente”, vale nove miliardi di euro per l’intera durata della programmazione (prevista dal 2021 al 2027) e rappresenta il 10% del totale della ricerca europea.
Il bilancio per il solo biennio 2026-2027 della parte del Programma di ricerca Horizon europeo dedicata ad agricoltura, cibo e ambiente, il cluster 6 su “Prodotti alimentari, bioeconomia, risorse naturali, agricoltura e ambiente” è di 1,2 miliardi di euro. Per l’intero progetto sono previsti nove miliardi di euro, il 10% della ricerca europea
Riflettere sui modelli di ricerca e cercare di orientare le linee future in un’ottica di trasformazione agroecologica dell’agricoltura europea è essenziale perché senza un efficace sistema di innovazione e ricerca non è possibile realizzare la transizione stessa.
Per questo motivo come Rete Semi Rurali abbiamo risposto al questionario e la Dg Agri, leggendo le nostre proposte, ci ha chiesto di intervenire nel gruppo di lavoro che ragionerà dei sistemi agricoli per proporre idee e temi di ricerca sul miglioramento genetico e la conservazione dell’agrobiodiversità. Non sarà una partita facile perché scienza, politica e mondo sindacale sono sempre più affascinati dalle Nuove tecniche genetiche (Ngt) con meno apertura al dialogo nei confronti dei modelli alternativi.
Tratto da Altreconomia 295



