Il potere è nelle mani della Gdo e dei sindacati. Mentre proliferano distretti privi di forza decisionale. Senza ricambio generazionale il rischio è la paralisi
di Riccardo Bocci Tratto da Altreconomia 293 — Giugno 2026
Il mondo agricolo vive una fase storica strana: da un lato stiamo assistendo al proliferare di nuovi strumenti di gestione territoriale, dall’altro mai come oggi c’è una concentrazione di potere nella filiera agroindustriale, dalle sementi fino alla Grande distribuzione organizzata (Gdo), che si esercita nella riduzione degli spazi di dialogo pubblico e nelle decisioni prese all’interno di processi politici sempre meno trasparenti e partecipativi.
Ad esempio la discussione sulla Politica agricola comunitaria (Pac) non riesce a uscire dai classici meccanismi sindacali in cui si difende acriticamente la categoria e le sue rendite di posizione senza allargarsi alla società per delineare il futuro dell’alimentazione nel continente. Eppure sono almeno vent’anni che si parla delle strette connessioni tra agricoltura, alimentazione e salute pubblica.
Dopo il Green deal, al contrario, i sindacati agricoli hanno ripreso il ruolo di comando e giocano a separare gli agricoltori dalle associazioni ambientaliste, orchestrando una finta battaglia ideologica dove si perde di vista l’obiettivo comune: cambiare i sistemi agricoli dal seme al piatto, non solo in un’ottica di renderli più sostenibili da un punto di vista ambientale ma anche di modificare le nostre diete. In parallelo in questi anni il mondo associativo legato alle agricolture alternative soffre un deficit di partecipazione e l’assenza di ricambio generazionale.
Il risultato è che se anche ci fossero i famosi “tavoli verdi regionali” per discutere di politiche agricole e finanziamenti, come si usava vent’anni fa, mancherebbero le persone in grado di sedervisi, a parte i sopra citati rappresentanti dei sindacati agricoli. In questo quadro, dove la democrazia scompare piano piano sotto i colpi di monopoli e scarsa partecipazione, c’è anche un altro fenomeno: la nascita incontrollata di strumenti istituzionali di gestione territoriale. Vediamone alcuni esempi.
La legge 194 sull’agrobiodiversità sta sostituendo le associazioni locali con le tanto amate “comunità del cibo” e ha inventato una strada che mancava al novero del “Made in Italy”: gli “itinerari della biodiversità”. Varie leggi regionali e nazionali stanno dando vita a distretti rurali, del cibo o biologici, tutti elencati in un albo dedicato del ministero dell’Agricoltura. Le università e il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria lavorano allo sviluppo di politiche del cibo nelle varie città, appoggiandosi alle già deboli amministrazioni locali.
Inoltre la ricerca agricola, spinta dalla nuova politica di Bruxelles, dà vita ai cosiddetti “living lab” o a Gruppi operativi nel territorio rurale e altre aggregazioni di attori che si occupano di sviluppo dell’innovazione. Insomma due processi opposti -monopoli e ipertrofia degli strumenti territoriali- e nessuno che ha ancora cominciato a porsi delle domande su quanto stiamo facendo. Dovremmo chiederci ad esempio quale potere decisionale abbiano tutti questi nuovi processi territoriali; dovremmo capire se sono in grado di incidere realmente sulle dinamiche oligopolistiche in atto o, almeno, di ampliare il bacino di chi detiene il potere decisionale.
I distretti rurali e biologici, le strade e le comunità del cibo riconosciuti nel Registro nazionale istituito presso il ministero dell’Agricoltura sono 241
Oppure nel caso non abbiano questa capacità, come sembra, se potrebbero servire almeno per aumentare le opportunità di accesso a finanziamenti o risorse. Purtroppo anche in questo caso la realtà racconta di dinamiche molto estrattive, funzionali ad attrarre risorse il cui flusso arriva molto poco agli attori locali. Ancora potremmo indagare se questi processi aumentino la democrazia alimentare o includano più persone, facendo fronte in qualche modo ai problemi del mondo associativo citati prima.
Partecipazione e creazione di comunità sono processi costosi in termini di tempo e risorse di cui dovrebbero farsi carico la politica e i corpi intermedi in nome della democrazia reale. A partire da una rinnovata capacità di ascolto.



